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  1. #21
    repubblicano perciò di Sx
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    Antonietta de Pace


    .Anima intrepida e instancabile
    dei gruppi rivoluzionari
    del Meridione

    di Sara Foti Sciavaliere

    La battagliera Antonietta De Pace, rampolla di una famiglia di proprietari terrieri, fu un’eroina del Risorgimento. Mazziniana e antiborbonica, lottò nel silenzio, con audace creatività, per i suoi ideali di libertà e giustizia.
    Antonietta bella e fiera, non tollerava le iniquità sociali. La sua anima generosa si rivelò già a tredici anni quando si rese conto delle condizioni di vita durissime dei contadini che lavoravano nelle campagne di Ugento: la malaria, il tifo, la tubercolosi erano malattie assai diffuse a causa della presenza di paludi infette, per la mancanza di acqua potabile sostituita da quella putrescente delle cisterne. Per non parlare delle condizioni igieniche precarie aggravate da un’alimentazione insufficiente. Tale situazione toccò il cuore di Antonietta scatenando in lei la volontà di lottare.


    Era ancora adolescente quando visse un altro episodio che l’avrebbe portata a intervenire in prima persona in difesa dei deboli e degli oppressi. Una donna, Tonina, viveva come una “belva ferita” a causa del marito che la costringeva a stare fuori da casa. Perciò la signora si era costruita un riparo con tavole e canne. Spesso la bastonava selvaggiamente, dandole da mangiare i propri rifiuti che lei non riusciva a masticare poiché era senza denti. Antonietta le regalò vestiti, del cibo e un temperino per tagliuzzare il cibo e poterlo ingoiare. Con quel coltello però, la donna aggredì e uccise il marito. La giovane De Pace ne rimase sconvolta e decise di studiare giurisprudenza per poter lottare contro la miseria morale ed economica della società a lei contemporanea. Soprattutto voleva dare voce a tanti derelitti, donne, bambini, privi di mezzi di sussistenza e incapaci di reagire dinanzi alle ingiustizie inflitte dalla società.
    «Svelta, intelligente, ardita e prudente insieme, dimenticò il mondo femminile, e tutta l’anima versò nel proposito di concorrere a liberare la patria dalla servitù», così la descrive il marito di Antonietta, Beniamino Marciano nella biografia da lui curata.

    Ospite a Napoli della sorella Rosa e del cognato Epaminonda Valentino, seguace mazziniano, la De Pace viene a contatto con il circolo dei cospiratori. Non fu subito accettata ma, in seguito, impressionati dal coraggio e dalla sua intelligenza la considerarono parte integrante del gruppo patriottico meridionale. La giovane donna riceveva i corrieri da Lecce, Brindisi o Taranto. Prese attivamente parte alla preparazione, in Terra d’Otranto, dei moti del 1848. Combatté accanto a Settembrini. Dopo la fine prematura del cognato, Antonietta lasciò Gallipoli per andare a vivere a Napoli con la sorella Rosa e i nipoti.
    Nel 1849 fondò un Circolo femminile, composto prevalentemente da donne di estrazione nobile o alto borghese, i cui parenti si trovavano nelle carceri borboniche. Il compito delle aderenti era quello di far da tramite tra i detenuti politici e i loro parenti, facendo pervenire nelle carceri viveri e altri mezzi di sussistenza, lettere e informazioni politiche.
    Oltre a dirigere il Circolo femminile, e il successivo Comitato politico femminile, attivo negli anni 1849-1855, Antonietta collaborò ad associazioni patriottiche meridionali quali l’Unità d’Italia (1848), la Setta carbonico-militare (1851), il Comitato segreto napoletano (1855) che propugnavano l’unificazione dei numerosi movimenti politici del Meridione sotto l’egida repubblicana.
    L’impegno di Antonietta per i più deboli, per i più poveri non si affievolì neanche con il venir meno dell’impegno rivoluzionario. Anzi, ella fu protesa verso l’istruzione specialmente delle donne che, a suo avviso, solo attraverso la cultura possono riscattare la propria condizione sociale.


    Approfondimenti

    Antonietta De Pace

    Antonietta De Pace nasce a Gallipoli, il 2 febbraio 1818, da una famiglia benestante. Il padre, Gregorio De Pace è banchiere e sindaco della città e la madre, donna Luisa Rocci Girasoli, un’aristocratica d’origine spagnola.
    Fu introdotta giovanissima nell’ambiente insurrezionale della Giovane Italia dal cognato Epaminonda Valentini, il quale scoperto e arrestato per la sua attività antiborbonica morì nell’istituto di detenzione di Lecce. Antonietta fu però sollecita a riprendere l’azione del cognato: nell’agosto del 1854 fu condotta nel carcere di S. Maria di Agnone. Fu aperto contro di lei un processo, accusata di cospirazione antigovernativa. Nonostante la requisitoria chiedesse per lei la pena capitale, l’intrepida donna riuscì a ottenere la libertà.
    Nel 1858 incontra Beniamino Marciano, suo futuro marito. Con lui collaborò nella diffusione delle idee mazziniane.
    Garibaldi le affidò la direzione dell’ospedale Gesù di Napoli. Dopo il successo di Porta Pia, accettò anche l’incarico di ispettrice delle scuole “Avvocata” di Napoli che mantenne fino al 1862.
    Morì il 4 agosto 1893. Gallipoli e Napoli hanno intitolato in memoria di Antonietta, le proprie vie cittadine. Dal 1959 l’Istituto professionale femminile di Lecce porta il suo nome.


    Per saperne di più
    Emilia Bernardini, esponente della grande borghesia gallipolina, nel cassetto segreto di un mobile antico, appartenuto alla sua nonna materna, trova un quadernetto che narra la vita di Antonietta de Pace a opera di un marito innamorato.
    Conti e date alla mano non può che trattarsi dell’eroina Antonietta De Pace, zia della nonna di Emilia Bernardini. Da qui al desiderio di tradurre in romanzo l’avventurosa vita dell’antenata, protagonista delle vicende risorgimentali, il passo è breve.
    Nasce il romanzo “Antonietta e i Borboni”, (Avagliano 2005) che offre al lettore dei flash back sia dell’italia pre e post-unitaria che dell’energia che animò Antonietta de Pace.


    Bibliografia
    B. Marciano, “Della vita e dei fatti di Antonietta De Pace”, (tipografia) Pierro e Veraldi, 1901
    F. Marciano, G. Esposito, “Beniamino Marciano e Antonietta De Pace. Due eroi del Risorgimento Italiano”, Quaderni di cultura Strianese, Napoli, 1994
    O. Valio, “Donne meridionali”, (tipografia) Fratelli Jovane, 1902
    A. Spinosa, “Italiane. Il lato segreto del Risorgimento”, Mondadori, 1994
    M. S. Corciulo, “Antonietta De Pace settaria e patriota nel contesto rivoluzionario napoletano (1848 – 1860)”, in “Trimestre”, 3, 1999
    P. Palumbo, “Risorgimento salentino (1799 – 1860)”, Centro studi salentino, 1968
    E. Bernardini, “Antonietta e i Borboni”, Capone Ed., 1999
    O. Colangeli , “Antonietta De Pace-Patriota gallipolina”, Editrice Salentina, 1967
    A. Buono Libero, “Antonietta De Pace rivoluzionaria gallipolina”, Tipografia 5Emme, 2001


    Sommarietto
    Con entusiasmo e coraggio, Antonietta De Pace, tra Gallipoli e Napoli, dedicò la sua vita alla lotta antiborbonica e alla difesa dei diritti dei contadini e delle donne

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    .http://www.editaonline.com/.../index...nietta-de-pace...
    Ultima modifica di edera rossa; 27-09-10 alle 00:16
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

    http://www.novefebbraio.it/

  2. #22
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    Gaetano Salvemini non è un repubblicano in senso stretto ma gran parte del suo pensiero è uno splendido arricchimento alle tematiche a noi care.
    Ecco alcuni esempi sulla libertò di pensiero e la Chiesa

    GAETANO SALVEMINI LA LIBERTà DI PENSIERO E LA CHIESA | novefebbraio.it

  3. #23
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    Citazione Originariamente Scritto da edera rossa Visualizza Messaggio
    Antonietta de Pace


    .Anima intrepida e instancabile
    dei gruppi rivoluzionari
    del Meridione

    di Sara Foti Sciavaliere


    .http://forum.politicainrete.net/repu...nietta-de-pace...

