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    http://www.asslimes.com/nuovi%20libr...ericanismo.htm



    Ancora peggio dell’imperialismo americano c’è l’americanismo, versione contemporanea dell’ossequiosità nei confronti del potere

    USA, il gioco puritano delle tre carte
    Luca Leonello Rimbotti, "Linea" 29 marzo 2004

    L'antica febbre italiota di servire lo straniero è oggi un virus europeo. Quando abbiamo visto le migliori tempre "rivoluzionarie" di casa nostra, rimaste orfane dell’URSS, precipitarsi nella Quinta Strada a mendicare un po’ d’attenzione dai magnati finanziari, è stato come una rivelazione. Quando poi, di rincorsa, abbiamo assistito a eroi cartonati del fiero neofascismo italico genuflettersi davanti a un’ennesima "grande nazione amica" rinnegando padri e madri, abbiamo provato un genuino senso di nausea. Da cocciuti idealisti, solo allora abbiamo capito. Le sconfitte e le vergogne nazionali, gli ideali e i drammi sono passati come acqua fresca sulla faccia furba dei nostri piccoli e codardi Talleyrand. Gli italiani sono ancora loro, la loro politica è ancora quella degradante dei tempi cortigiani di Machiavelli: cercarsi un padrone potente e diventarne gli zelanti portaborse. Alla faccia di Marx, di Lenin, di Mussolini. Ma anche alla faccia dei vecchi liberali alla Sonnino, che ancora avevano quella sorta di umano pudore che una volta veniva chiamato senso dell’onore, personale e nazionale. La sbornia americanista che impazza sulla nostra testa dimostra che parlare oggi di politica italiana, di politica europea, è solo un patetico scherzo. Leggendo Contro l’americanismo di Marco Tarchi (Editori Laterza) si ha tutta la misura dello svergognato accoppiamento tra ipocrisia e criminalità che governa gli atti degli oligarchi europei, piazzatisi sul carro americano in qualità di ottusi valletti. Lo scandalo non è l’America. Lo scandalo è l’americanismo, cioè il tradimento dell’Europa, dell’idea di politica e di onestà ideologica. L’America la conosciamo. È un impero mondiale basato su un colonialismo di rapina, e da sempre fa il suo mestiere. Alla maniera anglosassone: buona vecchia tradizione di sfruttamento. Sono due secoli che gli USA ripetono il gioco puritano delle tre carte: violenza e sopruso esportati ovunque coi nomi santi di liberazione, democrazia, diritti umani. Aggressione e degradazione dei popoli in omaggio al patologico convincimento di rappresentare il Bene biblico, da imporre a tutto il pianeta con la propaganda, la corruzione, l’invasione consumistica e, quando non basta (e spesso non basta) con la brutale violenza, con la guerra, con gli eccidi di massa. La doppia, tripla morale quacchera che presiede al tristo teatro degli inganni – in forza del quale bombardare Baghdad è buono e giusto, mentre resistere disperatamente ad una occupazione militare straniera è terrorismo criminale – ha trovato svelte complicità fra le sbandate greggi dirigenti dell’epoca post-bipolare. Al gioco si sono subito prestati i soliti noti della piaggeria europea, ma italiana soprattutto. Come sempre, l’italiano, in una corsa al servilismo, risulta il migliore. E, come ogni servo, dopo il servigio, ama ostentare i favori del padrone, come garanzia di qualità che lo riscatti dalla propria evidente pochezza. La pratica quotidiana di travisare la realtà ha ormai raggiunto vertici tali, che Tarchi ne conclude esserci evidentemente una "strategia dei media" aggiogati all’America, che persegue la falsificazione come metodo che ha crescenti ritorni. Gli esempi sono innumerevoli. La menzogna sulle inesistenti "armi di distruzione di massa" è costata migliaia di vite fra civili e militari, e tuttavia non è bastata a togliere la maschera agli aggressori. Troppo potente è il loro arsenale propagandistico. Nessuno sembra riflettere sul fatto che se in Italia un Pietro Micca – che fece saltare in aria un bel po’ di austriaci con un attentato "terroristico" in piena regola – è celebrato come un eroe nazionale italiano, non si vede perché non dovrebbero esserlo i suoi omologhi iracheni o palestinesi. E quelli di via Rasella: eroi o criminali? "Gli attentati e le congiure – scrive Tarchi con la chiarezza di parola che manca a tanti osservatori o politologi rinchiusi negli ermetismi bizantini - hanno sempre fatto parte delle guerre di liberazione e di indipendenza, e un paese che celebra nelle cerimonie pubbliche e sui libri di testo la Carboneria e il Risorgimento non dovrebbe dimenticarlo troppo in fretta…la causa dell’esplosione di violenza ‘terrorista’ è il ruolo che gli Stati Uniti svolgono da decenni in Medio Oriente a difesa non della libertà (il Kuwait è uno dei paesi meno democratici al mondo, privo di libere elezioni e di istituzioni rappresentative) ma dei propri interessi politici ed economici, senza riguardo per le aspirazioni alla giustizia e all’indipendenza dei popoli della zona, palestinesi in testa". Come tante piccole Americhe, gli Stati europei si sono gettati a sciacallare l’Irak ben protetti dallo scudo americano. Vanno a fare affari: tutti lo sanno, a chi importa della "democrazia" irachena, di quella albanese, di quella afghana? Senza contare che nessun buono e saggio e pacifico e altruista dovrebbe avere il diritto di imporre la democrazia a suon di bombardamenti: elementare principio democratico, questo. O no? Intanto, mentre parliamo, le multinazionali USA si stanno spartendo il bottino umanitario della "ricostruzione" irachena e, nel suo piccolo, l’Agip sta concludendo i suoi contratti iugulatori, godendo dell’intimidazione militare e del ricatto economico. Democrazia? Libertà? Civiltà? Ma il lavoro di Tarchi va oltre. Ci dimostra quanto possano la viltà ideale e il calcolo degli interessi nel rovesciare i termini, facendo passare l’ingiustizia atroce per una leale difesa della "civiltà". Al di sotto del grande gioco, poi, nella provincia dell’impero il grottesco e il paradossale dilagano. Ex-comunisti bombardatori di Belgrado che sfilano alle marce della pace. Libertari che plaudono alla perdita di indipendenza di popoli e nazioni. Anti-globalizzatori favorevoli alla società multietnica… l’incredibile ha corso normale nel perverso circo mediatico liberal. E al centro del circo dove non ci stupiamo di trovare faccendieri, speculatori, parassiti, riciclati politici imbonitori di ogni razza ballano il loro miserabile minuetto i detriti di ciò che una volta era l’alternativa, l’antagonismo: "destra", "sinistra", i finti e pavidi "rivoluzionari" di ieri, i mazzieri del capitalismo finanziario di oggi. Tarchi lo scrive senza fronzoli: "l’accodarsi all’opzione ‘occidentale’ di molti di coloro che l’avevano in precedenza avversata ha dato un’ulteriore spallata al tradizionale discrimine sinistra/destra, ponendo di fatto conservatori e progressisti convertitisi all’ordine unipolare a guida statunitense nello stesso campo e contrapponendosi a tutti coloro che, qualunque fossero le loro provenienze ideologiche, alla filosofia del gendarme planetario a stelle e strisce non intendono aderire". La grande ipocrisia planetaria ne contiene molte altre più piccole.



