Questo articolo uscirà nel numero di marzo-giugno 2004 della rivista “Universi”, Organo Ufficiale della Fondazione Franca Melchiori Fasan-ONLUS, Ente Giuridico di Diritto Privato per la Protezione degli Animali (http://fasan.aminews.net/). Data l’importanza e la delicatezza dell’argomento, che merita adeguata riflessione, riteniamo opportuna un’anticipata divulgazione via Internet a tutti gli animalisti.
Scarto o co-prodotto?
Recentemente sono stato spesso in India per una collaborazione volontaria con l’Ufficio Tutela Animali del Governo Indiano.
Ho avuto occasione di visitare e di lavorare con i locali rifugi per animali.
Generalizzando, posso dire che esistono due tipologie di rifugio: il rifugio “animalista” e il rifugio “religioso”.
Il rifugio che ho definito “animalista” è quello che cerca di salvare ogni tipo di animale, indipendentemente dalla specie o dall’aspetto.
Quasi sempre, quando ero là, ho vissuto in uno di questi rifugi che ospita attualmente circa 400 animali fra cani, gatti, maiali, cavalli, scimmie, tantissime mucche, tori, bufali e un elefante.
Il rifugio che ho definito “religioso” è quello dove, di solito, la protezione degli animali è riservata a un’unica specie animale: ci sono i templi dei ratti, i templi dei serpenti, i templi delle scimmie ma, soprattutto, i rifugi delle mucche, in quanto animali sacri a una o più divinità Hindu, Buddiste o Jainiste.
Ho visto rifugi splendidi per le mucche con cani maltrattati e malnutriti non aiutati da nessuno.
In genere comunque la mucca è molto più importante del cane o del gatto, è assolutamente inconcepibile per la maggior parte degli Indiani macellare una mucca per nutrire cani o gatti.
La differenza rispetto alla mentalità dominante europea è, ovviamente, enorme.
Tralasciando le persone che “amano” esclusivamente i propri animali d’affezione, anche molte persone veramente amanti degli animali, persone che dedicano la propria vita, il proprio tempo, i propri soldi a salvare animali, si trovano spesso nella condizione di dover nutrire con scatolette di carne i cani e i gatti da loro salvati e accuditi.
Ci sono due problemi:
- Il primo è che molte delle più note ditte che producono scatolette compiono o commissionano esperimenti di vivisezione. Quindi, si salva un cane da un maltrattamento e, per nutrirlo, si sovvenzionano esperimenti su un altro cane. Questo problema è ormai abbastanza noto all’interno della cerchia delle persone più attente a queste tematiche.
- Il secondo è che, nonostante la percentuale di carne nelle scatolette sia veramente minima, per nutrire gli animali salvati vengono macellate mucche.
Questo secondo problema è meno noto in quanto molti attivisti sono convinti che la carne che finisce nelle scatolette per gli animali sia lo “scarto” di quella di cui si nutrono gli umani.
Conosco tantissimi attivisti in buonissima fede, molti di loro seguono uno stile di vita completamente vegan, da anni si battono per migliorare la vita di tutti gli animali che riescono a salvare, li conosco da anni, li ammiro, li apprezzo, li stimo.
Il problema è un terrificante circolo chiuso: piu’ animali si riescono a salvare e più mucche, inconsapevolmente, vengono macellate.
Mi spiace scrivere questo articolo e non vorrei che tutto questo venisse preso come un critica di un lavoro che invece è degno del massimo rispetto, lavoro a cui sono fiero e felice di partecipare.
Scopo di questo articolo è far conoscere la differenza fra uno “scarto” e un “co-prodotto”.
Uno scarto è la parte che, invece di essere buttata via, viene recuperata, usata in altro modo, rivenduta e rappresenta un “guadagno ulteriore” di chi macella.
Un co-prodotto (o sottoprodotto) è una parte che viene utilizzata e venduta e rappresenta un guadagno che, se mancasse, creerebbe grossi problemi economici.
Da un articolo del New York Times, del maggio 1996, a firma di J. Peter Zane:
«Vendere i sottoprodotti equivale alla differenza tra profitto e perdita per l’industria, e alla differenza tra carne accessibile o inaccessibile per il consumatore» dice il dottor Breiter. Il dottor Bums aggiunge: «Se non sviluppiamo un mercato per i sottoprodotti, avremo problemi per la loro gestione, il che creerebbe una ulteriore serie di problemi».
Buona parte delle ossa e gli zoccoli vengono riciclati e cotti per produrre farine d’ossa, fertilizzanti e cibo per animali ricco in proteine.
Perlopiù la carne dalle guance della mucca, 121 centesimi al chilo, viene venduta ai produttori americani di carne per salsicce e mortadella. Ovviamente molta di questa varietà di carni viene venduta alle industrie di cibo per animali, che preferiscono comprare le parti separatamente.
«Così come un cuoco usa precise dosi per preparare un buon pranzo, i produttori del cibo per animali seguono ricette che necessitano di differenti quantità di cuori, fegati e così via, per raggiungere il giusto sapore e contenuto nutrizionale» dice Mark Klein, il portavoce di Cargill, una compagnia di imballatori di carne situata a Minneapolis.
I co-prodotti non sono un “guadagno ulteriore” che potrebbe essere anche buttato via, possono anche essere la differenza fra il profitto e la perdita.
Senza il cibo per gli animali il mercato della carne, così come è adesso, potrebbe andare in perdita e diventare un mercato fallimentare.
Continuando a nutrire i nostri animali con le loro scatolette diamo un forte aiuto al mercato della carne per uso umano.
Mi spiace, è un semplice, ma terrificante, calcolo matematico.
C’è una solo possibilità di risoluzione a entrambi i suddetti problemi: si chiama AMÍ.
Consiglio vivamente di visitare il loro sito: http://www.aminews.net
il prima possibile e, nel prossimo numero, ne parleremo con maggiore dettaglio.
Grazie.
Massimo Tettamanti




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