Francesco Mario Agnoli



...non sono riusciti a cancellare del tutto nemmeno nell’animo di chi si è lasciato convincere il sospetto che non vi sia nessuna differenza fra le vittime del terrorismo e gli effetti collaterali della guerra e che una guerra che coinvolge la popolazione non combattente (e la coinvolge in misura tanto maggiore quanto più vuole ridurre al minimo le perdite dei propri soldati e dei propri armamenti) sia assolutamente identica (se non peggiore perché non giustificata dalla mancanza di altri strumenti) al terrorismo...

Tutti sono contro il terrorismo, tutti o quasi concordano nel considerarlo un fenomeno esclusivamente criminale e sulla necessità di combatterlo con la massima determinazione e durezza, come, dopo il sanguinoso attentato di Madrid, si è messo a predicare perfino un vecchietto dall’aspetto in apparenza pacifico come il presidente Ciampi. Tanta unanimità è però in evidente contraddizione con il fiasco della manifestazione contro il terrorismo del 18 marzo promossa dall’ANCI e risoltasi con quattro gatti (in maggioranza rappresentanti delle istituzioni, presenti per dovere d’ufficio) riuniti in piazza del Campidoglio dietro i gonfaloni di cento comuni, e, per converso, con il grande successo, sempre a Roma, della manifestazione pacifista di due giorni dopo, che aveva come suo primo bersaglio la guerra in Iraq e nella quale, a giudicare da slogan e striscioni, il giudizio sul terrorismo risultava quanto meno molto articolato.

Senza dubbio sarebbe erroneo giungere alla conclusione che vi possano essere valutazioni veramente positive del terrorismo, dal momento che, tranne casi patologici (a volte determinati anche da una disperazione e da un conseguente odio spinti agli estremi limiti), anche chi in astratto giustifica o addirittura approva le stragi di innocenti come legittimo mezzo di reazione, si ritrae poi naturalmente inorridito davanti al sanguinoso spettacolo di decine e a volte di centinaia di corpi straziati. Non per nulla gli autori e i mandanti degli attentati quasi sempre evitano di controllarne coi propri occhi i risultati. A maggior ragione il giudizio non può che essere negativo da parte di chi, come purtroppo accade oggi a tutti noi europei, oltre tutto si sente potenzialmente minacciato in prima persona dal terrorismo islamico ogni volta che prende un aereo o sale su un treno o un vagone della metropolitana.. E’ allora ragionevole pensare che le attuali difficoltà di una totale ed incondizionata adesione, al di là delle pubbliche e rituali espressioni di condanna, alla naturale avversione per il terrorismo si ricolleghi ad uno stato di cattiva coscienza, frutto della sensazione, forse rimossa a livello cosciente, ma insistentemente riaffiorante, che oggi la tanto conclamata indignazione abbia perduto la sua naturale spontaneità per divenire, ad un tempo, frutto e strumento di sofisticate manipolazioni mediatiche, che, sfruttando archetipi culturali difficilmente sradicabili, collocano guerra e terrorismo su due piani molto diversi o ne danno comunque ben diverse valutazioni etiche.

Come si è visto, vanno deserte le pubbliche manifestazioni contro il solo terrorismo, mentre riscuotono grande consenso anche di presenza fisica quelle che accomunano guerra e terrorismo a dimostrazione che ad esprimere una radicale condanna di entrambi i fenomeni ci si sente tranquilli e con la coscienza in pace. E tuttavia i manipolatori dell’opinione pubblica non rinunciano ad insistere in una tambureggiante, e in molti casi fruttuosa, campagna, che li descrive e valuta addirittura come opposti, nella consapevolezza che, nonostante l’apparente trionfo del pacifismo e il generale consenso sul valore assoluto della pace, il concetto di guerra conserva tuttora nell’inconscio collettivo anche connotazioni positive, che in quanto affondano le radici nella più remota antichità, nei poemi omerici, nelle chansons de geste, e, più in generale, nei miti epici di tutti i popoli, fanno parte del comune patrimonio culturale. I mass-media e tutti i persuasori al servizio di poteri politici ed economici attualmente interessati a non accomunare in un’unica condanna i due fenomeni lavorano, quindi, su una base solida quando contrappongono la guerra, che – sostengono - può essere giusta (e in effetti può esserlo, ma in rarissimi casi e a condizione che esistano determinati presupposti e che vengano rispettate determinate modalità esecutive, .ma i persuasori non hanno in questo momento alcun interesse a distinguere fra guerra e guerra -) al terrorismo, sempre ingiusto, sempre male assoluto (il che, per altro, è vero).