    Caro Edera , ho approfittato di questa tua bella citazione per celebrare la giornata contro al violenza sulle donne , e ho anche aggiunto un ricordo di Ipazia , martirizzata dai Cristiani (che per il banale problema di essere vissuta 1400 anni prima non potè consocere Mazzini e Cattaneo, ma è sempr eun antesignana del libero pensiero)

    25 NOVEMBRE GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE: il ricordo di una mazziniana, e dell' ultima scenziata "pagana" | novefebbraio.it
    Ultima modifica di lucrezio; 25-11-10 alle 00:32

  4. #24
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    Il costituente Aurelio Natoli , antifascista, costituente, antesignano della lotta ai conflitti di interesse

    I REPUBBLICANI DI UNA VOLTA AURELIO NATOLI , CONTRO IL FASCISMO E I CONFLITTI DI INTERESSE | novefebbraio.it

  5. #25
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    beh nessuno aveva sinora citato l'indimentacabile Ugo, approfitto del fatto che mi hanno segnalato un video di rai educational

    UN RICORDO DI UGO LA MALFA SU RAI EDUCATIONAL | novefebbraio.it

  6. #26
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    Zamenhof , Mazzini e Garibaldi parte prima

    .A leggere il volume di Carlo Minnaja “ l’Esperanto in Italia” appare subito evidente come all’avvio dell’esperantismo italiano sia mancata quella componente democratico-progressista che pure era stata parte attiva nelle tante battaglie di fine ottocento e primi novecento in nome di un umanitarismo laico attento a tutto ciò che poteva servire “al bene ed al progresso dell’umanità”.
    Credo che l’affrontare il tema dei rapporti tra Mazzini, Garibaldi e Zamenhof sia un modo per cercar di capire se in quell’assenza di partecipazione di tale componente, ma in parte anche delle non troppo rilevanti fortune dell’Esperanto degli albori italiani all’interno del primo mondo socialista italiano che con la tradizione democratico-garibaldina ebbe significativi legami, abbia giocato più la casualità o l’esistenza di un pregiudizio di fondo di tale componente nei confronti dell’idea di una lingua internazionale in generale o più specificatamente verso l’Esperanto.
    Credo vada subito detto che certamente non giocò, all’interno della democrazia italiana a cavallo di secolo , alcun tipo di possibile pregiudizio dovuto alla ebraicità del creatore di tale lingua. Credo si possa semmai ricordare come il moto risorgimentale italiano ebbe una discreta partecipazione della componente ebraica e come questa sviluppò la sua partecipazione allo stesso principalmente all’interno delle varie componenti democratiche. Mi permetto ipotizzare che semmai furono le fortune del Volapuck ( da cui in altre parti d’Europa il primo esperantismo trasse un discreto numero di adepti) che in Italia potevano aver avuto dei limiti nella possibile scarsa simpatia negli ambienti post risorgimentali meno illuminati verso ciò che poteva ricordare la lingua degli invasori di una parte del territorio nazionale ( ed il sapere che il suo creatore, il sacerdote tedesco Johann Martin Schleyer, aveva composto una poesia per i caduti pontifici alla battaglia di Mentana non avrebbe certo aiutato in questo senso).
    E questa avversione, ad esempio, la si può cogliere, sia pur a causa di alcuni drammi familiari imputabili alla dominazione austriaca, anche in un personaggio pur aperto verso le culture e le lingue di altri paesi quali fu Daniele Manin. Un democratico-repubblicano che rappresentò , per certi aspetti l’ala moderata di tale movimento e nel quale possiamo notare, come in tanti altri personaggi del Risorgimento italiano, un notevole interesse verso l’apprendimento linguistico che era anche un modo per aprirsi all’Europa e più in genere ad un mondo meno angusto di quello che le circostanze politiche sembravano imporre. Egli inoltre, come sarà anche per Mazzini e Cattaneo, svolgerà anche una attività di traduzione. Una attività che, per usare le parole di Davide Astori, “è mescolare, far conoscere gli uni agli altri, ingravidare i pensieri e creare un meticciato…transitare e intersecare modi diversi di vedere le cose, nella speranza di una condivisione , di un germe di dialogo” E per la componente democratica del primo ottocento italiano la ricerca di condivisione e di dialogo con il resto d’Europa fu sempre vivissima. Fin da ragazzo Manin studiò francese, inglese, tedesco, latino, greco antico, ed ebraico, la lingua sacra dei suoi nonni paterni. Certo egli fu facilitato da una sua naturale predisposizione; ma questa certo non può essere sufficiente a tradurre dal greco, a soli sedici anni, il libro di Enoch ( o degli Egregori) ed ottenere grazie a tale traduzione l’ammirazione di Renan che gli diverrà amico negli anni dell’esilio francese. Vi è da notare, a segno di questa apertura verso gli altri popoli anche un interesse apparentemente piuttosto settoriale , ma di cui nel già citato volume sull’Esperanto in Italia si sono fatte notare alcune implicazioni che ci avvicinano al nostro tema . Come è stato per l’appunto fatto notare vi è un collegamento in alcuni tra la stenografia e l’idea di lingua universale e, se mi è concessa una mia particolare ipotesi, va aggiunto che nello studiare adattamenti di sistemi stenografici a lingue diverse si finisce con l’affrontare problemi che sono talora simili a quelli di chi affronta il disegno di una lingua universale. Ebbene nel caso di Daniele Manin non vi sarà soltanto l’interesse verso la stenografia di cui egli si servirà anche per appunti personali e della quale, in pieni moti insurrezionali, istituirà una scuola pubblica femminile; in lui vi sarà anche l’interesse a costituire un sistema stenografico che si adattasse a più lingue europee, così studierà l’adattamento a francese, greco ed inglese del metodo Taylor-Amanti, Un sistema di scrittura che fosse , dunque, non solo uno strumento utile alla sua attività forense, ma occasione per un legame fra lingue diverse tra loro. Un sistema di scrittura, quello stenografico, che aveva già destato l’interesse di due precursori del moderno pensiero democratico italiano e con i quali il Manin era in corrispondenza: Melchiorre Gioia e Gian Domenico Romagnosi.
    Mazzini e Garibaldi sono quindi parte di un più ampio movimento di apertura all’Europa da parte di un po’ tutta la democrazia italiana dell’ottocento; un movimento nel quale ricopre particolare importanza il momento dello studio delle altre lingue e letterature ed un desiderio di comprensione reciproca che finisce con l’andare ben oltre l’aspetto letterario per pervenire alla consapevolezza di un sentire comune. . Credo sia il caso di fare un ultimo accenno in questo senso volgendo l’attenzione ad un personaggio che per la sua esaltazione della diversa molteplicità in ogni campo dello scibile umano sembrerebbe essere il più lontano dall’idea di una lingua universale. Mi riferisco a Carlo Cattaneo che fu probabilmente, tra i pensatori politici italiani dell’Ottocento, uno dei più impegnati nel diffondere in Italia, attraverso la pubblicazione di vari saggi su testi e letterati europei, l’idea di una cultura europea alla quale tutti i vari popoli potessero abbeverarsi. Egli fin da giovine ebbe la passione per lo studio delle lingue;da giovine si era interessato di anglosassone, gotico, franco, islandese ed “altre simili anticaglie oltre ai vulgari dialetti di Svizzera, Scozia e Germania. Il Cattaneo aveva ben compreso come l’incomprensione linguistica fosse un’arma in più nelle mani di chi governava su diversi popoli. Nel marzo del 1848 , il giorno prima della insurrezione di Milano scriveva:” Alcuni accusarono a torto la politica metternichiana di aver voluto germanizzare l’Italia e la Polonia. Se per una qualche magia l’imperio si fosse potuto germanizzare ciò vuol dire che la lingua dei soldati e dei popoli sarebbe divenuta una sola al di là e al di qua delle Alpi e dei Carpati. E allora come porli a fronte, come rendere insensibili i soldati all’amore e alle lacrime dei popoli? Oh no: le nazionalità dovevano, come fili di vario colore, intrecciarsi senza confondersi…”
    Il suo Politecnico fu occasione per far conoscere , e non tanto per gusto di letterato quanto per coscienza di cittadino europeo, la civiltà e la letteratura di altri paesi europei e di altre parti del mondo. Egli evidenziò anche le somiglianze fra la lingua valaca e l’italiana, si interessò direttamente del formarsi delle lingue nazionali ed ospitò gli scritti dell’ancor poco conosciuto Graziadio Isaia Ascoli di cui fu, secondo il Fubini, precursore della teoria del sostrato.
    Carlo Cattaneo cercava più le differenze che i tratti comuni tra le varie lingue alla ricerca di quelli che potevano essere i segni più antichi ed originali delle lingue stesse. Un metodo che era funzionale anche alla sua esigenza, tutta politica, di dimostrare che vi era una lingua italiana che discendeva da ceppi pre-latini e che erano questi e non le successive invasioni a fare la differenza fra i vari dialetti.
    Ma egli era anche convinto che tutto portasse a far superare le differenze dialettali per portare ad una lingua sempre più intesa da tutti i cittadini italiani. In altri termini, la sua valorizzazione del particolare non osteggiava un cammino di semplificazione e di unificazione linguistica. Va semmai detto, sia pure estrapolando in parte il suo pensiero, che egli affidava più ad un inevitabile disegno della storia che ad un progetto deliberato il processo di semplificazione e di unificazione delle diverse lingue. Nel 1841 scriveva sul Politecnico un saggio “ Sul principo istorico delle lingue europee”in cui si può leggere:” …le lingua vive d’Europa non sono le divergenti emanazioni d’una primitiva lingua commune, che tende alla pluralità ed alla dissoluzione ; ma sono bensì l’innesto d’una lingua commune sopra i selvatici arbusti delle lingue aborigene, e tende all’associazione ed all’unità. …. Il tempo che cangiò le lingue discordanti in dialetti di una sola lingua corrode ora sempre più le differenze dei dialetti; e lo sviluppo delle strade e la generale educazione promovono sempre più l’educazione dei popoli. ….Il tempo dilata il campo delle lingue , e perciò ne diminuisce il numero ; esso ne scolora le differenze , nella stessa misura che dilata e congiunge i consorzi civili, e costruisce le tribù in popoli ed i popoli in nazioni” Possiamo certamente scorgere un eccesso di fiducia in una sorta di mano invisibile della storia che, se non contrastata da vincoli ed eserciti, nell’andare del tempo avvicina uomini e lingue in una sintesi sempre più profonda; ma questa sua idea non era certo tale da poter suggerire ai tardi epigoni ottocenteschi del Cattaneo un rifiuto del progetto di una lingua universale. Ovviamente ancor meno poteva essere l’origine ebraica di Zamenhof a suscitare diffidenza negli allievi dell’autore delle Interdizioni israelitiche, uno scritto col quale egli intervenne, in nome della scienza e della ragione, contro il divieto a degli ebrei di origine francese di possedere terreni nel territorio svizzero di Bale-Campagne e rispetto al quale intervenne, in nome di valori spirituali ed umanitari, anche lo stesso Giuseppe Mazzini. Nè certamente avrebbe fatto loro specie l’idea di Zamenhof di una federazione degli stati europei; visto come l’idea degli Stati uniti d’Europa fosse una delle bandiere del pensiero cattaneano. In questo in sintonia con il pensiero e l’azione di Giuseppe Mazzini che in Svizzera aveva dato vita alla Giovine Europa.


