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  1. #11
    repubblicano di sinistra
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    Predefinito Riferimento: Un repubblicano al mese...

    Accogliendo l'invito di Edera Rossa vi allego questo suo scritto su CARLO CATTANEO
    “…che differenza c’è tra honecker e la siemens se le persone continuano a essere oggetti…”

  2. #12
    repubblicano di sinistra
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    Predefinito Riferimento: Un repubblicano al mese...

    l'allegato non si apre
    “…che differenza c’è tra honecker e la siemens se le persone continuano a essere oggetti…”

  3. #13
    repubblicano perciò di Sx
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    Predefinito Riferimento: Un repubblicano al mese...

    Citazione Originariamente Scritto da antenoride Visualizza Messaggio
    Accogliendo l'invito di Edera Rossa vi allego questo suo scritto su CARLO CATTANEO
    Antenoride, io e Cattaneo ringraziamo per il tuo tentativo e perchè sappiamo che troverai una soluzione.
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

    http://www.novefebbraio.it/

  4. #14
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    Predefinito Rif: Riferimento: Un repubblicano al mese...

    A quando potremo leggere di Spadolini (senza l'odierno revisionismo destrorso) su questo thread???

    Vota Cavaliere Nero alla Camera

    Repubblicano Liberaldemocratico

  5. #15
    repubblicano di sinistra
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    In occasione del compleanno di Edera Rossa finalmente pubblico questo suo (di Edera Rossa) lavoro su Carlo Cattaneo (parte I°-II°).. Seguiranno parte III°-IV°-V°
    Auguri 2010: 018:

    CARLO CATTANEO parte I°

    Carlo Cattaneo nacque a Milano il 15 giugno 1801, da una famiglia di non agiate condizioni economiche, il padre orefice. Riuscì a terminare il liceo cittadino e fece, senza risultato, domanda per un posto gratuito al collegio Ghisleri di Pavia, per frequentare i corsi di diritto presso quella università. Dovette così trovare un posto come insegnante ginnasiale di grammatica latina. Successivamente, ottenuto il diploma di “professore di umanità” insegna presso il liceo Santa Marta di Milano. Nel frattempo frequenta i corsi privati di diritto tenuti da GianDomenico Romagnosi. Dopo l’arresto dello stesso, accusato di non aver denunciato Silvio Pellico, il Cattaneo, testimonierà a favore del maestro e proseguirà gli studi presso l’università di Pavia, dove nel 1824 si laurea. In questo periodo appare sull’Antologia del Viesseux, il suo primo scritto sull’Assunto primo della scienza del diritto naturale del Romagnosi. Nel 1829 inizia la sua collaborazione agli Annali universali di statistica. Nel 1835 muore il Romagnosi, sempre nello stesso anno il Cattaneo smette l’insegnamento al Santa Marta e si sposa con la nobile inglese Anna Pyne Woodcock. Pubblica nel 1837, in edizione leggermente ridotta per ragioni di censura, per gli Annali di giurisprudenza pratica Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli israeliti. Il saggio, più noto come Interdizioni israelitiche, apparirà in edizione integrale solo nel 1932 e sarà curato da Giulio Andrea Belloni. Tra il 1839 ed 1844 dirige la prima serie del Politecnico, di cui scrive ampia parte degli articoli. Nel 1843 diventa membro dell’Istituto Lombardo di scienze, lettere ed arti. In occasione del VI congresso degli scienziati italiani, nell’anno successivo, scrive la prefazione alla miscellanea di Notizie naturali e civili sulla Lombardia che Gaetano Salvemini definirà “modello tuttora insuperato in Italia di monografia antropogeografica regionale”. Nell’avviso ai lettori scrive “se in ogni distinta regione della Germania, della Francia, della Scandinavia, uno stuolo di studiosi intraprendesse una collezione ordinata sopra un medesimo disegno…. Migliaia di studiosi, tranquillamente e senza alcuno o malagevole accordo, potrebbero dar mano ad un edificio, la cui base sarebbe l’Europa.“ L’idea di quella che, ben oltre un secolo dopo, Francesco Compagna chiamerà l’Europa delle regioni possiamo dire fosse per molti versi già gettata.
    Nel 1845 Carlo Cattaneo diventa segretario della Società di incoraggiamento delle arti e dei mestieri. Nel frattempo egli diventa inviso alla polizia; tra l’altro egli si rifiuta, nel 1847, di leggere un saluto di benvenuto a Richard Cobden, il campione del libero scambio, in quanto la censura austriaca voleva poterlo esaminare preventivamente. A Venezia era stato Daniele Manin a farsi patrono dei festeggiamenti in onore di Cobden. All’inizio del 1848 rischia l’arresto per aver caldeggiato la formazione di una milizia lombarda. Occorrerà l’intervento dell’industriale Enrico Mylius per evitare il suo esilio a Lubiana. Pur preferendo gli studi alla lotta politica, figuriamoci a quella militare, il Cattaneo “tirato per i panni da quel buttafuori del Cernuschi” accettò di impegnarsi nella lotta per la liberazione di Milano. Il 17 marzo aveva steso un programma, per il primo numero di un nuovo giornale Il Cisalpino, che, al pari del programma stesso, non vedrà la luce in quanto travolti entrambi dall’incalzare degli avvenimenti. In tale articolo, si vuol ravvisare un Cattaneo favorevole ad una libera federazione di stati all’interno dell’impero asburgico. In realtà egli non esprime tale invito ed il richiamo “non si vedono nella Svizzera e nel Belgio diverse lingue esistere senza odii in una sola provincia, in un solo cantone? “ è a fianco di “Non già che questo associarsi, in qualunque modo che i tempi vollero e predisposero, debba dividerci da chi più ci somiglia; ma diremo che il tempo potrà indurre pacifiche e volontarie combinazioni che rendano sempre più semplici le cose, e più conformi alle preparazioni ed ai decreti della natura…Intanto consigli concordi e mani armate. Il paese deve essere del paese, Viva l’Italia, Viva Pio IX” Tenendo anche conto che “dividerci da chi più ci somiglia” e “più conformi alla preparazione ed ai decreti della natura “ erano in corsivo allo scritto originario, credo vi sia già qualcosa più che la speranza di una federazione italiana; magari federata con gli altri paesi che stavano ovunque insorgendo. Nel 1848, entrato nel consiglio di guerra si oppone all’appello a Carlo Alberto, ed alla tregua proposta dall’Austria. Con quest’ultimo rifiuto salvò l’esito dell’insurrezione. Passato dallo sciolto Consiglio di guerra al comitato di guerra, il Cattaneo ben presto si dimise anche da questo visti gli intralci che continuamente pervenivano dalla componente moderato-fusionista. Nell’aprile ebbe anche un forte contrasto col Mazzini. Col ritorno degli austriaci, nell’agosto del ‘48, egli accompagnò la moglie a Lugano e si recò, con una lettera di presentazione di Mazzini a Parigi, dove in pochi giorni, scrive L’insurrection de Milan. Lo scritto ebbe immediata eco e servì a difendere l’onorabilità dei milanesi dalla diffamazione degli agenti sabaudi che arrivavano a dire che i milanesi erano tanto filo-austriaci da sparare alla schiena ai soldati piemontesi. Nel novembre del 1849 tornerà in Svizzera, dove da allora risiederà, prima a Lugano, poi nella vicina Castagnola.
    Nel marzo del 1860 sarà candidato e verrà eletto in tre collegi, ma preferisce a quello parlamentare, il dibattito nella sua rivista. Nel settembre del 1860 va a Napoli sperando di convincere Garibaldi a creare un parlamento napoletano ed uno siciliano, prima dell’annessione. Ma non vi riesce. Nel marzo del 1867 accetta la candidatura nella sua Milano ed una volta eletto, va nella capitale, allora Firenze; ma, pur in gravi difficoltà economiche, non se la sente di entrare in parlamento e giurare fedeltà al re. E nel delirio che precederà la sua morte il 5 febbraio del 1869, continuerà a dire ”non ho giurato, non ho giurato”. A partire dal ’49, aveva raccolto materiale per il suo archivio triennale sui fatti italiani dal 1847 al 1849, che uscirà in tre volumi dal 1850 al 1855. Nel 1852 diverrà insegnate di filosofia al liceo luganese, incarico che manterrà fino al 1865. Nello stesso anno abbandonerà anche la direzione della nuova serie del Politecnico, che aveva ripreso nel 1860.

    CARLO CATTANEO parte II°

    Tra i tanti suoi saggi, oltre ai numerosi articoli sul dibattito politico e amministrativo sono da ricordare :Ricerche di un progetto di una strada di ferro tra Milano e Venezia, Delle dottrine di Romagnosi, Sulla scienza nuova di Vico, Della Sardegna antica e moderna, Dell’economia nazionale di Federico List, Dell’India antica e moderna. In molti di questi, il Cattaneo affronta i vari temi con un metodo che potremmo tranquillamente definire interdisciplinare; solo che è egli stesso ad essere ad un tempo sociologo, geografo, storico, statistico, giurista ed altro ancora. L’opera di Cattaneo certamente non ha mancato di ottenere ampi consensi nel corso del tempo e questo da parte di studiosi delle discipline più diverse. Interviene con una tale ampiezza di interessi e di proposte da farlo considerare da Oronzo Reale “gran dispensatore, persino dissipatore di idee”. Una ricchezza di scritti, quelli di Carlo Cattaneo, che però sembrano non soddisfarlo. Rimane in lui l’amarezza che, per la necessità di aderire con immediatezza alle lotte politiche, non solo rinunciò a citare ad ogni piè sospinto quelli che erano i suoi principi generali, ma pospose a tale necessità ogni iniziativa atta a riunire in un’unica opera la sua visione generale della società. Di ciò egli non manca di lamentarsene: “Io non ho nemmeno fin qui, ciò che possa chiamarsi un’opera. Sono frammenti, la più parte intesi ad un immediato servizio pubblico e non al culto di un’idea. Solamente provano che avrei potuto anch’io far meglio se avessi pensato prima di ogni cosa all’io”. Da ciò trae una sconsolata conclusione :” Come scrittore, ho sciupato il mio tempo, lavorando troppo, da giornalista, di roba frusta e solo altrui …” Tale mancanza di un’opera organica ha già suscitato pareri sia pur parzialmente negativi sull’opera del Nostro. Così Norberto Bobbio, ha occasione di definirlo “assai meno forte teorico di quanto non fosse geniale suscitatore di idee”. Una critica che il nostro sembra avallare nella sua prefazione al Politecnico: “Noi per quanto valgano le nostre forze, vogliamo agitare tutta la scienza, svegliare tutti gli interessi, gettare a destra ed a sinistra i nostri studi per suscitare ed incalzare gli studi altrui, per suscitare ed incalzare gli studi della nazione, le sue speranze, i voleri, gli ardimenti”. La mancanza di organicità della sua opera di scrittore è dovuta soltanto alla scarsezza di tempo che gli veniva lasciato libero dalla diuturna polemica di pubblicista? Od è dovuta semplicemente alla sua presunta incapacità di essere forte teorico? Credo che la ragione di ciò sia un’altra ed in essa risieda l’estrema modernità del Cattaneo. Egli, in realtà, non crede ai massimi sistemi, ai trattati che pretendono di racchiudere tutto il sapere od almeno un’ampia branchia di questo. Credo che non a caso, nell’introduzione alle Interdizione Israelitiche, Cattaneo scriva :”Così han proceduto, dopo gli esempi immortali di Galileo, le scienze fisiche, le quali finchè si tennero sulla strada ambiziosa delle generalità, intente a spiegar tutto non giunsero a spiegar nulla. Così procedette la stessa economia sociale, i cui progressi si devono principalmente agli studi speciali..”. E poco prima, parlando del Romagnosi, aveva affermato:”Ora la grande opera da lui additata alla laboriosa gioventù resta da compiersi ……. Resta quindi soltanto la speranza di condurre a fine ora l’uno ora l’altro a preparar così la materia prima di quelle collezioni che si chiamano trattati” E qui è chiaro come il termine trattato venga adoperato nel senso di antologia di scritti scientifici su un medesimo argomento, sul tipo della Raccolta di notizie naturali e civili sulla Lombardia curata dal Cattaneo stesso, in cui l’impronta illuministica è altrettanto evidente che nel sottotitolo del Politecnico ”Repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e cultura sociale”.
    Tale preferenza per i lavori specialistici nasce dall’idea che in essi vi è maggiore possibilità di perfezionamento successivo di quanto non ve ne sia nelle opere che tendono a restringere il tutto in un unico sistema. Così il Cattaneo nelle lezioni di Psicologia scrive:” I sistemi devono conservarsi sempre aperti. Un sistema compiuto o chiuso diviene il sepolcro della intelligenza e della virtù che lo hanno formato. Un sistema aperto può rassomigliarsi ad una gioventù perpetua come è appunto ogni scienza sperimentale”. E’ da questa idea della non mai definitiva certezza della verità che nasce non solo il rispetto per la pluralità delle culture, delle religioni e delle ideologie, ma più ancora la vitale necessità dello scontrarsi fra di esse perché è da tale contrasto che nascono nuove soluzioni, talvolta addirittura inaspettate rispetto ai termini inizialmente noti. C’è già in Cattaneo quello che, più di recente, è stato chiamato il diritto al dubbio permanente. Si pensi a quanto scrive nei Frammenti di sette prefazioni:” Ove il dubbio è impossibile la certezza è sempre uguale” ed a ancora ”vale più il dubbio di un filosofo che la certezza di mille mandarini o di mille frati”. Una esigenza di pluralismo al quale si accompagna una preoccupazione per la libertà vissuta con un ardore che, come nota il Catalano, era pressoché sconosciuto al settecento riformistico. Similmente, nel concludere un suo saggio sulle Interdizioni Israelitiche, Licisco Magagnato afferma:” Di fronte ad un altro tipo di razzismo, quello antinegro, negli stessi anni prendeva analoga e ferma posizione il Tocqueville nella “Democrazia in America”; l’analogia del metodo di analisi e di critica è spesso sorprendente. Ma si direbbe che nel Cattaneo l’afflato morale superi quel tanto di amaro, velatamente conservatore, pessimismo che sussiste pur sempre nel Tocqueville; quasi la comune fede nella ragione si animasse nel nostro della carica costruttrice della religione della libertà”. Tale paragone sarebbe stato ancor più afferente se riferito al saggio cattaneano sui Dazi protettivi negli Stati Uniti d’America. Ritengo che questa citazione sia illuminante sul come il passaggio più vero tra illuminismo riformatore ed ottocento democratico sia mutamento più di sentimenti e di emozioni prima che divenga cosciente cambiamento di valori e di posizioni; esso si configura come un passaggio tra fede nella ragione ed una vera e propria adesione “religiosa” ai valori della libertà. Una religione della libertà che nel Cattaneo non si stacca mai dai dettami della ragione. Per lui rimane sempre valida l’affermazione che “ la libertà è l’uso della ragione”. Così è per la sua stessa idea della storia nella quale non vi sono spazi per i primati o per le missioni dei popoli. Che l’idea di progresso sia diversa nel Cattaneo da quella degli illuministi è del resto sufficientemente provato dall’approccio che essa trova nella Psicologia delle menti associate “Orbene, vi sono fenomeni che un individuo solo non potrebbe mai percepire nella loro pienezza nemmeno col ministerio degli strumenti, se non si associano i sensi di molti. Gli uomini che videro il ritorno della cometa di Hallej non sono più quelli che ne osservarono, 75 anni prima, l’altro arrivo,….Gli osservatori che, sparsi in diverse stazioni, esplorarono la tensione magnetica del globo sono come le parti di un comune sensorio delle nazioni pensanti”. Un progresso che si avvale di tutta una società nel suo variegato divenire storico. Da questa necessità di coordinazione nel tempo e nello spazio egli arriva alla conclusione che la scienza per svilupparsi doveva pur essere una tradizione in seno ad una stabile società. Ma perché vi sia progresso, occorre che i contrasti possano svilupparsi, ed ecco allora l’idea di antitesi delle menti associate che è “ quel lato col quale uno o più individui nel percepire una nuova idea vengono, anche inconsciamente, a negare un’altra idea.” Affinché il contrasto tra le varie opinioni possa stabilmente manifestarsi ed affinché alla libertà tutti possano tenervi sopra le mani, occorre che vi sia un usbergo istituzionale a tutela di tali necessità, non basta certo il più o meno illuminato beneplacito di un sovrano “Se a tutelar tali beni una franchigia è necessaria, a far poi ch’essa non sia caduca e vana è necessaria la forza del diritto della quale essi non hanno ancora il sentimento”. Ma la forza del diritto deve consistere nella adesione ed al partecipare di tutti al suo formarsi. “ Or non può, nel lungo corso del tempo, il suffragio universale andar sempre errato; esso è come quella lancia che doveva sanare da ultimo le ferite che aveva fatto. Non può, a lungo andare, il corpo degli eletti non corrispondere in qualche modo al corpo di chi li elegge”, ed ancora “ L’unica forma in cui può esercitarsi il comune diritto di tutta la nazione sulle proprie sorti è il suffragio universale diretto, esclusi tutti i sotterfugi che vennero inventati dai falsari del pubblico voto.”
    “…che differenza c’è tra honecker e la siemens se le persone continuano a essere oggetti…”

