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    Predefinito La rivoluzione dei neoconservatori statunitensi

    Fondi e fondazioni
    Come il pensiero diventa unico



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    Susan George*, da "Le Monde Diplomatique - il manifesto " del Settembre 1996




    Se i neoliberali (1) e il pensiero unico (2) sembrano oggi padroni del campo ideologico, non è sempre stato così. Nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale il neoliberalismo era ovunque meno che minoritario. Negli Stati uniti i suoi padri fondatori non disponevano, all'inizio, di molte carte vincenti, ma in compenso avevano assimilato un principio essenziale: le idee hanno conseguenze. Nel 1948 Richard Weaver aveva scelto questa massima come titolo di un libro che avrebbe conosciuto una lunga carriera e suscitato una vasta eco oltre Atlantico (3).
    Non a caso, il libro era stato pubblicato dalla University Press di Chicago: è infatti l'università di questa città (4) che ha costituito il nocciolo duro del neoliberalismo nascente. Di August Friedrich von Hayek, economista e filosofo austriaco in esilio, quest'editrice aveva pubblicato nel 1944 un libro molto influente, La via della schiavitù (5); e ha inoltre fatto conoscere, accanto ai lavori di vari astri nascenti del movimento, le opere di un altro giovane e brillante economista, un certo Milton Friedman (6). La scuola di Chicago, costituita da economisti familiarmente chiamati Chicago Boys, è divenuta celebre, e i suoi membri ne hanno portato l'influenza in tutto il mondo, e in particolare nel Cile del generale Pinochet. La sua dottrina economica, oltre che filosofica e sociale, è insegnata urbi et orbi. I libri di Milton Friedman ad esempio Capitalismo e libertà sono divenuti successi editoriali (7).
    Per il neoliberale la libertà individuale non risulta affatto dalla democrazia politica o dai diritti garantiti dallo stato: libertà significa, al contrario, essere liberi dall'ingerenza dello stato, che deve limitarsi a stabilire una cornice per consentire il libero gioco del mercato. E' indispensabile la proprietà privata di tutti i mezzi di produzione, e dunque la privatizzazione di tutti quelli appartenenti allo stato. Il mercato ripartisce nel migliore dei modi le risorse, gli investimenti e il lavoro, mentre la beneficenza e il volontariato privati devono sostituire la quasi totalità dei programmi pubblici destinati ai gruppi socialmente meno favoriti.
    L'individuo ridiventa così interamente responsabile della propria sorte. Per mettere in pratica un programma del genere che è l'esatto contrario del New Deal o della dottrina dello stato sociale i neoliberali hanno sempre saputo che bisognava incominciare dalla trasformazione del paesaggio intellettuale.
    Prima di avere conseguenza per la vita dei cittadini e della società, occorre infatti che le idee vengano propagate. Bisogna permettere a chi le produce, le pubblica, le insegna e le diffonde di farlo in condizioni favorevoli. Per questo, fin dal 1945 il movimento neoliberale non ha mai cessato di reclutare pensatori e finanziatori, e di dotarsi di importanti mezzi finanziari e istituzionali. Il suo arsenale si compone in parte da "think-tanks", i più influenti dei quali hanno sede negli Stati uniti. Non è superfluo ricordare qui ancora una volta (8) le attività di alcuni di essi.
    La Hoover Institution on War, Revolution and Peace è stata fondata nel 1919 dal futuro presidente Herbert Hoover, e ha la sua sede nel campus dell'università di Stanford. E' celebre per le sue raccolte di documenti sulle rivoluzioni russa e cinese.
    Alla sua vocazione iniziale di combattente nella guerra fredda (in particolare attraverso il suo annuario International Communist Affairs) ha affiancato, a partire dal 1960, un settore economico. Grazie al suo budget annuo di circa 17 milioni di dollari, quest'istituzione ha finanziato, accanto a molti altri, anche i lavori di Edward Teller (uno dei padri della bomba atomica, generalmente considerato come l'ispiratore del personaggio del dottor Stranamore) e quelli di economisti quali George Stigler e Milton Friedman, che fanno la spola tra Stanford e Chicago.
    Anche l'American Enterprise Institute (Aei) è un'istituzione di vecchia data: è stata infatti fondata nel 1943 da alcuni uomini d'affari, in contrapposizione a vari aspetti del New Deal. L'Aei, che ha la sua sede a Washington, si distingue per il suo senso delle pubbliche relazioni intellettuali e del marketing delle idee, e lavora a diretto contatto con i membri del Congresso, la burocrazia federale e i media. Negli anni 80 l'Istituto aveva alle sue dipendenze circa 150 persone, delle quali una cinquantina esclusivamente dedite alla ricerca, alla produzione di libri e di rapporti e all'elaborazione di analisi e raccomandazioni politiche ed economiche. Il suo budget annuo, che riflette il declino relativo della sua influenza, era di 12,8 milioni di dollari nel 1993, un po' inferiore a quello raggiunto dieci anni prima. La Heritage Foundation è la più nota, in quanto più strettamente associata alla presidenza di Ronald Reagan. In attività dal 1973, dispone di un budget annuo che si aggira sui 25 milioni di dollari e produce annualmente circa 200 documenti. Particolarmente attiva presso i media, è la più citata tra tutte le istituzioni, e pubblica tra l'altro un annuario degli esperti in materia di politica pubblica (public policy), contenente i nomi di 1500 ricercatori ed esperti neoliberali, repertoriati sotto settanta voci. Una vera pacchia per i giornalisti frettolosi, che possono ricorrere al loro avallo "scientifico" citandone le enunciazioni a sostegno dei loro articoli. Vanno menzionati inoltre due centri intellettuali: il Cato Institute, in piena ascesa, sostenitore del "governo minimalista" e specializzato in studi sulla privatizzazione, e il Manhattan Institute for Policy Research, fondato nel 1978 da William Casey, futuro direttore della Cia, che ha esercitato una grande influenza con le sue critiche ai programmi governativi di redistribuzione dei redditi. Questi due "think-tanks" raccomandano invariabilmente il mercato come soluzione di tutti i problemi sociali. Tra i "think tanks" e il governo esiste un sistema di vasi comunicanti che ha permesso agli ex combattenti della presidenza Nixon di trovare rifugio durante l'interregno di James Carter; e lo stesso avviene per quelli del periodo Reagan-Bush sotto l'attuale presidenza Clinton. Fuori dagli Stati uniti, la rete delle istituzioni intellettuali neoliberali è meno fitta. Nel Regno unito, i "commandos di Mrs.