    Ma, visto con l’occhio del presente , ancor più strano appare che il progetto esperantista non avesse destato un interesse diffuso da parte di quanti si rifaranno ai due principali esponenti del risorgimento democratico italiano: Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.
    Per quanto riguarda Giuseppe Garibaldi è il caso di ricordare di come egli aderisse, con una sorta di sincronismo progressista, a tutto ciò che potesse contribuire all’opera di liberazione e di elevazione dell’umanità. Egli fu patrocinatore di una serie di movimenti e di associazioni anche esulanti dal campo prettamente politico, alcuni dei quali in sintonia con quello che sarà il pensiero di Lazzaro Lodovico Zamenhof, dando il segno di una sensibilità inaspettata in chi volesse scorgere in lui solamente il militare, sia pur combattente dalla parte della libertà dei popoli. Aderì alle associazioni per la Pace universale. Egli si interessò di emancipazione femminile, di salvaguardia del territorio, appoggiò il movimento per l’arbitrato internazionale , fu promotore delle società di cremazione (in questo giocava il suo laicismo esasperato nel suo ultimo periodo di vita, ma anche una convinta idea degli uomini come parte di un cosmo a cui sarebbero tornati sia pure non nella umana individualità), fu presidente di numerose società artigiane, fu fondatore della prima associazione italiana per la difesa degli animali, fu strenuo avversario della pena capitale, fu favorevole all’unificazione europea e cercò di dar vita ad una lingua universale partendo da quelle già esistenti. Ma la sua vicinanza a Lazzaro Lodovico Zamenhof si ebbe anche per la usa idea di umanità e . per certi aspetti e prima della esacerbazione del suo ultimo periodo di vita, anche per una sua spiritualità non identificatesi nelle singole religioni.
    Della necessità di una lingua universale Garibaldi parla in un appunto, bozza di una lettera ad un destinatario di cui si ignora il nome, fra vari scritti pubblicati da Domenico Ciampoli sotto il titolo “Ricordi e Pensieri” e riprendenti uno zibaldone autografo a matita di 179 pagine. Il testo è stato in seguito ristampato nell’ottobre del 1937 nella Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi al volume VI ( Scritti e discorsi politici e militari 1868 – 1882) per le edizioni I. Cappelli di Bologna. Circa la determinazione del momento in cui fu scritto mi sembrò, nel suggerire tale scritto all’Heroldo che lo riportò nell’ottobre 2008, fosse d’aiuto una nota allegata alla stessa in cui tra l’altro si afferma “ ed il sangue sparso dei nostri soldati e dei sedicenti briganti che non sono altro che soldati italiani ricadrà sulle vostre teste perverse e le depredazioni e la desolazione in cui avete precipitato quei bravi popoli che radianti, buoni , fidenti accolsero noi come angeli liberatori.” .E poco prima aveva scritto” In luogo di fare un Esercito per combattere lo straniero e liberare le province schiave..” Prima quindi della liberazione di Roma e forse del Veneto. A farmi pensare ad una datazione prossima al 1870( data della liberazione di Roma) è la collocazione dello stesso, nella Edizione Nazionale degli scritti di Garibaldi, fra gli scritti dal 1868 al 1882. Ma da una lettura dell’intero Zibaldone ho avuto modo di notare come l’Edizione Nazionale abbia probabilmente compiuto un errore di datazione, visto che vi sono scritti successivi che vengono datati al 1863. Appare pertanto più probabile una datazione al 1862.
    In questo breve scritto, intitolato Unità mondiale, dopo aver scartato l’ipotesi che si possa pervenire all’unità mondiale attraverso l’opera delle varie religioni esistenti, che poco dopo dirà porterebbero ad una nuova Babele, ed aver dichiarato preferibile quella che egli chiama la religione Universale
    (“ E quando un individuo a cui si sia fatta questa interrogazione ; a che religione appartenete voi? Abbia risposto: io appartengo alla religione di Dio! Credo con ciò egli abbia aderito alla religione Universale buona per tutti e da tutti adottata…” ) Garibaldi aggiunge “ Il modo dunque più indicato ad un’Unità Mondiale e che più coadiuverebbe all’unità religiosa vera, Dio! Sarebbe una lingua Universale . Non è questa idea mia ma vecchia e ne lascio l’esame cronologico a chi vuol incaricarsene. “
    Per Giuseppe Garibaldi, quindi , l’idea di lingua universale non sarebbe puramente uno strumento tecnico per risparmiare quattrini; egli non guarda ad essa con le preoccupazioni di chi ne richiede un ruolo neutrale ; no, per Garibaldi una lingua universale è parte di un progetto sociale di pace mondiale e strumento di una nuova spiritualità di quella, insomma , che egli chiama religione Universale e che in altri momenti , in particolare a partire dal Congresso per la pace del 1867, chiamerà, con assonanze bruniane, la Religione del vero . Una posizione certamente in singolare sintonia con quelle che saranno le idee di Zamenhof in fatto di omanarismo. Vi è inoltre sintonia con il mondo esperantista sul fatto che non spetti ad una lingua nazionale esistente assumere il ruolo di lingua universale; egli difatti aggiunge:” Volere imporre una lingua qualunque alle esistenti per lingua Universale, credo sarebbe questione alquanto simile a quella dei preti e l’abbandono. Proviamo un altro espediente. Per esempio vari complessi di lingue per formare un tutto col tempo”.
    Per “questione simile a quella dei preti” egli intende che l’idea di affidare ad una lingua esistente il ruolo di lingua mondiale susciterebbe contrasti talmente cruenti da essere paragonabili a quelli, che secondo lui, deriverebbero dal voler affidare la pace mondiale ad un “concordato” fra le varie religioni esistenti. Garibaldi ritiene si possa arrivare ad una lingua mondiale attraverso fasi successive nelle quali si incominci con l’unificare le lingue tra loro più prossime. In certo qual modo egli individua un processo analogo a quello che il Cattaneo affida al lungo lavorio della storia; solo che egli vuole ,anche in questo essere al pari di tanti altri uomini di buona volontà, essere creatore della storia stessa. Eccolo quindi aggiungere “Il Francese sarebbe uno dei complessi; esso ha agglomerato un gran numero di dialetti delle diverse sue province ed ha una rispettabile estensione al di fuori. L’Anglo-Germano od Anglo.Sassone è immensamente propagato. Per le lingue Orientali lascio a’ più scienziati la cura d’occuparsene se così a loro piace”
    Ecco allora rivolgersi al suo interlocutore scendendo ancor più nei particolari , come fanno i grandi realisti dell’utopia capaci di trasformarla in realtà, come Zamenhof, come Mazzini, che non tralasciano nulla di ciò che ritengono necessario al realizzarsi di quello che nasce come un sogno, talvolta come una speranza dei loro anni giovanili.
    Ed ecco che Garibaldi aggiungere” Tu puoi occuparti del complesso Iberitalico formato di tre lingue , Portoghese, Spagnolo e Italiano che tu conosci e consultare perciò tutti quegli umanitari dei tre paesi e dell’America portoghese e spagnola , che volessero essere tanto buoni da cooperarvi. Le tre lingue hanno molte voci comuni. Si può cercarle e riunirle in un principio di dizionario ove gettare la base di una lingua nuova che potrebbe frattanto essere imparata dalla gioventù dei tre paesi”.
    Quando parla di “umanitari dei tre paesi” Garibaldi non pensa ad esperti in discipline umanistiche, ma a quelle persone che hanno l’animo dell’omanarista che sarà immaginato da Zamenhof.
    Va detto che Garibaldi non pensa la cosa realizzabile in tempi brevi, ma sembra affidarsi ad una catena di uomini che nel corso del tempo lavorano per il bene dell’umanità. Vi è in lui l’idea che le cose giuste vadano compiute comunque anche se non se ne vedrà la completa realizzazione, come per gli antichi costruttori di cattedrali che quasi mai vedevano portata a termine l’opera da loro iniziata. Ed eccolo allora concludere:” Io non mi nascondo l’arduità dell’impresa ma la sua importanza sembrami meritare l’attenzione degli uomini, cui il progresso umano non è una chimera. Certo vi vorranno secoli per raggiungere il nobile scopo ma è pur vero che se i Caldei non avessero principiato gettando uno sguardo nello spazio, ad investigare i moti e le leggi stupende che regolano gli eterni luminari, gli odierni astronomi non sarebbero forse così inoltrati nelle vie dell’Infinito”.
    Non sappiamo se tale progetto ebbe qualche seguito da parte do colui al quale la lettera era destinata; certo che altre più immediate vicende sembrarono turbare i pensieri e la vita di Garibaldi, l’anno del probabile scritto, il 1862, è anche l’anno dello scontro di Aspromonte nel quale Garibaldi fu ferito ad un malleolo dalle truppe del nuovo esercito italiano, mentre stava cercando con altri volontari di marciare per la liberazione di Roma dal potere temporale del Papato
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