  6. #16
    repubblicano di sinistra
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    Continua l'epopea federalista di Carlo Cattaneo ad opera di Edera Rossa.

    CARLO CATTANEO parte III°

    La democrazia per essere sostanziale e non solo formale deve permettere ad ognuno di essere il più vicino possibile a dove si sceglie per lui e questo vale anche per il più sperduto comune: “si rispetti in ogni più modesto popolo quella naturale dignità che lo porta a disporre a suo genio che a senno altrui”. Ecco allora come il problema che si pone per una effettiva partecipazione non sia più solo quello del voto, ma quello di individuare i centri in cui ognuno possa manifestare liberamente la sua personalità:” Ogni individuo può considerare se medesimo come centro comune di più circoli di sempre maggiore ampiezza e sono il circolo della famiglia, del comune, dello stato, della nazione, della religione, del commercio, della scienza, dell’umanità”. Autonomia, pluralismo, partecipazione, laicità, sono gli strumenti per una libertà effettiva di cui la Repubblica è l’unica sicura garanzia. Per questo sarà sempre intransigente nel suo repubblicanesimo, individuando nello stato il garante di tutte le diverse esigenze:“ Lo stato risulta dunque un’immensa transazione, dove la possidenza ed il commercio, la porzione legittima e la disponibile, il lusso ed il risparmio, l’utile e il bello, conquistano o difendono ogni giorno ……. quella quota di spazio che loro consente la concorrenza degli altri sistemi”. E’ così che il problema della democrazia finisce con l’identificarsi con quello del pluralismo. Un pluralismo che nasce in Cattaneo da considerazioni che sono pre-politiche e scaturiscono da una sua più generale esaltazione di ciò che rappresenta la multiforme varietà. Non vi è campo d’indagine da lui toccato in cui non colga l’occasione per insorgere contro il monolitismo di qualsiasi genere, per non tessere le lodi della diversità e del contrasto, fonte di continuo ed indefinito progresso. Nel mentre lancia il grido contro i nuovi vandali che deturpano le architetture preesistenti, condanna quanti vorrebbero sostituire i trentasei capitelli marmorei della chiesa di S. Maria del Celso in Milano con altri di granito, “materia comportante una gretta e fiacca uniformità” che per lui è quanto nell’arte maggiormente si debba rifuggire. Significativo il suo interesse giovanile per lingue quali l’anglosassone, il gotico, il franco, l’islandese ed ad “altre simili anticaglie”, come egli ricorda, nonché ai vulgari dialetti di Svizzera, Scozia e Germania. Trattando di linguistica, avrà modo di far notare come dal contrasto fra vari idiomi venga a formarsi un nuovo linguaggio che dei primi conserva quei termini che meglio si adattano ad interpretare le nuove esigenze della società. Così come egli rifiuta l’idea di un percorso omogeneo nell’incivilimento dei popoli “il sommo errore, che fece vani codesti studi, si fu quello di voler rinvenire anzi tempo ripetizioni e similarità presso tutte le genti”; nota quindi come ,“lo stesso errore traviò la linguistica, la quale raccolse unicamente le consonanze delle più disparate favelle e non apprezzò mai né spiegò le differenze tra le lingue più prossime mentre pur sono i soli documenti delle particolari origini delle nazioni”. Ma lo studio delle lingue è occasione per riaffermare la continuità e l’omogeneità della cultura italiana, respingendo l’eccesso di influenza delle invasioni barbariche sulla formazione della nostra lingua. Nel suo saggio sul nesso tra la lingua valaca e l’italiana nota come “ quasi tutte quelle deviazioni dalla lingua latina le quali sono comuni tanto all’italiano quanto al valaco, si dovrebbero credere già nate prima della separazione, epperò affatto indipendenti dalle invasioni barbariche”. E nel breve saggio sulla vita di Dante di Cesare Balbo fa notare che voci gotiche come arpa, brando, usbergo, strale, dardo ed altre, appartengono alla lingua cavalleresca e furono introdotte dai curiali di Carlo Magno o dai mercenari normanni, ma non vissero nelle piazze col popolo, e le differenze fra i dialetti trovano la loro principale origine nelle diversità preesistenti alla dominazione romana e non nelle successive invasioni. Continue sottolineature che mal si adattano, anche in questo, ad una immagine di un Cattaneo che fino al quarantotto si sarebbe accomodato su una prospettiva di federazione all’interno dell’impero asburgico. Fra i due saggi sopra citati, si colloca quello sul Principio istorico delle lingue europee, nel quale Cattaneo lamenta come “si guardi unicamente alle somiglianze fra le varie lingue e non si badi invece alle “dissomiglianze”. Nel far questo, nota Mario Fubini, Cattaneo precorre “la nota teoria dell’Ascoli del “sostrato”, e con la commozione di uno storico a cui la scoperta di nuovi documenti dischiuda una nuova prospettiva sul passato, riconosce nei dialetti europei - l’unica memoria di questa prima europa, che non ebbe istoria e non lasciò monumenti”. Uno studio, quello cattaneano, che probabilmente sarebbe stato meno innovativo se non fosse stata accompagnato dalla sua naturale propensione ad esaminare ed esaltare le diversità. La tutela dei diritti linguistici delle nazioni e delle minoranze all’interno delle stesse lo trova sempre attento sostenitore; il rispetto della varietà linguistica non è vissuta come occasione per dividere, ma come strumento indispensabile per garantire la pacifica convivenza in un unico stato. Per quanto lo riguarda, egli troverà consolazione al suo esilio non nel sentir parlare il ticinese od il lumbard, ma nell’udire ancora quella lingua italiana che tra i trabocchetti e le gabbie di ferro sapeva già cantare “solo e pensoso i più deserti campi”. Persino i contrasti fra le varie città italiane nel periodo del medioevo sono per il nostro il segno e la concausa di un salutare risveglio. Trattando di agricoltura, il Cattaneo ha modo di scorgere nella varietà e nell’alternarsi dei raccolti, pratica in uso nella Lombardia da molti anni e che egli consiglia a sollievo dell’Irlanda, una delle cause della ricchezza dei terreni e della prosperità degli agricoltori non costretti a dipendere da un sistema monoculturale. Basta leggere le sue lodi della varietà di composizione e di disponibilità agraria, di come egli scorga che “Le circostanze che vogliono questa varietà nel modo di coltivare le terre, la vogliano anche nel modo di possederla” per comprendere come egli tragga da ciò un insegnamento più ampliamente utilizzabile. Nei suoi scritti non vi è solo il senso del pericolo di una stasi intellettiva in una società che deriverebbe dalla mancanza di pluralità e di scontro di opinioni, ma vi è soprattutto il problema della libertà all’interno di questa, libertà che è essa pure e soprattutto fonte di indefinito progresso. Ecco dunque che il problema della libertà viene a superare la concezione garantista di conservazione e tutela dei diritti propria del pensiero settecentesco, per diventare strumento di partecipazione democratica e di attiva integrazione del cittadino alla vita della nazione. Egli fa sua l’idea che “lo stato debba sublimarsi fino a divenire una istituzione nel cui seno possa svolgersi tutta la virtù di cui l’umanità è capace”. Tale partecipazione lasciata ai singoli cittadini in quanto tali è più una illusione che altro, i cittadini partecipano alla vita pubblica in quanto inseriti in particolari organismi della vita sociale. Vi è una naturale propensione del cittadino alla partecipazione ed alla solidarietà, che deve essere lasciata libera di manifestarsi a seconda di quelle che sono le più svariate predisposizioni naturali, nei vari modi e nei vari centri in cui tale organizzarsi della società, per ragioni di storia, di tradizione o di semplice occasione, abbia a manifestarsi. Il luogo primo della partecipazione è la città. E’ a tutti noto il saggio cattaneano del dicembre 1858 sulla città considerata come principio ideale delle istorie italiane; è nella città che il popolo ha acquistato il senso del diritto e della dignità civile; è nella autonomia comunale che consiste il primo porre le mani sopra la propria libertà. La democrazia stessa nasce dalla città. L’autonomia comunale era dunque per Cattaneo un elemento fondamentale della sua costruzione pluralista. Si pensi ai seguenti passi sull’ordinamento amministrativo che furono ritrovati tra le sue carte: “Il Comune, ossia il vicinato, è un’associazione di fatto anteriore ad ogni ulteriore grado di società nazionale”, “Il Comune è un fatto di natura; possono le convenzioni atteggiarlo piuttosto ad un modo che ad un altro. Il regno non esisteva, il comune era già”, “La Legge riconosce il diritto comunale che deve formularlo. Dovunque v’è un ordine di fatto, v’è un ordine di diritto. La legge deve ordinarlo ed attivarlo”. Nel saggio sulla città egli pone l’attenzione alla storia d’Italia, la storia che egli osserva è soprattutto quella dei liberi comuni medievali. Il comune, del resto, finisce quasi sempre con l’identificarsi con l’idea di città sicché non stupirà trovare nel suo saggio l’affermazione che :”La permanenza del municipio è un altro fatto fondamentale e quasi comune a tutte le istorie italiane”. Il senso di questa autonomia era dunque nella storia dei popoli, nella loro idea di sentire come cosa propria la città, che ha una vita che precede quella dei vari stati. Un attaccamento che è proprio di tutti gli strati sociali. Se egli constata come “ è più facile tirare a Parigi tutta la possidenza francese, che far disertare dal bottegone o dal roccolo una cinquantina di gentiluomini bresciani”. Nell’Insurrezione di Milano, parlando di Venezia, dirà:” Il suo popolo conservò sempre le tradizioni di quella origine che doveva a sé solo; ed i suoi naviganti ne fecero quel glorioso cantico: Venezia la Xe nostra , l’avemo fatta nu” Un l’avemo fatta nu che non era in contrapposizione agli altri popoli della penisola, ma in contrapposizione a quanti nel corso dei secoli tesero via, via, a limitare i diritti del popolo più modesto. Un passo questo che doveva essere rimasto nella memoria di Giuseppe Mazzini che, circa un decennio dopo, sottolineando il legame primario del cittadino col comune, riporta lo stesso cantico nello scritto Doveri verso la Patria pubblicato a Londra su Pensiero e Azione. E la sua rivalutazione del regime asburgico rispetto a quello sabaudo si ha principalmente grazie al maggior rispetto che il primo aveva verso l’autonomia comunale “E pertanto io stimo dovere dei legislatori non solo di restituire dell’antico diritto i comuni di Lombardia, ma di far partecipi di quel beneficio gli altri comuni tutti, affinché l’Austria non abbia ragione di dire al mondo che oggidì stesso Mantova e Venezia sono governate più liberamente del Regno d’Italia”. Una lode dell’Austria che va letta come una occasione di confronto con lo stato sabaudo “non venite con i vostri confessionali a porci al di sotto delle tartarughe”(si pensi del resto alla sbrigatività dello Statuto Albertino in materia di municipi) ed un confronto, nel periodo precedente al 1860, tra il governo austriaco d’antan e quello di Francesco Giuseppe. Nei suoi scritti il nostro ricorda come nel novembre del 1847 (con pubblicazione nel febbraio successivo) vengano istituiti dei “tribunali statali” con l’incarico di sospettare, giudicare ed, eventualmente impiccare, nel giro di soli quattordici giorni. Il Cattaneo cerca di combattere illustrando le incongruenze del governo austriaco rispetto alle sue stesse leggi, come del resto fece il Manin, non per moderatismo, ma per convincere meglio gli indecisi ed anche perché egli voleva “tenere i nostri nemici nel duro e spinoso campo della legalità; poiché la violenza e la guerra ci avrebbero in quella vece consegnati alla prepotenza militare porgendo al nemico un altro modo di vivere a nostre spese“.Del resto egli avanza talora richieste che ad ogni italiano non potevano che apparire sensate; ma ritengo, nella piena consapevolezza che mai e poi mai l’Austria le avrebbe accettate. Si pensi alle sue osservazioni in materia di impiego dei cittadini delle varie regioni asburgiche nelle diverse armi. L’Italia era tartassata per spese militari più di altre aree dell’Impero, ma agli italiani non era concesso di essere impiegati in proporzione agli altri popoli in quei corpi di artiglieria e di cavalleria che aveva ampiamente contribuito ad armare.
    Le autonomie locali, erano così importanti, che anche la sua polemica verso lo svolgersi autoritario ed accentratore della Rivoluzione Francese, ai suoi occhi colpevole di aver interrotto un processo riformatore in corso in tutta Europa, trova alimento da una Rivoluzione dalla quale il popolo ebbe la terra ma non ebbe il comune. Ed anche la terra del resto fu data senza capitali ed “Aver la terra senza capitali è come aver il vino senza bottiglie vuote”.
    Per il Cattaneo si incominciava a guardare non solo al problema della garanzia dei diritti ed alla ripartizione dei poteri; ma più ancora alla partecipazione effettiva dei cittadini a partire dalla amministrazione della città. Ciò spiega la sua ammirazione per la legislazione amministrativa teresiana che l’Austria potrà ripristinare fra il generale consenso, così per il progetto di Costituzione Leopoldina cui il Gianni cominciò a lavorare nel 1799. Un processo riformatore che, credo, già si andava delineando nel Consiglio Politico del 1736 presentato alla Serenissima da Scipione Maffei. Questa pluralità di riforme fece sì che il processo fusionista venisse a doversi confrontare con una legislazione lombarda più avanzata in materia amministrativa di quella piemontese; come fu per quella civile di Parma, o penale del Granducato di Toscana. La polemica del nostro, verso l’accentramento francese, era rivolto ad una realtà già precedente a quella rivoluzionaria dell’89 e ad essa anche successiva. Scrive il Cattaneo “La Francia si chiami repubblica o regno, nulla monta, è composta di ottantasei monarchie, che hanno un unico re a Parigi.” In un certo senso era la tradizione francese che aveva favorito il giacobinismo, che aveva trovato in questa lo strumento più immediatamente funzionale per la difesa della rivoluzione. Non a caso diverso è il caso di quelli che vengono considerati i giacobini italiani, fra questi Giovanni Antonio Ranza, Gianmaria Bosisio e Giuseppe Fantuzzi, che nel 1796 risposero con proposte di tipo federalista al concorso indetto dall’amministrazione generale della Lombardia sul tema :”Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia”. Del resto, tutto il processo risorgimentale di parte democratica non ebbe mai l’idea che vi fossero Vandee da reprimere; una fiducia nel valore contagioso della libertà che fu semmai causa di martirio non di sopraffazione.
    “…che differenza c’è tra honecker e la siemens se le persone continuano a essere oggetti…”

