Editoriale dal n. 259 di Diorama Letterario

I TRIONFI AMERICANI, IL PENSIERO MANICHEO

E GLI INCERTI DESTINI DELLA DEMOCRAZIA E DELL’EUROPA

Un’ingannevole vulgata pretende che, soprattutto dalla caduta del muro di Berlino in poi, l’era dei conflitti ideologici si sia chiusa e che a darle il cambio sia subentrata un’età di diffuso pragmatismo, che porterebbe gli individui a contrapporsi o a concordare su problemi concreti e specifici, confrontando pareri e proposte di soluzione razionali, invece di combattersi in nome di pregiudizi e petizioni di principio derivanti da visioni del mondo rigide, monolitiche e impenetrabili. Unica eccezione deviante sarebbe la fioritura di intolleranti fanatismi religiosi, particolarmente nel mondo islamico, valvola di sfogo di scompensi e frustrazioni per popoli insufficientemente sviluppati sotto il profilo economico e civile. Ovviamente, ci spiegano i divulgatori di questo nuovo luogo comune, un simile modo di ragionare e di comportarsi meglio si accorda con l’odierno processo di espansione planetaria della democrazia: una forma di regime che, per funzionare, ha bisogno di mediazione e flessibilità, mal sopportando i richiami a valori assoluti o le pretese di assegnare una volta per tutte i torti e le ragioni alle parti in conflitto. Anzi: uno dei pregi maggiori dei governi fondati sulla libera espressione dei punti di vista e delle volontà dei cittadini consisterebbe proprio nell’affidare di volta in volta il giudizio fra le opinioni in contrasto e le azioni ad esse conseguenti ad un matematico soppesamento della distribuzione delle preferenze collettive. Dal verdetto delle urne scaturisce infatti la scelta più conveniente per una determinata maggioranza di elettori, non già quella moralmente "migliore" per il genere umano o per un’intera comunità, come pretendevano, quale con più quale con meno enfasi, un po’ tutte le dottrine nate a cavallo fra XIX e XX secolo.

Questa virtù di moderazione e flessibilità, messa in dubbio dagli esponenti delle diverse correnti di pensiero antidemocratiche e da molti di essi rovesciata in un peccato di relativismo, è stata per la verità già in passato limitata e contraddetta dalle varie dichiarazioni di "diritti universali" che hanno tracciato linee divisorie fra modi di pensare e di comportarsi accettabili e inaccettabili, individuando il pericolo di "tirannie" non solo di individui o di piccole cerchie dalle propensioni autoritarie ma anche di libere maggioranze; ma in linea di principio ha continuato ad essere celebrata come un pilastro dei sistemi pluralistici, in opposizione ad ogni tentazione "integralistica". Gli sviluppi più recenti della politica internazionale sembrano tuttavia metterla in dubbio, se non addirittura minacciarla di scomparsa, lasciando trasparire un desiderio di affermare modelli di società e tavole dei valori intangibili, perché indiscutibilmente migliori di tutti gli altri, alle cui radici non vi è affatto, come molti opinion makers sostengono, un giudizio pratico fondato sull’esperienza e sul paragone, ma una pretesa squisitamente ideologica: quella in base alla quale nell’Occidente liberale si è realizzato ciò che vi può essere di più simile a un Paradiso in Terra, il migliore dei mondi economicamente, politicamente e culturalmente possibili, da cui tutte le popolazioni del pianeta dovrebbero trarre ispirazione e verso cui, nel caso non sappiano riuscirvi spontaneamente, il loro destino deve essere instradato, con le buone (imbonimento massmediale) o con le cattive (ingerenza armata).

La tendenza è ormai decennale e ha trovato l’esplicazione più chiara – e, malgrado ciò, più fraintesa – dopo il collasso dei paesi di "socialismo reale" nell’ipotesi di Francis Fukuyama secondo cui, con il liberalismo occidentale incarnato con particolare successo dalla società statunitense, la storia ha prodotto il suo punto massimo di perfezione politica, tanto da potersi considerare concluso il processo di progresso civile che ne aveva preparato l’avvento. Solo nel clima sovreccitato del dopo 11 settembre, con i richiami allo scontro di civiltà, e soprattutto nello scenario creatosi attorno e grazie alla guerra combattuta e vinta dagli Usa contro l’Iraq, essa si è però svelata nella sua radicalità e nel suo vasto contorno di conseguenze. A tal punto che una seria riflessione sulle ricadute a medio termine di quel conflitto non può prescindere, oggi, dall’estendersi alla considerazione della crescita di una nuova forma di ideologismo, non meno manicheo dei precedenti, e della ferita che essa infligge alle teorie classiche della democrazia.