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  7. #27
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    Zamenhof, Mazzini e Garibaldi parte seconda


    Ma l’idea della vicinanza delle lingue italiana , spagnola e portoghese ( da cui pensava potesse aver vita una nuova lingua che poi si sarebbe fusa con altre , anch’esse frutto di fusioni fra lingue esistenti) non sembrò abbandonarlo visto che vi accenna anche in uno dei suoi romanzi, pubblicato nel 1870, dal titolo “Il governo dei preti” (noto in Italia anche con il titolo di Clelia ed apparso in Inghilterra con il titolo “The rule of the Monck” ); ad un suo personaggio fa dire “Sappiate che v’è tanta differenza tra la lingua italiana e la spagnuola e la portoghese quanta tra il volto di un Calabrese e quello di un Andaluso o d’un Lusitano che si somigliano come fratelli”.Frase che forse farà sussultare più di un linguista , ma che serve anch’essa a dare l’idea di come Garibaldi tendesse a guardare più a quello che univa gli uomini tra loro che a quello che poteva dividerli e forse anche di come una certa idea per la quale aveva cercato una soluzione anni avanti non fosse ancora del tutto scomparsa dal suo orizzonte.
    Questa idea di somiglianza , di fratellanza fra gli uomini, lo portò per quanto di strano e di incoerente possa sembrare, in un uomo d’arme, ad essere un fautore della unione dei popoli europei, dell’arbitrato internazionale e più in generale della pace fra i popoli: tre idee che furono proprie di L.L. Zamenhof fino , specie per quanto riguarda la speranza di pace e l’angoscia per le guerre, ad essere occasione per il Majstro di situazioni di autentica angoscia. Non stupisce certo che quello di Garibaldi sia stato definito un “pacifismo bellicoso” , in realtà il suo fu un pacifismo che risente della sua giovanile iniziazione sainsimoniana, che viene influenzato dalla sua esperienza massonica e che è parte di un sentire in cui il momento dell’azione è prova della coerenza di una adesione ad un pensiero politico. Certo vi sono contraddizioni nell’opera di Garibaldi; ma va anche detto che egli anche nei momenti degli scontri cercò di non perdere mai la sua umanità. Così nel 1860, mentre era in corso la spedizione dei Mille, egli inviò un memorandum alle potenze europee in cui invitava i governi d’Europa a por fine alle guerre ed a dar vita ad una federazione europea:”Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente , mentre che in Europa la grande maggioranza , non solo delle intelligenze, ma degli uomini di buon senso , comprende perfettamente che potremmo pur passare la nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità…….Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato. Chi mai penserebbe a disturbarlo in casa sua?.. non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni ed alla miseria dei popoli per essere esercitati in esercizio di sterminio, sarebbero convertiti invece vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria…..e nell’erezione delle scuole che torrebero alla miseria ed all’ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall’egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all’abbrutimento , alla prostituzione dell’anima e della materia”. Questa nuova Europa sarebbe stata “una autentica rigenerazione”. In una sua lettera dell’agosto 1871 ad Atenaide Zaira Piromaldi ha modo di scrivere:”.Cara e gentilissima, Voi mi avete onorato con diploma di membro dell’Associazione Cosmico-Umanitaria che ha per principio: guerra alla guerra, al militarismo, alla pena di morte ed al duello; principii che onorano altamente la bellissima parte dell’umana famiglia a cui appartenete, e che dovranno finalmente essere accettati da quanti onesti vi siano sula terra. ….Dalla mia prima gioventù io fui sempre nemico della guerra , ed una vera fatalità mi trascinò sui campi di battaglia contrariamente ai miei convincimenti.”
    Garibaldi, al pari di parecchi altri democratici dell’ottocento, credeva che i militari di professione fossero causa di sempre nuove guerre, mentre diverso era il modello militare svizzero ( il cattaneano “militi tutti, soldati nessuno”) con una struttura incentrata sulla difesa nazionale.
    E Garibaldi aveva messo assieme l’dea del pericolo dell’esercito di professione e la necessità di un arbitrato internazionale già in una sua lettera alla nazione inglese del settembre 1862.
    Nel 1867 al congresso promosso dalla Lega internazionale della Pace e della Libertà che lo vide tra i promotori e che fu diretto da Charles Lemmonier, un seguace di Saint-Simon come lo era stato Garibaldi nella sua gioventù, Garibaldi diede lettura di quelli che erano per lui i fondamenti del pacifismo, a rileggere i quali si scorgono in alcuni punti assonanze con quello che sarà il pensiero di L.L: Zamenhof, e dai quali appare evidente come egli pensasse ad una pace raggiungibile solo in un contesto di democrazia e di libertà; ma anche a come egli non cessasse di pensare alla soluzione della questione romana:

    1 Tutte le nazioni sono sorelle
    2 La guerra fra loro è impossibile
    3 Tutte le contese che sorgeranno fra le nazioni dovranno essere giudicate da un congresso
    4 I membri del congresso saranno nominati dalle società democratiche del popolo
    5 Ciascun popolo avrà diritto di voto al congresso qualunque sia il numero dei suoi membri
    6 Il papato essendo la più nociva delle sette è dichiarato decaduto
    7 La religione di Dio è adottata dal congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga a propagarla
    8 Supplire al sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col sacerdozio della scienza e della intelligenza
    9 Propaganda della religione di Dio . attraverso l’istruzione , l’educazione e la virtù
    10 La repubblica è la sola forma di governo degna di un popolo libero
    11 La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra
    12 Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno

    Egli era così convinto della necessità degli arbitrati internazionali che nel 1872 scrisse anche al Bismarck per invocare l’esigenza di costituire a Ginevra la sede per un grande arbitrato mondiale fra tutte le nazioni. Sempre nel 1872 ha modo di scrivere:” Gli uragani non hanno ancora spazzato l’aria appestata dal puzzo de’ cadaveri e già si pensa alla rivincita. Le genti sono afflitte da malanni d’ogni specie carestie, inondazioni, . Che importa, tutti s’armano fino ai denti . Tutti son soldati”.
    Prese di posizione quelle di Garibaldi che a qualsiasi altro appaiono certamente piene di contraddizioni non solo con il suo essere uomo d’armi , ma anche con altri suoi scritti invitanti ad essere sempre pronti a combattere, sia pure per la libertà e la democrazia. Ma vi è in lui una consapevolezza della superiorità dei valori della pace che si manifesta nei momenti più diversi. Così nel 1862, nello stesso tempo che stava operando per la liberazione del Veneto dalla dominazione austriaca, alla notizia della inondazione di Vienna indice immediatamente una sottoscrizione per le famiglie più povere ridotte alla miseria perché “ è tempo di cessare le guerre fratricide delle nazioni su cui posano i tiranni . Si, fratelli , porgiamo la mano anche ai danneggiati di Vienna ed avrete un plauso della vostra coscienza scintilla emancipatrice dell’umanità”. E’ quel continuo richiamarsi all’umanità che gli aveva fatto capire anche l’importanza della lingua internazionale come principale strumento per il mantenimento della pace nel mondo.
    Ma, come si è visto, egli credeva necessario anche un cambiamento nel modo di essere delle religioni per arrivare ad un mondo di pace. Come sarà per Mazzini anch’egli spera inizialmente in una possibilità di modifica delle religioni, a partire da quella della sua infanzia, per poi arrivare all’esigenza di un diverso tipo di religiosità. A differenza di Mazzini, e di Zamenhof, credo si possa aggiungere, vi sarà però in lui una progressiva acredine verso le religioni esistenti, specie il cattolicesimo ( e questo specie dopo le uccisioni di Cicceruacchio e del barnabita Ugo Bassi ) , che si confonde anche, è il caso di ricordare, con un invecchiamento del fisico che si accompagna alle amarezze di una realtà così diversa da quella nella quale aveva sperato e per la quale si era battuto. Ma in lui rimarrà costante una religiosità per così dire naturale, una religiosità che si avvicina al panteismo e che viene vissuta in coerenza con la propria fiducia nel progresso delle scienze e del cammino dell’umanità; “Io, con premura, inaffiava le mie care piante.L’anima delle povere piante era in corrispondenza colla mia… Egli è il signore dei Cedri del Libano come dell’isopo che cresce nelle più profonde convalli. E perciò sarò io geloso della farfalla , assai più di me bella se piacque all’Onnipotente di dotarla di un’anima? Non bastami la mia potenza animatrice , per costituirmi parte dell’anima dell’Universo, parte dell’Infinito? Parte di Dio come lo è la scintilla che vivifica la formica ed il Rinoceronte?Ignorati da mille passate generazioni , miriadi di mondi rotavano nello spazio e l’occhio scintillante di Galileo li scopriva e li svelavaall’uomo meravigliato. …..L’Elettrico solca lo spazio colla celerità del pensiero. E chi può limitare il concesso da Dio all’uomo nei portentosi suoi misteri? …L’anima è dessa forse al di là, o al di qua della barriera innalzata dall’Eterno all’umana intelligenza? Comunque sia . l’anima mia è un atomo dell’anima dell’Universo e questa credenza mi nobilita, mi innalza al di sopra del miserabile materialismo, m’infonde rispetto per gli altri atomi emanazione di Dio e mi spinge a meritare il plauso delle moltitudini che mi somigliano e che coll’esempio, più che colla dottrina, devono fare bene perché appartengono per essenza all’Eterno Benefattore”
    Nell’esaminare la spiritualità di Garibaldi non si può dimenticare, e sarebbe difficile farlo visto il titolo della relazione di questo pomeriggio. la sua appartenenza alla Massoneria. Una appartenenza che troppo spesso si è voluta cogliere solo per gli aspetti per così dire sociali della stessa e non di rado si è pensato alla adesione di Garibaldi come ad una sorta di scelta di campo , come lo fu forse per alcuni dei suoi seguaci. In realtà, dobbiamo tener presente come Garibaldi fosse entrato da prima in una massoneria come quella sudamericana in cui le sensibilità più diverse, esoteriche ed essoteriche, mistiche ed umanitarie, si intrecciano in maniera indissolubile. Egli ebbe, forse come pochi altri italiani del suo tempo, la piena consapevolezza di far parte di una catena di unione fra tutti gli uomini della terra e del valore anche spirituale di quello stare assieme ( non a caso egli alla formula massoneria italiana sostituiva quella di massoneria in Italia ed aggiungeva a penna il richiamo al Grande architetto dell’Universo qualora non lo avesse trovato nei fogli che venivano sottoposti alla sua firma). Credo sia inoltre da ricordare la sua “fraterna” amicizia con Giuseppe Barilli ( più noto come Quirico Filopanti) lo scienziato italiano ( già combattente con Garibaldi in difesa della Repubblica Romana del 1848-49) che anticipò l’intuizione dei meridiani e che , assieme al “fratello” Antonio Meucci accolse Garibaldi al suo arrivo negli Stati Uniti. Per il Filopanti che Garibaldi chiamava “mio maestro e professore dell’infinito” non vi era rottura tra spirito e scienza; egli scorge un Universo mosso da una intelligenza ordinatrice e per lui vi è, come è stato fatto notare “ una universalità della scienza cui riconosce il compito di guidare il progresso materiale , civile e morale dell’umanità; ecumenismo e fratellanza dei popoli sono il fondamento del suo progetto di una “repubblica universale” che coincide idealmente con l’Universo stesso, in quanto regolata da armonie cosmiche”. Ed ecco, similmente, Garibaldi scrivere:”
    Il Regolatore dei Mondi Il Regolatore dei Mondi, sì, quell’intelligenza infinita, la cui esistenza, gettando lo sguardo nello spazio e contemplando la stupenda armonia che regge i corpi celesti ivi disseminati chiunque deve confessare. …… Il mio infimo corpo è animato siccome sono animati i milioni d’esseri che vivono sulla terra , nelle acque e nello spazio infinito non eccettuando gli astri, ce possono essere animati pure. Come tutti quegli esseri io sono dotato di una quantità qualunque di intelligenza e se, l’intelligenza universale , che anima il tutto, fosse Dio , io avrei allora una scintilla animatrice emanata da Dio e sarei dunque una parte infinitamente piccola della Divinità ma ne sarei una parte; quell’idea mi nobilita , mi soddisfa , fa qualche cosa del mio nulla e contribuisce a sollevarmi sulle miserie di questa vita. ..” Vi è dunque in Garibaldi, oltre ad un sentire l’esigenza di una lingua universale, ad una speranza in una futura pacifica unione dei popoli europei e nell’opera dell’arbitrato internazionale, oltre ad una fiducia in un mondo futuro di pace, anche un sentire come le sue azioni umane siano collegate ad un più generale disegno dell’universo, ad una infinita intelligenza che diviene, come la Forza di Zamenhof, motrice dell’intelligenza che muove le singole coscienze. Un tutto uno tra una spiritualità che si pone in armonia con un disegno che irradia nel cosmo ed un agire per il bene dell’umanità che è quasi specchio umano di una più vasta armonia; ed in questa coerenza di sentire tra religiosità ed azione tra gli uomini Garibaldi , Filopanti e Zamenhof, non sembrano essere poi così distanti, e questo anche a prescindere da quanto questo comune sentire possa essere collegabile ad una comune appartenenza su cui la relazione di oggi pomeriggio ci farà edotti.
    Vi è inoltre in Garibaldi un ulteriore aspetto che ci riporta a Zamenhof.. Pur non rapportando il messaggio ad Hillel ma al cristianesimo, Garibaldi cerca di arrivare ad una scarnificazione dei doveri che all’uomo derivano da quella che egli chiama la religione del vero “ Semplice, bella, sublime è la religione del vero: essa è la religione di Cristo poiché tutta la dottrina di Cristo poggia sull’Eterna verità. L’uomo nasce uguale all’uomo . Indi- Non fate ad altri ciocchè non vorreste per voi. – Chi non ha fallito getti la prima pietra sul delinquente - . Simbolo di fratellanza il primo precetto , e simbolo di perdono il secondo. Simboli, precetti, dottrine che praticati dagli uomini costituirebbero quel grado di perfezione e di prosperità, a cui è suscettibile di giungere”
    Anche in Giuseppe Mazzini sarà possibile ritrovare espressioni di spiritualità che ben si accostano a quella di L.L:Zamenhof. Ma in Giuseppe Mazzini, il patriota italiano che nei suoi 40 anni di esilio ebbe modo di essere autentico cittadino europeo, le corrispondenze con Zamenhof mi sembra possano essere anche altre a partire dal profondo rispetto col quale entrambi erano attorniati da parte di molti dei loro discepoli. E non sembra esagerata tale espressione, discepoli, se pensiamo al titolo di Majstro col quale Zamenhof fu abbastanza presto appellato ed a come anche tardi emuli del pensiero mazziniano non mancavano, di concludere interventi nei loro convegni con un richiamo al loro Maestro Giuseppe Mazzini. Vi era per entrambi nel richiamo a tale appellativo di Maestro una considerazione di una maestria che prima ancora che linguistica, nel caso di Zamenhof, o politica, nel caso di Mazzini, era il riconoscimento della integrità morale con cui gli obbiettivi della loro azione venivano perseguiti. Era il riconoscimento di un loro ruolo quasi profetico, di una azione che guardava con lucida utopia all’umanità del futuro. E per entrambi non mancarono momenti di profondo sconforto . L’interrogarsi di Zamenhof se le ristrettezze a cui aveva sottoposto, non solo lui, ma soprattutto i suoi cari valevano la pena di essere compiute, se i suoi sforzi non erano che vane speranze, e l’ancor più drammatica “ tempesta del dubbio” di Giuseppe Mazzini, dinnanzi alle morti di tanti suoi giovani amici e discepoli a fronte di un’opera che sembrava mai arrivare al risultato sperato, trovano in entrambi il superamento nel profondo senso del dovere che li anima , l’idea mazziniana della vita come missione è la stessa che fa continuare , pur nelle sempre nuove difficoltà, il creatore dell’Esperanto. A guardare alla Vita di Zamenhof sembra che anch’egli avrebbe ben potuto far sua la frase di Mazzini.”il riposo è immorale”. Un’idea della vita come dovere che si collega ad una visione di una religiosità laica, che segna un punto di arrivo del pensiero di entrambi. Ed entrambi si ritroveranno nella strana situazione di avere dei padri che sembrano voler frustare i loro più profondi impulsi giovanili e che poi finiranno con l’essere fieri di quei figli che avevano cercato sottrarre a pericoli di cui ben erano a conoscenza. Il vecchio censore dello Zar che ben conosceva i rischi che , specie per un giovine ebreo, vi potevano essere nel cercar di creare e propagandare una lingua internazionale e che si adopera per quanto può per evitargli problemi censori , finisce con chiedere al figlio, come gesto di amorevole partecipazione in un impegno, di tradurre in Esperanto la sua raccolta di proverbi non è poi molto dissimile da quel vecchio medico, che pur era stato giacobino ma che sperava che il figlio se ne stesse lontano dai pericoli della politica, che finirà con il finanziare l’operare politico del figlio, e lo farà fingendo di credere alle sue capacità imprenditoriali. E, prima ancora, si esporrà in prima persona, non solo portandogli un insperato conforto al momento di una incarcerazione da cui Giuseppe Mazzini avrebbe forse potuto uscire con qualcosa di ben peggiore dell’esilio; ma probabilmente contribuendo a rendere meno grave la pena muovendo sue vecchie reti amicali. Vi è forse una situazione ancor più importante nella quale sia Zamenhof che Mazzini hanno finito con il trovarsi, e non solo da vivi, ed è il modo col quale i rispettivi seguaci si sono accostati alla loro figura spesso ignorando, o , specie per Mazzini, fingendo di ignorare una parte del loro pensiero. Se molti esperantisti hanno guardato ad hillelismo ed ad omanarismo come a due aspetti non collegabili nel progetto di Zamenhof alla lingua Esperanto, così per molti seguaci di Mazzini il suo pensiero religioso è, non di rado, stato visto come qualcosa di marginale rispetto al suo disegno politico; quando non addirittura , per entrambi ma specialmente per Mazzini, il loro pensiero spirituale non è stato visto come qualcosa di fastidioso su cui sorvolare il più velocemente possibile. E per entrambi si tratta di un pensiero spirituale che partendo dalla religione della loro infanzia, per progressiva trasformazione di pensiero, finisce con il diventare una forma di religiosità in cui ogni uomo possa riconoscersi e nel quale ogni uomo possa rapportarsi direttamente a quello che ritiene essere l’essere supremo comunque lo consideri. E sia in Mazzini che in Zamenhof non mi sembra si possa parlare di eclettismo o di relativismo religioso, ma vi è semmai un tentativo di, per usare le parole di padre David Maria Turoldo, “attraversare insieme il deserto, e di deserto in deserto andare oltre la foresta delle fedi, liberi e nudi verso il nudo essere”.
    Ma vorrei tornare per un po’ a Giuseppe Mazzini per cercar di cogliere, prima di tornar ad esaminare come si sviluppa il suo pensiero religioso e come possa essere rapportabile a quello di Zamenhof, qualche altro aspetto della sua personalità per vedere se dal suo pensiero potesse sorgere, in quelli che saranno i suoi seguaci, ragioni di contrasto o di apprezzamento nei confronti dell’Esperanto. Anche Mazzini, al pari di altri politici italiani dell’ottocento dimostra un vivo interesse per la cultura e specificatamente per la letteratura degli altri paesi europei .
    Più che all’attività di medico , a cui in un primo momento sperava di vederlo avviato il padre, od a quella di avvocato che esercitò per soli due anni e solo per prestar patrocinio gratuito agli indigenti, l’aspirazione di Mazzini, se non fosse prevalso in lui l’impegno politico, sarebbe stata quella di recensore di opere letterarie e di scrittore egli stesso.
    Ed in questo interesse per la letteratura egli oltre ad interessarsi di letteratura italiana si volge a quella europea e mondiale. Nel 1829 viene pubblicato nella fiorentina Antologia un suo saggio dal titolo “D’una letteratura europea” Egli sceglie una frase di Goethe da anteporre al suo scritto:” Io intravvedo l’aurora d’una letteratura europea: nessuno tra i popoli potrà dirla propria; tutti avranno contribuito a fondarla”. E, rivolto ai giovani, egli li ammonisce “ Gli errori di molti secoli hanno logorata la impronta comune ; ma la poesia fu data dal cielo come voce che può ricongiungere i fratelli dispersi. Voi dovete eccitare e diffondere per ogni dove questo spirito di amore; dovete abbattere le barriere che ancora s’oppongono alla concordia: dovete cantare le universali passioni, le verità eterne. Perciò studiate i volumi di tutte le nazioni; chi non ha veduto che una sola letteratura non conosce che una pagina del libro dove si contengono i misteri del genio” Non stupisce quindi il fatto che Giuseppe Mazzini avesse auspicato l’esistenza di una lingua , diversa da quelle nazionali, in grado di unire tra loro tutti gli uomini. Così come non può quindi stupire l’afflato non solo europeista ma umanitario che è diffuso in tutto il patto di fratellanza che fu stillato al momento della fondazione della Giovine Europa, avvenuta a Berna il 15 aprile del 1834, e che si estende alle stesse istruzioni per gli iniziatori. Un documento, le istruzioni agli iniziatori, in cui vi è un richiamo all’Umanità come sola interprete della legge divina, ed ancora alla eguaglianza ed alla fratellanza fra tutti gli uomini uniti fra loro grazie all’associazionismo, e nell’affermare in cosa consiste la Fratellanza viene detto che essa è “l’amore reciproco, la tendenza che conduce l’uomo a fare per altri ciò ch’ei vorrebbe si facesse da altri per lui”. Al pari che per Zamenhof, anche per Mazzini nulla è staccato in quelli che sono i suoi ideali. Egli avrebbe potuto limitarsi ad affrontare il nodo politico dell’alleanza fra i democratici europei ed indicare gli obbiettivi comuni sia nella lotta che nella nuova Europa che doveva sorgere, ma egli sapeva che quel disegno era parte di un disegno più ampio che guardava a tutta l’Umanità. E questa capacità di non temere di indicare obbiettivi ancora più alti, quando anche i più modesti sembrano di difficile realizzazione, è forse il segno di quegli uomini che nelle loro speranze hanno il segno della profezia. Ed è anche per questo che l’idea di patria di Mazzini, come una leva su cui far poggiare il futuro di una nuova umanità, fa si che a lui guardassero quanti da posizione di socialità e di progresso guardano al sogno di nuove nazionalità. E questo sarà per quanti, primo fra tutti Gandhi, che guarderanno al nascere di un’India indipendente, a chi fonderà la giovine Polonia ed a chi penserà alla possibilità di un ritorno ad Israele. Anche per queste due ultime ragioni è abbastanza probabile che il nome di Mazzini non fosse indifferente a Lazzaro Lodovico Zamenhof. Ma va anche ricordato l’influsso di Mazzini sul movimento democratico russo , se non altro per la sua amicizia con Herzen. Ma vi è un altro personaggio russo, certamente noto ed ammirato da Zamenhof, che provò profonda simpatia per Giuseppe Mazzini, mi riferisco a Lev Nicolaevic Tolstoj . Egli sentì parlare di Mazzini, nel suo primo viaggio all’estero del 1857, da parte di esuli russi residenti a Torino e poi da Herzen a Londra nel 1861. Nell’agosto del 1894 egli tradusse per la pietroburghese Kniziki nedeli (Le settimane del libro) uno scritto di Mazzini sull’immortalità dell’anima. E fu Tolstoj ad incoraggiare Nikiforov a tradurre il mazziniano “I doveri dell’uomo” che uscì nel 1902. Egli inoltre aveva pensato di inserire nella sua Krug ctenija ( ciclo di letture) delle massime di Mazzini tratte da Ricordi agli italiani ed i Pensieri di Mazzini raccolti da Dobelli ed, in effetti, tredici massime di Mazzini furono ivi inserite.
    Egli si affidò per la traduzione a Nikiforov che svolse tale compito durante una sua incarcerazione.
    Fu così che nel 1905 ad opera dello stesso Nikiforov uscirono in Russia , pubblicata da una casa editrice fondata da amici di Tolstoj, una raccolta di Pensieri scelti di Giuseppe Mazzini; la casa editrice che pubblicò i pensieri di Mazzini era in realtà quella Posrednik la cui redazione, una decina di anno prima, era entrata a far parte dei collaboratori dell’Esperantisto. Tolstoj più che al Mazzini politico fu interessato al pensiero morale e religioso di Mazzini probabilmente trovando profonde assonanze con il suo sentire alieno dai dogmi e vicino alla libera interpretazione dell’insegnamento di Cristo ed alla sua ricerca di una religione “corrispondente allo sviluppo dell’umanità”. Un’idea di progresso, quella di Mazzini, che egli riscontra , quindi, anche nel cammino delle religioni che si succedono e che si confrontano. Così avviene anche quando, pur nelle ristrettezze dell’esilio, pensa di dar vita, oltre ad un Corso di Critica Letteraria Drammatica, anche a due Collezioni: duella delle Epopee e quella dei Libri Religiosi. Oltre ad opere, frutto del genio collettivo dei popoli, come la Rmayana, il Mahabharata, dell’India, il Shah-nameh persiano, l’Iliade, il Niebelungenlied, i frammenti delle Edde scandinave, tutti a suo avviso d’autore ignoto od incerto, solo la Divina Commedia dantesca come opera di autore conosciuto. Tra le opere religiose cita i Vedas dell’India, i Nackas di Zoroastro, la Bibbia israelitica, il Vangelo di Gesù, l’Edda di Snorro, il Corano. Ed accanto a queste gli studi su “eresie, sette ,derivazioni, analoghe tutte, che uscirono da ciascuna, e pennelleggiassero a grandi linee le filosofie che stettero sempre tra l’una e l’altra “ e nell’analizzarne i progressi che sarebbero “ la più splendida dimostrazione possibile della Legge di Progresso ch’è la vita dell’Umanità e porrebbe la prima pietra della inevitabile invocata Religione futura”. Un’idea di una nuova Religione dell’Umanità, non per sintesi di religioni, ma per progresso del pensiero religioso che ben può accostarsi, ritengo, al percorso del pensiero di L. L.Zamenhof. E “quell’analoghe tutte” riferito alle derivazioni dai vari pensieri religiosi che ben si adattano a quanti partendo , come Zamenhof, come Mazzini, come il fondatore del Baahismo e tanti altri, da un’idea religiosa cercando, a volte, da prima di coglierne la purezza essenziale per offrirla agli uomini di tutte le fedi, per poi proseguire nel loro cammino e cercare una religione che possa essere accettata da tutti gli uomini o quantomeno un possibilità di convivenza non in orti separati ma in una ortoprassi che superi le barriere delle ortodossie. Ma questo implica il superamento dell’idea di una rivelazione definitiva per dar luogo, semmai, all’idea della continuità della stessa.