    Indice:
    - Introduzione
    - I. La colonizzazione sottile [aprile 1987]
    - II. Alternative senza barbarie [agosto 1999]
    - III. Lo «scontro delle civiltà» e il «pensiero unico» - [aprile 2001]
    - IV. Globalizzazione e ipocrisie [luglio 2001]
    - V. La cultura dell’intimidazione e il dovere di resistenza [settembre 2001]
    - VI. Padroni del mondo e dittatori del pensiero [ottobre 2001]
    - VII. Se la guerra ritorna [aprile 2002]
    - VIII. Americanismo [giugno 2002]
    - IX. Chi soffia sul fuoco [agosto 2002]
    - X. Ai piedi dell’impero [ottobre 2002]
    - XI. Sull’orlo del baratro? [febbraio 2003]
    - XII. I trionfi americani e il destino dell’Europa [giugno 2003]
    - XIII. Il ritorno dei quisling [settembre 2003]
    - XIV. Democrazie da esportazione
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    http://www.asslimes.com/nuovi%20libr..._et_impera.htm



    Un saggio-pamphlet, graffiante e documentato, sul timore che gli Usa hanno di un'Europa unita, politicamente forte, economicamente competitiva. Stati Uniti ed Europa si sono confrontati spesso, a volte fino a raggiungere lo scontro vero e proprio, su temi diversi, da questioni di carattere economico e commerciale ad altre di natura strategica. Ma con l'avvento dell'euro e della presidenza Bush il quadro è ancora mutato. L'azione degli Stati Uniti fa un salto di qualità e passa da una politica di contenimento dell'Europa a una di contrapposizione. L'Europa sta divenendo troppo unita e può cominciare a creare dei problemi al progetto egemonico americano: prende così corpo una strategia che punta a creare divisioni all'interno dell'Unione. L'obiettivo è quello di indebolire e possibilmente spezzare l'asse franco-tedesco, e gli alleati non mancano: l'Inghilterra di Blair, la Spagna di Aznar, l'Italia di Berlusconi, i paesi dell'Est, la Turchia. E il momento non potrebbe essere migliore. L'Europa sta vivendo un momento delicatissimo che ne definirà il futuro per lungo tempo a venire. L'allargamento e la definizione di una "Magna Charta" europea potrebbero risolversi nel rafforzamento o nell'annacquamento del progetto partito con il Trattato di Roma. Ma l'azione degli Stati Uniti incontra alcuni ostacoli: la nascita di un movimento di massa europeo contrario all'intervento in Iraq, il progressivo indebolimento di Berlusconi, l'appannarsi della figura di Aznar, lo scandalo dei dossier che minaccia di travolgere Blair. La partita è aperta. Si chiuderà nel 2004. Per stabilire chi la vincerà sarà importante anche quanto accadrà nel corso del semestre italiano di presidenza.