    Thatcher", come volentieri si definiscono, hanno tuttavia segnato importanti punti a proprio vantaggio nella lotta ideologica. Vanno menzionati il Centre for Policy Studies, l'Institute of Economic Affairs, l'elenco delle cui pubblicazioni si legge come un Whos Who degli economisti conservatori, e soprattutto l'Adam Smith Institute di Londra che, a detta di Brandon Martin, esperto in materia, (9) "ha fatto più di qualsiasi altro gruppo di pressione in seno alla nuova destra per promuovere nel mondo intero la dottrina della privatizzazione".
    La palma dell'anzianità e dell'influenza a lungo termine spetta però alla Société du Mont Pèlerin. Nell'aprile 1947, una quarantina di personalità americane ed europee si sono incontrate, su invito del professor Friedrich von Hayek, per un colloquio di dieci giorni nel villaggio svizzero di Mont Pèlerin, nei pressi di Montreux. Dopo aver sottolineato la gravità del momento "i valori fondamentali della civiltà sono in pericolo" , il gruppo dichiarò che la libertà era minacciata dal "declino delle idee favorevoli alla proprietà privata e al mercato concorrenziale; infatti, senza la diffusione del potere e dell'iniziativa che queste istituzioni consentono, è difficile immaginare una società in cui la libertà possa essere effettivamente preservata (10)". Tra il 1947 e il 1994, la Società di Mont Pèlerin ha svolto 26 colloqui, tutti della durata di una settimana, in città sempre diverse. Nel 1994 è stata la volta di Cannes. Nel settembre prossimo i suoi membri, il cui numero è passato da 40 a oltre 450, torneranno alle origini austriache di Hayek riunendosi a Vienna. La società vanta volentieri i sei premi Nobel per l'economia usciti dai suoi ranghi, ma è più reticente per quanto riguarda l'elenco dei suoi membri, tutti aderenti a titolo personale: preferisce evitare "la pubblicità e la mediatizzazione". (11) Da molti anni, centinaia di milioni di dollari vengono spesi per la produzione e la diffusione dell'ideologia neoliberale. Da dove viene questo denaro? Nella fase iniziale, negli anni tra il 1940 e il 1950, il William Volker Fund ha giocato un ruolo centrale. Al suo intervento si deve il salvataggio di riviste traballanti, il finanziamento di numerosi libri pubblicati a Chicago, il pagamento delle cambiali scoperte dell'influente Foundation for Economic Education, o l'organizzazione di colloqui in varie università americane. Sempre il Volker Fund ha finanziato la partecipazione degli esponenti americani alla prima riunione della Società di Mont Pèlerin.
    Già negli anni 60 i neoliberali non erano più del tutto marginali. Numerose fondazioni di grandi famiglie americane hanno iniziato allora a sostenerli, e non hanno mai cessato di finanziare le loro istituzioni. La Fondazione Ford, vero e proprio "elefante" della munificenza, aveva dischiuso le porte di molte altre fonti di centro-destra e di centro concedendo 300.
    000 dollari di sovvenzioni all'American Enterprise Institute. La Fondazione Bradley (28 milioni di dollari erogati nel 1994) finanzia tra l'altro la Heritage Foundation, l'American Enterprise Institute e varie riviste e pubblicazioni (12). Così, tra il 1990 e il 1993, quattro riviste neoliberali tra le più importanti (The National Interest, The Public Interest, New Criterion, American Spectator) hanno ricevuto da varie fonti 27 milioni di dollari. A titolo comparativo, le sole quattro riviste progressiste americane di diffusione nazionale (The Nation, The Progressive, In These Times, Mother Jones) hanno beneficiato collettivamente, durante lo stesso periodo, di un totale di contributi volontari di soli 269.000 dollari (13).
    Alcune fondazioni che poggiano su grandi e antichi patrimoni industriali americani, quali la Coors (birra), la Scaife e la Mellon (acciaio) e soprattutto la Olin (prodotti chimici) finanziano anche alcune cattedre presso le più prestigiose università statunitensi. Si tratta di "rafforzare le istituzioni economiche, politiche e culturali sulle quali si basa l'impresa privata", secondo l'opuscolo della Fondazione Olin, che già nel 1988 aveva stanziato per questo obiettivo 55 milioni di dollari. E' ovvio che con importi simili il generoso donatore ha il diritto di nominare i professori che occuperanno le cattedre, e di dirigere i centri studi (14). Esistono ormai cattedre Olin di diritto e di economia presso le università di Harvard, Yale, Stanford e in numerose altre, tra cui ovviamente quella di Chicago (15). Lo storico francese François Furet, che ha ricevuto 470.000 dollari in quanto direttore del programma John M. Olin di storia della cultura politica all'università di Chicago, è uno degli illustri beneficiari di queste liberalità.
    Il denaro permette così di organizzare la notorietà e il "campo" nel quale si svolgeranno i dibattiti, costruiti di sana pianta.
    Nel 1988 Allan Bloom, direttore del centro Olin per lo studio della teoria e della prassi della democrazia all'università di Chicago (che percepisce annualmente dalla Fondazione Olin 36 milioni di dollari) invita un oscuro funzionario del dipartimento di stato a pronunciare una conferenza. L'oratore si esibisce proclamando la vittoria totale dell'Occidente e dei valori neoliberali come risultato della guerra fredda. La sua conferenza è immediatamente ripresa sotto forma di articolo da The National Interest (rivista che riceve un milione di dollari di sovvenzioni Olin) il cui direttore è un notissimo neoliberale, Irving Kristol, finanziato all'epoca a un livello di 326.000 dollari dalla Fondazione Olin in quanto professore alla Business School della New York University. Irving Kristol invita Bloom, insieme a un altro rinomato intellettuale di destra, Samuel Huntington (direttore dell'Istituto Olin di studi strategici a Harvard, creato grazie a un finanziamento Olin di 14 milioni di dollari) a "commentare" quest'articolo sullo stesso numero della rivista. A sua volta, Kristol interviene con un suo "commento".
    Il "dibattito", così lanciato da quattro beneficiari di fondi Olin, a proposito di una conferenza Olin su una rivista Olin, è riprodotto subito dopo sulle pagine del New York Times, del Washington Post e del Time. Oggi, tutti hanno sentito parlare di Francis Fukuyama e della Fine della storia, divenuto un bestseller in varie lingue! Il cerchio ideologico si chiude quando si arriva a occupare le pagine dedicate ai dibattiti sui grandi quotidiani, la radiodiffusione e gli schermi. Questo trionfo è stato ottenuto praticamente senza colpo ferire. Se non si crede che le idee abbiano conseguenze, si finisce per subirle.


    note:
    * Direttore associato, Transnational Institute, Amsterdam; autrice, tra l'altro (con Fabrizio Sabelli) di Crediti senza frontiere, Ediz. Gruppo Abele, 1994.