    Uno sforzo di apertura al mondo cristiano in particolare, quasi un ricominciare un discorso presto interrotto, ed all’umanità in generale si ebbe da parte di Elia Benamozegh un rabbino di origine marocchina, ma nato a Livorno nel 1823, e vicino alle posizioni del repubblicanesimo italiano, al quale si rivolse Giuseppe Mazzini in una sua lettera del 1870 in cui invitava l’ebraismo a rinnovarsi
    invitandolo ad analizzare il proprio elemento vitale ed a “ desumere le idee da ciò che non è se non un simbolo , a inoculare in sé quella vita di proselitismo che gli mancò , a invocare con noi lo svolgersi della nostra pagina Divina, a prepararsi per prender parte al vero Concilio Ecumennico di quanti credono alle cose eterne..” Mazzini rivolgeva quindi al grande cabalista un invito a portare l’ebraismo all’interno di quel Concilio religioso della nuova religione universale che sarebbe dovuta essere propria di una nuova Umanità governata da una Costituente democratica di tutti i popoli, giacché, per usare le parole di Mazzini “ Costituente e concilio son questi il principe ed il papa dell’avvenire”In una lettera a Marie d’Agoult ( scrittrice che divenne nota con lo pseudonimo di Daniel Stern) , Mazzini scrive:” Presto o tardi si fonderà una chiesa ed il momento s’avvicina. Questa piccola chiesa non sarà in principio che una chiesa di Precursori…..la nuova chiesa è chiamata a dare quella “sintesi” dell’Umanità collettiva ed avrà un Precursore collettivo. Poi arriverà una grande crisi, un popolo che si alzerà in nome di tutti con l’istinto del dovere” . Ed il mazziniano Gustavo Modena, in un gustoso dialogo dal titolo “Il negoziante ed il carrettiere”, scriveva “Chiesa vuol dire assemblea , Repubblica dei cristiani”. A ben guardare il sogno mazziniano era quello che fu già di un eretico del cristianesimo a cui si sentiva fortemente egli legato Gioacchino da Fiore, per Gioacchino da Fiore la religione dello Spirito ( che sarebbe seguita a quella del Figlio) avrebbe dato vita a libere associazioni di credenti. Un sogno difficile da realizzare , ma che ci ricorda anche, come è stato fatto notare, l’ashram di Gandhi ( di quel Gandhi che non nascose la sua stima per Mazzini) dove erano benvenuti gli uomini di tutte le religioni e senza alcuna religione. Ma un sogno che non manca di profonde assonanze con l’omanarismo di Zamenhof. . Il, mazziniano, popolo che si innalzerà su tutti con l’istinto del dovere a dare una sintesi dell’Umanità collettiva ben poteva essere il popolo portatore della “interna ideo”. Se ad incidere sull’idea di Mazzini dell’esistenza di una nuova chiesa che comprendesse tutti gli uomini e che avesse una struttura associativa fu l’influsso di Gioacchino da Fiore, un altro eretico italiano Giordano Bruno, le cui opere Mazzini si premurò di avere nel suo esilio svizzero assieme a quelle di Gioacchino da Fiore, contribuì, per altro verso, ad incidere nel pensiero religioso di Giuseppe Mazzini. Noi tutti sappiamo come per L.L: Zamenhof il principio ispiratore del giudaismo ripreso dall’hillelismo fosse “l’esistenza di una Forza suprema governante il mondo, convenzionalmente chiamata Dio” e la Forza ritroveremo ancora come definizione di Dio nella sua “Preghiera sotto il verde stendardo”. E’ interessante che un richiamo alla Forza si ritrovi, prima ancora che in Leibniz ed in Kant, in Giordano Bruno. In Bruno la Forza creatrice ha creato lo spazio ed il tempo e da questa divisione fra i due è venuto il principio attivo che ha creato e continuamente plasma la materia. Ed è dall’idea bruniana di movimento che trae ispirazione l’idea mazziniana di progresso nell’evoluzione umana. Ed è la legge del progresso che impone ad ogni uomo di lavorare per l’evoluzione comune. Ed ecco quindi che in un articolo su un’enciclica papale del 1849 ,proprio in sintonia con quella idea di Forza, principio creatore, che diventa movimento, che Mazzini scrive:” Dio pensa operando e noi dobbiamo da lungi imitarlo”. Il suo noto binomio Pensiero ed Azione è dunque un richiamare gli uomini ad un incessante lavoro da compiere, specchio di un altro lavoro che continua a compiersi ( come per Mazzini è continua la rivelazione ). Ma possiamo ben dire che questa corrispondenza tra pensiero ed azione, questo continuo senso del dovere, quasi specchio di un dovere da svolgere in sintonia di una più elevata Forza, la possiamo riscontrare anche nel modo con il quale L.L:Zamenhof concepisce e svolge la sua missione.
    Vi è un punto che differenzia l’approccio di Zamenhof e di Mazzini rispetto all’idea di una nuova forma di religiosità che ritengo sia il caso di evidenziare. Ed a suggerirlo, in qualche modo , è il saggio che Elia Benamozegh, stava elaborando ( e secondo Bruno di Porto il suggerimento mazziniano non fu indifferente a tale sforzo) nello stesso periodo in cui Zamenhof stava scrivendo il suo saggio sull’hillelismo. In “Israel et l’humanité” . che vedrà la luce solo nel 1914 , quattordici anni dopo la morte del suo autore, Benamozegh individua nei precetti noachidi “l’elemento vitale dell’ebraismo” ( per usare l’espressione propria dell’invito che Mazzini gli andò facendo) dando vita ad un tipo di approccio che poteva aprire ad una nuova storia con il cristianesimo e con l’intera umanità. Ma in questo lavoro di ricerca dell’essenzialità che Benamozegh andò compiendo, così come stava facendo Zamenhof, e pervenendo ad un risultato a mio modesto parere non troppo dissimile, egli non volle rinunciare, a differenza di quanto sembrava suggerire Mazzini , al dato del simbolo e del rito. E lo stesso Zamenhof ( differenziandosi, quindi, anch’egli da Mazzini su questo punto), che pur aveva indicato come non valesse la pena di far continuare le sofferenze di un popolo solo per le forme esteriori della sua religione, afferma che spetta al Sinodo della chiesa hillelista regolamentare gli usi e le cerimonie religiose ed aggiunge che le tradizioni sono alla base di ogni sacralità e senza tradizioni la religione è impossibile. Ed anche l’omanarismo,comunque lo si voglia giudicare, nel suo punto 11 invita ad una assiduità di frequenza al tempio omanarista ed ad elaborare , fra omaranoj di diverse religioni, “costumi e feste neutral-umane ed in tal modo contribuire alla elaborazione , passo dopo passo, di una religione comune-umana pura filosoficamente, ma allo stesso tempo bella, poetica, calda e regolatrice dell’esistenza”.
    Mazzini , in realtà, nelle tante associazioni a cui diede vita cercò d’infondere più i valori di un mondo futuro che la prefigurazione dello stesso all’interno della loro vita associata. E così fu per sua idea di una nuova religiosità, per questo egli non si soffermò a particolare elaborazioni rispetto all’esigenza di creare una nuova tradizione, come mi sembra volle invece fare Zamenhof. In Zamenhof vi è la consapevolezza di come la celebrazione, il rito, la consuetudine, abbiano un forte valore aggregante ed aiutino a creare una nuova identità. Così Benamozegh al pari e più di Zamenhof, non volle mai rinunciare ai valori rituali ; mentre proprio il suo profondo misticismo gli suggeriva una via verso la tolleranza che si trasfuse nel suo Israel et l’humanitè, perché non vi può essere costrizione di dogmi e di strutture , neanche quelle di una pur grande ed antica religione, verso l’incontro con quella Forza che è alla base dell’estasi mistica. Ma quali che siano le sue vie, la tolleranza porta a far si che uomini di fedi diverse si riconoscano in quel messaggio che Zamenhof volle dare nei suoi ben noti ultimi versi di “ Sub la verda stendardo”. Per Garibaldi il tempio della tolleranza, e di quella che lui chiamava la religione del vero, fu probabilmente la loggia massonica che, non a caso, egli operò perché fosse aperta anche al mondo femminile. Per Mazzini, la sua ricerca di una religione dell’umanità che superasse le precedenti religioni non impedì, ma anzi rafforzò, la sua tolleranza civile verso quelle ancora esistenti. La sua vita di esule ( sono qui vicini i paesi di Grechen e di Epiquerez che vollero, a distanza di anni, assegnargli la cittadinanza sperando invano di potergli dare un sicuro asilo), lo portò ad una attenzione verso le più diverse esperienze che costituiscono la premessa di una tolleranza che non voglia essere semplice sopportazione.
    In conclusione, ed in prima approssimazione, debbo dire che ritengo che il mancato incontro fra l’esperantismo ed ampia parte del progressivismo democratico-repubblicano italiano a cavallo tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo non sia dovuto al pensiero di quanti concorsero a porre le basi dello stesso, ma in altre cause che possono collegarsi sia alla scarsa espansione generale dell’esperantismo in Italia in quel periodo, sia al venir meno di parte di quella tensione ideale che fu propria dei precursori da me citati.
    Mi sia però consentito, a conclusione, aggiungere che in un tempo nel quale uomini delle più diverse fedi sentono che occorra sforzarsi di andare oltre la inter-ecclesialità ( vista come necessità di un colloquio fra chiese che parta dalla reciproca comprensione) per aprirsi alla trans-ecclesialità ( intesa come una “effettiva comunione fra chiese solo formalmente contrapposte” ) l’hillelismo e l’omanarismo di Zamenhof come la religione civile di Mazzini possano ben essere guardati come elementi in sintonia con questo nuovo clima di ricerca; l’omanarismo, in particolare, potrebbe, nelle sue linee guida, costituire, grazie al lavoro che uomini di fede diversa potrebbero in serenità compiere nei suoi templi, un primo importante strumento per rendere lo sforzo che si sta compiendo meno grave e magari anche più fruttuoso.
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