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    Con la IV e V parte termina il lavoro di Edera Rossa su Carlo Cattaneo

    CARLO CATTANEO parte IV°

    Il federare non consiste, per Cattaneo, solo nel mettere assieme dei territori in un patto di libertà, ma è un patto fra popoli liberi e pluralisti al loro interno. Egli scrive “ la federazione è la pluralità dei centri viventi, stretti insieme nell’interesse comune” “ Per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa sua” L’idea federale non è comunque un puro metodo per andare d’accordo, essa era soprattutto una precisa scelta di libertà, e “l’arte della libertà è l’arte della diffidenza”, naturalmente verso il potente di turno; ed ancora “libertà è padronanza e padronanza non vuole padrone” Per Cattaneo “il federalismo è la teorica della libertà” ed ancora “ Libertà è repubblica, e repubblica è pluralità ossia federazione”. Per Cattaneo il federalismo era un’occasione per esaltare le diversità non solo territoriali ma altresì politiche, etniche, religiose, culturali, un’occasione di sprigionare tutte le energie, per permettere a ciascuno, singolo o comunità, di dare il meglio di cui è capace, ma questo non solo a proprio tornaconto, ma, a vantaggio dell’intera comunità, soprattutto nelle sue parti più deboli. Egli non si preoccupa del tronco, ma delle “languide estremità“. Il suo federalismo è l’esatto contrario di un insieme di micro-culture omogenee. Ancora attuale la sua affermazione per cui “Quanto più è civile un popolo, tanto più numerosi sono i principii che nel suo seno raccoglie”. In questo senso l’idea cattaneana e quella mazziniana dell’Italia futura erano più vicine di quanto non sembri e non sembrasse allora a molti, anche tra i loro seguaci. Al pari di Mazzini anche Cattaneo si proponeva di fare dell’Italia un unico corpo politico, al cui interno vigesse un sistema di libertà e di democrazia. Fu diversa la disponibilità ad operare a fianco del Piemonte sabaudo: possibilista il Mazzini nel 48-49 per poi divenire intransigente per tutto il resto della sua vita, decisamente contrario alla soluzione sabauda nel ‘48, il Cattaneo riterrà, in seguito, strategicamente utile che vi fossero comunque dei moti militare contro l’Austria, contro la quale arrivò a dichiarare che andava pur fatta la guerra anche se solo per la guerra. Dopo la guerra del 1866, il federalista Cattaneo scriverà al federalista veneto Alberto Mario, che era stato bene ch’egli vi avesse partecipato a fianco di Garibaldi. Una delle tante risposte a quanti continuano a credere il federalismo cattaneano come contrario al processo unitario. In realtà il Cattaneo, contrario al fusionismo sabaudo, alla parola federazione preferiva unione federale o, meglio ancora, Stati Uniti d’Italia. Ma dopo il 1861 la sua attenzione si andrà rivolgendo soprattutto allo svolgimento del processo amministrativo della nuova Italia, ed in questo le posizioni all’interno del movimento democratico avevano la possibilità di ricompattarsi e le divisioni sembravano sempre più nominaliste. La differenza tra federalismo e decentramento, salvo per il problema del diritto di secessione, ritengo, consista principalmente nel momento genetico. Vi può essere uno stato decentrato nel quale alle singole regioni vengono assegnate più competenze di quante non possano rimanere, ai singoli stati federali o persino confederali, rispetto ai poteri della federazione. Nel suo scritto del 1796, come ricorda Federico Francioni in un bell’articoli apparso anni fa sulla rivista Argomenti umani, il federalista giacobino Ranza riteneva errata la costituzione federalista francese del 1793, in quanto, a differenza che per lo stato italiano allora tutto da costruire, si inseriva in uno stato già costituito.
    Il federalismo ritengo possa esistere non come insieme di progetti legislativi, ma come persistere di una cultura politica che ha saputo porre il problema della libertà come inalienabile da quello del pluralismo e della partecipazione. Il pensiero cattaneano, in questo trinomio, riesce ad andare dalla libertà da qualcosa o qualcuno, alla libertà di, con la possibilità che essa sia soprattutto la libertà per, la libertà di dare tutto ciò di cui si è capaci al benessere collettivo, un’idea ancora una volta vicina a quella di Mazzini. Come sostanzialmente vicine erano le posizioni dei democratici a proposito della necessità di arrivare ad una federazione dei popoli europei. E’ con lo sguardo rivolto agli Stati Uniti d’Europa che si chiudono le considerazione del nostro al primo volume dell’archivio triennale; “foeder j.e. nunc et sempre” era il simbolo della mazziniana Giovine Europa del 1834 e nel 1848 Mazzini vagheggiava “ la grande federazione dei popoli liberi”.
    L’idea Cattaneana che in Europa vi fosse sempre stata, anche nei secoli più bui, una Repubblica delle intelligenze che passa al di sopra dei singoli stati nazionali, partiva dall’idea della circolarità della cultura. Una cultura che trova il suo caposaldo nella autonomia e nella libertà dell’insegnamento. Una libertà che doveva incominciare al momento stesso della nomina dei docenti ”Nessuno è più interessato alla gloria di una università di coloro che in essa nascono e vivono al sapere e all’onore. Possono essere ingiusti quant’altri ma non possono essere ingannati” Non a caso la celebre frase “la libertà è pianta dalle tante radici” si trova in quella prefazione al volume IX del Politecnico in cui aveva poco prima affermato:“ Fa cordoglio il pensare come la nostra libertà si sia inaugurata (lo scritto è del 1860) con l’abbandonar tutti gli interessi alla mente angusta ed al superstizioso beneplacito d’un profano. L’estremo avvilimento in cui possa calare una nazione è la servitù dell’insegnamento”. Egli difende l’autonomia delle Università e ne auspica le specializzazioni.”Questa idea di ripartire in diversi luoghi le varie sezioni degli studi, non è strana né nuova. Le università così cominciarono.
    Ma il problema della differenziazione, non doveva valere solo per le università, ma anche per l‘educazione tecnica. L’istruzione tecnica doveva essere svolta in collaborazione con le Camere di Commercio, ma egli ne prevedeva uno sviluppo anche ad opera delle fratellanze artigiane. Egli propone al Canton Ticino, una separazione tra liceo umanistico e scientifico e l‘allontanamento di preti, frati e monache. Cattaneo prevedeva che i sacerdoti avrebbe invece dovuto seguire corsi di agraria e di altre utili arti, per aiutare il popolo al quale erano più vicini. Per ampliare il numero degli studenti proponeva che alle rette potessero far fronte gli studenti stessi con i guadagni dei primi anni di lavoro. Era favorevole all’insegnamento dell’attuale educazione civica, per fare dello studente un libero cittadino, ed un indirizzo civile ebbe il corso di filosofia che tenne nel liceo ticinese. In quel Ticino che lo vide suggeritore della politica scolastica, anche se egli non volle mai diventare preside del liceo cantonale, infatti diceva che, per diventare preside, ruolo che egli riteneva dovesse essere elettivo, occorreva conoscere bene le famiglie, le abitudini e le usanze cittadine. Era impossibile per lui l’idea di una scuola staccata dal consesso cittadino; era tutta la nazione che doveva essere scuola a sé medesima e principalmente spettava ai governi educare il popolo con l‘esempio di leggi progressiste. Tra quelle diseducative egli annovera la pena di morte: egli scrive ”La grande tutela accoppiata ad una grande educazione non può consistere nell’affacciare alle moltitudini la scenica alternativa della malvagità che, tremando in faccia alla morte, fa parer la legge atroce, o che, sfidandola, la fa apparir impotente” .La sua assillante battaglia contro la pena capitale (l’unica norma che vorrebbe imporre senza possibilità di deroga a tutti i popoli della penisola) lo porta a parlarne anche in occasione della lezione d’apertura d’un corso liceale di filosofia, dimostrando l’utilità della statistica a capire i fenomeni sociali, come il rapporto tra pena di morte ed analfabetismo e fra tale pena ed il disagio sociale. Il problema dell’istruzione, dunque, come problema di pluralità e concorrenza fra le varie scuole, ma prima ancora di autonomia e di libertà. Lo stesso approccio egli ha anche per il problema religioso. Decisamente laico, e lo si è già capito, egli difende la libertà di tutte le religioni ed auspica che in uno stesso paese siano più di una ad incontrarsi ed a scontrarsi per impedire il prevalere ed il privilegio di una singola d’esse. Non a caso, il suo primo saggio di rilievo era stato quello sulle interdizioni israelitiche, riguardante il divieto per i cittadini ebrei di posseder terreni nel cantone svizzero di Bàle-Campagne. In esse attribuirà, sia pure strumentalmente, ad una “potenza prevalente” la divisione del genere umano in più religioni. Egli spiega principalmente come la proibizione raggiunga obiettivi opposti a quelli prefissati. E’ ben consapevole dei diritti dei cittadini di religione ebraica, ma vuol convincere gli avversari spiegando i danni anche economici, oltre che morali, che sono causati dall’antisemitismo. La sua analisi sociale ed economica è una lezione di metodo che va oltre l’argomento specifico. La difesa che Cattaneo faceva del diritto degli ebrei alla proprietà terriera, e più in generale alla parità dei diritti di cittadinanza, rientrava pienamente nella sua concezione pluralista dello stato. Vi è inoltre una analisi sui danni del proibizionismo, i cui risvolti anche attuali sono piuttosto evidenti. Non crede molto all’autenticità delle giustificazioni religiose dei conflitti. Così commenta la situazione irlandese “ Noi portiamo la ferma credenza che li interessi ed i destini della plebe protestante sono identici ed inseparabili da quelli della cattolica, come sono inseparati quelli degli ottimati delle due fedi e delle altre tutte. Comunque siano li odi religiosi, non possono dividere ricco da ricco e povero da povero, e far obliare le profonde suggestioni del profondo interesse” L’esigenza della laicità statuale è inevitabile corollario del pensiero federalista. Cattaneo, nei suoi ultimi anni proclama ad alta voce, fino al suo letto di morte, “Sono e rimango laico e repubblicano” La sua idea di partecipazione lo portava a guardare al di là della struttura gerarchica delle chiese per cogliere la presenza del popolo come un momento autonomo: “Repubblica è popolo in atto di far legge, come chiesa è popolo in atto di pregare”. Decisamente laico, rispettava la volontà del popolo dei semplici che sacrificava dei suoi pochi averi per concorrere ad abbellire o costruire una chiesa od una cattedrale, sulla base dell’idea del “povero il mio, ricco il nostro”. A preoccupare il Cattaneo erano le gerarchie ecclesiastiche specie là dove, a differenza che in Germania, non vi erano più religioni a contrapporsi nel consesso civile. Lo stesso federalismo è a rischio dinnanzi ad una forte presenza di una sola religione. Egli si oppose alla rivolta dei Sonderbund cattolici nella Confederazione Elvetica. Nel suo Archivio vengono annotati episodi di convivenza degli stessi con il Piemonte e con l’Austria nel medesimo tempo. A proposito della Francia, il nostro ha modo di scrivere:”la natura francese tanto calunniata, si mostra idonea a Ginevra ed in Losanna alla più larga e popolare libertà, le fu sempre impossibile conservarla lungamente a Parigi tra l’unità dello stato e quella della chiesa”. Egli non è solito intervenire nel merito delle singole religioni, anche se dimostra una certa avversione per gli studi teologici, o almeno per come sono condotti. Parlando dell’istruzione dei novizi dirà:” Dite loro che Adamo significa uomo, che Caino significa possidente, che Abele significa nullatenente; ed avrete mostrato loro la Genesi non nel misero concetto d’un triviale delitto privato, ma nella sua nativa sublimità d’un’istoria ideale del genere umano; il quale dalla fraternità ed eguaglianza dell’ordine morale e divino trapassa all’usurpazione, alla tirannide, alla strage”. Una annotazione non certo facile da capire per chi ritiene il Cattaneo completamente lontano dai problemi delle classi più deboli. In realtà, credo, egli si affidi anche in questo campo più a principi di autonomia e di auto-educazione che ad interventi esterni allo stesso organizzarsi della classe lavoratrice. C’era in lui l’insofferenza ad aderire a società operaie nelle quali c’erano “troppi dottori, troppi avvocati”. Egli riteneva che il ruolo politico delle società operaie sarebbe stato maggiore quanto meno fosse stato conclamato. Nel 1864, richiesto di fornire un suo progetto di statuto per le società operaie, ne suggerisce uno che inizia con”Le società operaie italiane costituiscono un potere federale all’intento di…” e prosegue”nel mentre le società operaie costituiscono questa complessiva rappresentanza , conservano la rispettiva autonomia nella interna amministrazione”. Quello di Mazzini di tre anni prima era iniziato nel seguente modo “Credenti in Dio, in una legge che ci comanda di lavorare e progredire moralmente, intellettualmente, economicamente, pel bene comune”.
    Afferma Nello Rosselli che “i due uomini sono tutti nelle poche linee di questi loro progetti”. Richiesto di dare un giudizio, scrive ad Antonio Martinati :“Mi sembrate più solleciti di costruire un grande edificio unitario e uniforme che non di chiamare l’artigiano a libera vita propria..”. Egli del resto, pur non indicando di preferire un particolare tipo di modello economico, così come per la terra ritiene siano necessari vari modi di possederla, individua una differenziazione anche nelle condizioni sociali dei lavoratori (arriva a parlare dell’esistenza di un “sesto stato“) i cui interessi non sempre convergono. Comunque non crede che lo scontro di interessi sia positivo, quando vi è troppa disparità di forze, ed “è solo all’ombra della legge che il povero, il debole, l’ignaro, possono trovare eguaglianza e reciprocità ” Cattaneo ha visto come gli avari congiurino con i re, anche quando i loro stessi interessi dovrebbero portarli altrove. Egli continua a sperare e continua a credere che la storia dei popoli si evolva per miglioramenti successivi. La sua fede di democratico è rivolta soprattutto al popolo, perché egli ben sa quanti sacrifici si nascondano dietro le mere statistiche; egli afferma che “In quanto il povero si interessa all’intiera sua causa, si interessa, anche senza volerlo, alla più larga cultura di tutta la nazione. La sua causa è adunque non quella dell’egoismo: è la causa di tutti, è la causa del genere umano” “L’influenza del quarto stato promette adunque di avviare il genere umano ad un più ampio largo campo di cultura e moralità”.
    CARLO CATTANEO parte V°