Il fatto è che la guerra archetipa, fissata nel nostro immaginario più o meno inconscio, è quella che coinvolge unicamente gli eserciti, i militari di professione, addirittura gli eroi cari agli dei, senza dubbio anch’essa sanguinosa e dolorosa, ma, appunto, eroica, ma ulteriormente addolcita, o addirittura nobilitata dal cavalleresco contegno di guerrieri che si affrontano a lancia e spada e sono capaci di gesti di pietà nei confronti del nemico vinto. Immagini che hanno il potere di ammorbidire e nobilitare anche quelle, ben più crude e ben più sanguinose, dei fronti delle guerre del XX secolo, in particolare della prima, sulla quale si è già depositata la patina del tempo e che, comunque, fu l’ultima a coinvolgere in vere e proprie azioni belliche pressoché esclusivamente i contrapposti eserciti.

Su questo immaginario collettivo lavorano i manipolatori ai quali è stato affidato il compito di persuaderci di quanto sia giusta quella certa particolare guerra (o quelle certe particolari guerre, perché il discorso potrebbe ampliarsi), il cui sforzo, di conseguenza, è tutto diretto a farla coincidere con l’archetipo della guerra giusta e gloriosa e a fare dimenticare che quella particolare guerra non ha nulla a che vedere con gli eroi omerici e nemmeno con gli infagottati fantaccini del primo conflitto mondiale, perché, esattamente come è accaduto nel secondo, e in maniera ancora più drammatica e perversa, non coinvolge soltanto i combattenti, ma è consapevolmente e volutamente condotta in modo di colpire le popolazione civili o, comunque, di rendere inevitabile che siano proprio queste a subire i maggiori danni e le maggiori perdite.

Di qui l’insistenza dei mass-media di ogni genere e tipo ad esaltare la pretesa, millimetrica precisione dei missili intelligenti, a trasformare le vittime civili in anonimi ed astratti effetti collaterali, privo di corpo e sangue, e ad omettere l’informazione che tutte le vittime del terrorismo messe insieme non raggiungono un decimo o, forse, un centesimo degli effetti collaterali, cioè dei civili, uomini, donne, vecchi, bambini, uccisi o storpiati per sempre dalle piogge di bombe e missili intelligenti anche solo delle due ultime guerre irachene.

Non si può negare che i manipolatori abbiano avuto e continuino ad avere successo e tuttavia, nonostante tutto l’impegno profuso, non sono riusciti a cancellare del tutto nemmeno nell’animo di chi si è lasciato convincere il sospetto che non vi sia nessuna differenza fra le vittime del terrorismo e gli effetti collaterali della guerra e che una guerra che coinvolge la popolazione non combattente (e la coinvolge in misura tanto maggiore quanto più vuole ridurre al minimo le perdite dei propri soldati e dei propri armamenti) sia assolutamente identica (se non peggiore perché non giustificata dalla mancanza di altri strumenti) al terrorismo. Di qui quella cattiva coscienza che ha ridotto a quattro gatti i partecipanti alla manifestazione antiterrorismo del 18 marzo e che ha fatto licenziare il capo del governo spagnolo e probabilmente farà altrettanto con gli altri che quella certa particolare guerra hanno voluto.