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    Predefinito Partito Per La Questione Morale (p.q.m)

    PARTITO PER LA QUESTIONE MORALE (P.Q.M)
    COMUNISTI E SOCIALISTI ITALIANI PER "ENRICO BERLINGUER" E "GIROTONDI"


    ______________________________________________
    Il Partito per la Questione Morale (P.Q.M) unisce la tadizione dei comunisti italiani e dei veri socialisti italiani dei primi 50 anni del '900, in un'unita' fra le forze della sinistra del popolo, e lotta per la "QUESTIONE MORALE" lanciata nel 1981 dal grande ENRICO BERLINGUER e ripresa negli ultimi anni da Antonio Di Pietro e dagli uomini della SINISTRA PROGRESSISTA, ONESTA E PLURALE.
    __________________________________________________ __
    CANDIDATI
    1)asti_sinistra
    2)cciappas
    3)DrugoLebowsky
    4)FLenzi
    5)Lauraf
    6)MrBojangles
    7)Skepto
    8)T34
    __________________________________________________ __
    Il PARTITO PER LA QUESTIONE MORALE (P.Q.M) SOSTIENE IL CANDIDATO ALLA PRESIDENZA:
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  2. #2
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    LA QUESTIONE MORALE (ENRICO BERLINGUER)



    Intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 28 luglio 1981



    «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».

    La passione è finita?

    Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

    Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

    È quello che io penso.

    Per quale motivo?

    I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

    Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

    E secondo lei non corrisponde alla situazione?

    Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

    La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

    Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

    In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

    Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?

    Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

    Veniamo alla seconda diversità.

    Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

    Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

    Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

    Non voi soltanto.

    È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

    Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

    Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

    Dunque, siete un partito socialista serio...

    ...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

    Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

    No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

    Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?

    Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

    Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

    La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

    Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

    Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

    Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...

    Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

    E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

    Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

  3. #3
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    In Origine postato da asti_sinistra
    LA QUESTIONE MORALE (ENRICO BERLINGUER)



    Intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 28 luglio 1981



    «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».

    La passione è finita?

    Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

    Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

    È quello che io penso.

    Per quale motivo?

    I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

    Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

    E secondo lei non corrisponde alla situazione?

    Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

    La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

    Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

    In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

    Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?

    Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

    Veniamo alla seconda diversità.

    Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

    Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

    Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

    Non voi soltanto.

    È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

    Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

    Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

    Dunque, siete un partito socialista serio...

    ...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

    Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

    No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

    Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?

    Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

    Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

    La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

    Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

    Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

    Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...

    Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

    E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

    Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.


    Questo è uno dei punti in cui Berlinguer dimostrò la modernità dei suoi pensieri...

    "Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri,che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata. "

    Dopo 30 anni ancora attuale....

  4. #4
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    In Origine postato da T34
    Questo è uno dei punti in cui Berlinguer dimostrò la modernità dei suoi pensieri...

    "Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri,che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata. "

    Dopo 30 anni ancora attuale....
    attuale, attualissimo..
    il difficile è metterlo in pratica

  5. #5
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    In Origine postato da lauraf
    attuale, attualissimo..
    il difficile è metterlo in pratica
    Qualcuno, con mezzi molto più dotati, ha impiegato 6 giorni a costruire qualcosa e nonostante le sue capacità sarebbe tutto da rifare.....