Il dominio della manipolazione e i nuovi intellettuali-militanti

Una fra le più note di queste teorie vuole che la democrazia sia, per eccellenza, un – anzi, il – governo di opinione. Le parole di Giovanni Sartori non lasciano margini agli equivoci: "Il nesso costitutivo tra pubblica opinione e democrazia è di solare evidenza: la prima è il fondamento sostantivo e operativo della seconda. […] Per essere in qualche modo sovrano il popolo deve dunque possedere ed esprimere un "contenuto": e l’opinione pubblica è appunto il contenuto che dà sostanza e operatività alla sovranità popolare". C’è di più. Poiché "la pubblica opinione che fa da architrave alla democrazia è un’opinione "autonoma" [e] non è tale perché ubicata nel pubblico, ma perché fatta dal pubblico", non può esservi democrazia là dove a questa opinione autonoma non è dato di formarsi alla luce della libertà di pensiero, che Sartori giudica "un valore occidentale […] sostanziato da un’ansia di verità e, ancor più fondamentalmente, dal "rispetto per la verità": la verità di quel che è davvero successo, di quel che è davvero stato detto".

Il ragionamento è lineare e condivisibile. Il guaio sta nel fatto che, essendo la democrazia una forma di "governo consentito", ovvero fondato sul consenso, chi governa in democrazia si trova non di rado spinto, per assicurarsi una base di sostegno, a non rispettare affatto "la verità di quel che è davvero successo, di quel che è davvero stato detto" e ad usare gli strumenti che concorrono a formare la opinione del pubblico in una maniera che vizia, in parte o in tutto, l’autonomia di giudizio dei destinatari, con metodi senz’altro più raffinati e apparentemente assai meno coercitivi di quelli che hanno caratterizzato la propaganda totalitaria, ma non troppo dissimili negli intenti – che, anzi, vengono raggiunti con efficacia ben maggiore. Non solo. Quando neanche attraverso l’adattamento della verità dei fatti ai parametri graditi a chi detiene il potere acquisito per via democratica si ottiene l’effetto desiderato di costruzione del consenso, può accadere, ed è di recente accaduto, che anche la regola del governo "consentito" dall’opinione pubblica venga infranta senza apparenti scrupoli.

Il clima di opinione instauratosi nei paesi "occidentali" all’avvicinarsi della guerra contro l’Iraq ci offre esempi sia del primo che del secondo tipo di violazione delle norme democratiche ora citate.

Esaminiamo intanto il primo.

Per ottenere il consenso delle popolazioni dei paesi formalmente definiti "alleati" – ma che sarebbe oggi più corretto descrivere come inclusi nella loro sfera di influenza e/o di controllo –, il governo statunitense, i suoi portavoce e i suoi fiancheggiatori hanno motivato l’azione armata con un argomento-cardine, ossessivamente ripetuto: la garanzia della sicurezza propria ed altrui contro le minacce del terrorismo integralista islamico. Per sostenere questo motivo a legittimazione delle proprie decisioni hanno avanzato due illazioni, discutibili già nel momento in cui sono state proposte e oggi rivelatesi palesemente false: a) l’esistenza di un legame operativo fra il regime di Baghdad e la rete terroristica Al Qaeda; b) l’esistenza di un cospicuo arsenale di armi di sterminio di massa batteriologiche, chimiche e, in nuce, nucleari, in grado di assecondare le presunte intenzioni ostili di Saddam Hussein contro l’intero "Occidente". Dipingendo l’Iraq come una minaccia per l’umanità in virtù delle due condizioni ora ricordate, la "più grande democrazia del mondo" ha svolto una intenzionale opera di mistificazione della verità. Quel che è più importante nell’ottica che qui ci interessa, non lo ha fatto per il solo tramite dei politici di professione, da sempre abituati all’uso manipolativo della realtà a fini strumentali e per questo giudicati poco affidabili dal pubblico, ma anche servendosi di eminenti intellettuali, di quegli "uomini di idee" ai quali quantomeno gli strati più acculturati della popolazione si rivolgono per trovare punti di riferimento nei momenti in cui le asprezze del dibattito politico rendono più controversa l’interpretazione della realtà.

Per esemplificare questa situazione, che fa tristemente piazza pulita delle presunzioni di trasparenza che la teoria assegna alle azioni dei governi democratici, basta fare riferimento a fonti facilmente accessibili.

Sul versante della politica istituzionale, è impossibile non ricordare la lista delle armi vietate che l’Iraq avrebbe detenuto presentata, con ausilio di foto satellitari e altri marchingegni tecnologici di avanguardia, dal segretario di Stato Usa Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso febbraio: 500 tonnellate di gas nervini, 25.000 litri di antrace, 38.000 litri di botulino, 29.984 munizioni e ogive da lancio di vario tipo, dozzine di missili Scud di lunga gittata, centrifughe per l’arricchimento militare dell’uranio, 18 laboratori mobili per la produzione di armi biologiche, aerei senza pilota per consentirne lo spargimento. A guerra vinta e territorio esplorato accanitamente, non una di queste armi è stata trovata, a conferma del fatto che le presunte informazioni esposte dal capo della diplomazia statunitense sono state inventate per avallare la "dottrina della guerra alle intenzioni"; né, ovviamente, si sono trovate prove di connivenze fra Bin Laden e il Raìs da lui ripetutamente bollato come apostata. Gli Usa hanno dunque mentito all’opinione pubblica di tutto il mondo pur di offrire una copertura informativa favorevole ai propri piani aggressivi.