    GLI AUTORI
    Alessandro Spaventa e Fabrizio Saulini sono autori del saggio American Lies Ascesa e caduta della Enron (Fazi, 2002). Spaventa (1971), già consulente della Banca Mondiale, è stato fra i direttori della collana e-pensiero pubblicata da Fazi Editore. Saulini (1972), già editor di varie case editrici, ha pubblicato anche Teen Idols, da James Dean a Leonardo Di Caprio, gli dèi pagani del secolo xx (Castelvecchi, 1999).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    http://www.asslimes.com/nuovi%20libr...pericolose.htm


    Quando, nella notte del 17 gennaio 1991, i primi missili Scud colpirono Tel Aviv, furono le pressioni degli Stati Uniti a impedire una risposta armata israeliana. Come contropartita gli americani offrirono, oltre ai missili Patriot, sostanziose compensazioni per i danni causati dai bombardamenti, fondi per la sistemazione degli ebrei russi immigrati, e decisero di ignorare la questione degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Secondo Andrew e Leslie Cockburn, questo rappresenta una svolta fondamentale nei rapporti fra Stati Uniti e Israele: per la prima volta, lo stato ebraico viene ricompensato per restare in panchina. Gli Stati Uniti sembrano decisi a prendere personalmente l'iniziativa nella regione e non affidarsi più a quello che, in virtù di una collaudatissima tradizione, è il loro braccio armato in Medio Oriente e in altre zone "calde" del mondo. Della special relationship il lavoro dei Cockburn studia un aspetto per definizione oscuro, vale a dire i rapporti fra i servizi segreti esteri dei due paesi. Due sono i punti di forza del libro: uno è il fondarsi in gran parte su testimonianze dirette dei protagonisti più o meno noti delle vicende attraverso interviste che i Cockburn hanno raccolto nel corso di lunghi anni di lavoro in tutto il mondo. L'altro, e non meno significativo, è l'impiego di documenti in ebraico. Una delle maggiori difficoltà che incontra chi si occupa di Israele, sia pure in relazione agli Stati Uniti, è infatti la barriera linguistica, che impedisce di cogliere pienamente il dibattito in corso al suo interno, molto più ricco e duramente autocritico di quanto le fonti in lingua inglese lascino trapelare (è noto il detto secondo cui il "Jerusalem Post" serve soprattutto ad allietare la colazione dell'ambasciatore americano). Particolarmente degno di nota nel libro è poi il modo in cui gli autori riescono a ricavare da un materiale che (come la testimonianza di personaggi non di rado ambigui o discutibili) ben si presta ai facili scandalismi, un lavoro senza le ridondanze e gli autocompiacimenti che la definizione di "storia segreta" fa temere. Con uno stile degno dei migliori romanzi di spionaggio (che la traduzione si sforza, con alterno successo, di restituire), i Cockburn espongono in dettaglio il ruolo svolto dai servizi segreti israeliani nel corso di quattro decenni quali esecutori per conto di quelli statunitensi. In particolare, gli israeliani si fanno carico di tutta una serie di operazioni che agli americani sarebbero precluse per la loro inaccettabilità rispetto all'opinione pubblica e al Congresso, in quanto spesso compiute a difesa o su incarico di regimi colpevoli di orribili violazioni dei diritti umani - dalle forniture militari all'addestramento degli "squadroni della morte" per le dittatore di destra in America latina, al traffico internazionale di armi e droga che ne consentono il finanziamento. In molti casi i Cockburn non rivelano segreti clamorosi, come quando parlano dello spionaggio che gli israeliani praticano ai danni degli Stati Uniti per elaborare i propri progetti nucleari, ma il quadro che creano riesce comunque ad essere avvincente e a rendere conto dei tortuosi sentieri che connettono operazioni apparentemente scollegate nelle aree più diverse. Nuove e interessanti sono soprattutto le parti relative al ruolo del Mossad nell'Africa sudsahariana negli anni sessanta, quando preesistenti canali commerciali vennero riutilizzati per la vendita di tecnologie militari e per l'addestramento di unità antiguerriglia da impiegare contro qualsiasi