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  8. #28
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    Predefinito Rif: Un repubblicano al mese...

    E Saffi ? Pioniere del Municipalismo e dell' unità d'Italia ! Capito Abu Trota ? ( rivolgermi al padre del Trota con il termine araba Abu, " padre di" , mi da un particolare piacere )

    Passando alle cose serie la regioneEmilia Romagna ha dedicato parte del suo portale al Risorgimento, di particolare rilievo il contributo video su Aurelio Saffi di Roberto Balzani sindaco mazziniano di Forlì

    DAL PORTALE SUL RISORGIMENTO DELL' EMILIA ROMAGNA : AURELIO SAFFI di ROBERTO BALZANI | novefebbraio.it
    Ultima modifica di lucrezio; 02-11-11 alle 00:19

  9. #29
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    Predefinito Re: Un repubblicano al mese...

    - Ugo della Seta è stato un esponente della cultura repubblicana e mazziniana di altissimo livello , la sua opera per l' uguaglianza delle varie confessioni religiose di fronte alla legge ancora oggi rappresenta un punto fondamentale , purtroppo non ancora ben conosciuto Il suo intervento alla costituente per dare un senso di Democrazia e laicità a quello che divenno l' art 7 della Costituzione non ebbe successo , ma il testo dell' intervento illustrativo rimane, a mio avviso un cardine del pensiero laico progressita

    Una battaglia per lo stato laico | novefebbraio.it

  10. #30
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    Predefinito Re: Un repubblicano al mese...

    Cipriano Facchinetti una vita per la democrazia , senza la paura di essere in minoranza

    «Parlo a nome della « pattuglia » repubblicana come l'ha definita, senza offenderci, un deputato fascista. In un'epoca in cui la fortuna appartiene alla maggioranza pletorica delle persone che amano cambiare di frequente opinione, noi salutiamo questa nostra brevità di Gruppo come l'omaggio più fervido che possiamo rendere alla nostra grande passione»
    Così Cipriano Facchinetti , deputato repubblicano di Trieste alla camera nel 1924.

    Nacque a Capobasso il 13 gennaio del 1889 da madre calabrese e padre bergamasco, giovanissimo militante del Partito repubblicano, Facchinetti fu redattore, nei primi anni del Novecento, de Il Secolo di Milano e direttore di Il cacciatore delle Alpi di Varese. Nel 1912, accorse volontario garibaldino in Grecia.
    Interventista e combattente nella Prima guerra mondiale, nel 1917 fu gravemente ferito agli occhi sul Carso e, rimasto quasi cieco, fu decorato di Medaglia d'argento al valor militare.
    Fece parte sind a subito dell' ala democratica e non nazionalista dell'interventismo , fu infatti tra i promotori, con Bissolati e Ghisleri, della Famiglia Italiana della Lega Universale per la Società delle Libere Nazioni, che prosegue la sua azione negli anni successivi in appoggio alla creazione della Società delle Nazioni, collegandosi in tal modo alle simili iniziative prese negli altri paesi

    Sempre con Bissolati fonda “L’Italia del popolo” E’, questo, l'organo dei Fascio wilsoniano d'azione, cui aderiscono repubblicani milanesi, alcuni socialisti riformisti dell'Unione Socialista Italiana (USI) e numerosi combattenti. L'organizzazione si richiama a quegli stessi principi indicati dal presidente statunitense W. Wilson L'Italia del popolo nasce in funzione antimussoliniana, Fra i due quotidiani, si sviluppa una violenta polemica, suscitata anche dalla serata al teatro della Scala di Milano del gennaio 1919, durante la quale Bissolati e Facchinetti sono bersaglio degli insulti di Mussolini e Marinetti sulla questione della "pace mutilata"

    Al XIV congresso nazionale del PRI ad Ancona presenta un ordine del giorno sulla politica estera che esprime la sua opposizione alla politica di D'Annunzio su Fiume, di cui Facchinetti comprende i risvolti nazionalisti e militaristi. Alla fine di quel congresso il Facchinetti viene eletto nella commissione esecutiva del partito, facendo parte della corrente maggioritaria che si è schierata a favore della promozione politica e sociale dei lavoratori

    Nelle elezioni del 6 aprile 1924 fu eletto deputato per il collegio di Trieste e fu tra i parlamentari che, nel novembre, parteciparono, per protestare contro Mussolini, alla "secessione dell'Aventino". Tra i deputati dichiarati decaduti dal fascismo, Facchinetti continuò ad essere perseguitato. Dopo un arresto e rilascio Facchinetti riuscì a espatriare in Francia. A Parigi fu eletto, con Mario Angeloni, segretario del PRI, che veniva diretto dall'estero. Quando, nella Seconda guerra mondiale, i tedeschi occuparono la Francia, il governo di Vichy si affrettò a consegnare il repubblicano fuoriuscito alla polizia italiana. Facchinetti, processato dal Tribunale speciale, fu condannato a 30 anni di carcere.
    Fu liberato alla caduta di Mussolini e, dopo l'annuncio dell'armistizio, riparò in Svizzera. Tornato a Roma nel novembre del 1944, dopo la Liberazione Facchinetti fu membro della Consulta nazionale in rappresentanza del Partito d'Azione. Allo scioglimento di questa formazione politica, aderì al partito che aveva diretto da esule in Francia. Deputato alla Costituente, senatore di diritto nella prima Legislatura della Repubblica e rieletto nelle legislature che la seguirono, Facchinetti fu chiamato da Alcide De Gasperi a far parte del suo secondo Gabinetto come ministro della Difesa (allora della Guerra).
    Fu lui che propose l'adozione di quello di Mameli come inno nazionale. Lo stesso incarico ministeriale Facchinetti lo ebbe, dal maggio 1947 al maggio 1948, nel quarto Governo De Gasperi, che lo sostituì con Randolfo Pacciardi . Dal 1945 al 1949 Facchinetti è stato presidente della Federazione nazionale della stampa e, in seguito, presidente del Consiglio di amministrazione dell'agenzia giornalistica ANSA.

    Morì a Roma il 17 febbraio 1952

    Riportiamo alcune delle parole pronunciate nella successiva commerazione parlamentare


    Sandro Pertini
    “...
    apparteneva a quella categoria di idealisti che intendono pagare di persona per la loro
    idea... non trasformò le sofferenze e le persecuzioni patite in una cambiale da farsi pagare.
    Gli bastava la consapevolezza, egli puro mazziniano, di avere sempre compiuto il proprio dovere. ... Egli considerava, come noi consideriamo, la politica un’alta missione, che più che procurar diritti impone doveri.
    ...”

    Enrico De Nicola
    “...Cipriano Facchinetti era l’animatore amato e rispettato di tutte le cause nobili aveva
    un’alta coscienza morale, una saldezza di carattere, una generosa bontà, una indomita energia, una fede inestinguibile nella libertà non chiedeva altra ricompensa alle buone azioni che quotidianamente compiva che quella di averle compiute pareva che si inspirasse in ogni istante al monito di Giuseppe Mazzini : la vita è dovere, il dovere è sacrificio. Egli ci lascia la sola eredità ideale veramente efficace : l’esempio”
    ...”
    ANPI | Biografia: Cipriano Facchinetti

    http://www.isisfacchinetti.it/wp-con...astellanza.pdf

    Repubblicani da non dimenticare Cipriano Facchinetti | novefebbraio.it
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

 

 
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