L'on. Cè: governanti e intellettuali ammettono l'impossibilità di convivere con l'Islam

Giulio Ferrari
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«Gli intellettuali e i governanti stranieri che non si fanno condizionare da prevenzioni ideologiche o interessi di bottega stanno ammettendo il fallimento della cosiddetta società multiculturale, una prospettiva che noi abbiamo sempre giudicato pericolosa e irrealizzabile». Nelle prese di posizione di Tony Blair, di una scrittrice come Oriana Fallaci e dell'editorialista del Corriere della Sera Angelo Panebianco, che mettono a nudo gli insormontabili ostacoli alla prospettata pacifica convivenza tra mondo islamico e Cristianità, Alessandro Cè trova espresse quelle medesime ragioni che la Lega Nord da tempo afferma sfidando le ricorrenti quanto pretestuose accuse di razzismo ed egoismo.
Per il presidente del gruppo leghista alla Camera, si tratta di segnali positivi, da cui deve derivare una precisa azione politica di contenimento dell'immigrazione extracomunitaria. Prima che sia troppo tardi.
Onorevole Cè, quando la Lega criticava il mito "politicamente corretto" della società multirazziale sembrava che bestemmiasse. Che effetto fa, adesso, trovare così autorevoli conferme?
«Di fronte alla situazione di crescente insicurezza che stiamo vivendo, con la drammatica recrudescenza del terrorismo islamico, tutto il mondo sta cominciando a interrogarsi. Osserviamo segnali positivi e ci auguriamo che il vento cambi, che si formi una nuova mentalità. Purtroppo in Italia ci si continua a nascondere dietro il politichese e a fare filosofia intorno a un'emergenza che richiederebbe di essere affrontata in maniera molto più determinata. La logica che unisce Blair alla Fallaci è infatti quella della concretezza, cioè di prendere atto di una realtà che noi avevamo paventato da anni. Però si leggono anche interventi come quello di Cacciari che sostiene ancora la validità del modello multiculturale: perchè non ci spiega dove si è mai realizzato? Io vedo solo società multirazziali frammentate, dove si ghettizzano le etnie, dove la conflittualità prevale di gran lunga sull'integrazione».
Da un recente rapporto del governo francese risulta che sul territorio nazionale transalpino esistano circa 150 zone "fuori controllo", quartieri e località in mano agli immigrati islamici dove lo Stato non riesce a far rispettare la legge. E' questo il destino delle società multirazziali?
«Bisogna prendere atto che l'Islam non si integra, anzi che mira a costituire uno Stato nello Stato, regolando autonomamente le proprie comunità e ponendole in contrapposizione con l'ordine costituito. Non per nulla le moschee sono sostanzialmente dei luoghi di giurisdizione extraterritoriale, quando non si trasformano in basi del terrorismo. Gli islamici non vogliono regole, anzi operano per imporre le loro regole agli altri: chi non considera questa prospettiva non ha capito nulla...»
Non ha capito nulla o, invece, persegue interessi precisi?
«Entrambe le cose. C'è una scelta ideologica di buonismo irresponsabile e autolesionista, ma esistono anche interessi trasversali che accomunano destra, sinistra, grande capitale. Si guarda agli immigrati come a un serbatoio di voti, oppure come a una iniezione di manodopera utile a calmierare il livello dei salari. Soprattutto esiste un progetto di globalizzazione, pilotato dalle lobbies internazionali, che mira a distruggere le identità e ad accentuare la conflittualità interna alle nazioni per produrre una deriva autoritaria e uno stretto regime di controllo dei popoli».
In questo senso l'immigrazione islamica diventa un mezzo per conseguire fini inconfessabili. Però, forse qualcuno comincia a rendersi conto che si tratta di uno strumento difficile da gestire, che rischia di sfuggire di mano...
«Questo spiegherebbe certi ravvedimenti tardivi. In ogni caso, nonostante l'evidenza, esiste ancora una forte componente che ritiene utile spalancare le porte al secolare nemico della Cristianità. Noi crediamo, invece, che l'Islam sia un pericolo mortale e che occorrano precisi criteri per governare il flusso di immigrati, magari partendo dalle parole del cardinale Biffi che esortava a privilegiare gli ingressi degli stranieri cattolici, cioè di persone che hanno valori compatibili con i nostri. E' sul controllo dell'immigrazione che si deciderà il nostro futuro: per questo dico che il ministro Pisanu deve essere più determinato. Ci sono troppe difficoltà alle espulsioni, il regolamento di attuazione della legge Bossi non è stato ancora fatto: questo significa dare un vantaggio a chi sogna di portare la guerra santa a casa nostra».


[Data pubblicazione: 06/04/2004]