Quanto al versante dell’intellettualità che ha vestito per l’occasione i panni militanti, la scelta degli esempi possibili è tanto vasta da imbarazzare. Qui ci limiteremo a citare le voci particolarmente autorevoli di Ralf Dahrendorf, che già un mese prima dell’inizio dell’invasione lodava la scelta bellica degli Usa definendola "un intervento per il contenimento dell’Iraq" (al quale evidentemente attribuiva intenzioni aggressive ed espansionistiche verso altri paesi di cui non forniva alcuna prova, se non richiami al passato), e soprattutto di Michael Walzer, ad avviso del quale era tout court "sbagliato" opporsi alla guerra asserendo che "per quanto odioso sia, tuttavia [il regime iracheno] non rappresenta una minaccia significativa per i paesi confinanti o per la pace nel mondo" ed occorreva invece avallare il piano militare di Bush e dei suoi consulenti e collaboratori. Il ragionamento dell’insigne filosofo della politica non soltanto era inaccettabile in termini scientifici, partendo da una premessa dichiaratamente dubbia ("Forse, nonostante Saddam lo neghi, il suo governo sta effettivamente cercando di acquisire armi nucleari") ma, per la perentorietà dei toni, era anche particolarmente insidioso, in quanto da un lato traeva dalla non dimostrata – né allora né in seguito – ipotesi di partenza apodittiche e immaginarie conseguenze ("non è pensabile che qualcuno accetti l’idea che l’Iraq abbia armi nucleari, ma poi metta in atto la politica della deterrenza allo scopo di impedire che ne faccia effettivamente uso") e dall’altro non rifuggiva dall’aperta falsificazione dei dati di fatto, affermando che, di fronte alle "potenzialità nucleari" di Saddam, Israele "dovrebbe poter acquisire ciò di cui non dispone al momento, ovvero la capacità di rispondere ad un attacco", quasi che Tel Aviv non possedesse già da molti anni (numerose) armi atomiche, per giunta sperimentate grazie alla collaborazione dei governi sudafricani dell’apartheid, un dato talmente noto alla comunità internazionale da essere citato in qualunque rapporto scientifico sulla proliferazione nucleare o sugli equilibri strategici nel mondo.

Non è noto se, e in che misura, questi venerati maîtres à penser abbiano modificato timori e giudizi alla luce delle risultanze del conflitto, ma a giudicare dall’esempio di qualche loro collega (si pensi ad Hans-Magnus Enzensberger, che si è affrettato a guadagnarsi un posto in prima fila nella schiera dei sostenitori a posteriori di George W. Bush), c’è di che dubitarne. Ed anche questa constatazione obbliga a porsi alcuni interrogativi sullo stato di salute delle democrazie liberali nell’epoca del dominio planetario di un’unica potenza.

Se l’intelligencija che si proclama democratica non solo non sente il bisogno di ripensamenti nel momento in cui autorevoli esponenti dell’establishment nordamericano demoliscono i presupposti dei loro proclami bellici ("sembra chiaro che il programma di armi di distruzione di massa non esisteva nelle dimensioni, nella quantità descritta dall’Amministrazione […] lo scopo della guerra è stato quello di eliminare un’imponente minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti che, in quanto tale, avrebbe potuto venire solo da un programma di riarmo su larga scala e da collegamenti operativi con Al Qaeda. Nessuna prova finora ha confermato che queste due accuse fossero seriamente circostanziate", ha detto il direttore del programma anti-proliferazione della Carnegie Foundation, in consonanza con molti altri esperti) ma anzi insiste nel difendere le posizioni in precedenza assunte condendole con argomenti tanto anacronistici quanto pretestuosi ("se Saddam ha usato i gas per debellare una rivolta curda quindici anni fa, avrebbe potuto farlo un domani contro chiunque altro": un’asserzione che si apparenta alla perfezione a quelle con cui tutti i dittatori, i tiranni e i demagoghi hanno in passato giustificato le guerre mosse a presunti "nemici ereditari" dei paesi che governavano), è evidente che il virus della faziosità l’ha contagiata in profondità. E se ciò può non sorprendere, nel clima surriscaldato che il think tank neoconservatore che attornia Bush si è sforzato di creare ancor prima che il suo pupillo mettesse piede nella Casa Bianca, nondimeno rattrista, perché conferma che dietro la retorica dei principi altisonanti, l’espansione quasi incontrastata della cultura liberale che ha fatto seguito alla disintegrazione dell’Unione sovietica e alla conseguente implosione dell’arcipelago neomarxista va assumendo le sembianze di una nuova egemonia, arrogante e impenetrabile allo spirito critico, preoccupata molto più di avallare le decisioni dei leaders del suo paese-faro che di verificarne la razionale fondatezza e la consistenza etica.