  6. #6
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    A PROPOSITO DI ENRICO BERLINGUER
    di GIOVANNI BERLINGUER - SINISTRA DS
    Da quando morì Enrico mi sono sempre astenuto dal commentare i giudizi politici e personali, anche i più aspri, espressi sul suo operato. A questo mi ha indotto, forse più che l’ovvio riserbo, il percepire che ci sono tuttora verso di lui (anche da parte dei giovani) stima e affetto diffusi, non scalfiti dalle critiche e dal passare del tempo.
    Mi sono anche astenuto dall’intervenire sui nodi più discussi del suo impegno alla guida del Pci, come il passaggio del compromesso storico da strategia nazionale ad accordo di governo con la Dc, come la rottura coraggiosa ma incompiuta con il comunismo, come le aspre polemiche che hanno diviso il Pci dal Psi di Craxi: temi che suscitano interrogativi importanti per la storia come pure per le nostre prospettive odierne.
    Non riesco a tacere, tuttavia, il senso di dolore personale e più ancora di sconcerto politico che mi è venuto dalla lettura di alcune pagine-chiave del libro di Piero Fassino "Per passione", che è un'autobiografia dignitosa e stimolante e un'utile fonte di analisi sociale e politica di Torino e dell'Italia.
    Anch'io ho passione, e cito perciò una sua metafora che mi ha fatto rabbrividire. Il contesto è così descritto nel libro (pp. 156-161): da un lato Craxi, il quale "interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia" e quindi "una gran voglia di modernizzazione", e dall'altra un Pci "che di fronte alle difficoltà del presente non sa opporsi ai richiami del passato e si esilia in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola". La sorte, evidentemente, è segnata, e Fassino sprigiona così la sua fantasia descrittiva: "Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l'avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l'altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l'impatto con la crisi della sua strategia politica".
    Un uomo fortunato, quindi, per quel che gli è accaduto tempestivamente a Padova. Non commento il carattere lugubre e macabro della metafora, poiché ciò spetta ai lettori, forse meno di me emotivamente coinvolti. Sul piano politico, però, unendo passione e ragione (e concordando ovviamente sul carattere negativo della rottura avvenuta allora nella sinistra e sulle reciproche responsabilità), è doveroso porsi due domande.
    Una riguarda la partita in gioco: è proprio vero che lo scacco matto era imminente, e che non c'era altra via di uscita? La mia impressione è che, sebbene Craxi segnò punti a favore subito dopo la scomparsa di Enrico, come il referendum sulla scala mobile (avviato, come riconosce Fassino, tra molte esitazioni dei nostri dirigenti), negli anni successivi cominciò il declino della sua politica, che si concluse poi drammaticamente con il danno maggiore: la scomparsa del Psi. In quegli anni furono avviate invece, con grande travaglio, le successive trasformazioni del nostro partito, che pur con perdite e affanni mantiene un ruolo sostanziale nella sinistra italiana. Forse, ciò è accaduto anche perché nei decenni precedenti non abbiamo compiuto soltanto "la traversata del deserto", ma anche una costruzione democratica di rapporti sociali diffusi, e perché continuità e discontinuità (quando dalle due abbiamo scelto il meglio!) hanno contribuito entrambe a salvare e trasformare (in modo ancora insufficiente) questo partito.
    L'altra domanda coinvolge giudizi politici su quel tempo, e ancor più sulle scelte che si stanno compiendo oggi: è proprio vero che Craxi era modernizzante e Berlinguer passatista? E come collocarsi ora, quando le coordinate degli anni ottanta e novanta risultano in gran parte superate?
    Nel Psi, intuizioni e intenzioni moderniste ci furono certamente, come la Conferenza programmatica del 1982 che nelle idee di Martelli volle coniugare "meriti e bisogni". Nei Congressi del Psi l'arredamento diventò avveniristico, il "made in Italy" fu propagandato nel mondo, soprattutto nel campo della moda, e le televisioni moltiplicate e accaparrate. Ma scienza e scuola ristagnarono e l'innovazione tecnologica progredì scarsamente. Le istituzioni più che riformate furono occupate, poste al servizio di gruppi e partiti e spesso corrotte. Non sta a me ricordare, per contro, che come risultato di un confronto politico asperrimo Enrico percepiva e soffriva il rischio di un isolamento (anche interno) e più ancora di una stagnazione delle idee. Dopo aver sollevato la questione morale, intesa non nel senso giudiziario bensì come riforma dei partiti e della politica (1981) e dopo lo strappo con il sistema sovietico (1982) Enrico negli ultimi anni ha riproposto con slancio il tema dello sviluppo sostenibile e del governo mondiale, il ruolo della scienza e della tecnologia, la questione dell'etica pubblica.
    Tali questioni hanno assunto con la crisi del neoliberismo, dell'assetto culturale caratterizzato dal "pensiero unico" e ora del dominio di un solo paese, una priorità programmatica pregnante e urgente. Nel nostro passato, più che in altre esperienze che si vorrebbero riproporre come modelli, ci sono tracce da seguire, e nel nostro futuro ci deve essere più coraggio e più innovazione. Anch'io ripeterei volentieri la formula fassiniana "modernizzazione più diritti", se cercassimo insieme di darle qualche contenuto unitario, costruttivo e mobilitante.