    (1) La terminologia può prestarsi a confusione. Negli Stati uniti i neoliberal si definiscono neoconservatori (o neocon), dato che qui essere liberal vuol dire essere piuttosto di sinistra, e comunque votare per i democratici.
    (2) Il "pensiero unico" è stato identificato, definito e denunciato per la prima volta da Ignacio Ramonet nel suo editoriale de le Monde diplomatique del gennaio 1995.

    (3) Richard Weaver, Ideas Have Consequences, University of Chicago Press, Chicago, 1948.

    (4) Leggere Serge Halimi, "L'universita di Chicago, un angolo di paradiso ben difeso", le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 1994.

    (5) August Friedrich von Hayek, La via della schiavitù, Rusconi, 1995.

    (6) Ad esempio, Russel Kirk (The Conservative Mind, 1953), Leo Strauss, (Natural Right and History, 1953).

    (7) Milton Friedman, Capitalismo e libertà. Studio Tesi, 1995.
    Il testo originale, Capitalism and Freedom, era stato pubblicato nel 1962.

    (8) Leggere l'inchiesta di Serge Halimi, "Dove nascono le idee della destra americana", le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 1995. Sullo stesso tema, James Allen Smith, The Idea Brokers: Think-Tanks and the Rise of the New Policy Elites, The Free Press, New York, 1991; e George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement since 1945, Basic Books, New York 1976.

    (9) Brandan Martin, In the Public Interest?, Zed Books, Londra, 1993, p. 49.

    (10) Statement of Aims, Mont Pèlerin Society, adottato l'8 aprile 1947, citato da George Nash, op. cit., p. 26.

    (11) Queste indicazioni sulle attività intellettuali della Société du Mont Pèlerin ci sono state cortesemente fornite dal suo attuale presidente, Pascal Salin, docente all'università Paris-Dauphine e consulente molto vicino a Alain Madelin.

    (12) Leggere Beth Schulman, "Foundations for a Movement: How the Right Wing Subsidises its Press", Extra!, Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) New York, marzo-aprile 1995.

    (13) Leggere David Callahan, "Liberal Policy's Weak Foundations", The Nation, 13 novembre 1995.

    (14) Jon Weiner, "Dollars for Neocon Scholars", The Nation, 1 gennaio 1990.

    (15) Jon Weiner, ibid.
    (Traduzione di P.M.)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito Le idee hanno un peso

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    Fonte: Roberto Bosio, in Giovani e Missione.

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    Nell'aprile 1947, una quarantina di personalità americane ed europee si incontrarono nel villaggio svizzero di Mont Pelerin, vicino a Montreux. Il momento per loro era grave "i valori fondamentali della civiltà sono in pericolo", perché la libertà veniva minacciata dal "declino delle idee favorevoli alla proprietà privata e al mercato concorrenziale; infatti, senza la diffusione del potere e dell'iniziativa che queste istituzioni consentono, è difficile immaginare una società in cui la libertà possa essere effettivamente preservata".

    Da allora molte cose sono cambiate, perché i neo-liberali hanno compreso la lezione di Gramsci sull’egemonia culturale: se occupate la testa delle persone, i loro cuori e le loro mani li seguiranno. E così, partendo da un nucleo all’Università di Chicago, formato dal filosofo economista Friedrich von Hayek e dai suoi studenti – come Milton Friedman -, i neo-liberali hanno creato una rete internazionale di fondazioni, istituti, centri di ricerca, pubblicazioni, che ha costruito un efficiente quadro ideologico, che si è imposto in tutto il mondo. Non importa quanti milioni di dollari hanno speso, perché il risultato ottenuto è straordinario: il sistema neo-liberale è diventato la condizione naturale e normale dell’umanità, anche se provoca enormi disastri. Queste che vi presentiamo sono solo alcune armi del loro arsenale.

    La Hoover Institution on War, Revolution and Peace è nata nel 1919 - grazie all’opera del futuro presidente USA Herbert Hoover -, nell'università di Stanford. Ha pubblicato rapporti sulle rivoluzioni russa e cinese, e annuari sugli affari comunisti. Ha un budget annuo di circa 17 milioni di dollari, utilizzato anche per finanziare i lavori di Edward Teller – che avrebbe ispirato il personaggio del Dottor Stranamore -, e di celebri economisti liberali come George Stigler e Milton Friedman.

    L'American Enterprise Institute è stata creata nel 1943, e opera gomito a gomito con i membri del Congresso, la burocrazia federale e i media. Ha alle sue dipendenze un centinaio di persone, la metà dei quali esclusivamente dedite alla ricerca, alla produzione di libri e di rapporti, contenenti analisi e raccomandazioni politiche ed economiche. Il suo budget annuo, supera i 10 milioni di dollari, ma è in calo - come l’influenza che esercita.
    La Heritage Foundation è la più nota, perché legata alla figura di Ronald Reagan. In attività dal 1973, dispone di un budget annuo che si aggira sui 25 milioni di dollari e produce annualmente circa 200 documenti.

    Infine citiamo il Cato Institute, e il Manhattan Institute for Policy Research, fondato da William Casey – poi direttore della Cia -, che si caratterizzano per le critiche ai programmi governativi di ridistribuzione dei redditi, e raccomandano in ogni occasione il mercato come soluzione di tutti i problemi sociali.

    In Inghilterra, bisogna ricordare il Centre for Policy Studies, l'Institute of Economic Affairs, e soprattutto l’Adam Smith Institute – che ha sede a Londra -: secondo Brandon Martin, esperto in materia, "ha fatto più di qualsiasi altro gruppo di pressione (…) per promuovere nel mondo intero la dottrina della privatizzazione".

