«Can che abbaia, non morde», dice il proverbio: per forza, sta parlando. Sta dicendo: «alto là», «fermo là, non ti muovere o ti mordo», «chi sei? che vuoi? va via!» o qualcos'altro del genere. Insomma, quelle che grideremmo noi ad un estraneo sbucato dal nulla che ci ha allarmato: quel cane non morde perché sta minacciando l'intruso e sta aspettando una sua reazione per farlo.
Il gatto che, sorpreso dall'arrivo di un estraneo (uomo o altro animale) soffia, sputa, digrigna i canini, sta minacciando anch'esso, incerto tra la fuga e la lotta, con preferenza per quest'ultima. Un gatto sulle difensive, invece, si solleva sulle zampe posteriori, allarga le zampe anteriori e sfodera gli artigli già pronto a graffiare. Anche questo è linguaggio: linguaggio del corpo e dei gesti.
Come si comportano gli animali con l'uomo? Dipende se sono animali domestici o selvatici. Chiunque abbia aperto una porta in risposta al miagolio di un gatto o all'abbaiare di un cane (richieste di apertura della porta nel loro linguaggio), ha comunicato con un animale. Ancor più se riesce a far venire un cane in risposta ad un suo fischio. Chiunque abbia udito due tortore che alternativamente ripetevano il loro accorato verso da due alberi opposti, ha udito animali che stavano comunicando tra loro. Non si tratta, ovviamente, di una complessa conversazione. Per comunicare, la parola è uno dei tanti mezzi usati dagli animali. La parola – il sistema usato dall'uomo – non è stato privilegio di «tutti» gli uomini. È già controverso se l'uomo di Neanderthal sia stato capace di parlare con un linguaggio articolato e non dimentichiamo che alcuni uccelli – tra i quali i pappagalli – sanno imitare perfettamente il linguaggio umano e talvolta a proposito. Ogni gruppo umano più o meno omogeneo, ha avuto o ha la sua «lingua», intendendo con questa parola l'insieme di un vocabolario concordato in comune.
La biocomunicazione o comunicazione animale (uomo compreso) è multimodale, in quanto i messaggi colpiscono contemporaneamente più sensi. Gli etologi hanno distinto due grandi categorie: messaggi con ridondanza di comunicazione e messaggi senza ridondanza (Dànilo Mainardi, 1999). I primi sono quelli dove ogni componente del messaggio convoglia la stessa informazione, che quindi risulta ripetuta (da qui nasce la ridondanza). Un esempio umano: se si dice a qualcuno «vieni qui» (messaggio vocale) e contemporaneamente si fa con la mano in gesto di avvicinarsi (messaggio gestuale). Un esempio animale: i maschi della Cycnia tenera (una farfalla notturna) emettono sia messaggi chimici sia ultrasuoni, che stimolano nelle femmine la stessa risposta senza che ci sia differenza se i due messaggi (chimico e acustico) vengano usati insieme o separati.
Ci sono casi, invece, in cui la somma di due o più segnali determina un aumento dell'effetto. È il caso delle formiche del genere Aphaenogaster, tra le quali il reclutamento per il trasporto di una preda avviene a mezzo di feromoni. Quando la preda è molto grande, vengono impiegati anche segnali acustici e ciò determina un maggior afflusso di operaie.
Anche se non hanno il dono della parola, gli animali «parlano», o, se preferite in termine più riduttivo, «comunicano» con i loro simili e, entro certi limiti, anche con altre specie. In quest'ultimo caso, non sempre le cose vanno lisce. Per esempio, l'eterno dissidio tra cani e gatti è dovuto proprio a un difetto di comunicazione. Certi segnali pacifici da parte del cane (più grossolano) non sono ritenuti tali da parte del gatto (più raffinato), che al solo vederli s'infuria. Ad esempio, quando il cane invita al gioco della lotta, l'invito avviene con una sorta di inchino accompagnato da un sommosso ringhiare. Per il gatto è una dichiarazione di guerra. E viceversa, quando il gatto soffia è perché ha paura. Prova ne sia che cani e gatti cresciuti insieme da piccoli s'accordano su un linguaggio comune e sanno vivere d'amore e d'accordo.
Quando gli animali «parlano» che cosa comunicano? Quando, al tramonto, un merlo si posa sulla cima dell'albero più alto e comincia a cantare, sta proclamando il possesso del suo territorio «urbe et orbi». Con la sua voce comunica la sua stazza, la sua forza, la sua decisione a difendere il territorio. Così fanno anche il gallo e tanti altri animali. L'uomo alza una bandiera (uso comune in Norvegia), applica un'etichetta alla porta, o fa tutt'e due le cose insieme. Un orso che vuole marcare il suo territorio si alza sulle zampe posteriori e graffia profondamente un tronco d'albero con gli unghioni delle zampe anteriori. Più profondi e decisi sono i graffi, tanto più possanza verrà attribuita dagli altri orsi a quel messaggio di proprietà e tanto più staranno alla larga.
Altri animali (cervo, mosco, gatto e tanti altri) marchiano il proprio territorio con gli odori, strofinando particolari ghiandole contro alberi, piante e financo sui pantaloni del padrone (nel caso del gatto). L'uomo pensa di essere il padrone, ma è il gatto che l'ha marcato come sua proprietà. Altrettanto avviene con le urine lasciate qua e là nel proprio territorio a marcarlo (cane, lupo, lince e anche il gatto). Tutti conoscono l'ossessione del cane a coprire l'odore degli altri cani con quello della propria urina.
La femmina del baco da seta (una grande farfalla bianca dalle ali di velluto) comunica la sua presenza con il profumo (feromoni emessi dalle sue ghiandole) e i maschi riconoscono l'odore del feromome anche a distanza di 42 km. e raggiungono la femmina, guidati dalla sua scia per fecondarla. Anche questa è comunicazione: linguaggio olfattivo.
Ora, il fatto che l'uomo - l'animale più ciarliero - non sia in grado di capire come comunicano tra loro certi animali «muti» - per esempio le formiche o le api - non significa che codesti animali non comunichino tra loro. Per restare alle formiche, esse comunicano strofinandosi reciprocamente le antenne. Che cosa si dicono? Le solite cose: «dove vai?, donde vieni? hai trovato qualcosa da mangiare? dove?» ecc. E, sempre con le antenne, sono capaci di indicare il luogo esatto del cibo. Altrettanto fanno le api, ma con la danza.
Ognuno si esprime come può. Karl von Frisch ha interpretato e svelato il linguaggio danzato delle api. George Schiller ha studiato a lungo i gorilla del Congo, decifrando molti dei messaggi che essi si scambiano tra loro. Altrettanto ha fatto John Lilly nei suoi laboratori marini con i delfini, i quali sono capaci di comunicare con gli uomini. Le balene si fanno lunghe conversazioni con canti a chilometri di distanza. Le orche organizzano veri e propri accerchiamenti delle prede per una mattanza comunicando tra loro con strida appropriate e sono capaci di cooperare con l'uomo per pescare e spartirsi il bottino.

Enrico Annoscia
La gazzetta del Mezzogiorno 4.04.04