da "Il nuovo Riformista":
(http://www.ilriformista.it/documenti...p?id_doc=21192)
2 Aprile 2004
ULTRA’ 1.SECONDO HILLMAN, IL TEPPISMO È «UN RITUALE ABORTITO» DA RISACRALIZZARE DI EDOARDO CAMURRI
La violenza negli stadi? E' l'ira degli dèi pagani
Per il filosofo junghiano servono più leggi «marziali». Ma anche più amore nel culto divino dei calciatori
Un giorno dell'Ottocento, secondo il resoconto del poeta Heinrich Heine, la dea Diana comparì in un bosco e confessò a uno dei suoi infiniti corteggiatori: «Gli dèi antichi non sono morti, si tengono solo nascosti entro grotte montane e templi in rovina». E in effetti gli stessi cristiani, almeno fino al Concilio di Trento, condividevano quell'opinione e ritenevano che le divinità pagane continuassero ad esistere ancora sotto la forma di demoni maligni. Erano consapevoli della loro presenza e, in qualche modo, sapevano anche come tenerne conto. Fino alla fine del medioevo, infatti, in periodi determinati dell'anno, gli dèi antichi ricevevano una degna celebrazione: durante la festa dell'asino, simbolo tradizionalmente legato a satana, quest'animale veniva introdotto nel coro della chiesa, occupava un posto d'onore e riceveva addirittura straordinari segni di venerazione e, nella «festa dei folli», un vero e proprio baccanale, il basso clero si abbandonava ai gesti più sconvenienti e parodiava, rovesciandola, la liturgia cristiana. La gerarchia ecclesiastica conosceva quindi una verità ormai dimenticata: «Si trattava - scriveva il filosofo francese René Guénon - di canalizzare in qualche modo le tendenze dei demoni maligni per renderle il più possibile inoffensive, assegnando così a queste manifestazioni degli stretti limiti che non era permesso oltrepassare». Non celebrare gli dèi antichi significava infatti estendere all'inverosimile le loro tendenze demoniache provocando, a tutti i livelli dell'esistenza individuale e collettiva, il rovesciamento dell'ordine nel disordine.
Ma se gli dèi non sono morti, oggi, ormai dimenticati, dove sono finiti? Per Jung «gli dèi sono diventati malattie» e, per un dei suoi più grandi allievi, James Hillman, è necessario sapere come evocarli per comprendere meglio le tendenze fondamentali del nostro tempo. In una lezione intitolata Città, sport e violenza tenuta all'Università dei Firenze nel giugno del 1990 e reperibile sul sito internet della rivista Adelphiana (adelphiana.it, cliccare su «archivio 2002»), James Hillman discute un tema dibattutissimo in questi ultimi giorni, quello della violenza sportiva nel calcio, per riconoscere come, dietro questo fenomeno, agiscano ancora gli antichi dèi pagani in cerca di un'adeguata celebrazione. Ora, la cosa può sembrare bizzarra, ma confrontare la spiegazione di Hillman con quelle comunemente utilizzate (da sociologi, marxisti, psicoanalisti, strutturalisti) per comprendere la violenza sportiva, porta ai suoi argomenti una persuasività sorprendente. Le spiegazioni dei sociologi, infatti, si mantengono quasi sempre al livello della tautologia e, ridotte all'osso, si possono ridurre a questo: la violenza esiste perché esiste la violenza; le spiegazioni marxiste, per definizione, annullano invece i problemi perché tutto ciò che accade è destinato a essere superato dalla vittoria della loro teoria, mentre gli analisti freudiani, di norma, non possono mai arrivare a conclusioni definitive per l'inesauribilità dell'inconscio libidinoso (e, quando ci arrivano, i risultati sono irresistibilmente comici come quello, raccontato dal grande allievo di Freud, Georg Groddeck, secondo cui i protestanti sarebbero contrari al celibato dei preti in quanto pro testiculus, eccetera). Quindi, qual è la spiegazione di Hillman? Tutti gli sport (dal ping pong al calcio) sono tradizionalmente il luogo di manifestazione di Marte, il dio della guerra, l'eroe possente, il danzatore. E, come avevano compreso i cristiani medioevali, ignorare una divinità comporta la manifestazione della sua ribellione e della sua furia distruttrice. Scrive Hillman: «Il teppismo è un rituale abortito. Lo considero una richiesta del dio alla popolazione affinché il suo potere venga riconosciuto e rispettato. In una città laica il dio marziale non trova egida per la propria furia. E così il suo potere si disperde in una violenza laica e casuale, ritorcendosi contro i suoi stessi adepti, gli spettatori e i tifosi, che nel loro inconsapevole tentativo di onorarlo provocano soltanto una repressione ancor più severa». Occorre quindi rivolgersi alla mitologia e trovare in questo luogo la soluzione perché, come scrive Hillman, «dopotutto gli dèi (…) sono intelligenze. Quando inventano ciò di cui hanno bisogno dobbiamo supporre che sappiano cosa stanno facendo».
Nella mitologia Marte è sempre accompagnato da Venere, la dea della bellezza, e il suo maestro è Priapo, colui che gli insegna a danzare e a trasformare in espressione rigorosa (e limitata) il suo istinto distruttore. Venere e Priapo hanno quindi la funzione di canalizzare positivamente la forza di Marte e di rendere onore alla sua divinità in cerca di riconoscimento. Quali sono quindi le soluzioni che Hillman suggerisce per arginare la violenza sportiva? Vediamone alcune. Fare in modo che gli eventi sportivi invitino esplicitamente Marte a prenderne parte: «Più musica marziale, bandiere, canti; più arbitri, più giudici, più autorità; più sfilate, costumi, cerimonie». Prevedere rituali specifici per gli spettatori: «Si inventi un rite d'entrée e un rite de sortie più formalizzato, cosicché il dio che governa lo stadio venga racchiuso all'interno dello spazio sacro». Ricordarsi di Venere e prevedere sul campo balli, esibizione e bellezza; le telecamere devono soffermarsi più a lungo sulle signore in tribuna e i giornalisti devono enfatizzare la danza del gioco (passaggi, assist, stile). I giocatori, infine, devono essere concepiti più come esseri semidivini che come comuni mortali. Facendo così, scrive Hillman, si può aspettare più serenamente il calcio d'inizio sapendo che, anche se «li abbiamo dimenticati, gli dei invece si ricordano bene di noi».




Rispondi Citando