    Da molti anni, centinaia di milioni di dollari sono stati spesi per divulgare l'ideologia neoliberale. Da dove vengono tutti questi soldi? Negli anni Cinquanta ha avuto un ruolo centrale il William Volker Found, salvando riviste traballanti, e finanziando numerosi libri e colloqui in varie università americane. In seguito, numerose fondazioni di ricche famiglie americane hanno contribuito alla causa: la Fondazione Ford, la Fondazione Bradley (28 milioni di dollari erogati nel 1994), che ha finanziato tra l'altro la Heritage Foundation, l'American Enterprise Institute e varie riviste e pubblicazioni. Così, tra il 1990 e il 1993, quattro riviste neoliberali tra le più importanti hanno ricevuto diverse decine di milioni di dollari, mentre le sole quattro riviste progressiste americane a diffusione nazionale, hanno beneficiato negli stessi anni, di contributi per 269.000 dollari.

    Grandi e antichi patrimoni industriali americani, - solo per fare qualche nome la Coors (birra), la Scaife e la Mellon (acciaio) e soprattutto la Olin (prodotti chimici) - finanziano le cattedre di diritto e economia nei migliori atenei degli USA, come Harvard, Yale, Stanford, e ovviamente Chicago. Il “generoso” donatore, che offre montagne di soldi, può condizionare le nomine dei professori, e indirizzare la ricerca.

    Il denaro permette di inventarsi i dibattiti di sana pianta. Nel 1988, Allan Bloom, direttore del centro per lo studio della teoria e della prassi della democrazia all'università di Chicago – creato con diverse decine di milioni di dollari dalla Olin – organizza una conferenza. L'oratore proclama la vittoria totale dell'Occidente e dei valori neoliberali come risultato della guerra fredda. La conferenza è immediatamente ripresa sotto forma di articolo da The National Interest – che riceve un milione di dollari di sovvenzioni Olin. Il direttore di questa rivista è un altro neoliberale, Irving Bristol – che riceve altri soldi dalla Olin come professore alla Business School della New York University. Un altro intellettuale di destra, Samuel Huntington – che dirige guarda caso l'istituto di studi strategici a Harvard, creato grazie a un finanziamento Olin di 14 milioni di dollari -, vine chiamato a "commentare" questo intervento nello stesso numero della rivista. Questo “dibattito” viene infine ripreso dalle pagine del New York Times, del Washington Post e del Time. Così il cerchio ideologico si chiude. Se non si crede che le idee abbiano conseguenze, si finisce per subirle[1][1].


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    Breve storia di due brillanti allievi della dottrina neo-liberale: gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Ovvero vent’anni di opportunità per le élite economiche

    Nel 1979, Margareth Thatcher diventa primo ministro. Il valore centrale della sua dottrina – e del neo-liberalismo – è la nozione di concorrenza: tra Paesi, regioni, imprese e naturalmente individui. La concorrenza è un valore centrale perché separa il montone dagli agnelli, gli uomini dai ragazzi, gli adatti dai non adatti. La concorrenza è sempre una virtù, i suoi risultati non possono essere un male. Secondo la Thatcher “Il nostro lavoro è di vantare le disuguaglianze, e di fare in modo che i talenti e le competenze possano esprimersi, per il beneficio di tutti”. In altri termini, non inquietatevi per quelli che potranno restare al palo nella battaglia della concorrenza, le persone non sono uguali per natura, ma questo è un bene perché i contributi dei più forti, porteranno vantaggi a tutti. La storia però, ci dice esattamente il contrario.

    Nell’Inghilterra ante Thatcher, circa una persona su dieci era sotto la soglia della povertà, vent’anni dopo una persona su quattro, e un bambino su tre è ufficialmente povero. Si tratta di persone che non possono riscaldare la loro casa in inverno, che devono mettere delle monete nel contatore per avere elettricità o acqua, che non hanno un indumento caldo o impermeabile, …[2][2]

    Per capire le “riforme fiscali” del duo Thatcher-Major (il premier conservatore venuto dopo la Dama di ferro) bastano poche cifre: durante gli anni Ottanta, l’1% dei contribuenti riceveva il 29% di tutti i benefici dovuti alle diminuzioni d’imposte. Un single che guadagnava la metà del salario medio un aumento delle imposte pari al 7%, quando un single che guadagnava 10 volte il salario medio, otteneva riduzioni del 21%.

    Il settore pubblico viene brutalmente ridotto, privatizzando tutto il possibile, perché non obbedisce alla legge del mercato. I neoliberali considerano che tutto ciò che è pubblico è per definizione “inefficiente”.

    Il governo della Thatcher ha utilizzato il denaro dei contribuenti per cancellare i debiti e ricapitalizzare le imprese prima di metterle sul mercato – i servizi di erogazione dell’acqua hanno ricevuto 5 miliardi di sterline per coprire i debiti, più altri 1,6 miliardi per rendere il matrimonio più attraente per gli acquirenti potenziali. Eppure la maggior parte del settore pubblico in Inghilterra era redditizia: nel 1984, le imprese pubbliche hanno contribuito con più di 7 miliardi di sterline al bilancio del Tesoro – che poteva redistribuirli per colmare le differenze sociali –. Tutto questo denario va ora nelle mani di azionisti privati. I servizi delle relazioni pubbliche hanno molto insistito sul potere dei piccoli azionisti in queste compagnie, in effetti 9 milioni di inglesi hanno acquistato delle azioni, ma la metà ha investito meno di 1000 sterline, e la maggior parte ha venduto quasi subito, non appena ha potuto incassare qualche guadagno. Gli impiegati di British Telecom hanno acquistato solamente l’1% delle azioni, quelli di British Aerospace l’1,3%, ecc. In Gran Bretagna – come nel resto del mondo, la stragrande maggioranza delle azioni di società privatizzate sono oggi nelle mani di istituzioni finanziarie e dei grandi investitori.

    Il fine della privatizzazione è stato semplicemente il trasferimento di ricchezze dalle tasche dello Stato a mani private.

    Kevin Phillips, un analista repubblicano, ex-consigliere del Presidente Nixon, ha pubblicato nel 1990 un libro dal titolo "The Politics of Rich and Poor", nel quale esaminava l’effetto sulla ripartizione dei redditi della politica di Reagan, elaborata in gran parte dai conservatori della Fondazione Héritage. Durante gli anni Ottanta l’1% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare il proprio reddito familiare medio del 50%. Il loro reddito pro-capite è passato da un confortevole valore di 270.000 $, a uno, decisamente inebriante, di 405.000 $. Per ciò che riguarda gli altri: il 10% più povero ha toccato il fondo, perdendo il 15% di redditi già magri; da una media già molto bassa di 4.113 $ annuale, sono scesi ad un livello inumano di 3.504 $. Nel 1977, l’1% più ricco delle famiglie americane aveva un reddito medio 65 volte maggiore del 10% più povero. Dieci anni dopo, il rapporto era diventato di 115 a 1.

