Bossi, la privacy e il dovere della chiarezza
LA MALATTIA E LA TRASPARENZA
di STEFANO FOLLI
Da settimane c’è un ministro della Repubblica in gravi condizioni di salute. Intorno a lui il cerchio della solidarietà e della simpatia va molto al di là dei voti raccolti dal suo partito, la Lega. Si capisce perché. Non è solo il senso di umana pietà verso chi lotta contro la morte o una grave menomazione. C’è dell’altro. Umberto Bossi è un personaggio vero, capace di cogliere umori e malesseri di un pezzo d’Italia reale. Molti lo hanno amato e tanti lo hanno avversato negli anni in cui ha svolto un ruolo di protagonista nello psicodramma nazionale. Spregiudicato, ma leale. Aspro, insopportabile, irridente: ma autentico, intuitivo, capace di progetti. Il che, con i tempi che corrono, è cosa rara. Lui che ha inventato la Lega come anti-partito, ha fatto politica in modo antico: ruvido, anche volgare, ma in sintonia con le piazze e i villaggi più che con gli uffici di marketing. Uomo di destra? Di sinistra? Chissà, occorrerebbe domandare a D’Alema e a Berlusconi, che in tempi diversi sono stati sedotti dal padano, e in seguito lasciar riflettere gli storici. Poi c’è stato il Bossi della seconda fase, quella del relativo declino. Lo ha descritto bene Ilvo Diamanti, studioso di prim’ordine: a metà degli anni Novanta, «il baricentro dell’azione politica della Lega diventa il governo romano, nel quale mira a ricavare risultati concreti e simbolici: leggi sul federalismo e sull’immigrazione, posti-chiave nel sistema dell’informazione e dell’educazione. In questo modo la Lega, indebolita nel suo territorio, cerca di guadagnare consensi nel Nord agendo a Roma, come una lobby».
Qui si è vista la qualità del capo, sempre più attore unico del suo show . Lo abbiamo criticato, talvolta duramente, per le sue posizioni. Ma sarebbe stato impossibile sottovalutarlo o non vedere la sua intelligenza che proprio le strettoie hanno esaltato. Il sodalizio con Giulio Tremonti, ad esempio, in cui entrambi hanno messo qualcosa (uno l’abilità politica, l’altro lo spessore tecnico), ha dato il segno alla legislatura nel bene e nel male. Fino al giorno in cui Bossi è caduto nel buio.
E ora? Ora ci si augura che la fibra dell’uomo sia forte e che abbiano ragione la famiglia, gli amici e il presidente del Consiglio quando annunciano «segni di ripresa». E’ la speranza comune, perché tutto sarebbe più arido senza Bossi e le sue astute follie. Difficile immaginare, del resto, che la Lega, priva del suo leader, possa sopravvivere come l’abbiamo conosciuta. Personaggi in grado di rilevare il carisma di Bossi ovviamente non ce ne sono, ma forse nemmeno di tenere unito il partito e di assicurargli una guida ordinaria senza trasformarlo in ceto politico. L’unica eccezione sembra essere Roberto Maroni, ma nessuno può vedere nel futuro.
Su un punto è bene essere chiari. Che si voglia usare a fini elettorali l’emozione per la malattia di Bossi è comprensibile e persino legittimo. Ma non è conciliabile con la volontà di mantenere il mistero sulle reali condizioni dell’infermo. Bossi non è una persona qualsiasi. E’ un personaggio di spicco, un ministro in carica, addirittura un potenziale capolista della Lega alle elezioni europee (e in tal caso dovrebbe essere in grado di firmare di suo pugno la candidatura). Negli Stati Uniti la salute dei governanti è sottoposta al vaglio costante dell’opinione pubblica, attraverso i mezzi d’informazione. Lì non sarebbe neanche concepibile una malattia grave senza continui bollettini medici. La riservatezza vale solo per i privati cittadini.
Sarebbe opportuno che il governo e la Lega avvertissero l’esigenza di adeguarsi alla stessa trasparenza. Anche forzando i sentimenti umanissimi della famiglia, per quanto doloroso sia. L’alternativa è ammettere che Bossi non può più essere un protagonista della vita politica. E tanto meno elettorale.




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