    Una particolare attenzione alla libertà della persona ed all’utilizzo delle più diverse predisposizioni si ha anche nella sua analisi dei problemi militari. E’ nota l’avversione di Cattaneo verso gli eserciti di professione, sua la formula “Militi tutti, soldati nessuno”. Nota la sua simpatia per i minutes-men della rivoluzione statunitense, sua è l’esigenza di fare dell’esercito qualcosa che non sia contro, ma in sintonia con la società civile. Egli guarda al modello britannico e, più ancora, a quello svizzero, “Depennate dal budget i milioni che l’esercito, questo lazzarone colossale, divora in un ozio che non è consentito lenire nemmeno con la lettura”. Un esercito che per Carlo Cattaneo doveva essere semmai parte dell’istruzione permanente. Sua ancora la richiesta di eliminare i tribunali militari in tempo di pace e, per fare del soldato un cittadino, la richiesta di avviare un processo di democratizzazione negli eserciti. Egli individua come la classe militare rifugga dal chiedere aiuto al popolo: ”Il vecchio Napoleone nell’isola di S.Elena ricorda come avrebbe potuto ancora vincere facendo appello al popolo, ma egli preferì perdere piuttosto che coiffer le bonet rouge ”. Netta è la condanna da parte di Cattaneo delle imprese coloniali.. Vi è un rapporto tra esercito e società civile certamente non più oggi risolvibile con le formule cattaneane sopra esposte, ma certamente la sua attenzione al rapporto politica militare-criteri di arruolamento-società civile è ancora d’attualità. Si pensi a come la scelta di un esercito tutto di professionisti modifichi nel lungo andare il rapporto tra questo e la società civile, di come renda più facile, nei vari paesi, la presenza militare fuori del territorio nazionale. Il diverso atteggiamento studentesco negli Usa, rispetto al tempo della guerra Vietnam è spiegato anche con la fine della coscrizione obbligatoria, a partire sono sempre più i ceti più poveri della popolazione. Per contro si guardi a come un corpo a forte insediamento territoriale, quello degli alpini, abbia sempre avuto un occhio di particolare attenzione nei confronti della popolazione, una attenzione che è stata costruita anche con una nutrita partecipazione alla lotta di liberazione, una memoria che troppo spesso si vorrebbe cancellare.
    Ma la pace per il Cattaneo era figlia soprattutto del benessere e della libertà all’interno dei singoli stati, Con i soldi risparmiati dalle spese militari “lasciate tutto quel denaro al povero lavoratore….e poi venga pura la Santa Alleanza. Il popolo saprà difendere, anche solo a colpi di bottiglie vuote, quelle leggi che hanno consolato la sua miseria e realizzato una volta finalmente la sua libertà”. Guardando a quello che iniziava a succedere nel Mezzogiorno contrappone il modo in cui Garibaldi tenne per due mesi l’immensa Napoli in profonda quiete con la sola guardia nazionale a quello che in sette mesi con i “vicerè militari, i grossi presidi, le colonne mobili, le deportazioni, il falso stato d’assedio, i militari fatti giudici arbitri della vita e dell’onore dei cittadini” la vanità cavourriana aveva fatto portando l’esercito “nella parte d’Italia più lontana dalle frontiere che dovrebbe difende”.
    E i vari stati per svilupparsi avevano bisogno di un regime di pace e di collaborazione e non di leggi militari.
    Per il Cattaneo era più conveniente spendere per raccogliere nelle proprie università i giovani di altri stati che non investire la stessa cifra in spese militari.
    E quello del contenimento delle spese era una costante nel suo modo di guardare alla conduzione degli stati. Tornano in mente le sue parole sulle cause della fine degli stati:”a presidiare il loro dissolvimento operavano pur sempre due sorde influenze: l’opposizione alla progressiva universale equità ed il peso morto di un debito divoratore”. Ed alla base di tutto egli trova esservi la mancanza di austerità. Del resto aveva notato come siano tanto più numerosi “gli inabili, i mendicanti, i reietti”, quanto più le nazioni sono opulente e superbe. A Bellinzona egli aveva avuto modo di sedere in lunghe discussioni intorno al “tappeto verde del governo alla luce di sette candele di sego con generosissimo esempio di parsimonia, come dovrebbe essere dove il popolo è sovrano”. Una austerità ed onestà che non fu sola di Cattaneo ,ma di tutta una Italia democratico- risorgimentale per la quale la parola libertà aveva sempre fatto rima con austerità. Si è molto discusso del suo ritrarsi dall‘impegno della politica attiva, quasi uno schermirsi. Egli scelse l’eremo di Castagnola contento, come in un suo scritto giovanile di trovare la felicità in un buon libro, un bicchiere di vino, nella conversazione d’un amico, a cui si aggiunse la serenità coniugale ed il piacere del paesaggio che lo circondava. Egli ha modo di dichiarare “Per natura rifuggo da ogni posizione troppo cospicua. Io posso essere utile alla causa quando mi si lasci lavorare nel mio angolo a modo mio.” Egli non ama una politica che troppo spesso si affida all’azione militare o, peggio ancora, che serve a perpetuare posizioni di privilegio economico “Quando l’alta cittadinanza, non contenta dei vantaggi e dei piaceri che dà l’opulenza, vuole avere anche una parte tutta sua propria nell’esercizio della nazionale sovranità, essa costituisce a fronte del popolo un nuovo corpo privilegiato, essa tende a dare ad ogni cosa l’impronta del capitale”. Egli vuole essere, anche per la politica, milite quando occorra, ma non soldato in servizio permanente, neanche della sua idea. Ed ancor meno vuol essere lui a comandare. Ciò contrasterebbe con la sua idea di politica intesa come capacità di tutti di sostituirsi agli altri. “Tanto può altro quant’altri” egli ripeteva citando l’amato Machiavelli, questo valeva innanzitutto per lui che riteneva di non essere indispensabile ad alcunché che riteneva una politica democratica fatta dallo sforzo di molti e valeva per chi chiamato a governare si riteneva o faceva credere di essere indispensabile. Erano i cittadini, non i governanti, i principali custodi della” libertà che non nasce dai santi del cielo, ma scaturisce dalle viscere dei popoli” e , egli affermava” chi pensa diversamente è nemico della libertà“: Nulla è più lontano dalla sua idea di democrazia, della speranza nei leader carismatici. Egli ebbe numerosi discepoli. Il suo pensiero ebbe più seguito di quanto comunemente si creda. Questo avvenne specialmente nell’ambito politico che gli fu più congeniale, quello democratico-repubblicano, ma su ampi temi trovò seguaci anche nell’area cattolica ed in quella socialista; ebbe l’ammirazione di un gran liberale come Luigi Einaudi e di un valoroso anarchico come Camillo Berneri. La Costituzione Repubblicana nel riconoscere l’originalità delle autonomie locali, fece proprio il suo pensiero. Alla costituente, su ventiquattro deputati repubblicani, uno solo, Ugo della Seta, poteva, secondo Giuseppe Tramarollo, essere definito nettamente mazziniano, gli altri ventitré erano più vicini al pensiero di Carlo Cattaneo. Oltre a questi, lo era, il segretario del P.R.I., Giulio Andrea Belloni, che non era deputato, in quanto spettando a lui decidere chi mettere in lista, ritenne doveroso non candidarsi a sua volta. Una continuità morale, oltre che politica e culturale, che aiuta a dare la misura di quelli che furono i padri della Costituzione Repubblicana.
    “…che differenza c’è tra honecker e la siemens se le persone continuano a essere oggetti…”

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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    In occasione delle feste per il "Solsistizio d'inverno 2009/2010" pubblico in due parti il lavoro dell'amico Edera Rossa su Giuseppe De Logu figura storica del Repubblicanesimo Veneziano

    Viva la Costituzione della Repubblica Italiana del 1947

    Parte Prima

    Giuseppe De Logu
    (Catania 1898-Venezia 1971)