L’opinione ininfluente e lo spirito di Crociata

C’è poi un secondo aspetto degli eventi connessi alla guerra anti-irachena che indebolisce la sostanza e l’immagine della democrazia, ed è quello che attiene al mancato rispetto delle richieste dell’opinione pubblica da parte dei governanti dei paesi che si sono adeguati ai voleri degli Stati Uniti d’America nel corso della crisi che ha preceduto l’intervento armato. Non vi è dubbio che il meccanismo essenziale per raccordare le opinioni dei governati alle scelte dei loro vertici politici è costituito, in democrazia, dalle elezioni e non dai sondaggi; ma nessuna teoria concede ai rappresentanti democraticamente eletti, una volta che si sono insediati al potere, un’assoluta libertà di azione. Pur in assenza di vincoli riguardo agli impegni assunti per ottenere il mandato popolare, essi sono tenuti non solo al rispetto delle regole giuridiche – il che nel caso in questione non è accaduto, per quanto concerne i paesi i cui testi costituzionali vietano il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali – ma anche ad un atteggiamento responsabile di fronte ai desideri dei governati. Se ciò non avviene, ne pagano un prezzo in termini di legittimità. Per evitare un simile esito, paesi come la Gran Bretagna, la Spagna e l’Italia, ma anche gli Stati della cosiddetta "nuova Europa" collocata ad Est, avrebbero potuto ricorrere al referendum per verificare la volontà delle rispettive popolazioni di fronte ai comportamenti assunti dalle loro élites. Così non è stato, e di conseguenza è stata sancita l’ininfluenza dell’opinione pubblica in materie cruciali per gli interessi presenti e futuri di regimi che pretendono di basarsi sul consenso dei governati. Il vulnus inflitto allo spirito della democrazia è stato grave.

Per giustificarlo, o meglio per negarlo, ci si è basati essenzialmente un argomento: la necessità di ricorrere alle armi per imporre un regime democratico là dove non esiste e, di conseguenza, affermare la vigenza dei diritti umani. Si è, insomma, esteso il principio dell’"ingerenza umanitaria", già richiamato in occasione della guerra del Kosovo, ad un ambito più squisitamente politico.

A chi non abbia un partito preso filoamericano, questa motivazione suona perlomeno ambigua. Non è infatti uno dei presupposti dell’instaurazione della democrazia la presenza di una volontà popolare che la motivi? Si può considerare democratico un regime imposto con la forza dall’esterno, prescindendo dal parere di coloro a cui si decide di applicarlo? E chi può credere che l’esportazione dei "regimi di libertà" prevista dalla nuova dottrina di sicurezza dell’amministrazione statunitense sia la vera molla dell’intervento armato in Iraq, visti i palesi interessi strategici ed economici in gioco?

Anche in questo caso, comunque, c’è dell’altro da prendere in considerazione. Negli Stati Uniti d’America si va elaborando una concezione "gerarchica" delle democrazie che rischia di avere serie conseguenze. Uno degli esponenti del Council of Foreign Relations, un laboratorio da decenni sospettato di avere molta parte nella elaborazione dietro le quinte delle politiche nordamericane, Fareed Zakaria, ha di recente pubblicato un volume in cui attacca duramente il "preoccupante dilagare" delle "democrazie illberali", ovvero di quei regimi che sono sì caratterizzati da elezioni libere ed eque, ma in cui i risultati delle consultazioni popolari non producono un governo allineato allo standard ideologico liberale. Scrive Zakaria: "I governi prodotti da queste elezioni possono essere inefficienti, corrotti, miopi, irresponsabili, dominati da interessi privati, incapaci di adottare le politiche necessarie per l’interesse pubblico. Queste qualità non bastano a farne dei governi anti-democratici e tuttavia li rendono indesiderabili". Parole, in apparenza, sacrosante. Che lo sono tuttavia un po’ meno se ci si chiede in base a quali parametri si devono giudicare l’inefficienza, la corruzione o la sudditanza ad interessi privati di ogni singolo regime democratico. Si possono emettere giudizi, in base a questi criteri, sull’Italia di Tangentopoli o di Berlusconi, o sugli Usa del complesso militar-petrolifero che si è insediato alla Casa Bianca? Pare di no, se è vero che "il pericolo è attuale e si manifesta sotto i nostri occhi soprattutto nelle "società divise", dove la mancanza del liberalismo costituzionale apre la strada a populismi autoritari, nazionalismi, conflitti etnici, guerre esterne". Dal che discende – attenzione! – che "Il Medio Oriente è un laboratorio esplosivo dove gli "esperimenti democratici" possono partorire mostri".

Da un ragionamento come questo si è autorizzati a pensare: a) che le democrazie sono buone solo dove e se producono governi conformi al "liberalismo costituzionale": dove ciò non accade – si veda l’Austria del 1999 che aveva concesso troppi voti al partito di Haider – la formula non va bene; b) che nei casi in cui un "esperimento democratico" rischi di "partorire mostri", è meglio affidarsi a formule non democratiche, magari sponsorizzate e controllate dagli Usa. E, siccome si cita il Medio Oriente, c’è da prevedere che per vedere un governo democratico in Iraq, malgrado le promesse, ci sarà da aspettare un bel pezzo; c) che il grado di democraticità di un paese lo decidono altri, non la popolazione del paese stesso. Esistono quindi popoli eletti, o loro rappresentanti politici o intellettuali, che si possono arrogare questo diritto: ne discende che, ad esempio, il palese disinteresse dei governanti statunitensi per la volontà degli iracheni, di cui anche analisti tutt’altro che critici verso gli Usa si sono accorti, non solo è lecito ma consigliabile. Stiamo tornando ad una concezione coloniale, in cui sono i rappresentanti della potenza "civile" e occupante a decidere cosa sia buono e cosa no per i selvaggi abitatori dei territori conquistati.