minaccia sovietica (col risultato di appoggiare, fra gli altri, l'Uganda di Amin, e di instaurare stretti rapporti col Sudafrica permettendo alla Cia di aggirare l'embargo delle Nazioni Unite contro il regime di Pretoria). I Cockburn dimostrano pure quanto sia limitativo vedere nella collaborazione fra Israele e Stati Uniti soltanto il frutto delle pressioni della lobby ebraica: se il peso dell'Aipac non va trascurato, va però detto che, a partire dagli anni sessanta e soprattutto dopo la guerra dei Sei Giorni, Israele riesce a presentarsi come una preziosa carta strategica per gli Stati Uniti, non solo, ma fra i due paesi esiste una vera comunanza di interessi. In particolare, la guerra del 1967, lungi dall'essere il caso di Davide e Golia della retorica ufficiale, costituirebbe il momento culminante della guerra fredda, l'esempio perfetto di "lavoro ben fatto" da Israele per conto degli americani, con l'unica vera preoccupazione riguardante non la sopravvivenza dello stato ebraico, ma la durata della guerra - sei oppure sette giorni. Anche questa non è storia nuova, ma è molto stimolante il modo in cui viene inserita nell'ambito del bipolarismo. Il punto di maggiore convergenza degli interessi americani e israeliani non è però la lotta al comunismo, una carta che i secondi spesso giocano a uso e consumo dei primi per ottenere concessioni di varia natura, quanto la battaglia contro il cosiddetto terrorismo internazionale: con tale espressione si intendono, da parte israeliana, le azioni di gruppi armati arabo-palestinesi; per gli americani, il significato si estende a molte altre forme di guerriglia filocomunista, o sospetta tale (come i Cockburn fanno notare, gruppi che impiegano tattiche analoghe ma sono appoggiati dagli Stati Uniti vengono definiti combattenti per la libertà). Proprio sul piano della crociata antiterrorista si registra, da Reagan in poi, un cambiamento di prospettiva nei rapporti fra i due paesi, allorché gli Stati Uniti iniziano a prendere in misura crescente iniziative dirette - in una parola, ad assomigliare sempre più a Israele. Si può quindi supporre che proprio l'era reaganiana segni l'avvio di un processo che vede Israele perdere il suo ruolo esclusivo e l'America cominciare a rivolgersi ad altre fonti, ad esempio incoraggiano l'industria bellica egiziana (fornitrice dell'Irak), durante la guerra lran-lrak, in modo da armare entrambi i contendenti ed evitare gli squilibri derivanti dalla vittoria netta di uno solo. Ma se Israele sembra perdere di importanza strategica negli anni ottanta, i vertiginosi aumenti della spesa militare voluti da Reagan mettono in luce e promuovono un altro elemento fondamentale, se pur meno noto, del legame israelo-americano: i vantaggi che da almeno venticinque anni questo sodalizio porta al complesso militare-industriale statunitense. Sin dai clamorosi successi dell'aeronautica nella guerra dei Sei Giorni (successi, i Cockburn rivelano, tali solo nelle pubbliche dichiarazioni), Israele funge da agente pubblicitario per i prodotti bellici americani, e lo fa con tanto zelo da non esitare ad alterare vistosamente i risultati di esperimenti e prove sul campo. Vari casi sono citati: fra i più clamorosi, quelli dei missili Maverick, dimostratisi inutili tanto in Vietnam che nella guerra del Kippur; Sparrow, che dalla loro introduzione nel 1958 hanno colpito solo quattro bersagli, tra cui un aereo americano su oltre duemila lanci; e gli stessi Patriot, che a Tel Aviv causano altrettanti danni degli Scud senza colpirne neppure uno. Inutile dire che il lato a dir poco grottesco della situazione è reso in maniera esemplare. La conclusione dei Cockburn è che la fine della guerra fredda, l'evidente interesse americano a una stabilizzazione nella regione tale da non turbare l'accesso alle fonti petrolifere, e l'affermarsi di una politica di intervento diretto degli Stati Uniti, hanno determinato un ridimensionamento del ruolo di Israele quale bastione degli interessi americani in Medio Oriente.
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    http://www.asslimes.com/nuovi%20libr...ntroeuropa.htm