  7. #7
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    In Origine postato da asti_sinistra
    A PROPOSITO DI ENRICO BERLINGUER
    di GIOVANNI BERLINGUER - SINISTRA DS
    Da quando morì Enrico mi sono sempre astenuto dal commentare i giudizi politici e personali, anche i più aspri, espressi sul suo operato. A questo mi ha indotto, forse più che l’ovvio riserbo, il percepire che ci sono tuttora verso di lui (anche da parte dei giovani) stima e affetto diffusi, non scalfiti dalle critiche e dal passare del tempo.
    Mi sono anche astenuto dall’intervenire sui nodi più discussi del suo impegno alla guida del Pci, come il passaggio del compromesso storico da strategia nazionale ad accordo di governo con la Dc, come la rottura coraggiosa ma incompiuta con il comunismo, come le aspre polemiche che hanno diviso il Pci dal Psi di Craxi: temi che suscitano interrogativi importanti per la storia come pure per le nostre prospettive odierne.
    Non riesco a tacere, tuttavia, il senso di dolore personale e più ancora di sconcerto politico che mi è venuto dalla lettura di alcune pagine-chiave del libro di Piero Fassino "Per passione", che è un'autobiografia dignitosa e stimolante e un'utile fonte di analisi sociale e politica di Torino e dell'Italia.
    Anch'io ho passione, e cito perciò una sua metafora che mi ha fatto rabbrividire. Il contesto è così descritto nel libro (pp. 156-161): da un lato Craxi, il quale "interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia" e quindi "una gran voglia di modernizzazione", e dall'altra un Pci "che di fronte alle difficoltà del presente non sa opporsi ai richiami del passato e si esilia in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola". La sorte, evidentemente, è segnata, e Fassino sprigiona così la sua fantasia descrittiva: "Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l'avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l'altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l'impatto con la crisi della sua strategia politica".
    Un uomo fortunato, quindi, per quel che gli è accaduto tempestivamente a Padova. Non commento il carattere lugubre e macabro della metafora, poiché ciò spetta ai lettori, forse meno di me emotivamente coinvolti. Sul piano politico, però, unendo passione e ragione (e concordando ovviamente sul carattere negativo della rottura avvenuta allora nella sinistra e sulle reciproche responsabilità), è doveroso porsi due domande.
    Una riguarda la partita in gioco: è proprio vero che lo scacco matto era imminente, e che non c'era altra via di uscita? La mia impressione è che, sebbene Craxi segnò punti a favore subito dopo la scomparsa di Enrico, come il referendum sulla scala mobile (avviato, come riconosce Fassino, tra molte esitazioni dei nostri dirigenti), negli anni successivi cominciò il declino della sua politica, che si concluse poi drammaticamente con il danno maggiore: la scomparsa del Psi. In quegli anni furono avviate invece, con grande travaglio, le successive trasformazioni del nostro partito, che pur con perdite e affanni mantiene un ruolo sostanziale nella sinistra italiana. Forse, ciò è accaduto anche perché nei decenni precedenti non abbiamo compiuto soltanto "la traversata del deserto", ma anche una costruzione democratica di rapporti sociali diffusi, e perché continuità e discontinuità (quando dalle due abbiamo scelto il meglio!) hanno contribuito entrambe a salvare e trasformare (in modo ancora insufficiente) questo partito.
    L'altra domanda coinvolge giudizi politici su quel tempo, e ancor più sulle scelte che si stanno compiendo oggi: è proprio vero che Craxi era modernizzante e Berlinguer passatista? E come collocarsi ora, quando le coordinate degli anni ottanta e novanta risultano in gran parte superate?
    Nel Psi, intuizioni e intenzioni moderniste ci furono certamente, come la Conferenza programmatica del 1982 che nelle idee di Martelli volle coniugare "meriti e bisogni". Nei Congressi del Psi l'arredamento diventò avveniristico, il "made in Italy" fu propagandato nel mondo, soprattutto nel campo della moda, e le televisioni moltiplicate e accaparrate. Ma scienza e scuola ristagnarono e l'innovazione tecnologica progredì scarsamente. Le istituzioni più che riformate furono occupate, poste al servizio di gruppi e partiti e spesso corrotte. Non sta a me ricordare, per contro, che come risultato di un confronto politico asperrimo Enrico percepiva e soffriva il rischio di un isolamento (anche interno) e più ancora di una stagnazione delle idee. Dopo aver sollevato la questione morale, intesa non nel senso giudiziario bensì come riforma dei partiti e della politica (1981) e dopo lo strappo con il sistema sovietico (1982) Enrico negli ultimi anni ha riproposto con slancio il tema dello sviluppo sostenibile e del governo mondiale, il ruolo della scienza e della tecnologia, la questione dell'etica pubblica.
    Tali questioni hanno assunto con la crisi del neoliberismo, dell'assetto culturale caratterizzato dal "pensiero unico" e ora del dominio di un solo paese, una priorità programmatica pregnante e urgente. Nel nostro passato, più che in altre esperienze che si vorrebbero riproporre come modelli, ci sono tracce da seguire, e nel nostro futuro ci deve essere più coraggio e più innovazione. Anch'io ripeterei volentieri la formula fassiniana "modernizzazione più diritti", se cercassimo insieme di darle qualche contenuto unitario, costruttivo e mobilitante.
    L'unica cosa che mi sento di rispondere è che la storia giudicherà, il compagno Enrico è lì, agl'altri auguro la stessa stima che il nostro compianto segretario ha meritato.