E non finisce qui. Perché il giudizio sulla bontà delle democrazie si può applicare anche a quelle di più antica e profonda tradizione. Lo scatenarsi di insulti, minacce e ritorsioni verso i governi, prima di tutti quello francese, che – rispettando il volere delle rispettive opinioni pubbliche – hanno rifiutato l’avallo all’attacco statunitense dimostra che in un mondo unipolare il rispetto della forma e della sostanza democratica non ha alcuna importanza agli occhi del paese che più di ogni altro si riempie la bocca della retorica che sulla parola democrazia fa aggio. Stabilito, con Robert Kagan, che gli europei sono nati da Venere, con le sue illusioni di edonistico benessere, e i nordamericani da Marte, con il suo carico di vocazioni bellicose all’assunzione delle dure responsabilità della tutela dell’ordine mondiale, diventa ovvio che solo quelli "marziane" siano regimi veramente liberi. Che tali rimangono anche quando si tappano gli occhi, le orecchie e le bocche di cannone di fronte alle violazioni dei diritti umani perpetrate in Stati che non fanno ostacolo alle strategie degli Usa, come la Birmania o la Liberia odierne o tanti altri del passato, dalla Cuba di Batista al Cile di Pinochet passando per lo stesso Iraq di Saddam negli anni Ottanta. Mentre le imbelli democrazie "venusiane", quando agiscono in sintonia con i voleri delle proprie popolazioni, sono da deplorare o compatire e, se è il caso, mettere sul chi vive.

In nome di questa filosofia da "democrazia degli eletti" gli Usa hanno messo in circolazione, all’indomani dell’11 settembre 2001, uno spirito di Crociata che si fa sempre più pervadente e pesante e la cui regola è la denigrazione delle opinioni altrui, anche e soprattutto se maggioritarie, quando risultano sgradite.

In vista del raggiungimento di questo obiettivo, pressoché ogni mezzo è lecito. Si può ricorrere all’invettiva a sfondo xenofobo, come ha fatto ancora una volta Oriana Fallaci, affermando che "l’Europa non è più l’Europa, è una provincia dell’Islam, con quasi 16 milioni di immigrati musulmani" (parole che, in bocca a un Le Pen, avrebbero scatenato furiose campagne denigratorie, mentre quando vengono pronunciate a sostegno delle posizioni statunitensi raccolgono tutt’al più qualche imbarazzo nei media più "progressisti"). Ci si può servire del ricatto della memoria, che in nome dei trascorsi meriti dei "liberatori dal nazifascismo", ovviamente depurati di ogni inopportuno richiamo ai motivi non immediatamente idealistici presenti nelle loro scelte, assegna agli angloamericani un sempiterno salvacondotto morale per qualunque scelta futura, imponendo all’Europa di piegare la testa alle decisioni prese oltre Atlantico. Si può pretendere la censura delle immagini dei propri soldati prigionieri e infliggere torture e umiliazioni agli altrui combattenti catturati, come è rispettivamente accaduto in Iraq e a Guantanamo, facendo capire che esistono esseri umani di prima categoria, degni di rispetto, e di categorie inferiori, che rispetto non meritano. Si possono distruggere a suon di bombe le infrastrutture essenziali di un paese (condotte d’acqua, linee elettriche, vie di comunicazione) per poi farsi incensare come "ricostruttori" – a pagamento – delle desolazioni prodotte. Si possono mettere in circolazione fiumi di informazioni false (persino un progetto di attacco chimico di agenti iracheni in Texas, e le inesistenti rivolte nelle città attaccate, e la fuga di Tareq Aziz, tanto per citare le prime che ci vengono in mente) per stordire e manipolare la coscienza collettiva. Si può arrivare al punto di attribuire ai nemici le uccisioni determinate dai propri strumenti bellici, come nel caso dei "danni collaterali" inflitti alla popolazione civile in due mercati periferici di Baghdad. Si può addirittura giustificare l’eliminazione dei civili stessi, in quanto colpevoli di non essersi opposti al "cattivo" regime che li domina, perché la "buona causa", oggi come nel 1945, giustifica anche i più discutibili mezzi. Si può fare strame della realtà, citando a discarico degli Usa e a carico dei pacifisti e delle loro critiche "indiscriminate", il fatto che "Saddam ha scatenato e combattuto due guerre senza aver subito provocazioni", senza ricordare che la prima di esse, contro l’Iran, fu aizzata e sostenuta logisticamente dagli Stati Uniti in funzione antikhomeynista.