    Antifascisti Repubblicani a Venezia

    Quando l’amico Francesco Moisio mi chiese chi secondo me avrebbe meglio potuto rappresentare i repubblicani in una rassegna di antifascisti e di resistenti nell’area veneziana, debbo dire che mi venne naturale suggerire il nome di Giuseppe De Logu il quale, per la verità, non ebbe modo di battersi nella Resistenza ed il cui antifascismo aveva avuto modo di manifestarsi, nel periodo precedente alla sua venuta a Venezia e poi in quello successivo corrispondente al suo esilio.
    Eppure a Venezia non erano certo mancati resistenti veneziani, e credo sia giusto che il ricordo di De Logu sia occasione, credo molte altre non ve ne siano, per ricordare anche loro. Fra gli antifascisti e i resistenti va annoverato Guido Bergamo, il deputato repubblicano trevisano già interventista e tre volte medaglia d’argento del 15-18, che si era messo a disposizione della resistenza, dopo l’incontro di Bavaria, e che aveva messo le sue conoscenze militari al servizio della Resistenza nella terraferma veneziana dove svolgeva la sua opera di radiologo, un lavoro che egli continuò anche se sarà la causa della sua morte.
    I repubblicani nella resistenza svolsero la loro opera prevalentemente nel Partito d’Azione, nel quale Zanon del Bo ne ricorderà la presenza, presenza di repubblicani, non nel senso generico del termine, ma in quanto già aderenti al Partito Repubblicano nel periodo precedente le leggi liberticide del regime fascista o che comunque si riallacciavano alle idee proprie di quel partito. Del resto vi furono anche altri repubblicani ben presenti nel mondo dell’antifascismo veneziano della prima ora. Si pensi alla figura di Silvio Stringari che viene ricordato da Giuseppe Turcato e da Agostino Zanon dal Bo come esule volontario che “era presente nella Venezia della Resistenza nel ricordo vivo del suo esempio politico e morale”. Un ricordo, quello di Stringari, che per la verità sempre meno si ha occasione di cogliere.
    Un altro antifascista vicino al pensiero repubblicano, che farà poi l’impossibile per poter essere arruolato nell’esercito inglese od americano impegnato nella liberazione dell’Italia, costretto alla via dell’esilio sarà Max Oreffice il quale, per ironia della sorte, ma forse più ancora per sua personale ironia, darà vita nell’esilio ecuadoregno ad una produzione di olio di ricino, di quell’olio che Ludovico Foscari lo aveva obbligato a bere in abbondanza. Ed egli glielo ricorderà periodicamente con un biglietto augurale.
    Altra figura ormai pressoché dimenticata quella di Angelo Fano che dall’esilio palestinese si dichiarerà proprio ad Oreffice, che gli inviava un bollettino della Mazzini’s Society, egli stesso mazziniano. Un altro nome era quello del “repubblicano” Giovan Battista Gianquinto. Come molti di voi sapranno non solo Gianquinto ebbe un passato di repubblicano (scrisse anche un libretto sulla religiosità di Mazzini) prima di passare al partito comunista, dopo la carcerazione che lo avvicinò a Mauro Scocimarro e che ne segnò il passaggio nelle fila del PCI; ma egli fu attivo nell’antifascismo repubblicano collaborando tra l’altro con la trevisana “Riscossa”, che si distinse come uno dei fogli più battaglieri dell’area veneta. La Riscossa, di cui furono collaboratori veneziani Stringari e Gianquinto, sarà chiamato da un giornale fascista “foglio gareggiante coi più luridi prodotti dei lupanari giornalistici”, i repubblicani, gravitanti attorno alla stessa, saranno considerati dai fascisti “peggiori degli anarchici” e la Riscossa come il solo giornale, pubblicato in Italia, che giustificò gli assassini del Diana”. Epiteti che furono elargiti dopo l’episodio della sua difesa del luglio del ’21, ma che corrispondevano a quanto i fascisti pensavano già da un pezzo di questo giornale. Questo per dire come i repubblicani trevisani, ma anche quelli veneziani, fossero visti dai fascisti e quale sarà la situazione che incontrerà De Logu quando arriverà a Venezia. Mi permetto di aggiungere che il repubblicanesimo di Giovan Battista Gianquinto era ovviamente quello del mazziniano “capitale e lavoro nelle stesse mani”, era quello della sinistra repubblicana vicina a Guido Bergamo profondamente impegnata sui problemi sociali, tanto da essere accusato di sovietismo. E dopo oltre cinquanta anni di militanza comunista Gianquinto continuò a dichiararsi orgoglioso di quel suo passato di mazziniano.

    Perché Giuseppe De Logu

    Certamente non sarebbero quindi mancati altri repubblicani, degni di essere ricordati; ma credo che la scelta di De Logu, sia anche un modo per ricordare non solo quanti operarono dall’esilio, perché in Italia non fosse completamente spenta la fiaccola della speranza, ma anche un repubblicano che fu tra i più conosciuti nella Venezia di un tempo che sembra ormai passato.
    Quello che non mi aspettavo era che Moisio suggerisse il mio nome per svolgere questa relazione. Credo che vi sia ancora, chi ha avuto modo di conoscere Giuseppe De Logu per un periodo più lungo di quello che ebbi modo di conoscerlo ed in maniera più intensa. Vi è stato anche chi, Carla Cocco e Flora Manzonetto, ha già avuto modo di interessarsi di lui per una pubblicazione dell’amministrazione veneziana che rimane forse l’unico, ed a mio avviso pregevolissimo, scritto su De Logu politico ed antifascista, ed al quale ho ampiamente attinto. Un volumetto corredato di preziosi apporti di amici del compianto direttore dell’Accademia di Venezia. Vi è stata inoltre una tesi di laurea dedicata alla sua opera di studioso, ma in qualche modo quest’ultimo tema esula dalle ragioni dell’odierno ricordo.
    L’imbarazzo di leggere delle sia pur brevi note su De Logu è inevitabilmente legato proprio al fatto della lettura. Giuseppe De Logu non era persona da leggere i suoi interventi, la sua mirabile capacità oratoria, l’istantanea freschezza con la quale offriva le sue riflessioni politiche o artistiche comunque corredate da un ricco bagaglio di conoscenze e da istantanee immagini che egli offriva, erano tali che una lettura avrebbe fatto perdere valore a quanto andava dicendo. Del resto egli stesso ebbe modo di spiegare il perché non avesse mai fatto un intervento basato sulla sola lettura. Aveva una capacità di coinvolgimento nelle sue conferenze e questo gli fu di aiuto nel periodo dell’esilio svizzero dove, come ricorda Franca Magnani Schiavetti egli “di temperamento vivace, di spirito brillante, arguto, venne accolto con viva soddisfazione ed ammirazione nel mondo culturale di Zurigo”. Una capacità di coinvolgimento che finiva col portare anche ad altre conseguenze perché, come ricorda sempre la figlia di Ferdinando Schiavetti “ Pippo faceva impazzire di sé le signore tutte, svizzere e straniere. Era uno scapolo impenitente e ansioso di far diffondere la voce di tale sua caratteristica, ma c’era sempre una tra le donne convinta di riuscire là dove le altre avevano fallito. Allora Pippo ricorreva a mia madre, affinché, con il suo garbo, facesse intendere a chi non aveva nessuna intenzione di intendere.
    Nella sezione repubblicana di Mestre vi era un vecchio amico di origini carrarine di nome Guglielmo (in riferimento a Oberdan) che ci raccontava che ogni volta che andava a Venezia a trovare De Logu e lo sentiva parlare di repubblicanesimo egli finiva inevitabilmente col commuoversi. Ma credo sia il caso di andare con ordine.

    De Logu dall’affermazione del fascismo all’esilio

    Nato nel 1898 a Catania da padre di origine sarda e da madre siciliana, Giuseppe De Logu, dopo aver compiuto gli studi liceali, ritenne di non poter frequentare l’università di Catania in quanto suo padre, docente di diritto romano, era diventato rettore della stessa università. Si trasferì quindi a Roma dove nel 1921 si diploma all’Istituto Superiore di Belle Arti e, avendo contemporaneamente frequentato l’Università, nel 1922 si laurea in lettere e nel 1924 in filosofia. Sotto la guida di Adolfo Venturi, che considererà sempre come il suo maestro, segue un corso triennale di perfezionamento in Storia dell’Arte italiana medievale e moderna. Nel frattempo ebbe modo di collaborare, in qualità di critico d’arte nel 1919, al socialista “Il giornale del popolo” diretto da Bissolati. Nel 1921 è già iscritto al Partito Repubblicano Italiano, al quale resterà iscritto fino alla sua morte. Nel frattempo ebbe modo di insegnare al liceo comunale di Velletri ed in seguito ( dal ’24 ) a Genova dove finirà, dopo altri licei, con l’insegnare al Civico Liceo Artistico. Nel 1929, infine , arriverà a Venezia quale libero docente di storia dell’arte medievale e moderna all’Accademia e due anni dopo alla Scuola superiore di Architettura. Nel frattempo il suo impegno politico si era andato intensificando.
    De Logu collabora alla Voce Repubblicana non solo con scritti di critica d’arte, ma altresì con articoli specificatamente politici. Come è stato già ricordato i suoi scritti “chiamavano i giovani a lottare contro questo mondo di ingiustizie, rappresentate dalla monarchia e dal fascismo, con decisione, con intransigenza, senza nessun compromesso, sino in fondo, costi quello che costi” Va però sottolineato come egli non volesse comunque diventare funzionario o dirigente di partito. Continuò sempre a guardare al mondo dell’arte, al mondo della scuola, come al suo mondo. La politica rappresentava un altro dovere da assolvere, ed anche nei difficili anni del suo rientro in Italia egli volle compiere la stessa scelta di massima dedizione, di devozione se vogliamo al partito, ma la sua libertà doveva dipendere dal suo lavoro e poi quello era il suo mondo. E questo da maggior valore del suo impegno come giornalista della Voce Repubblicana negli anni della nascita e dell’affermarsi del fascismo.
    De Logu non si limita a scrivere, ma scende in strada a prenderle ed a darle, a difendere le sedi repubblicane e quelle delle cooperative, ma anche quelle degli altri partiti che avevano dato vita, assieme al PRI ai comitati di difesa proletaria. Gianquinto ha ricordato un episodio nel quale, per fatalità di circostanze si trovarono insieme. Gianquinto, ormai residente a Venezia, passando per Roma fece un salto alla tipografia che stampava la Voce Repubblicana di cui era collaboratore e lì c’erano anche Ferdinando Schiavetti e De Logu. Lascio parlare Gianquinto “ arrivò la polizia fascista che sequestrò il giornale in rotativa, perché avrebbe contenuto notizie false, tendenziose, atte ad eccitare l’ordine pubblico etc. , per il sequestro il giornale non uscì. La reazione nostra è stata violenta ….io non sono molto calmo, guardate, non sono calmo ora che son vecchio , immaginate com’ero allora a vent’anni – bene io ho dovuto prendere per le braccia Pippo De Logu e dirgli “ Stai fermo, stai zitto, calmati, se no qui va a finire male” Aveva perso le staffe ed inveiva con il frasario che abbiamo conosciuto.”
    Mi permetto aggiungere un ricordo personale che in qualche modo aiuta a capire come egli avesse conservato negli anni il suo spirito indomito. Con alcuni amici della federazione giovanile eravamo andati a trovare De Logu nella sua abitazione di Portogruaro e ad un certo punto il discorso cadde su un episodio di violenza perpetrato da dei giovani del MSI nei confronti di un nostro giovane amico che non era repubblicano, ma che si trovava nella nostra sede solo perché stava attendendo la morosa. Quando De Logu sentì parlare di neofascisti che erano entrati nella nostra sede non ebbe un attimo di esitazione e sbottò in una frase che non ci saremmo aspettati data anche la sua età ormai avanzata :” Con quelli (intendeva i neofascisti) i primi ceffoni a partire saranno sempre i miei”. Un amico, ogni volta che il discorso cade sui nostri primi anni di repubblicani, mi riporta alla mente questo episodio. In realtà De Logu aveva ben motivo, di sentirsi in credito nei confronti di quelli di quella parte politica.
    Ad essere con i repubblicani, ma in generale con i partiti democratici, negli anni venti significava essere disposti a non limitare il proprio impegno ad una adesione simbolica od anche ad un impegno solo intellettuale.
    Del resto il Partito Repubblicano al quale Giuseppe De Logu aderì nel 1921 era un partito che aveva superato la fase dell’immediato dopo guerra nella quale vi erano state forti tensioni da parte della componente giovanile che aveva, a volte, identificato l’impegno del PRI con la sua battaglia interventista (per la verità in alcuni più attenti come Oliviero Zuccarini e il vecchio patriarca Arcangelo Ghisleri essa si andò attenuando man mano, che ci si avvicinava all’intervento che, sempre più sembrava loro, come una occasione di un possibile rafforzamento della classe militare e dell’accentramento statuale). Il Partito Repubblicano era, anche dopo la sterzata impressa da Zuccarini nella direzione di un partito che ritornava al suo tradizionale impegno istituzionale e libertario e con una accentuazione di una linea politica decisamente di sinistra, pur sempre un partito politico nelle cui fila erano numerosi gli ex interventisti intervenuti, non di rado in qualità di ufficiali e magari come Bergamo o Pacciardi anche pluridecorati. Una situazione analoga si avrà fra i militanti di Giustizia e Libertà. E questo renderà ancor più accentuata l’avversione del fascismo che voleva far credere di rappresentare l’Italia di Vittorio Veneto e far passare i suoi avversari come degli antiitaliani. Questo di voler far passare i propri avversari come degli anti italiani è un vizietto che, a destra, più di qualcuno ancora non si è ancora tolto. Una avversione che si accentuerà verso i repubblicani, perché questi riuscivano a penetrare nelle associazioni d’arma e togliere sostenitori al fascismo. Anche la politica repubblicana nella Venezia Giulia, di appoggio alla minoranza slovena perseguitata dai fascisti, fu causa di scontri tra repubblicani e fascisti.
    I repubblicani avevano agli occhi dei fascisti un gravissimo difetto, molti di loro sapevano sparare ed erano pronti a farlo. Oltre agli episodi in Venezia Giulia, il più significativo fu quello della difesa delle sedi riunite repubblicane, partito e giornale La Riscossa, avvenuto a Treviso il 13 luglio del 1921. Un migliaio di fascisti organizzati di tutto punto, e con finanziatori neanche tanto occulti e con complicità all’interno delle stesse forze armate, invasero la città e distrussero il giornale il Piave dei cattolico popolari; poi fu la volta della Riscossa, ma qui trovarono una forte resistenza che si protrasse per tutta la giornata e che obbligò alla fine le stesse forze dell’ordine a non continuare nel fingere di ignorare quanto stava accadendo. Episodi come questo, lo stesso fascio cittadino prese le distanze dalla violenza di quella spedizione, convinsero anche quanti fra i repubblicani erano ancora convinti sulla possibilità di una tregua con i fascisti. Giuseppe De Logu ammoniva “con i fascisti non si tratta, nemmeno per dire di no”.
    Un curioso episodio si ebbe a Venezia nella notte di capodanno del 1924 quando, passate le due di notte un commissario di polizia, accompagnato da ben oltre sette persone fra poliziotti e carabinieri, si presentò a casa di Stringari, che secondo l’informativa fascista sarebbe stato un pericoloso nemico della Patria, (in realtà quello che aveva dato fastidio era la sua collaborazione alla Riscossa). La polizia ispezionò armadi e scrivania, ma anche soffitta, cassettoni e tutto ciò che poteva nascondere qualcosa. Quello che trovò fu per prima cosa la corrispondenza, ed una raccolta di libri e scritti, riguardanti un pericoloso ex sovversivo, ormai defunto, che portava il nome di Nazario Sauro, come lui repubblicano mazziniano. Lettere che provavano la fraterna amicizia fra Sauro e lo stesso Stringari. Fu poi la volta di un plico certamente da sospettare poiché vi era scritto fuori Francia, ma era la corrispondenza con i volontari alle Argonne, poi un’altra con la scritta Belgio, ma vi era la medaglia ottenuta da quel paese per l’aiuto dato ai profughi belgi dopo l’invasione tedesca e per l’attività svolta a favore della causa belga, poi le lettere di Egisto Bezzi e di altri “antipatrioti” trentini. Più il commissario cercava e più aumentava il suo imbarazzo. Fu con profondo senso di liberazione che alla fine si congedò, e questo dopo aver fatto a Stringari e signora gli auguri per il nuovo anno. Ma, come dicevo, c’era allora un governo per il quale chi lo criticava, criticava l’Italia.
    Stringari resistette ancora per circa un anno e mezzo poi, dopo ulteriori angherie, dopo le leggi eccezionali, capì che era venuto anche per lui il momento di andarsene dall’Italia; prima in Sudamerica e dopo cinque anni, sollecitato da Chiostergi, in Svizzera dove si incontrerà con tutta una colonia di repubblicani tra cui il De Logu. Questo era il partito a cui De Logu si era andato ad iscrivere ed al quale resterà sempre fedele.
    E fu infine la volta di Venezia. A Venezia il PRI era poco numeroso e concentrato principalmente nell’ambito del capoluogo. Basti pensare che nelle elezioni del 1921 il PRI trevigiano aveva raccolto oltre 10.000 voti contro i settecento e qualcosa della provincia di Venezia. Come arrivò, gli amici repubblicani ben consci dell’importanza della persona che era appena arrivata ed informati da Gianquinto del suo carattere piuttosto vivace, si interrogarono sul da farsi, visto che ormai la loro attività clandestina stava per essere scoperta dalla polizia ed erano certi che sarebbero presto stati arrestati, come in effetti avvenne. Decisero quindi di fingere di non conoscere il De Logu che doveva restare libero perché ritennero giusto che rimanessero voci libere specie nel mondo della scuola. Da parte sua rimase malissimo nel vedere che lo stesso Gianquinto che ben conosceva svicolava, fingendo di non conoscerlo; finchè uno di essi, Attilio Casilli lo avvicinò per dirgli come stavano realmente le cose e che doveva obbedire a quelle che erano le volontà degli amici del partito. E fu così. Nel frattempo aveva firmato il contro manifesto che sul Mondo del primo maggio del 1925, primo firmatario Benedetto Croce, era apparso in risposta a quello degli intellettuali fascisti che sotto la guida di Giovanni Gentile era stato pubblicato una decina di giorni prima (vi sarà la firma di altri due docenti veneziani Silvio Trentin e Luigi Luzzato). Continuava intanto la sua attività di insegnante e di pubblicista, scriveva tra l’altro sulla rivista Emporium a cui rimase legatissimo, finché questa rimase libera, e la collaborazione alla Voce Repubblicana.
    Spero che altri intervengano per ricordare la sua attività di critico, di pubblicista e di insegnante oltre che di organizzatore culturale. De Logu fu da sempre impegnato nell’opera di salvaguardia e valorizzazione del nostro patrimonio artistico e non temeva, anche in questo, di criticare l’opera del governo di allora. Così come non temette di polemizzare con giornalisti cattolici e monsignori. Il suo laicismo, che sfiorava un sereno e forte anticlericalesimo era noto nell’ambiente di noi giovini repubblicani; ma sapevamo che anche in questo sapeva usare la laica arte del distinguere. Egli non temette, e non per partito preso, ma per ferma convinzione della sua coscienza, di polemizzare ancora nel 1925 su un tema che a molti altri sarebbe sembrato intoccabile. Come ricorda Flora Mazzonetto , nel saggio citato a cui molto debbo di questa lettura, nel 1925 la Biennale Romana aveva ospitato una sezione di Arte sacra e propugnava anche il sorgere di una scuola di arte sacra. De Logu intervenne osservando, sulla Voce Repubblicana dell’11 agosto del 1925, che “Arte.. ..non è parola che nel suo più alto significato tollera aggiunta di aggettivo qualificativo di sorta” per lui le due parole , arte e sacra, sono “una contraddizione in termini” e, dopo aver citato Croce che dice “l’arte che dipenda dalla morale, dal piacere, dalla filosofia è morale, piacere, filosofia e non arte”, prosegue affermando “Coerentemente dico, se io avessi fede in un dio qualunque sarei iconoclasta feroce, intollerante d’ogni più piccola transazione… Ma respingendo in blocco tutte le maschere di Dio dall’impersonale panteistico all’Essere Assoluto ( che poi si escludono l’una con l’altra) non mi rimane che fissare l’occhio sull’uomo” ancora una volta e sempre misura trionfale di tutte le cose. E nell’orgoglio di questo antropocentrismo vedo come quella vantata opera religiosa che è la “Cappella Sistina” e il “”Giudizio” (o il “finimondo” del Signorelli) ove sembra che il sentimento religioso tocchi l’impossibile, tiene al vertice di paurosa vertigine un dio che è il più vivo , il più crudele, il più triste, il più “umano” degli uomini. Nessuno giustifica più di Michelangelo questa estrema visione di umanità , vista “ sub specie aeternitatis” che è già essa stessa tanto oltre l’idea di Dio e l’idea di culto e di religione”. Mi permetto di aggiungere che, per lui, Michelangelo non era solo quel sublime artista che tutti conosciamo, ma anche uno degli eroi del suo repubblicanesimo.
    Scuola, pubblicistica, convegni erano dunque tutte attività nelle quali non perse mai il suo rapporto con quei valori che erano alla base del suo stesso operare politico. Così come la sua presenza, anche dopo l’esilio, a titolo personale a manifestazioni e convegni internazionali fu causa di imbarazzo per le autorità italiane. Era nome ormai troppo noto per passare inosservato.