    Circa centocinquant'anni fa Alexis de Tocquevìlle, riferendosi alla neonata democrazia americana, scriveva: «Non conosco alcun paese in cui regni, in genere, minor indipendenza di spirito e minor vera libertà di discussione dell’America». Le parole del grande pensatore francese sono ancora oggi di sconvolgente attualità e l’ultima ricerca di Romolo Gobbi, docente di Storia dei movimenti e dei partiti politici all’Università di Torino, ne è una limpida dimostrazione. Non è facile trovare libri che con tanta chiarezza e capacità argomentativa spazzino via le banalità e i luoghi comuni che si materializzano, specialmente di questi tempi, nelle categorie di americanismo e antiamericanismo. Quest’ultimo epiteto equivale, lo sappiamo in particolare dopo l’11 settembre 2001, ad un’autentica scomunica, contro la quale ogni battaglia è persa in partenza. Non è un caso che i politici e gli intellettuali nostrani, di destra e di sinistra, prima di pronunciare una qualsivoglia critica nei confronti del gigante a stelle e strisce, si affrettino a premettere che l’America è il paese per eccellenza della democrazia e dei diritti civili, che l’Europa e l’Italia saranno eternamente grate agli Usa per averle liberate dal giogo nazifascista e concludano sempre con un atto di fede e di omaggio ai padroni d’oltreoceano. E questo il prezzo da pagare per non incorrere nella scomunica. Romolo Gobbi invece inverte radicalmente la questione, sostenendo che storicamente, politicamente e culturalmente sono gli americani ad essere “contro” l’Europa e non viceversa, rintracciando nella cultura americana un filone antieuropeista che va dalle origini ai giorni nostri. E forse per questo che anch’egli ha subito la sua brava censura: America contro Europa doveva infatti essere pubblicato dalla Rizzoli, che si è però tirata indietro. La stessa cosa è accaduta con altri editori. Al di là dell’indubbio merito della M&B Publishing, piccola e coraggiosa casa editrice milanese, si è fatto di tutto per far circolare il meno possibile un libro che offre un ampio e accurato mosaico di fatti, idee, documenti, letti alla luce dei rapporti euro-atlantici in prospettiva storica, attraverso cui si ha chiaro come gli Stati Uniti d’America, fin dalle origini, abbiano fatto riferimento a modelli religiosi e culturali del tutto estranei e confliggenti con quelli della “vecchia Europa”. «Secondo la storiografia tradizionale la cultura americana si formò su quella europea senza alcuna particolarità», osserva Romolo Gobbi. «In effetti il contrasto tra americani ed europei si sviluppò fin dalle origini [...] da parte europea invece prevalse a lungo un atteggiamento benevolmente protettivo verso questi ex europei che si davano tanto da fare, ma che erano notevolmente inferiori per la loro rozzezza e ingenuità». Nel corso del XIX secolo le grandi correnti culturali europee ignorarono gli Stati Uniti, mentre le cose cambiarono radicalmente dopo la Prima guerra mondiale. In Italia, ma non solo, si creò una sorta di cortocircuito: la destra manifestò sentimenti antiamericani in quanto il modello industrialista fordista, elaborato e adottato oltreoceano sulla scia delle teorie di Taylor, avrebbe sconvolto il modello sociale ed economico su cui si fondava il paese. Il fascismo, avendo ereditato dalla cultura cattolica il ruralismo, il corporativismo e lo spirito conservatore, si oppose alla ventata modernista che l’organizzazione socio-economica statunitense portava con sé come forma avanzata della modernità, declinata in chiave neo_capitalista. La posizione della sinistra era invece a favore dell’America. Antonio Gramsci, in particolare, individuò nel modello fordista il mezzo per svecchiare le tronfie borghesie europee, parassitarie e conservatrici, attardate e appiattite sull’economia artigianale e sullo sfruttamento della proprietà terriera, che vivevano spesso grazie al patrimonio ereditato dagli avi e rappresentavano quel patriarcalismo idilliaco che alimenta «le masse fannullone e inutili», capaci solo di esprimere il pregiudizio antiamericano della cultura europea. Ma il cortocircuito tra sinistra e destra non finisce qui. Mentre negli Stati Uniti si plaudiva al fascismo che allontanava il pericolo comunista dall’Europa, Gramsci rendeva omaggio alla libera iniziativa e all’individualismo economico. In Americanismo e Fordismo scriveva: «l’Europa vorrebbe avere la botte piena e la moglie ubriaca, tutti i benefizi che il fordismo produce nel potere di concorrenza, pur mantenendo il suo esercito di parassiti che, divorando masse ingenti di plusvalore, aggravano i costi iniziali e deprimono il potere di concorrenza sul mercato internazionale». Insomma, la fabbrica americana organizzata secondo i dettami fordisti avrebbe dovuto rappresentare per le classi produttive europee la spinta a mutare in profondità il loro assetto politico-sociale antiquato. Anche Lenin ammirava il sistema inventato da Taylor e affermò in più occasioni di voler coniugare il potere e l’organizzazione amministrativa sovietiche con le più avanzate proposte tecnologiche del capitalismo. Alla luce di queste considerazioni Gobbi trae una prima, fondamentale conclusione: «quindi l’alleanza tra Stati Uniti e Unione Sovietica nella Seconda Guerra mondiale non fu un caso». Gobbi prosegue il suo ragionamento portando alla luce il fiume carsico dell’antieuropeismo che si sviluppò in America fin dall’inizio, con i Padri Pellegrini. La componente religiosa è di grande importanza per comprendere i comportamenti politici e sociali dei primi colonizzatori del continente nordamericano e capire come il millenarismo insito nella cultura dei Pilgrim Fathers rappresenti la pezza d’appoggio di un’ideologia ancora oggi dominante nella mentalità statunitense. Le dottrine della "predestinazione" e del "popolo eletto" traggono linfa dal puritanesimo dei Padri Pellegrini che nella prima metà del Seicento fondarono nella Baia del Massachusetts la prima colonia puritana in America. Scacciati da Giacomo I, essi si rifugiarono dapprima in Olanda, per poi attraversare l’Oceano. Insieme alla colonia i fuorusciti inglesi fondarono anche la Chiesa Congregazionista, staccata da quella anglicana. Oltre ad apportare vari cambiamenti nella liturgia, i puritani si rifacevano alle Apocalissi ebraiche, soprattutto a quella di