Si può soprattutto, come ha ben sottolineato Alberto Asor Rosa, adottare la guerra come "strumento politico fondamentale di controllo globale", facendone un "paracadute". In questo caso, il potere democratico che "si sta staccando sempre di più dalla sua base rappresentativa", "tende costantemente ad autolegittimarsi con arroganza senza limiti", considerando come pericolosi nemici interni coloro che la pensano in modo diverso, talché "non è difficile prevedere che ne seguiranno comportamenti analoghi a quelli di guerra nei confronti di coloro che, alle spalle del fronte, minano il morale delle truppe (anche metaforicamente) e si permettono il lusso d’immaginare che sia possibile un’altra strada". Ciò è possibile – e politicamente redditizio – perché, come è stato crudemente ed efficacemente scritto, "un tank ha una sua credibilità intrinseca e i vincitori trovano sempre una giustificazione a posteriori", il che, grazie al collateralismo del sistema massmediale, tappa la bocca agli oppositori.

La santificazione del pensiero manicheo e le sue conseguenze

Alla luce di questa situazione, i sostenitori della democratizzazione universale a mano armata si tramutano in propagatori di un modo di pensare fondato sull’assolutismo morale, sull’apodittica certezza di trovarsi sempre e comunque dalla parte del Bene – da loro stessi impersonato – e, di conseguenza, su una classica forma di manicheismo, a cui sostegno sta la diffusione di una Storia sacra, indiscutibile e venerata, assicurata dall’apparato di (ri)produzione dell’immaginario collettivo. In nome della filosofia sottesa a questa Storia con imprimatur, governi di marionette come quello diretto (?) da Karzai in Afghanistan o quello che verrà imposto all’Iraq – "una parvenza di governo provvisorio, assoggettato per almeno un anno – forse molto più – agli angloamericani", ha scritto Lucio Caracciolo – acquistano parvenza di democraticità, negata invece ad amministrazioni sgradite benché scelte da una larga maggioranza elettorale (si veda il caso, non unico, del Venezuela di Chavez), governanti golpisti come Musharraf in Pakistan vengono apertamente sostenuti, violazioni persistenti delle risoluzioni delle Nazioni Unite vengono tollerate o addirittura incoraggiate (si pensi ad Israele, che detiene un primato difficilmente insidiabile in materia, ma anche al Kosovo, che secondo le norme internazionali dovrebbe essere regione autonoma della Serbia e si è invece ridotto a protettorato militare americano). Insomma, al "pensare a senso unico" addebitato ai pacifisti dai sostenitori delle ragioni di Bush, se ne contrappone quantomeno uno simmetrico.

Le conseguenze di un simile stato di fatto sono molte e pericolose, sia per la tenuta del concetto stesso di democrazia, sia per il futuro del nostro pianeta.

Sotto il primo profilo, a tutte quelle che abbiamo già enumerato, va aggiunto il diffondersi sempre più palese, fra i governanti democraticamente eletti, di atteggiamenti di malcelato disprezzo verso i dissidenti, che non lascia ben sperare per le sorti del pluralismo. Nel Bush che si sbalordisce nel constatare che al di fuori dei confini dell’Unione è diffusa un’ostilità verso la sua linea politico-militare, e reagisce con minacce di rappresaglie verso i miscredenti, o nel Berlusconi che dà sfogo all’irritazione verso singole o collettive manifestazioni di disistima nei suoi confronti, non agisce solo un fattore idiosincratico caratteriale; c’è una molla di intolleranza verso il "sacrilegio" commesso da chi osa ribellarsi al consacrato dalle urne o, per dirla con il presidente del Consiglio italiano, all’"unto del Signore". L’affermarsi di schieramenti politici bipolari e, peggio, di un bipolarismo delle idee alimenta questi atteggiamenti, fondati sulla presunzione che "chi non è con me è contro di me" e che, nella lotta fra il Bene e il Male, chi non si pone dalla parte giusta non compie una scelta bensì un crimine. E poiché il sottofondo di questa convinzione travalica i singoli soggetti che la esprimono e tende a porsi come uno scenario vischioso a cui non è possibile né lecito sottrarsi, anche i possibili avvicendamenti di partiti e personaggi al potere rischiano di non intaccarlo più di tanto, a meno che le posizioni ribellistiche alla Chirac o, più limitatamente, alla Schroeder, non riescano a mantenersi; del che, dopo l’esito della guerra irachena, è opportuno dubitare.

Ancora più grave rischia di essere la trasposizione di questo manicheismo nel contesto dei rapporti internazionali. Il cavallo di Troia di questa proiezione è, paradossalmente, quello stesso atteggiamento mentale e culturale "realista" che in passato pure era servito a preservare gli assetti mondiali dai rischi di un ideologismo che voleva tutti gli Stati allineati e schierati con una delle due superpotenze del pre-1989. Oggi, troppo spesso, chi, per additare i possibili scenari del futuro, scrive "realismo", lo pronuncia poi come "sudditanza". Avallando la strumentale copertura delle mosse strategiche egemoniche statunitensi con la parola d’ordine dell’esportazione del modello democratico, continuando a considerare i successi militari di Washington come di nostro interesse, restando inerti mentre si preparano altri capitoli della storia della costruzione dell’impero monopolare e monopolistico (Siria e Iran in prima fila), non ci si garantisce, come molti commentatori legati all’establishment occidentalista vorrebbero far credere, un ruolo da rispettati alleati nel connubio "transatlantico", si tarpano le ali all’Europa e ci si rassegna a una funzione di servitori più o meno utili o graditi – a seconda delle circostanze – dei padroni del mondo.