  8. #8
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    Predefinito Re: Partito Per La Questione Morale (p.q.m)

    In Origine postato da asti_sinistra
    PARTITO PER LA QUESTIONE MORALE (P.Q.M)
    COMUNISTI E SOCIALISTI ITALIANI PER "ENRICO BERLINGUER" E "GIROTONDI"




    __________________________________________________ __
    Il Partito per la Questione Morale (P.Q.M) unisce la tadizione dei comunisti italiani e dei veri socialisti italiani dei primi 50 anni del '900, in un'unita' fra le forze della sinistra del popolo, e lotta per la "QUESTIONE MORALE" lanciata nel 1981 dal grande ENRICO BERLINGUER e ripresa negli ultimi anni da Antonio Di Pietro e dagli uomini della SINISTRA PROGRESSISTA, ONESTA E PLURALE.
    __________________________________________________ __
    CANDIDATI
    asti_sinistra
    cciappas
    DrugoLebowsky
    FLenzi
    Lauraf
    Skepto
    T34
    __________________________________________________ __
    Il PARTITO PER LA QUESTIONE MORALE (P.Q.M) SOSTIENE IL CANDIDATO ALLA PRESIDENZA:
    RED RIVER

  9. #9
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    L'ULTIMO DISCORSO DI ENRICO BERLINGUER....A PADOVA DURANTE IL SUO ULTIMO COMIZIO....FINO ALL'ULTIMO MOMENTO IN MEZZO ALLA GENTE, FINO ALL'ULTIMO MOMENTO DICE "COMPAGNI PROSEGUITE IL LAVORO!"