Giovanni, interpretate liberamente e adattate alla condizione di esuli nella quale si trovavano. L’idea della predestinazione permetteva agli abitanti del nuovo mondo di giustificare la demonizzazione del nemico, in quanto predestinato alla dannazione eterna, mentre quella di popolo eletto creava una solidarietà di fatto con l’Israele della Bibbia che reclama la sua terra per impiantarvi il Regno di Dio. Appare evidente fin dai primordi quanto il fattore religioso, che aveva indotto l’esodo dei puritani dall’Inghilterra, sia determinante nel futuro sviluppo degli Stati Uniti d’America e della loro politica. In questo quadro si colloca l’antieuropeismo secondo cui l’Europa cattolica o comunque cristiana sarebbe il regno dell’Anticristo, secondo la versione di quello che possiamo correttamente definire il fondamentalismo cristiano. A questa deriva integralista si aggiunge l’idea calvinista che legittima l’arricchimento come segno del favore di Dio. Ancora oggi i telepredicatori americani non fanno che predicare profitto, profitto e ancora profitto. Nel cuore della Silicon Valley, alla facoltà di Economia e commercio di Santa Clara, i masters per dirigenti post-aziendali ora includono anche seminari di religione. NeI 2001 la rivista dei manager Usa «Fortune» apre con il significativo titolo in copertina God and Business, a sottolineare la coincidenza tra successo economico e favore divino, secondo la teologia americana. «In America», ha scritto su "La Repubblica” Mario Bellipanni, «nonostante la separazione tra stato e chiesa, la presenza della religione nella vita quotidiana è molto più forte che in Europa: presidenti come Jimmy Carter e George Bush esibiscono la loro fede [...] decine di emittenti tv o stazioni radio sono controllate da predicatori evangelici». Tutto questo ha riflessi importanti sul piano politico. Permette ad esempio ai governanti americani di «lievitare al di sopra della superficie terrestre», osserva Mark Crispin, docente di cultura e comunicazione alla New York University: «i governi non rispondono più all’opinione di massa o ai desideri di massa, il nostro sistema mediatico può fare quello che meglio crede: non c’è competizione». Gobbi prosegue nel suo excursus storico indicando nel gruppo radicale dei Quaccheri il portatore di un antieuropeismo millenaristico che ebbe immediato sviluppo in Pennsylvania, dove si raccolse «un melting pot di risentimenti verso l’Europa». Nel 1759 il Pastore Mayhew dichiarava solennemente che si poteva pensare per il Nord America «a un potente impero, forse meno popoloso di quelli europei, ma a nessuno inferiore quanto a felicità [...] E alla religione professata e praticata in tutto questo spazioso reame come la più grande purezza e perfezione che si sia data dal tempo degli Apostoli». L’idea è che il nuovo popolo eletto, titolare del Bene, abbia come missione primaria quella di sconfiggere il Male ovunque esso si presenti, in omaggio a quell’abitudine manichea di concettualizzare il conflitto politico secondo le categorie di Buono e Cattivo che incominciò ad apparire nei discorsi pubblici alla fine del XVIII secolo ed ancora oggi fa bella mostra di sé nei discorsi di Donald Rumsfeld, Richard Perle e George W. Bush. Dopo la Guerra civile, la condanna dell’aristocrazia europea divenne un topos dell’ideologia americana. La Dottrina Monroe precisò meglio quali avrebbero dovuto essere i rapporti tra Nuovo e Vecchio continente. Qualsiasi ingerenza europea sarebbe stata vista come un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti e le nuove repubbliche del Sud e del Centro America dovevano essere considerate zone d’influenza Usa nelle quali nessuno avrebbe dovuto intromettersi. Conosciamo bene i risultati della tesi espressa da Monroe nel 1823. In questo modo egli assumeva un atteggiamento di superiorità nei confronti dell’Europa, considerata ricettacolo di idee superate e di una religione influenzata dal cattolicesimo, subordinato agli interessi politici della Chiesa Cattolica guidata da un despota. Numerosi sono, in America contro Europa, le citazioni e i riferimenti il cui scopo è dimostrare la tesi di fondo del volume, che ruota intorno all’idea millenaristica della nazione americana quale depositaria delle virtù necessarie a redimere il mondo e al mito del pionierismo. La Prima guerra mondiale portò definitivamente alla ribalta gli Stati Uniti d’America come grande potenza. Nonostante la proclamata neutralità iniziale, gli americani rifornirono di armi gli alleati indebitati con l’amministrazione Usa per due miliardi e trecento milioni di dollari: «Quella era una guerra che gli USA stavano già combattendo, una guerra economica contro l’Inghilterra e per far questo dovevano aiutarla e aiutare i suoi alleati europei perché continuassero a indebitarsi e aprissero i loro mercati alla penetrazione americana per sempre». Dopo l’entrata in guerra gli americani di origine tedesca subirono gravi discriminazioni, chi aveva un cognome germanico fu costretto a cambiarlo americanizzandolo, fu proibito in molte scuole l’insegnamento della lingua tedesca e a Boston si arrivò persino a proibire la musica di Beethoven. Dietro il rituale paravento dei diritti delle nazioni, della libertà e della democrazia si nascondevano ben precisi interessi: ieri come oggi. Durante la Seconda guerra mondiale Harry Truman, futuro presidente, riassunse così la sua posizione, che rifletteva quella della maggioranza delle classi medie statunitensi: «Se vediamo che la Germania sta vincendo, dovremo aiutare la Russia; se invece vince la Russia dovremo aiutare la Germania e in questo modo lasciare che si scannino il più possibile tra loro, sebbene io non desideri in alcun modo vedere Hitler vittorioso». L’obiettivo era chiaro: per esercitare una egemonia costante sull’Europa, era indispensabile che Il Vecchio Continente uscisse il più possibile indebolito dal conflitto, in modo da permettere agli Usa di riorganizzarne a piacimento l’assetto geopolitico e geoeconomico. E per questo motivo che Roosevelt dimostrò tanta indulgenza verso il comunismo, facendo tuttavia calcoli che si rivelarono sballati. La crisi di Suez del 1956 rivelò al di là di ogni ragionevole dubbio l’atteggiamento ostile americano verso le potenze europee ex coloniali. Eisenhower arrivò a minacciare sanzioni persino a Israele.