    Non c’è niente di misterioso in queste tendenze. Le politiche sono fatte specificatamente per fornire a quelli che sono già ricchi ancora di più, diminuendo le imposte e i salari. La giustificazione teorica e ideologica di queste misure, è che redditi più elevati per i ricchi e profitti più elevati portano maggiori investimenti, una migliore ripartizione delle risorse, e quindi più impieghi e benessere per ognuno. In realtà, in modo perfettamente prevedibile, il movimento di denaro verso la parte alta della scala sociale genera bolle speculative, una ricchezza cartacea, e l’aumento delle crisi finanziarie di grandi dimensioni (come è avvenuto in Asia, Russia, e America Latina). Se i redditi sono ridistribuiti verso la massa dei meno abbienti, saranno invece utilizzati per il consumo e quindi porteranno benefici all’impiego[3][3].

    Quale modello di sviluppo abbiamo?

    Qualche anno fa, Lawrence Summers, già capo-economista della Banca mondiale e oggi segretario – cioè ministro - del Tesoro degli Stati uniti, affermava che “Non ci sono limiti alla capacità di portata in un futuro prevedibile; non c'è un rischio di apocalisse a causa del riscaldamento del clima o di altri fattori ecologici. Se mettiamo un limite alla crescita economica, pensando che esistano limiti naturali, faremmo un tremendo errore che costerebbe un patrimonio in termini di costi sociali”.

    L'assenza della natura nel modello dominante di sviluppo è impressionante, e trova il suo fondamento nell’illusione che la natura sia illimitata: un ammasso infinito di materie prime da utilizzare per favorire la crescita economica. In questo vuoto ecologico, non solo è possibile ma auspicabile trasformare il mondo a immagine di Los Angeles.

    Operando così, sono andati persi 1/3 dei terreni coltivabili della terra e delle foreste tropicali, 1/4 delle risorse idriche disponibili e del patrimonio ittico… e non s’intravede un’inversione di tendenza[4][4].

    In biologia, la nozione di sviluppo porta un senso di potenza, di forza, è un processo dinamico che si compie secondo la natura di ogni organismo, ma non è senza fine. Un organismo biologico che crescesse senza fine sarebbe mostruoso, e destinato a morte sicura. La coscienza comune della gente, dei cittadini, percepisce questa dimensione ecologica, mentre i maestri che impongono la loro legge, non hanno ancora accettato questa dimensione. Ci troviamo in pieno modello non di sviluppo ma di autodistruzione; siamo entrati nel paradosso dove la crescita è un articolo di fede, che si accompagna ad una crescente indisponibilità delle condizioni vitali per realizzarla; lo sviluppo divora se stesso.

    Questo modello ha orrore anche della diversità naturale. Il biologista E.O. Wilson stima che perdiamo forse più di 250 specie viventi al giorno, cioè undici all’ora; a questo ritmo avremo perduto il 20% di tutte le specie fra venti a quarant'anni. Stiamo perdendo in qualche decennio milioni di anni di storia della vita sulla terra: è un vero e proprio ecocidio. Come scrive l'antropologo italiano Fabrizio Sabelli “Come il genocidio rappresenta, in un certo qual senso, la dottrina di base della criminalità nazista, è lecito sostenere che l'ecocidio si possa analogamente configurare se non come una dottrina, di certo come una pratica di base della criminalità ambientale dei centri del potere economico neo-liberale; una pratica senza dubbio non arbitraria e neppure eccezionale, ma in qualche modo programmata e sistematica, legittimata da dottrine economiche che poche persone osano, oggigiorno, contestare”[5][5].



    Note
    [1][1] Cf. George S., Fondi e Fondazioni. Come il pensiero diventa unico, in “Le Monde diplomatique”, Edizione italiana, settembre 1996; e George S., A short history of neo-liberalism twenty years of elite economics and emerging opportunities for structural change, Conferenza su “'Economic Sovereignity in a Globalising World”,
    Bangkok, 24-26 Marzo 1999, scaricato dal sito http://www.tni.org/george/.

    [2][2] Questi esempi provengono dal rapporto 1996 del British Child Poverty Action Group.

    [3][3] George S., A short history of neo-liberalism twenty years of elite economics
    and emerging opportunities for structural change, Conferenza su “Economic Sovereignty in a Globalising World”, Bangkok, 24-26 marzo 1999, scaricato dal sito http://www.tni.org/george/.

    [4][4] Bologna G., Italia capace di futuro, Emi, Bologna, 2000, p. 10.

    [5][5] Per quanto contenuto nel paragrafo (eccetto dove è indicato diversamente) Cf. George S., Lezione di chiusura al Corso dell’UNICEF Italia, La Sapienza, Roma, 5 maggio 1994, scaricato dal sito http://www.tni.org/georg
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito LaHeritage Foundation

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    Heritage Foundation di Washington è, molto probabilmente, il think-tank più autorevole ed influente di tutti gli Stati Uniti d'America. Fondata nel 1973, in piena era-Nixon, questa associazione culturale vicina al Partito Repubblicano si propone, come si legge nel suo statuto, di "elaborare e promuovere strategie politiche basate sui principi del libero mercato, della limitazione dell'interventismo statale, delle libertà individuali, dei valori tradizionali americani e della difesa nazionale".

    Per raggiungere questi obiettivi, lo staff della Heritage Foundation produce, periodicamente, ricerche dedicate all'approfondimento di alcuni temi-chiave della politica interna ed estera statunitense. Molto famosa, soltanto per fare un esempio, è la classifica internazionale stilata - ogni anno - basandosi sul cosiddetto "indice di libertà economica". Di ogni nazione viene calcolato il grado di apertura al mercato nei dieci settori fondamentali del sistema economico: politica commerciale, livello di tassazione, utilizzo delle risorse da parte del governo, politica monetaria, flussi di capitale, sistema bancario, prezzi e salari, diritti di proprietà, mercato nero e livello di regolamentazione. Inutile dire che l'Italia, già prima della "cura Prodi", viaggiava malinconicamente verso metà classifica, ultima (e staccatissima) tra i paesi del G7.