    Le ultime parole sul palco di Padova, l' agonia, il bacio commosso dell' amico Sandro Pertini
    "Compagni, proseguite il lavoro"
    di r b
    PADOVA - "Compagni, proseguite il vostro lavoro... casa per casa... strada per strada...". Enrico Berlinguer pronuncia le sue ultime parole con la voce fioca, spezzata, un fazzoletto bianco premuto sulla bocca. Il segretario del Pci, colpito da un ictus, crolla, pallido come un cencio, sul palco di Piazza della Frutta, dove sta tenendo un comizio per la campagna elettorale delle elezioni europee. Berlinguer comincia a morire alle dieci e mezza di una sera fredda, di vento, sotto qualche goccia di pioggia, mentre un maxi schermo trasmette il suo dramma ai cinquemila della piazza. Era giovedì 7 giugno 1984. Il suo cuore cessa di battere quattro giorni dopo all' ospedale Giustinianeo. Berlinguer torna a Roma sull' aereo di Sandro Pertini: "Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta" dice con gli occhi lucidi il Presidente della Repubblica. Berlinguer non sta bene già quando sale sul palco. Accende una super senza filtro mentre parla Gianni Pellicani e aspetta il suo turno, ma la spegne quasi subito. Avverte un senso di nausea e gli gira la testa. "Hai mangiato pesante ieri in Liguria" lo tranquillizza il fido Tatò. Berlinguer toglie l' impermeabile, ha una giacca a quadretti. Si slaccia il primo bottone della camicia, per respirare meglio. Inforca gli occhiali e comincia a parlare, la mano sinistra alzata. La polemica col governo è dura. Il leader comunista attacca i "meschini calcoli di parte", la "ragioneria partitica". Ma lo prende il primo affanno. Si ferma, ricomincia : "La verità è che...". Non ce la fa più. "I partiti se ne infischiano...". Berlinguer lotta contro l' ictus. "Enrico, Enrico" gridano dalla piazza. "A questo stato di cose diciamo basta...". La voce gli esce stonata, fatica a leggere gli appunti. Lo prende un attacco di vomito, chiede un bicchiere d' acqua. Impallidisce, si porta il fazzoletto alla bocca. Adesso tutti capiscono. "Non vedete che sta male" urlano. Ma lui vuole andare avanti. Berlinguer sente che le forze gli mancano, la vista gli si appanna. Salta le ultime otto cartelle del discorso. "Proseguite il vostro lavoro, andate casa per casa, strada per strada..." riesce a mormorare e si accascia. I compagni lo sorreggono, lo fanno scendere dal palco. Berlinguer è uno straccio. Vomita. Lo portano all' albergo, poi di corsa all' ospedale. Sono le undici della sera. Berlinguer è in coma. Nella notte lo operano, ma non c' è niente da fare. La mattina dopo arriva Pertini, che si china sul suo letto di morte e lo bacia sulla fronte fasciata. "E' un uomo giusto" piange il vecchio presidente. Per quattro giorni migliaia di persone vegliano in silenzio nel vecchio cortile del Giustinianeo. Ma Berlinguer non riprenderà più conoscenza. Lunedì 11 giugno il sovrintendente sanitario Francesco Valerio comunica : "L' onorevole Enrico Berlinguer è mancato alle 12.45". "Compagni, la dura notizia è giunta" annuncia Achille Occhetto alla folla radunata davanti a Botteghe Oscure. Il corteo con la bara di Enrico Berlinguer sfila da Padova a Venezia tra due ali di folla lunghe trenta chilometri. Pertini lo porta via con sé.

  10. #10
    elizabeth
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    sempre un comunista stringi stringi

 

 
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