di Piero Sansonetti

Il capo dello Sdi, Enrico Boselli, dice che la Lega è una ciurma allo sbando perché ha perso il capitano. Non c’è Bossi, c’è Cè, e Cè - perdonate il gioco di suoni - non è all’altezza. Né è all’altezza Maroni, né Castelli, né Galli, Rossi e gli altri. È questo il problema? La malattia di Bossi?
Forse no, forse questo è solo un aspetto minore del problema. L’aspetto maggiore si chiama Zapatero, si chiama Hollande, si chiama crisi della destra (e quindi, drammaticamente, si chiama Berlusconi). L’incidente clamoroso nell’aula di Montecitorio segnala questo: i partiti alleati di Berlusconi sentono la terra che si fa friabile e scivola via sotto il loro piedi; valutano l’ipotesi di una sconfitta elettorale, calcolano i danni che può provocare, cercano le contromisure. Per la Lega il problema è grandissimo, può essere una questione di vita o di morte. Si presenta alle elezioni europee senza avere ottenuto nulla dalla sua presenza al governo, se non una prima lettura (su quattro, più referendum) della revisione federalista della Costituzione; ha vissuto per tre anni su un rapporto fiduciario con Berlusconi e ora si accorge che forse Berlusconi non è affatto in grado di mantenere la parola. Cosa si fa? Ci si prepara ad andare all’opposizione. Ma per farlo occorre fare esplodere tutte le contraddizioni, e distinguersi, e caricare di significato la propria identità padana. Ieri il giornale del partito, nel titolo d’apertura a nove colone, tuonava contro il decreto per la messa in vendita degli immobili pubblici sui quali Berlusconi ha messo la fiducia. Cioè tuonava contro il governo. Definiva il decreto il “frutto di un accordo incestuoso” (incestuoso però vuol dire un’altra cosa, probabilmente il direttore del giornale voleva dire scandaloso, o osceno, ma a forza di parlar padano si perde un po’ l’uso dei termini italiani...). Accordo incestuoso e tuttavia accettabile, perché la fiducia è stata votata anche dalla Lega. E lo steso giornale ieri aveva tutta l’ultima pagina con il simbolo del partito e una scritta metà in dialetto lombardo, e metà in italiano: “mai molè, ten dur” (che vuol dire mai mollare, tieni duro)e “contro Roma ladrona”. Che è come dire: sono ladri, sono nemici, li combatteremo fino alla fine, li staneremo, ma intanto votiamoli. E’ una contraddizione? Sì per ora lo è, ma è probabile che si risolva in tempi ragionevoli. La Lega ormai sta pensando a come sfilarsi dalla maggioranza, però lo vuole fare in tempi ragionevoli, in forme comprensibili, senza strappi che potrebbero non essere accettati dal suo elettorato. È un cammino fatto di passi lunghi e scatti progressivi. Ieri in aula c’è stato uno di questi scatti. Cè, ai tradizionali insulti leghisti, ha aggiunto - nei confronti di Publio Fiori - quello di fascista. Riprendendo un vocabolario che, ormai da qualche anno, nemmeno l’opposizione di sinistra usa più. Fiori, poi - che sicuramente è un reazionario - è uno dei pochi sessantenni di An che non ha un passato neo-fascista. Viene dalla destra Dc. Quella che si oppose al compromesso storico negli anni ‘70 (con De Carolis, Rossi di Montelera, Mazzotta, Segni ed altri).

In tutto questo, naturalmente, l’assenza di Bossi conta, ma fino a un certo punto. Ieri pomeriggio ha funzionato molto bene il gioco delle parti tra i moderati (Maroni e Castelli) e la base leghista (i deputati di base). Quando Casini, in aula, ha dichiarato la sua solidarietà a Fiori, la base leghista ha iniziato a rumoreggiare contro Maroni. Gridavano (testualmente): “Col cazzo che gli votiamo la fiducia! È una vergogna! se la scordino la fiducia...”. Maroni, che era presente - e che aveva appena dichiarato che la Lega avrebbe votato la fiducia - ha fatto finta di niente e si è appartato col suo cellulare. Mentre i deputati di base decidevano di riunirsi al gruppo. Con chi parlava Maroni? Chissà, forse con Berlusconi. Che infatti poi si è precipitato al gruppo della Lega a calmare le acque, a pagare dazio, e a portare a casa il voto di fiducia. E ha dichiarato: “Sì, l’assenza di Bossi qualche problema lo crea”. Quale problema? Uno solo: finora il patto Lega-Berlusconi è passato per il rapporto particolare e personale tra i due. Con Bossi fuorigioco questo rapporto salta. Maroni e Castelli non hanno l’autorità di Bossi per decidere le mosse a prescindere dai pareri, dagli umori, dai maldipancia della base e dei deputati di base. Questo, in una situazione di fibrillazione e in una lunga marcia di ritorno all’opposizione, può essere un problema: può far saltare gli schemi, i tempi, le mosse previste.

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