    Ma la Heritage Foundation non si limita a questo massiccio lavoro di ricerca. E cerca, spesso con efficacia, di coinvolgere nella discussione la classe dirigente Usa: i componenti del Congresso e quelli dell'esecutivo, i mass-media e la comunità accademica.

    La fondazione, retta da un consiglio indipendente di garanti, non ha fini di lucro e vive soltanto grazie ai finanziamenti dei privati, visto che non accetta aiuti pubblici o commesse esterne. Grazie ai suoi 250mila "finanziatori", però, la Heritage Foundation è riuscita a diventare l'associazione culturale con il maggior numero di sostenitori in tutti gli Stati Uniti.

    Da un paio d'anni a questa parte, poi, il suo presidente, Edward J. Feulner Jr., ha deciso di giocare la carta del Cyberspazio, dando vita alla Heritage Foundation On-Line. Feulner e i suoi collaboratori sembrano confidare molto nelle potenzialità del World Wide. E il sito della fondazione, oltre ad essere curatissimo graficamente, è pieno di materiale interessante.

    Pronte per essere "scaricate" dal vostro modem, per esempio, ci sono le ultime due annate della Policy Review , un bimestrale di cultura politica che ospita regolarmente alcune tra le firme più prestigiose del mondo conservatore e libertarian statunitense, come Newt Gingrich, Phil Gramm, Dick Armey, Bill Bennett, Ralph Reed, Bill Kristol, Kate O'Beirne e Grover Norquist.

    Una sezione affascinante è anche quella dedicata a Reinventing America, un forum interattivo che - fino al 31 gennaio 1997 - ha impegnato oltre duemila cittadini del Cyberspazio in una "simulazione congressuale" che ha discusso (e votato) una proposta di riforma per il Welfare State americano. Un esperimento unico, a cui hanno partecipato anche esponenti politici avversari del Grand Old Party, come l'ex governatore dello Stato di New York, il democratico Mario Cuomo.

    Poi, naturalmente, è possibile consultare gli archivi di ogni singolo dipartimento di ricerca interno alla fondazione, da quello per la politica estera e la difesa al centro studi asiatico (Heritage Asia Office) con sede a Hong Kong. Senza contare l'incredibile lista di link esterni con i siti Internet delle associazioni vicine al variopinto mondo della destra a stelle e strisce: dalla American Conservative Union. al Cato Institute., dalla National Rifle Association al Libertarian Party .

    Uno degli angoli più promettenti della Heritage Foundation On-Line, infine, è la Job Bank, un'associazione che si propone di favorire l'inserimento nel mondo del lavoro - nel settore privato e in quello pubblico - di individui di provata fede conservatrice. Quello che i partiti italiani fanno da sempre e di nascosto, insomma, negli Stati Uniti è una pratica alla luce del sole, partimonio sia della tradizione repubblicana che di quella democratica. Tanto che la Job Bank della Heritage (che organizza anche corsi di aggiornamento gratuiti) è considerata, dal mondo istituzionale ed imprenditoriale americano, uno degli interlocutori più affidabili nella ricerca di personale qualificato.

    Frenate i vostri impulsi italici, però. Se quello che vi serve è una raccomandazione per fare l'usciere nella Usl sotto casa, avete sbagliato indirizzo. La Heritage Foundation lavora solo nella zona di Washington.

    a cura di Andrea Mancia
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Antieuropeismo americano
    http://www.larivistadeilibri.com/200...arton-ash.html


    TIMOTHY GARTON ASH


    Quest'anno, a causa della ben nota situazione internazionale, sulla stampa americana si leggono molti articoli sull'antiamericanismo in Europa. Ma che dire dell'antieuropeismo negli Stati Uniti? Qualche esempio: "Alla lista di sistemi di governo destinati a scivolare nell'EUrinatoio della storia, è il caso di aggiungere l'Unione Europea e la Quinta Repubblica francese. Resta solo da chiarire quanto caotica sarà la loro disintegrazione" (Mark Steyn, Jewish World Review, 1° maggio 2002).

    "Anche l'espressione "scimmie pappamolla mangiaformaggio" viene impiegata [a indicare i francesi] con la stessa frequenza con cui i francesi dicono "fotti gli ebrei". Ops, come non detto: questo è un altro modo di dire popolare francese" (Jonah Goldberg, National Review Online, 16 luglio 2002).

    Oppure, da una diversa sponda: ""Volete sapere cosa penso veramente degli europei?", ha chiesto l'alto funzionario del Dipartimento di Stato. "Penso che abbiano affrontato nel modo sbagliato praticamente tutte le più importanti questioni internazionali degli ultimi vent'anni"" (Cit. da Martin Walker, UPI, 13 novembre 2002).

    Sono state affermazioni di tal fatta a portarmi di recente negli Stati Uniti — Boston, New York, Washington e due stati bigotti della Bible-belt, Kansas e Missouri — per osservare da vicino l'evolversi dell'atteggiamento americano nei confronti dell'Europa alla luce di una possibile seconda guerra del Golfo. Praticamente tutte le persone con cui ho parlato, sulla East Coast, riconoscevano che il livello di irritazione verso l'Europa e gli europei ha superato per intensità addirittura l'ultimo picco storico, nei primi anni Ottanta.



    Tutto un intingere penne nel cianuro, uno storcere la bocca per mettere alla berlina "gli europei", anche noti come euros, euroids, 'peens o Euroweenies. A dire di Richard Perle, attuale presidente del Consiglio nazionale alla difesa, l'Europa ha perduto la sua "bussola morale" e la Francia "la sua fibra etica". Tale irritazione investe anche le più alte cariche dell'amministrazione Bush. Parlando con alcuni alti funzionari, ho potuto notare che al sintagma "i nostri amici europei" faceva seguito come un'appendice d'obbligo "quei rompipalle".

    Il luogo comune che oggi circola sull'Europa è presto detto. Gli europei sono gente inetta. Deboli, petulanti, ipocriti, divisi, in malafede, in qualche caso antisemiti e spesso pacifisti per antiamericanismo. In una parola: Euroweenies. I loro valori, la loro colonna vertebrale si sono dissolti in un tiepido semicupio di sciocchezzai multilaterali, transnazionali, secolari e postmoderni. Buttano via gli euro in vini, vacanze e stati assistenziali esorbitanti invece che investirli in opere di difesa. Dopodiché, standosene belli paciosi ai bordi del campo, si permettono parole di scherno mentre gli Stati Uniti fanno il lavoro sporco di proteggere il mondo per loro. Gli americani, viceversa, sono forti, incrollabili difensori della libertà, patrioti fedelmente al servizio dell'ultimo stato-nazione autenticamente sovrano del mondo.