    Gobbi conclude il libro con uno sguardo sull’attualità. Sottolinea ancora una volta come le Lobbies religiose statunitensi esercitino una influenza talvolta decisiva sulle diverse amministrazioni. E stato così per la «Moral Majority» che aveva appoggiato Reagan e in seguito per la Christian Coalition. Recentemente i fondamentalisti cristiani hanno varato i «Born Again Christians» (Cristiani rinati), un’associazione che raccoglierebbe, secondo gli ultimi dati, ben settantacinque milioni di adepti. Costoro nutrono la certezza che «prima delle Tribolazioni essi verranno assunti in cielo. In un momento imprecisato del prossimo futuro Gesù Cristo apparirà tra le nubi e in un battito di ciglia, come dice la Bibbia, porterà in cielo tutti i cristiani». Quando si parla di fondamentalismo islamico sarebbe utile leggersi frasi come queste, speculari alle fatwa che qualche imam colpito da sacro furore è solito pronunciare nelle moschee o nelle aule universitarie di Al Hazar. La degenerazione interpretativa delle tre grandi religioni monoteiste genera il fondamentalismo e questo a sua volta porta a conflitti particolarmente aspri, che includono l’uso del terrorismo, ma il problema è sempre e comunque politico, e il fattore religioso vi si innesta fungendo da detonatore. I recenti conflitti scoppiati in Kosovo, in Afghanistan e in lrak evidenziano questa elementare verità che la stragrande maggioranza dei mass media preferiscono tacere, in omaggio alla sudditanza verso un Occidente sempre più imbarbarito e pronto a ricorrere alle maniere forti per tutelare i propri interessi. Naturalmente in nome dei sacri principi della libertà dei popoli, della democrazia e di un’interpretazione ideologicamente strumentale del diritto internazionale. Romolo Gobbi ha il merito di aver smascherato, con questo suo libro, ultimo di una serie di opere provocatorie e oggetto di vivaci discussioni, molte delle ipocrisie che circondano i reali rapporti fra Europa e Usa, e soprattutto di far saltare in aria un gran numero di luoghi comuni sulla “naturale” alleanza trans-atlantica e di costringere perciò chi avrà modo di leggere queste pagine a riflettere sulla storia passata e su quella presente, che vede l’Europa sempre più costretta alla periferia di un Impero che le è ostile.