    L’esilio in Austria e Svizzera

    E l’esilio arrivò anche per lui con il rifiuto di prestare giuramento. Rifiuto che egli confermò nell’anno successivo. Ma il suo atteggiamento di ostilità al fascismo non comportava solo l’abbandono del posto di lavoro (tra l’altro si era trovato ad essere, per ragioni puramente politiche, supplente in una cattedra che gli spettava di diritto) e così colse nel 1933, l’occasione di un invito a tenere lezioni presso l’università di Budapest per abbandonare l’Italia. Va detto che la lettera di congedo da parte del direttore della scuola superiore di architettura Cirilli fu a suo modo coraggiosa visto i tempi che correvano. Egli tra l’altro scrisse che la decisione presa dal De Logu, dopo due anni in cui ricopriva i suo incarico, con reale competenza e con vero amore, lo addolorava. Il periodo ungherese fu piuttosto breve , ma segnato da alcune amicizie al quale egli, come d’abitudine, diede proseguo nel tempo. Nel novembre del 1934 egli raggiunse Vienna. Il periodo viennese fu segnato da momenti di profonda solitudine. Specie nei primi tempi sembra non avesse particolari contatti col fuoriuscitismo italiano rivolto soprattutto ad altri paesi. Il clima politico viennese era sempre più in sintonia con quello italiano che aveva abbandonato. Egli si rifugiò nel lavoro che gli era possibile anche per la sua buona cultura del mondo germanico e fece anche opera di traduttore e di riduttore di saggi di lingua tedesca. Insegnò inoltre in scuole ed in università popolari lingua e storia dell’arte e della cultura italiana. Una sua lunga nota dell’ottobre del ’35 rivela tutta la sua amarezza di quei momenti, la sua stessa idea di suicidio. Credo si possa dire che la solitudine dal contesto politico che gli era naturale, le melanconie private, la lontananza che probabilmente si faceva sentire più di quel che non traspaia. Tutto questo avvicina quel suo periodo più alla figura dell’esule foscoliano (di quel Foscolo che, come ricordava il suo amato Mazzini, quando sentiva qualcuno affermare di essere un cosmopolita, si alzava ed abbandonava la compagnia con cui si trovava) che non a quella degli esuli, a partire dal Mazzini del nostro Risorgimento. Ma ben presto i contatti ripresero ed anche troppo secondo le note della polizia italiana, a quanto sembra informata anche dalla polizia austriaca. De Logu “intrigava coi più acidi nemici del fascismo” (forse per la sua corrispondenza con Ferdinando Schiavetti che si trovava a Zurigo) ed inoltre” frequentava famiglie ebraiche dando sfogo ai suoi sentimenti contro il Duce e l’Italia fascista” e veniva inoltre considerato un avversario pericoloso in quanto abile. Note queste che vengono riportate da Franca Schiavetti, riferendole al periodo austriaco e che per la verità sembrano piuttosto simili ad altre successive, ma non è escluso che quello di ricopiare note informative preesistenti fosse una pratica in uso presso qualche burocrate di ministero. Egli fu comunque schedato in quel periodo sia dai servizi italiani che da quelli austriaci. Finalmente si decise ad andare a Zurigo a trovare il suo amico Schiavetti, intenzionato a riprendere contatti e forse a trasferirsi. Schiavetti era già stato segretario del PRI e con lui e Gianquinto, presente in occasione della già ricordata chiusura da parte dalla polizia delle rotative della Voce Repubblicana. Fu la sua salvezza perché, proprio nella mattinata in cui doveva rientrare a Vienna gli pervenne da quella città un telegramma nel quale si diceva “ arrivate visite, non ti aspettiamo più Toni”. Egli non conosceva alcun Toni salvo il gatto della sua padrona di casa.
    Capì quasi subito quale tipo di visite fossero arrivate in casa sua. Erano i giorni dell’Anschluss e, come ebbe conferma in seguito, i nazisti si presentarono prontamente alla sua porta con l’intenzione di internarlo. Iniziò così “completamente nudo” come ebbe a dire il suo periodo dell’esilio svizzero. Nudo non solo perché era rimasto con quel poco che aveva indosso, ma anche di quei pochi risparmi che poteva avere, e cosa che lo preoccupava maggiormente, dei suoi libri e dei suoi appunti, oltre dei rapporti intessuti e frettolosamente spezzati. Ma trovò all’estero chi lo aiutò nel trovare i testi che gli abbisognavano, ed anche in Italia finché Bottai, nel dicembre del 1941, non lo onorò redigendo una circolare fatta apposta per lui, per impedire ai colleghi italiani una qualsivoglia corrispondenza con il De Logu, segno di quanto non solo la sua azione politica, ma anche la sua attività di studioso desse fastidio al regime. Ed in questa circolare torna ad essere inoltre onorato di diventare lui stesso “uno dei più acidi corrivi nemici del regime, svolgendo persistente opera di denigrazione del regime stesso e di anti italianità..” Evidentemente quella dell’accusa di anti italianità era una rapsodia che suonava bene alle orecchie dei dirigenti del fascismo.
    La figlia di Schiavetti , nel suo libro “Una famiglia italiana” ci dà un ritratto di come fosse De Logu in quel periodo “un gentiluomo nel senso autentico del termine, suprema cortesia, gentilezza nel trattare le persone, delicatezza di pensieri, gesti e abitudini. Egli si faceva ricordare più che notare. Di statura era basso, i capelli ondulati molto curati, gli occhi mobilissimi, scuri, vestito sempre di nero come i signori siciliani di una volta, con la cravatta alla Levallier, non portava mai né cappello né berretto neppure durante i più rigidi inverni zurighesi, all’occhiello immancabilmente il distintivo dell’edera simbolo della Repubblica”. Debbo dire che la descrizione fatta dalla Magnani Schiavetti di com’era De Logu nella metà degli anni trenta, compreso anche il riferimento prima riportato al temperamento vivace ed allo spirito arguto, corrispondevano appieno all’impressione che dava quasi trent’anni dopo, periodo nel quale ebbi occasione di conoscerlo. Anche se per la verità il suo abito scuro, come quello di altri vecchi repubblicani, non era dovuto al suo essere un signore siciliano di una volta, quanto ad una usanza di Mazzini e poi dei mazziniani di portare l’abito nero a memoria delle sciagure dell’Italia. Qualcuno dice che l’usanza sia nata come segno di lutto per la morte di Jacopo Ortis, così come la sua sempre presente edera all’occhiello, simbolo del partito repubblicano, più che di repubblica, era nato proprio in Svizzera, a Berna, come simbolo della Giovine Europa. Ma al di là di queste precisazioni, la descrizione offerta dalla Schiavetti lo avrebbe potuto raffigurare con precisione anche parecchi anni dopo.
    Vi fu inoltre in lui presente, come in altri repubblicani, una austerità di vita, certamente in parte inevitabile data la situazione e per altro verso condivisa con quella di tanti altri esuli, che però si connotava come un elemento non marginale, ma in un tutt’uno con il proprio impegno politico. La consapevolezza di appartenere ad una scuola per la quale la parola libertà aveva sempre rima con austerità. Ciò non gli impedì di essere generoso per quel tanto che possedeva, lo fu nell’esilio e lo fu anche in tutti gli anni successivi. Ricordo quando andai con altri amici a trovarlo per la prima volta a Portogruaro la modestia della sua abitazione, una casa di ferrovieri, ed una patara con il leone di San Marco che vi aveva apposto. Egli amava quel simbolo e quando era a Catania in villeggiatura metteva fuori la bandiera di San Marco per dire che era arrivato. Così ci parlò della distruzione che quei simboli subirono alla caduta della Serenissima; così come accadde ad altre opere artistiche sotto la spinta di moti insurrezionali; ma egli che pur rispettava le rivoluzioni, magari quelle vere, riteneva quelle distruzioni simili a quel marito che per far dispetto alla moglie compie la famosa amputazione.
    In Svizzera egli si inserisce rapidamente all’interno dell’antifascismo militante. Molti esuli erano repubblicani che egli aveva già avuto occasione di conoscere. Un po’ tutti i principali esponenti del fuoriuscitismo repubblicano erano quantomeno passati per il territorio elvetico. Verso di esso propendevano anche le memorie degli esuli dell’ottocento, Mazzini e Cattaneo in primo luogo, e non solo nel periodo risorgimentale ma, specie dalla Lombardia, molti repubblicani avevano, durante la reazione umbertina, trovato asilo, con anarchici e socialisti, in quella che il canto consegnerà coma la Lugano bella.
    Uno dei centri di azione dell’antifascismo in Svizzera, specialmente repubblicano e socialista, fu quello di intrecciare rapporti con tutte le istituzioni italiane culturali e di mutuo soccorso che fosse possibile. Ben undici associazioni italiane di pronto soccorso ruppero con il governo italiano. La Dante Alighieri che in un primo momento era controllata da elementi dell’antifascismo fu in seguito ripresa in mano dal governo italiano; ma la pronta risposta fu la costituzione della libera associazione Dante Alighieri di cui fu primo presidente Giuseppe Chiostergi, che nel dopoguerra sarà deputato e sottosegretario repubblicano. Chiostergi era un repubblicano marchigiano, veneziano d’adozione come nota Eva Cecchinato in Camicie Rosse, ed era stato “garibaldino” (intendendo con i figli di Garibaldi), prima nel Montenegro, in difesa della Grecia, anche se poi si ricredette avanzando dubbi su da che parte stare, poi alle Argonne. Alle Argonne fu ferito in maniera quasi mortale, catturato dai tedeschi e condannato a morte, dopo la conversione della condanna, fu inviato in un campo della Croce Rossa in Svizzera dove si rimetterà in forze piuttosto lentamente. Ebbene Chiostergi, che risiedeva principalmente a Ginevra, era uno degli italiani che avevano maggiori rapporti col mondo elvetico, e con organizzazioni internazionali, quest’ultima è una delle ragioni per le quali il fuoriuscitismo in Svizzera ebbe un’importanza che andava oltre i meri numeri. Chiostergi ebbe tra l’altro buoni rapporti con Edmond Privat uno psicologo e diplomatico, pacifista ed esperantista, come lui federalista, con cui condivise la partecipazione ad un congresso internazionale per la pace. E Chiostergi contò molto su De Logu per organizzare conferenze, ma anche mostre d’arte che servirono a finanziare quanti erano in difficoltà all’interno della comunità italiana. De Logu ebbe modo di insegnare all’ Università di Zurigo storia della Cultura italiana ed alla Scuola Normale di Locarno.
    Altro luogo nel quale gli antifascisti ebbero modo di intervenire fu il Centro di Cultura del Canton Ticino e, naturalmente la libera scuola fondata da Ferdinando Schiavetti, che era anche un centro popolare di documentazione sui fatti internazionali. Una amicizia quella con Schiavetti che rimase anche dopo che lui fondò un gruppo , l’ARS, di tipo repubblicano-socialista. Del resto De Logu collaborava con la socialista Libera Stampa per rispondere alle false informazioni che un giornale fascista cercava di diffondere fra gli emigranti italiani.( Notizie su questo si hanno grazie anche ad un carteggio fra lui ed il repubblicano Franco Antinori, anch’esso esule in Svizzera, ed a cui era particolarmente legato). Delle sue capacità di conferenziere ho già avuto modo di dire. Credo che anche a lui, come a Salvemini, che di ciò parla nel suo “Memorie di un fuoriuscito”, sarà sembrato strano essere pagato per poter parlare della storia e della civiltà del suo paese, cosa che egli faceva anche per far presente che esisteva un’altra Italia. Salvemini, nel suo soggiorno americano, si stupì ancor di più di poter non solo parlare liberamente della storia e della cultura del suo paese, ma anche della politica italiana e, per l’appunto, di essere pagato per farlo. Quanti oggi parlano di “reciprocità” ogni volta che si parla di diritti degli immigrati dovrebbero forse ricordarselo (ammesso che queste storie siano anche la loro storia). In un paese libero sono liberi anche quelli che vi sono ospiti, nessuno mai si sognò di dire a De Logu, a Salvemini, a Nenni, che siccome i cittadini francesi, svizzeri, americani, non erano liberi di parlare in Italia, i rifugiati italiani in quei paesi dovevano fare silenzio. Vi saranno talvolta altre ragioni che impedirono loro di fare compiutamente opera di propaganda, ma non la scusa mendace della reciprocità.
    Dopo la gestione di Chiostergi a ridare forza alla Dante Alighieri piuttosto in calo, anche per la molteplicità degli impegni di Chiostergi, intervennero Zanetti ed Egidio Reale. Egidio Reale, anch’egli repubblicano fu buon amico di De Logu, come del resto lo fu il fratello Oronzo Reale che da ministro rinunciò ad un banchetto con importanti personalità veneziane, per passare una serata con De Logu e qualche altro vecchio repubblicano. Egidio Reale fu persona di grande semplicità e modestia eppure svolse un ruolo importante, al pari di Chiostergi, di collegamento tra l’antifascismo e le istituzioni elvetiche. Chiostergi, con un altro esule veneziano, il già ricordato Silvio Stringari redasse anche dei numeri clandestini della Voce Repubblicana che furono inviati in Italia in occasione della guerra di Spagna .
    Operazione che fu possibile anche grazie all’aiuto di una loggia ticinese “Il dovere “il cui nome rimanda ad una antica tradizione mazziniana con cui sia Chiostergi che altri come Masini, Stringari ed Aurelio Natoli, altro esule repubblicano, erano in rapporto e che aiutò sia finanziariamente che organizzativamente, stando a quanto riporta lo storico Santi Fedele.
    A Lugano si trovava anche il sempre attivo Randolfo Pacciardi. Non mancarono aiuti massonici alle colonie per i figli di esuli e di emigranti italiani per le quali si era impegnato anche il De Logu e per altri aiuti di tipo umanitario anche a livello di organizzazioni internazionali. I rapporti con queste organizzazioni furono curati particolarmente da Giuseppe Chiostergi. Del resto i repubblicani, a differenza di socialisti e comunisti, non potevano contare, salvo il piccolo gruppo di repubblican-socialisti francesi, su un collegamento con forze politiche analoghe in terra d’esilio. Prima del ’14 ci furono incontri a favore di una organizzazione mondiale per la pace e contro le diplomazie segrete tra repubblicani di diversi paesi, ma erano cose ormai trascorse. Anche per questo si erano battuti a favore della formazione della Concentrazione Antifascista, che vide impegnato anche il De Logu, Concentrazione nella quale oltre a socialisti, repubblicani ed esponenti di Giustizia e Libertà, entrarono anche esponenti della LIDU. Poi alcuni repubblicani ( Schiavetti, Facchinetti, ed altri) si staccarono dalla Concentrazione giudicandola troppo attendista. De Logu vi rimase fintanto che questa ebbe vita. Va detto che per De Logu il problema dell’alleanza fra le varie forze democratiche non era solo una questione collegata alla modesta forza del repubblicanesimo. Ricordo una volta che parlando di comunismo, si fermò per ricordare:”noi non siamo anticomunisti, noi non siamo comunisti e questo ci basta. Per l’anticomunismo ce ne sono abbastanza a destra”. Ed un’altra volta parlando della difficoltà nelle alleanze ci ricordò di quei congiurati che per abbattere il tiranno decisero di ritrovarsi in un’isola ed appena arrivati la prima preoccupazione fu di controllare che nessuno degli altri avesse con sé il pugnale. Questo mi ricorda qualcosa a proposito dei problemi della politica attuale.
    Eppure De Logu ebbe sempre una posizione intermedia fra quanti erano su posizioni più di sinistra e quelle più moderate all’interno del PRI. Quando nel ’48 ci fu la scissione di alcuni repubblicani (di cui Guido Bergamo, Ugo della Seta e Giulio Andrea Belloni furono i più noti) che aderirono al fronte popolare. In varie città furono scene di rottura all’interno del mondo repubblicano; a Venezia come mi ricordava l’amico Bruno Tasso che fu vicino a De Logu in quegli anni e che oggi purtroppo non c’è più, quello che a Venezia prevalse fu il dispiacere e la commozione per il doversi dividere. Poi da Roma arrivò Michele Ciffarelli, persona moderata ed integerrima che aveva lasciato la magistratura per essere libero di fare la campagna per il referendum repubblicano, e fu netto nell’esplicitare la necessità di una scelta rispetto alla quale gli amici veneziani, De Logu in testa, stavano pensando al come fare per rendere possibile un’altra alternativa.
    “…che differenza c’è tra honecker e la siemens se le persone continuano a essere oggetti…”