    Le metafore sessuali di questi stereotipi meriterebbero uno studio specifico. Se l'antiamericanismo europeo vede negli "americani" cowboy spacconi e prepotenti, gli americani antieuropei considerano "gli europei" delle checche effeminate. L'americano è un maschio virile ed eterosessuale; l'europeo è femmina, un impotente, o gliele hanno tagliate. Militarmente parlando, agli europei non gli si alza. (In fin dei conti, non hanno neanche venti aerei da "trasporto pesante" di contro agli oltre duecento degli americani.) Alla fine di una conferenza che ho tenuto a Boston, un anziano signore è andato barcollando al microfono e ha chiesto come mai l'Europa "denoti così scarse energie vitali". La parola "eunuchi", ho scoperto, viene scandita in "EU-nuchi". Le metafore sessuali fanno capolino anche in resoconti più elaborati delle differenze tra America ed Europa: è il caso di un articolo, che fa già testo, apparso sulla Policy Review a firma di Robert Kagan, della Carnegie Endowment for Peace, dal titolo "Forza e debolezza". Rispolverando l'immagine di un famoso libro sui rapporti tra i sessi, Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, Kagan proclama: "Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere".

    Ma non tutti gli europei sono ugualmente da buttare. Vi è la tendenza a considerare gli inglesi un po' diversi, a vederli in una luce migliore. Ai britannici i conservatori americani fanno spesso grazia dell'ignominiosa natura "europea" — opinione che certo incontrerebbe l'accorato plauso dei tory d'oltremanica, mentalmente ancora sotto l'egida di Margaret Thatcher. E di Tony Blair, come della Thatcher prima di lui, e di Churchill prima di lei, si parla a Washington come di una luminosa eccezione alla trista regola europea.

    Trattamento peggiore è riservato ai francesi — che, ovviamente, ripagano quanto meno della stessa moneta. Non mi ero reso conto quanto fosse diffuso nella cultura popolare americana l'antico passatempo British del dagli-al-francese. "La Francia, capirai, a quelli gli abbiamo salvato il culo due volte e per noi non hanno mai fatto nulla", mi ha ragguagliato all'Ameristar Casino di Kansas City Verlin "Bud" Atkinson, veterano della seconda guerra mondiale. Parlando a studenti di licei e università del Missouri e del Kansas, mi sono imbattuto in uno strambo pregiudizio popolare: i francesi, pare, non si lavano. "Mi sentivo proprio lurido", diceva un ragazzo, ricordando il suo viaggio in Francia. "Ma eri sempre più pulito dei ragazzi francesi", aggiungeva un altro.

    Due importanti giornalisti americani, Thomas Friedman del New York Times e Joe Klein del New Yorker, di ritorno da lunghi giri di presentazione dei propri libri negli Stati Uniti, mi hanno detto separatamente di essersi imbattuti ovunque in un palpabile antifrancesismo: una frecciata ai francesi e puoi contare su una risata sicura. Grazie al direttore della National Review Online nonché dichiarato "castigafranciosi", il conservatore Jonah Goldberg, visibile anche sugli schermi televisivi, il succitato epiteto di "scimmie pappamolla mangiaformaggio", originariamente apparso in un episodio dei Simpsons, è ora moneta corrente. Goldberg mi ha detto che, quando nel 1998 iniziò a scrivere pezzi antifrancesi per la National Review, scoprì che "avevano un mercato". Bacchiolare i transalpini, ha detto, è diventato "un tormentone".



    1.

    Ma mettere insieme le polemiche neoconservatrici, i pregiudizi dei liceali di Kansas City sull'uso del bagno in terra d'oltralpe, le osservazioni di un funzionario del Dipartimento di Stato e di altri funzionari governativi per poi etichettare il tutto come "antieuropeismo" è chiaramente fuor di luogo. Come scrittore europeo, mi guardo bene dal riservare all'"antieuropeismo" americano il medesimo trattamento spesso riservato dagli scrittori americani all'"antiamericanismo" europeo.

    Come occorre distinguere una legittima e informata critica dell'UE e dell'attuale indirizzo europeo da un'ostilità più radicata e profonda verso l'Europa e gli europei in quanto tali, allo stesso modo gli scrittori americani farebbero bene a separare più spesso di quanto non facciano un'argomentata critica europea all'amministrazione Bush dal puro e semplice antiamericanismo, come una sua critica argomentata al governo Sharon dall'antisemitismo. Ciò su cui anche persone bene informate possono non trovarsi d'accordo è dove passi la linea di demarcazione.

    Non bisogna perdere poi il senso dell'umorismo. Tra le ragioni che suscitano l'ilarità degli europei nei confronti di George W. Bush vi è la comicità involontaria di certe sue uscite, vere o presunte. A esempio: "Il problema dei francesi è di non avere una parola per dire entrepreneur". A suscitare l'ilarità degli americani nei riguardi dei francesi vi è, tra l'altro, un'antica tradizione anglosassone — risalente quanto meno a Shakespeare — di derisione dei cugini d'oltremanica. Ma c'è anche l'inghippo. Dei rilievi oltraggiosi di penne conservatrici come Jonah Goldberg e Mark Steyn alcuni sono palesemente scherzosi, altri semiseri, altri ancora serissimi. A risentirsi contro uno di questi ultimi, possono sempre dirti: "ma stavamo solo scherzando, è ovvio!". L'umorismo vive di esagerazione e gioca con gli stereotipi. Ma si prenderebbe sul ridere uno scrittore europeo che definisse gli ebrei "scimmie pappamolla mangiapaneazimo"? Il contesto, certo, è molto diverso: non c'è stato alcun genocidio di francesi negli Stati Uniti. Pure, formulare l'ipotesi potrebbe magari dar da pensare ai nostri umoristi.

