Se questa non è guerra GIANNI VATTIMO
Se questa non è guerra, Berlusconi e i suoi ci dicano con che nome dobbiamo chiamarla. Se i nostri militari - ben pagati e dunque non si lamentino, come dice con la solita delicatezza il cavaliere - devono rischiare la vita, e soprattutto se devono uccidere civili iracheni compresi donne e bambini, si avrebbe almeno il dovere di dire loro la verità, cominciando a usare le parole giuste per descrivere la tragica realtà in cui li ha cacciati questo governo. Anche l'opposizione farebbe bene a dire la verità su quello che accade: per esempio, chiamando la guerriglia irachena con il nome che le spetta, resistenza all'occupazione e guerra di liberazione. Accetteremo ancora che Berlusconi dica - come ha fatto martedì sera - che non possiamo cedere all'attacco armato di «una setta religiosa», o, come suona l'interrogazione parlamentare dei Ds, che siamo di fronte a «sempre più frequenti attacchi armati da parte delle tante milizie e di gruppi riconducibili al terrorismo internazionale»? Tutti abbiamo letto che all'attacco generalizzato contro gli occupanti, anche i nostri bersaglieri, partecipano uniti sciiti e sunniti; e che la manifestazione su cui hanno dovuto sparare i soldati italiani era una manifestazione di civili, non solo di miliziani e terroristi (nessuno dei nostri è stato ferito gravemente, ce ne rallegriamo; ma conferma che proprio di una manifestazione si trattava, e non di un «ignobile» e «proditorio»attacco, come sicuramente le veline governative lo chiameranno). Di fronte a quello che è successo e sta ancora succedendo a Nassiriya, non basta devvero più l'invocazione all'Onu che la sinistra astensionista, per bocca di Rutelli, ha ripetuto per l'ennesima volta. Dovremmo davvero aspettare il 30 giugno per renderci conto che - terzi dopo Usa e Gran Bretagna, e Rutelli lo dice come un vanto - stiamo solo sostenendo la prosecuzione di una guerra illegale, contro un popolo che ormai si rivolta senza distinzione di «sette» contro gli occupanti? Dire che abbandonare l'Iraq subito, come dovremmo fare, sarebbe una mancanza di senso di responsabilità è davvero il colmo dell'ipocrisia. Verso chi, e lo domandiamo al capo delle nostre Forze Armate, il presidente Ciampi, dobbiamo sentirci responsabili se non anzitutto verso il nostro Paese e la nostra Costituzione, palesemente violata dalla guerra che stiamo conducendo?
D'altra parte, l'etica della responsabilità che tante volte è invocata proprio dai «moderati», obbliga a non essere ciechi di fronte ai risultati delle scelte che si fanno. Questa guerra viola la nostra Costituzione, le norme della convivenza internazionale, e non fa che accrescere l'intensità della violenza - «terroristica», ci si dice, ma ormai sempre meno gente crede a questa menzogna propagandistica. Alla guerra guerreggiata chiamata opera umanitaria di pacificazione, si accompagna adesso - da parte del governo e dell'opposizione più accomodante - la bugia dell'Onu che il 30 giugno autorizzerebbe noi, buoni «terzi», insieme ad americani e inglesi, a restare in Iraq cambiando semplicemente etichetta. Non c'è un briciolo di verità, in tutto questo, e le menzogne diventano sempre più intollerabili quanto più ci vanno di mezzo le vite delle persone, ad opera di un unico grande «terrorismo internazionale», che merita questa denominazione generica perché è sempre più chiaramente effetto di una sola grande violenza nella quale non si riesce più a distinguere i contendenti, ma di cui si vedono purtroppo chiaramente le vittime.




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