Di fronte agli eccessi di arroganza a cui l’euforia del successo militare in Mesopotamia sta inducendo il governo degli Stati Uniti d’America – eccessi che arrivano al punto di considerare carta straccia accordi che pure, in altra epoca, gli Usa avevano voluto ad ogni costo –, questo pericolo comincia ad apparire evidente anche ad intellettuali che sostengono con convinzione l’alleanza euronordamericana. Nel momento in cui uno dei più influenti consiglieri di Bush, Richard Perle, ammette che gli Usa intendono rimanere in Iraq sino a quando lo riterranno opportuno, senza porsi il problema del gradimento o dei desideri della popolazione locale, è difficile, a chi conserva un barlume di senso critico, negare che quella in cui si muove la loro politica è una prospettiva imperialistica. Certo, c’è sempre una schiera di cortigiani del Sovrano pronta, con Dahrendorf, a provare un "profondo fastidio" per il fatto che "molti stanno incominciando a usare un linguaggio che definisce l’Europa attraverso la distinzione, o meglio in contrasto con gli Usa: un’Europa antitetica all’America"; ma si cominciano a sentire voci diverse, che comprendono invece, almeno per frammenti, che la vocazione imperiale degli Usa si sta facendo pesante. Lo ha ammesso con particolare lucidità lo storico di Harvard Michael Ignatieff, che pure continua ad attribuire ai connazionali la patente di liberatori dei popoli oppressi, in un articolo di un mese e mezzo precedente lo scoppio delle ostilità in Iraq, che merita oggi un’attenta rilettura.

"Non c’è altra nazione che presidi il mondo tramite cinque comandi militari globali; che mantenga più di un milione di uomini e donne in armi in quattro continenti, che schieri portaerei in pattuglia su tutti gli oceani, che garantisca la sopravvivenza di altri paesi, da Israele alla Corea, che regga il timone degli scambi e del commercio globale e riempia i cuori e le menti di un intero pianeta dei propri sogni e desideri", ha ricordato Ignatieff, per spiegare il motivo per cui gli Stati Uniti d’America sarebbero costretti, quand’anche non lo volessero, ad agire come un impero. "Essere una potenza imperiale tuttavia", ha aggiunto, "supera la dimensione di nazione più potente o semplicemente più odiata del mondo. Significa imporre il rispetto dell’ordine mondiale vigente e farlo nell’interesse americano. Significa dettare condizioni gradite all’America (su tutto, dai mercati alle armi di distruzione di massa) autoesentandosi contemporaneamente dal rispetto di altre norme (il protocollo di Kyoto sul clima e la Corte Penale Internazionale) contrarie ai propri interessi". Quello degli Usa, secondo Ignatieff. "è l’imperialismo di un popolo che ricorda come il suo paese si è garantito l’indipendenza ribellandosi contro un impero e che ama pensarsi amico della libertà in ogni parte del mondo. È un impero inconsapevole di essere tale, costantemente scandalizzato che le sue buone intenzioni suscitino risentimento all’estero. Ma questo non lo rende meno impero". Così come è sempre stato, proprio perché – è opportuno insistere nel mettere in rilievo questo dato – è insito nella filosofia della democrazia statunitense un fondamento manicheo, che contrappone se stessi, regno del Bene, al resto del mondo e dell’umanità, malvagi o imperfetti e quindi da combattere o da redimere, o entrambe le cose insieme. Lo ammette di nuovo Ignatieff, quando scrive: "Dai tempi di Wilson nelle parole di tutti i presidenti è risuonata la stessa nota di redenzione, mentre nel contempo "si affannavano per non ammettere quell’imperialismo che di fatto esercitiamo", come disse nel 1960 il teologo Reinhold Niebuhr. Persino oggi […] l’implicazione più profonda di ciò che sta accadendo non è stata ancora pienamente affrontata: l’attacco all’Iraq è un’operazione di stampo imperiale che voterà una repubblica riluttante al ruolo di garante della pace, della stabilità, della democratizzazione e delle forniture di greggio in una regione ad alta infiammabilità abitata da popoli arabi che va dall’Egitto all’Afghanistan".