    Alessandro Bedini
    (Da Diorama n°259)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    http://www.asslimes.com/nuovi%20libr...eroamerica.htm



    Nell’Introduzione al libro di Dragos Kalajic Serbia, trincea d’Europa scrivevamo: “Se un giorno qualche storico di buona volontà dovesse compilare un Libro nero della democrazia liberale usando criteri analoghi a quelli seguiti dagli autori del Libro nero del comunismo, la somma delle vittime mietute dalle due massime democrazie mondiali, l’inglese e la statunitense, probabilmente non risulterebbe troppo inferiore a quei cento milioni di morti che la demagogia anticomunista ha addebitato a tutti i regimi comunisti messi assieme”.

    Questa autocitazione era necessaria, perché assomiglia molto al Libro nero da noi auspicato quello che Mauro Pasquinelli si è provato a scrivere, confermando coi risultati della sua ricerca le nostre supposizioni.

    Il Libro nero di Pasquinelli è un vero e proprio inventario dei crimini statunitensi. Partendo da una rievocazione del genocidio compiuto contro le popolazioni autoctone del Nordamerica tra il 1607 e il 1880, la rassegna del terrorismo internazionale statunitense prosegue attraverso una lunga serie di capitoli: Filippine 1899-1902, Il bombardamento di Dresda, Hiroshima e Nagasaki, Isole Marshall 1946-1968, Corea 1945-1953, Vietnam 1965-1975, Cambogia 1970-1989, Iran 1953-1988, Indonesia e Timor Est 1957-1999, Sudafrica 1960-1990, Congo 1960-1997, Angola 1975-2003, Guatemala 1953, Cile 1970-1976, Salvador 1978-1982, Nicaragua 1978-1999, Cuba 1959-2003, Haiti anni ’90, Grenada 1983, Panama 1989-2003, Beirut 1985, Sudan 1998, Magari-e Sharif 2001, Jugoslavia 1991-2003, Afghanistan 1978-2003, Israele, Palestina e Libano 1948-2003, Ruanda, Burundi e Congo 1994-2003.

    L’elenco è completo. O quasi. Infatti Pasquinelli dimentica di registrare i crimini commessi dagli americani in Italia nel corso della seconda guerra mondiale, come i bombardamenti terroristici sulle popolazioni civili e sulle opere d’arte. Né viene fatta menzione dell’appoggio che gli angloamericani fornirono in Italia alle attività paramilitari dei collaborazionisti “partigiani”, anche se, come scrive Arturo Peregalli (L’altra Resistenza. Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-‘45 Graphos, Genova 1991), “l’accusa al movimento partigiano di essere inserito a pieno titolo nel fronte militare di guerra alleato ha avuto un evidente riscontro storico”. Infatti con la firma dei Protocolli di Roma gl’imperialisti atlantici stanziarono un finanziamento mensile di 160 milioni di lire (del valore di allora) a favore dei collaborazionisti antifascisti. Non si capisce, dunque, come l’autore possa affermare che “gli americani vedevano la resistenza partigiana come fumo negli occhi” e che, “se non fosse stato per la grande resistenza partigiana (…), il nostro continente si sarebbe trasformato in un grande protettorato americano” (p. 26). Certo, alla fine della guerra non tutto il continente diventò una colonia americana, ma mezza Europa sì.

    Non è questo l’unico difetto del libro, che qua e là contiene altre pecche del genere, dovute per lo più ad una sorta di ingenua sudditanza nei confronti del conformismo “politicamente corretto”. Però, nonostante tutte le riserve che si possono fare sul risultato del lavoro di Pasquinelli, noi riteniamo che l’intenzione dell’autore debba essere positivamente apprezzata e che questa sua opera vada fatta circolare il più possibile. Insieme con altri libri analoghi, per esempio quelli di John Kleeves, essa fornisce tutti i dati necessari per una critica documentata articolata ai temi della propaganda americana.

    Claudio Mutti



    Indice del libro

    Introduzione

    Cap. I - Menzogne, crimini e corruzione
    Crimini e menzogne; Guerra e società dello spettacolo; Il documento sulla strategia della Sicurezza Nazionale; Democrazia o Oligarchia; La conta dei morti; Il Piano per un Nuovo Secolo e il declino americano

    Cap II - Storia del terrorismo di stato americano
    Il genocidio dei nativi 1607-1890; Filippine 1899-1902; Il bombardamento di Dresda; Hiroshima e Nakasaky; Isole Marshall 1946-1968; Il genocidio del popolo coreano 1945-1953; Vietnam 1965-1975; Cambogia 1970-1989; Iran 1953-1988; Indonesia e Timor Est 1957-1999; Sudafrica 1960-1990; Congo 1960-1997; Angola 1975-2003; La Scuola delle Americhe; Guatemala 1953; Cile 1970-1976; Salvador 1978-1982; Nicaragua 1978-1999; Cuba 1959-2003; Haiti anni 90; Grenada 1983; Panama 1989-2003; Beirut 1985; Sudan 1998 Mazari-e Sharif 2001; Oklahoma City; Jugoslavia 1991-2003; Afghanistan 1978-2003; Israele, Palestina e Libano 1948-2003; Il ruolo degli Usa negli ultimi dieci anni di genocidio in Africa (Ruanda, Burundi,Congo)

    Cap. III - Dal traffico di droga a ground zero
    La Cia e il traffico di droga; Decisioni e votazioni ignobili degli Usa nelle istituzioni internazionali; Gli assassini politici; Guantanamo; L’11 Settembre

    Note

    Appendice
    Guerra: domande elementari e risposte terribili di Charles Sheketoff
    Lettera a Bush di Monsignor Robert Bowman
    Chi è Henry Kissingerin www.arabcomint.com
    La compagnia dei Lupi: breve biografia criminale della famiglia Bush a cura di altremappe
    I torturatori che vivono in Florida di Doug Saunders
    La Sars e gli esperimenti Usa di Michael Collon
    La violazione dei diritti umani in Colombia e Turchia di Noam Chomsky
    Monsanto: breve storia di una multinazionale criminale di Magni Grazia Angela
    Dossier sulla guerra in Iraq e sui crimini Usa contro l’umanità a cura del Cobas scuola Forlì e Cesena
    Statistiche dell’Intifada Palestine Monitor

    Bibliografia
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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