  9. #19
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    Seconda e ultima parte del lavoro di Edera Rossa su Giuseppe De Logu figura storica del Repubblicanesimo Veneziano


    Il “Bruto” di Giuseppe De Logu.

    Altra persona in contatto con De Logu nel soggiorno svizzero fu Plinio Odoardo Masini, un repubblicano, gioviale e sereno, anche in età avanzata, che aveva un negozio sia di alimentari che di libri e che approfittava delle vendite in Italia di scatole di cioccolatini svizzeri, per far passare messaggi a chi era difficile informare in altro modo. Ma anche attorno a lui si strinse il controllo dei servizi fascisti che cercarono di danneggiarlo anche nella sua attività privata, ad esempio facendogli negare la concessione, a cui teneva, della vendita delle macchine da scrivere della Olivetti. Egli fu di aiuto in quei lavori che servirono all’ attività della Tipografia di Capolago una casa editrice che nel nome ripeteva quello della celebre stamperia clandestina del nostro Risorgimento e che per la verità fu anche causa di un momentaneo, ma forte contrasto, tra Mazzini e Cattaneo.
    Grazie a questa libreria che operò valendosi dell’aiuto e delle capacità di Egidio Reale, furono pubblicate opere di Ignazio Silone, di Gugliemo Ferrero ed il “Bruto” di Giuseppe De Logu.
    Il Bruto è un’opera che parla non solo di Bruto, ma anche del mito di Bruto nel corso dei secoli, per come viene recepito non solo da storici e tirannicidi, ma anche da poeti e, naturalmente da pittori e scultori. In questo libro De Logu sviluppa lo svolgersi della stessa idea di tirannicidio nei vari paesi ed anche all’interno del mondo cattolico e del mondo protestante. Le ultime sue note a conclusione del libro sono datate idi di marzo 1944; anche se afferma che il nuovo dittatore non è paragonabile a Cesare neanche per grandezza nel delinquere. Ma l’opera è anche occasione per ricordare come la tradizione repubblicana è presente nella storia italiana in un alternarsi di tiranni e di tirannicidi. Nella prefazione al Bruto egli scrive:
    ”Perché latina ed italiana è la tradizione repubblicana e in nessun luogo al mondo è stata così tenace, così profonda come in Italia. Come sentì ed affermò Livio, come testimoniano i comuni ed affermarono Machiavelli, Michelangelo, Alfieri e Mazzini, geni schiettamente italici; come scrivono in sede di storia gli storiografi più illustri di Roma e del suo diritto, da Pais a Bonfante a De Sanctis, risalendo alle fonti, per documentare la avversione delle gens patrizie, al dispotismo ed alla dinastia, “l’odio fanatico” contro il regno ed il nome stesso di re, odio “che non ha nella storia paragone più vivace che l’esecrazione egualmente fanatica del papismo ..”.
    Perché proprio in Italia, tragico paradosso, quella tradizione repubblicana e di libertà si urta come in nessuna altra nazione con i tentativi reiterati di “restaurazioni”, di dispotismo, onde risultano le più dolorose esperienze politiche sociali, tanto che nessuna storia europea è più ricca di questi contrasti. Nessuna ha questo triste privilegio di lotta politica più lunga ed acerba. La classica terra della Libertà e della Repubblica ha il massimo numero di esperienze dittatoriali. Ma ha sempre avuto col rinnovarsi della tirannide e del cesarismo, il rinnovarsi del fenomeno delle cospirazioni, delle congiure. Quasi ogni cesare ha avuto in Italia levato innanzi il suo Bruto: o vivente nelle persone di Lampugnani, Olgiati, Pazzi, Boscoli, Strozzi, Fiesco, - o nel pensiero di umanisti e pubblicisti come Montano, Alemanno, Rinuccini, Giannotti, Boccalini, o nello spirito e nel genio dei massimi artisti Michelangelo, Alfieri, Leopardi. Infine, punto di vista prevalentemente italiano, perché italiano è chi scrive e sente ripercossa nello spirito suo la tragedia dello spirito italiano, quella tragedia, diceva Guglielmo Ferrero, cui il mondo da secoli guarda sorridendo come fosse uno spettacolo”.
    E quando, come al presente, vediamo il mondo sorridere ai fatti politici d’Italia, dobbiamo preoccuparci perché è anche questo il segno di un cesarismo che sta diventando spettacolo.
    De Logu è tra coloro che considerano il repubblicanesimo una corrente autonoma, la più antica e gloriosa, della storia politica italiana.
    Vedete oggi si usa molto il termine liberal-democratico, alcuni vorrebbero addirittura considerare il repubblicanesimo una sorta di liberalismo con un tocco di progressismo in più. Ma dopo De Sanctis e Salvatorelli che contrappongono la scuola democratica (che è scuola democratico-repubblicana) alla scuola liberale, anche De Logu ci conferma in questa convinzione. Quando, nel 1967, se non ricordo male la data, un gruppo di ex liberali entrò a Venezia nel PRI egli guardò a questo ingresso, come fece anche Ugo La Malfa, per quanto stava accadendo anche in altre situazioni, come ad una rivincita della scuola democratica su quella liberale. Per De Logu Bruto (simbolo dei valori e delle virtù del repubblicanesimo e semmai, per certi aspetti del pensiero anarchico) poteva incontrarsi con Spartaco (che egli prende come esempio dell’eterna aspirazione del riscatto dei diseredati), ma non con le forze che non si chinano sul dramma dei deboli, ed ancor meno quando queste difendono la bramosia dei potenti. Una bramosia, una avidità di possedere, che sono per De Logu uno dei segni della plebe, come per Rensi anche per De Logu “l’allungare voracemente le mani, lo sfruttamento altrui è quanto di più volgare e plebeo vi possa essere”. Ma dobbiamo stare attenti al fatto che egli afferma che la plebe così considerata è il contrario della sua idea di popolo, può essere costituita anche da impiegati, da principi e da bottegai, segnati dall’inconsapevolezza dei doveri della solidarietà o privi della virtù della cittadinanza. Non so, ma credo possiamo immaginare, cosa avrebbe pensato della moderne plebi televisive.
    Ma perché, nella durezza dell’esilio impegnarsi in una così vasta opera, sicuramente meritevole di ristampa, quale fu il Bruto? Forse a suggerircelo è un passo del suo Bruto stesso. Parlando di Donato Giannotti, un fuoriuscito amico di Michelangelo, spirito ardente, combattivo ed inflessibile, ricorda come egli ispiri ad Atto Vannucci le seguenti parole ”Spegnere la tirannide è opera grande santissima, ma occorre proseguire l’opera per riordinare la forma del governo, in modo che la tirannide non possa più ritornare. Poiché in esilio non ha potenza e ricchezza per rivolgerla contro il tiranno, userà contro di essa tutte le forze dell’ingegno …” ed in questo pietoso pensiero , scrisse Giannotti il trattato della Repubblica fiorentina vagheggiando il governo misto intravisto da Polibio, da Cicerone , da Tacito. – E così come Giannotti ricorre a tutte le forze dell’ingegno e come arma contro il tiranno scrive il suo trattato, così dunque il De Logu, anch’egli privo di “potenza e ricchezza” trasfonde il suo ingegno nel Bruto
    E forse il pontefice che, nelle pagine del Vannucci dedicate al Giannotti, perseguita gli esuli, gli sembrò un antesignano e maestro delle angherie del fascismo. Ed egli riporta, credo con sofferta consapevolezza del ripetersi del dramma, le parole del Vannucci :” Le sofferenze di Giannotti e degli altri esuli sono grandi perché a Firenze papa Clemente non si mostra meno abominevole di Nerone a Roma…. Il papa incrudeliva più ampiamente con i confinati; li Faceva Cacciar dagli stati ove la loro virtù avea trovato generosa accoglienza e si sforzava di infamarli col nome di ladri, di assassini e di ogni altro più sudicio vituperio. Ma l’infamia tornava in capo a lui solo perché la storia, più potente dei despoti, faceva a tutti la dovuta giustizia”.
    Vien da pensare che l’adattamento di tanta parte degli italiani al fascismo fosse dovuta anche a questa antica consuetudine di dispotismo proprio di principi e di pontefici Quelle descritte verso il Giannotti erano angherie che il De Logu e gli altri antifascisti avevano conosciuto. Una volta ricordò di essere stato anche vittima di una revolverata mentre era steso a letto a riposare, ed alla domanda su cosa fece per evitare il ripetersi di un simile episodio disse che l’unica cosa che poté fare fu di dormire con la testa da piedi , così i danni sarebbero stati meno gravi.
    Ma venne infine il tempo della liberazione dell’Europa. Nuovi problemi si aprirono. Al pari di altri repubblicani si impegnò perché l’epurazione non si limitasse a punire gli uscieri, lasciando liberi quanti avevano avuto maggiori responsabilità. Ma lo sforzo fu quasi inutile. Egli collaborò (per quanto riguardava ciò che avvenne in Svizzera in generale e più specificatamente a Zurigo) anche in questa esigenza di pulizia morale; ma, proprio perché morale, non astratta ma atta a non ipotecare il futuro svolgersi della storia italiana.
    E non appaia strano che quanti plaudono, in sede storica, alla mancata epurazione di dirigenti, di giornalisti, di magistrati, compromessi col fascismo siano non di rado tra quelli che sembrano oggi evocare una epurazione per quanti in quelle stesse categorie difendono oggi lo stato repubblicano e democratico. Si impegnò anche per il voto degli italiani all’estero in occasione della costituente.