Se così stanno le cose – e non c’è motivo di dubitarne, se non nel senso di attribuire al disegno egemonico statunitense una minore inconsapevolezza di quella di cui Ignatieff gli fa credito –, c’è di che inquietarsi profondamente per il futuro dell’ordine globale, poiché, a meno di non ammettere la possibilità di una completa subordinazione di tutti i paesi della Terra al disegno nordamericano e della correlativa più o meno ibrida omogeneizzazione culturale al modello made in Usa delle loro popolazioni, indispensabile perché il progetto tenga nel tempo, una situazione di squilibrio strutturale della distribuzione di potere a livello planetario non lascerebbe ai concorrenti o ai dissidenti, svantaggiati sul piano dell’armamento per conflitti di tipo tradizionale, altra via che quella di una guerra non convenzionale. Che sarebbe sì bollata con l’epiteto di terrorismo e additata all’esecrazione delle popolazioni dei paesi "alleati", ma non per questo diminuirebbe di intensità e capacità di espansione.

Al di là di questo preoccupante scenario, l’ascesa degli Usa a una piena e incontrastata egemonia sarebbe un colpo mortale per l’indipendenza politica e culturale europea e segnerebbe il punto estremo di crisi della sua civiltà, di cui – non lo dimentichiamo – l’invenzione della democrazia è uno dei capitoli più significativi. Ha ragione chi sostiene che la spaccatura dei tradizionali organismi internazionali di mediazione e composizione dei conflitti, al di là della loro tutt’altro che comprovata efficienza, è una "efficace scelta strategica" di cui "l’Europa è la prima grande vittima". E ne ha altrettanta chi, analizzando l’impostazione strategica che ha portato gli Stati Uniti d’America ad adottare la linea del produrre "sgomento e soggezione" (Shock and awe) aprendo "un lungo capitolo di storia che si concluderà, secondo Washington, quando tutti accetteranno la sua benigna egemonia. E dunque nessuno minaccerà l’American way of life", fa notare che "nell’approccio a noi europei resta comunque vigente la parola d’ordine "disaggregazione": la priorità è prevenire la formazione di un polo di potenza continentale, considerato di per sé ostile all’America". Stando così le cose, l’Europa non può limitarsi a piegare la testa di fronte alle prese di posizione di Washington, come oggi vorrebbero, per primi, i governi e i partiti politici di destra, come sempre, o quasi, affascinati da una lettura elementare del realismo e dalla legge del più forte. Perfino uno degli osservatori politici che fanno parte dell’Aspen Institute e perciò sono strutturalmente legati alla concezione euroatlantica delle relazioni internazionali, non ha saputo trattenersi dallo scrivere: "Alla nuova concezione imperiale americana, l’Europa può solo contrapporre una ritrovata capacità di proposta e di azione, sul piano politico, economico ed anche militare. In una misura correlata alle sue potenzialità". Nella versione dell’autore, questa scelta è volta a "far leva sull’anima democratica americana e ricuperare un rapporto di partnership e non di servaggio o di avversione". Chi non pensa che la strategia egemonica e imperiale degli Stati Uniti d’America dipenda solo o soprattutto dal minore o maggior peso dell’"anima democratica" all’interno della loro amministrazione, ma la attribuisce ad una volontà largamente diffusa nelle élites di quel paese, conservatrici o progressiste che siano, può far sua questa esortazione con un diverso scopo: ricordare all’opinione pubblica europea, e attraverso di essa ai governanti degli Stati del Vecchio continente, l’imperativo di dignità a cui la nostra storia passata ci chiama. Un imperativo che non può accettare sudditanze o vassallaggi e deve farci accettare i rischi connessi a una difesa senza timori della nostra libertà di azione. I tempi paiono poco propizi a moniti così intensamente intrisi di esigenze morali, e tuttavia non è inopportuno né tracotante ricordare, in un momento in cui l’Unione europea si sforza di darsi un’anima e un corpo effettivi, che mai un’entità politica si è creata per via di aggregazione di unità autonome più piccole se non quando le élites di queste ultime hanno acquisito la consapevolezza di doversi difendere da un nemico comune. Il dilemma che si pone oggi di fronte all’Europa è questo: capire se ha di fronte un nemico, o quantomeno un concorrente ostile e pericoloso, e, nel caso se ne convinca, identificarlo. Alcuni dicono che il nemico potenzialmente unificante l’Europa lo ha a Sud e ad Est e gli attribuiscono le sembianze dell’Islam, più o meno militante. È lecito dubitare di questo punto di vista, e della filosofia da "scontro delle civiltà" che lo sottende, e cercare altrove chi davvero intende contrastare l’ascesa dell’Europa al ruolo di protagonista in campo mondiale, chi è disposto ad usare ogni mezzo per impedirle di coagularsi ed occupare uno dei grandi spazi su cui potrebbe articolarsi un possibile ordine internazionale multipolare. Non è una ricerca difficile. Basta un po’ di coraggio per condurla a termine positivamente, e trarne le debite conseguenze. In caso contrario, un futuro di servaggio senza avversione, piaccia o no all’Aspen Institute e ai tanti intellettuali schierati a difesa della causa "transatlantica", appare il più probabile. Dovrebbero convincersene per primi i realisti, se fossero capaci di essere davvero tali e non auspicassero, invece, a far solo da consiglieri di questo o quel Principe tributario del nuovo Impero.

Marco Tarchi