    Dal dopoguerra agli anni ‘70
    Tornò in Italia un bel po’ dopo la liberazione, e fu per lui come per tanti altri, una malinconia vedere come nei posti che erano stati di quanti erano andati in esilio sedevano tranquillamente coloro che avevano inneggiato alla dittatura. Per il suo reintegro, a conferma delle sue capacità di studioso, intervennero anche Rannuccio Bianchi Bandinelli e lo stesso Benedetto Croce. Ma egli voleva avere ciò che gli spettava in virtù di diritto e senza alcun intervento di tipo partitico a suo favore. E così dovette aspettare diversi anni.
    Nel frattempo partecipò alla battaglia del referendum istituzionale con comizi in provincia di Venezia e nel suo centro storico. La monarchia che tanto aveva danneggiato l’Italia, si macchiò nel corso di quel referendum di ulteriori, gravissime colpe. Dopo l’accordo che prevedeva che la maggioranza fosse determinata solo dai voti validi, apparve sulla Gazzetta Ufficiale il testo del decreto luogotenenziale che stabiliva che si dovesse considerare come base di computo il numero degli aventi diritto (in questo modo schede nulle e bianche venivano computate a favore della monarchia). “vittorio emanuele terzo” si dimise a favore del figlio, meno gravemente compromesso, e questo avvenne anche se si era ormai nel corso della tregua istituzionale; si sparse la voce a Napoli che le truppe alleate non avrebbero sbarcato i viveri se vinceva la repubblica, (affermazione non vera ma che diffuse il panico).
    La monarchia tramò col separatismo siciliano sul cosa fare in caso di sconfitta. Ma nonostante tutto questo, i filo-monarchi riuscirono a diffondere l’idea che i favorevoli alla repubblica erano pronti a tutto e non rispettosi dell’ordine pubblico e della regolarità delle votazioni. Così quando De Logu si trovò a chiudere la campagna referendaria in Campo Santo Stefano, designato dall’intero schieramento filo repubblicano, dopo che l’oratore monarchico l’aveva trascinata per le lunghe e la piazza cominciava ad essere stanca, ma non per questo meno nervosa, ed accortosi, a quanto mi è stato riferito dall’amico Bruno Tasso, che difficilmente le forze dell’ordine gli avrebbero permesso di parlare per un tempo analogo a quello dell’altro oratore, visto che incombeva l’ora della fine della campagna elettorale, capì che si rischiavano incidenti e che i filo repubblicani sarebbero stati fatti passare per prevaricatori. Fu quindi estremamente breve, egli ricordò ai presenti che l’oratore filo sabaudo li aveva chiamati cittadini e non sudditi; e perché essi erano cittadini e non sudditi la Repubblica avrebbe vinto. Dopo queste parole scese tra i presenti la sensazione che così sarebbe stato, che la Repubblica si sarebbe affermata. Ancora non molte cose, in questo clima di serena sicurezza, bastarono quindi per chiudere quel comizio. Ovviamente in quel “cittadini” risuonava nelle parole di De Logu la consapevolezza che era arrivata l’ora di essere citoyens e non semplici citadins, anche per i connazionali di Bruto e di Mazzini. Pochi altri episodi per accompagnarne il ricordo sino alla morte avvenuta a Venezia nel novembre del 1971. Nel 1950 ci fu il bicentenario della fondazione dell’accademia. De Logu si impegnò moltissimo, ci fu anche una mostra dei più importanti artisti che erano stati allievi della stessa. Fu fatto anche un documentario ed emesso un francobollo per l’occasione. La mostra ebbe un grande successo anche all’estero ed ebbe come ospite il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Ovviamente De Logu fece tutto il possibile perché ci fosse quella alta presenza che per lui rappresentava la Repubblica. Certamente allora non ci si chiedeva da che parte stesse il Presidente della Repubblica o per chi avesse votato nel referendum istituzionale.
    Allora era convinzione di tutti che i capi di uno stato democratico fossero rappresentanti di tutta la nazione.
    Proseguo per veloci note sulla sua vita del dopoguerra. Nel 1955 si impegnò, con una serie di articoli, per impedire gravi cambiamenti all’interno della Chiesa di San Marco per adeguarla ai dettami di ordine liturgico che l’avrebbero irrimediabilmente trasformata. Fu grazie anche al laico docente repubblicano se la Chiesa di San Marco è giunta a noi nel modo che oggi la vediamo, e per almeno una volta i cattolici, non solo veneziani, debbono dire il loro grazie a questo anticlericale. Egli fu anche segretario cittadino e segretario provinciale del PRI e fu un severo esaminatore delle domande di iscrizione, e questo in un partito che rischiava di morire per scarsità di iscritti; la richiesta di iscrizione doveva essere presentata da persona che garantiva per chi chiedeva l’ingresso e rimanere esposta all’album per un certo periodo in modo che chiunque potesse fare le sue osservazioni. De Logu voleva inoltre contattare personalmente ogni richiedente per renderlo edotto di ciò che stava per compiere e sottolineargli gli impegni che una adesione ad un partito comportava e lo invitava quindi a rifletterci ancora un po’. Debbo dire che quando chiesi di entrare , nel 1963, alla FGR la situazione era pressappoco la stessa, solo che in aggiunta mi furono dati alcuni libri da leggere e sui quali poi discutere. Figurarsi se si pensava alle iscrizioni per internet o fatte sui banchetti per strada. In realtà il PRI aveva già iniziato un cambiamento che negli anni diventerà quasi antropologico. Ma in questa nostra piccola comunità, come nelle enclave in terra straniera, le cose si svolsero più lentamente e questo grazie anche all’azione di amici come Pippo de Logu. Eppure questo portò a dei risultati nel 1958 dopo la formazione del PR , radicali e repubblicani si presentarono assieme. Vi erano state comuni battaglie con gli Amici del Mondo contro il sacco di Roma ad opera di società immobiliari legate al vaticano. De Logu fu tra i firmatari di un appello in difesa della libertà di stampa dopo la sentenza di condanna alla reclusione contro Benedetti e Cancogni che avevano condotto quella campagna. Quell’appello, in loro difesa, fu una grande manifestazione che vide a fianco per la prima volta dalla liberazione intellettuali del mondo laico e del mondo socialista e comunista. Ebbene quelle elezioni furono un disastro nel quale PRI e PR non ottennero assieme neanche i voti raccolti dal primo la volta precedente. Ma non fu così a Venezia e Treviso dove si ebbe un buon risultato grazie alla tradizionale storia laica dei due centri cittadini, ma anche al valore dei singoli candidati; allora accusati di essere un raggruppamento di intellettuali, ma è forse il caso di andar a guardare a quella lista, ed accostarla all’uso, oggi sempre più frequente, di candidare saltimbanchi e veline.
    In occasione del ventesimo anniversario del referendum istituzionale La Voce Repubblicana uscì con un suo numero speciale che fu successivamente raccolto in un volumetto tascabile.
    Tra quanti intervennero in quella occasione vi fu anche il vecchio collaboratore dell’organo del Partito Repubblicano Italiano, Giuseppe De Logu che, a differenza di altri che colsero l’occasione per rievocare i fatti di quel magnifico giugno del 1946, preferì invece volgere uno sguardo al lungo percorso dell’idea di repubblica per come l’intendono i repubblicani e la sintetizzò con alcuni versi di Vittorio Alfieri. A rileggere quei versi, come a rileggere quell’articolo, con lo sguardo rivolto al presente certamente avremmo di che dubitare che quella odierna sia una repubblica: “ E’ Repubblica …ove a ciascun il ben di tutti è fine …è repubblica il suolo ove illibati costumi han forza e il giusto sol primeggia” Il De Logu aveva pur detto che tale repubblica non era ancora quella presente nel momento in cui scriveva, ma vi era in lui la necessità di mantenere intatto un modello ideale che nel corso dei secoli, delle lunghe tenaci lotte , nel venir meno e dell’eterno rinascere della libertà, si era andato costruendo. Ma se allora nel 1966 tali versi potevano ancora rappresentare un modello ideale, a rileggerli oggi rappresentano il segno di una condanna di questo nostro presente:
    “E’ Repubblica …Ove a ciascuno il ben di tutti è fine.
    E’ Repubblica il suolo, ove illibati costumi han forza, e il giusto sol primeggia…”

    Venne infine il ’68 anche a Venezia. Furono anni di cambiamento, di risveglio delle coscienze , ma anche di confusione; accade così a De Logu di sentirsi dare del fascista da alcuni studenti di architettura, credo non sarebbe mai accorso con quelli dell’Accademia, e questo avvenne perché si rifiutò di accettare l’obbligo di firmare un qualche documento per poter entrare nell’Istituto. Si può facilmente immaginare il suo sdegno. Ma non per questo, non continuò a cogliere quanto di buono vi era in quello sforzo di trasformazione. Un giorno fuori dell’Accademia occupata apparve un grande cartello che riportava una sua frase ”Finché sarò qui io, in questa Accademia non entrerà mai la polizia”. Non vi nascondo la fierezza di noi giovini repubblicani di sapere di avere De Logu come compagno di partito. In quella frase si coniugava l’antica tradizione di autonomia delle antiche libere università e la consapevolezza di come, non con la forza, ma con il dialogo ed il confronto con quanto di nuovo stava emergendo si potessero affrontare i problemi del presente
    E vorrei concludere con una frase tratta dal suo Bruto, in cui ancora una volta l’insegnamento del passato può , forse, aiutare a comprendere meglio ciò che stiamo vivendo. Nella seconda metà del sedicesimo secolo era uscito un libro, il “Vindiciae Tyrannos” che De Logu considera il più importante tra quelli usciti in ambito ugonotto dopo la Notte di San Bartolomeo. Un saggio che indica come la sovranità derivi dal contratto che il principe stipula con il popolo e di come spetti ai magistrati condannarlo se viola il contratto e non basta allora l’essere più o meno supportato dal popolo; anzi. Il Vindiciae afferma invece che “ Più il tiranno è supportato, più si rende insopportabile”.
    Una delle tante lezioni con le quali il lavoro e la memoria di Giuseppe De Logu ci aiutano a comprendere la gravità del momento presente.
    “…che differenza c’è tra honecker e la siemens se le persone continuano a essere oggetti…”

  10. #20
    Repubblicano nella sx
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    il 22 giugno 1930 moriva in esilio in Francia dove si era rifugiato per sfuggire alle persecuzioni degli squadristi fascisti Eugenio Chiesa
    Nelle sue lotte contro la corruzione c'è qualcosa che ricorda i nostri tempi

    80 ANNI FA' MORIVA EUGENIO CHIESA REPUBBLICANO ANTIFASCISTA | novefebbraio.it

 

 
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