    Antieuropeismo e antiamericanismo non sono fenomeni simmetrici. Il secondo ha il proprio basso continuo emotivo in una miscela di risentimento e di invidia; il primo in un mix di irritazione e disprezzo. L'antiamericanismo costituisce un'autentica ossessione per certi paesi — per la Francia in particolare, come ha di recente rilevato Jean-François Revel. L'antieuropeismo, viceversa, è ben lungi dall'essere un'ossessione americana. Negli USA, in realtà, l'atteggiamento verso l'Europa prevalente tra la popolazione è forse quello di un'indifferenza blandamente benevola, mista a un'ignoranza impressionante. Ho girato due giorni per il Kansas chiedendo alla gente che incontravo: "A che cosa pensa se dico "Europa"?". Molti rispondevano con un lungo, meravigliato silenzio, talora accompagnato da una risatina nervosa. Dopodiché rispondevano cose del tipo: "Be', credo che non vadano molto a caccia da quelle parti" (Vernon Masqua, falegname a McLouth); "Che è un sacco lontano" (Richard Souza, figlio di emigrati francesi e portoghesi); o, dopo una lunga pausa di riflessione, "Be', che è un bel viaggio dall'altra parte dello stagno" (Jack Weishaar, un vecchio contadino di origine tedesca). Si può star certi che sull'America un falegname o un contadino anche del più sperduto villaggio dell'Andalusia o della Rutenia avrebbe molte più cose da dire.



    A Boston, New York e Washington — il "corridoio Bos-Wash" — mi è stato detto ripetutamente che dalla fine della guerra fredda l'indifferenza verso l'Europa è andata assestandosi anche tra quanti conoscono bene il Continente. L'Europa non è considerata né un alleato potente né un possibile serio rivale come la Cina. "Un posto di vecchi!", mi diceva un amico americano che ha fatto scuola e università in Inghilterra. Come ha osservato un tuttologo conservatore, Tucker Carlson, nella trasmissione della CNN Crossfire: "A chi importa cosa pensano gli europei? L'UE passa il tempo ad accertarsi che la mortadella inglese venga venduta a chili e non a libbre. L'intero continente sta diventando sempre più estraneo agli interessi americani".

    Quando ho chiesto a un alto funzionario del governo che cosa accadrebbe se gli europei continuassero a criticare gli USA da una posizione di debolezza militare, la sostanza della sua risposta è stata: "Perché, ha importanza?".

    Pure, mi è sembrato che una tale ostentazione di indifferenza avesse un che di forzato. Certo è che i miei interlocutori ci mettevano non poco tempo e passione per dirmi quanto poco gliene importava. Riguardo poi agli americani che criticano apertamente l'Europa, il meno che si possa dire è che sono tutt'altro che ignari o indifferenti al vecchio continente: gente che conosce l'Europa — una buona metà, a quel che pare, ha studiato a Parigi o a Oxford — ed è ben lieta di nominare alla prima occasione i rispettivi amici europei. Allo stesso modo in cui i critici europei degli Stati Uniti tendono a negare sdegnati l'etichetta di antiamericanismo ("intendiamoci, ho il massimo rispetto per il paese e per il suo popolo"), essi rivendicano invariabilmente di non essere affatto antieuropei.

    Antiamericanismo e antieuropeismo si trovano alle due estremità opposte dello spettro politico. L'antiamericanismo europeo si situa prevalentemente a sinistra, l'antieuropeismo americano a destra. I più ferventi eurocastigatori USA sono neoconservatori che fanno ricorso a quella stessa retorica battagliera abitualmente impiegata contro i progressisti americani. E di fatto, come ha riconosciuto lo stesso Jonah Goldberg, "gli europei" sono anche la maschera dei progressisti. Allora, gli ho chiesto, Bill Clinton era un europeo? "Sì", ha risposto Goldberg, "o, quanto meno, pensa come un europeo".

    Da quel che risulta, questo spartiacque destra/sinistra vale anche per la gente comune. Ai primi di dicembre dell'anno scorso, l'istituto di sondaggi Ipsos-Reid ha inserito nei propri regolari rilevamenti sull'opinione pubblica americana alcune domande agli effetti del presente articolo. Di quattro affermazioni relative al diverso approccio americano ed europeo alla via diplomatica e alla guerra, solo il 6% degli elettori repubblicani, contro il 30% dei democratici, ha scelto: "Gli europei tendono a preferire la soluzione diplomatica, valore positivo a cui gli americani farebbero bene a ispirarsi". Viceversa, solo il 13% dei democratici, contro il 35% dei repubblicani (il più consistente tra i singoli raggruppamenti), ha indicato: "Gli europei sono troppo inclini al compromesso e poco propensi a difendere la libertà se necessario anche fino alla guerra, e questo è male".

    La linea di demarcazione si profilava ancora più netta, poi, riguardo "al modo più auspicabile di muovere guerra all'Iraq". Il 59% dei repubblicani di contro al 33% dei democratici ha scelto: "Gli Stati Uniti devono mantenere il controllo di tutte le operazioni e impedire che gli alleati europei possano limitarne in qualche misura i margini di manovra". Viceversa, per il 55% dei democratici e solo per il 34% dei repubblicani, "è fondamentale che gli Stati Uniti agiscano in collaborazione coi paesi europei, anche qualora ciò dovesse implicare una restrizione dell'autonomia decisionale americana".

    Pare ipotesi meritevole di attenzione che siano in realtà i repubblicani a venire da Marte e i democratici da Venere.



    Alcuni conservatori, poi, vedono un avamposto venusiano anche nel Dipartimento di Stato. William Kristol, uno dei neoconservatori americani, parla di "un asse pacifista che congiunge Rijadh, Bruxelles e il Foggy Bottom [quartiere di Washington dove si trova appunto il Dipartimento di Stato]". Lungo il corridoio Bos-Wash, ho sentito parlare a più riprese dell'esistenza di due gruppi antagonisti in lotta per avere l'attenzione del presidente Bush riguardo all'Iraq: il gruppo "Cheney-Rumsfeld" e quello "Powell-Blair". è abbastanza curioso, per un cittadino britannico, scoprire che il primo ministro inglese è diventato membro del Dipartimento di Stato americano.

    Gli europei "atlanticisti" non hanno di che confortarsi troppo, se si pensa che anche tra gli europeisti di un organismo di tradizione progressista come il Dipartimento di Stato il disinganno verso l'Europa ha toccato punte preoccupanti. Ruolo cruciale ha giocato a riguardo la sconcertante incapacità europea di impedire il genocidio di duecentocinquantamila musulmani bosniaci proprio sotto casa. Da allora, l'Europa si è dimostrata regolarmente incapace di "trovare una linea comune" in politica estera e nell'indirizzo di sicurezza internazionale, al punto che perfino una controversia tra Spagna e Marocco riguardo a un isolotto disabitato al largo della costa marocchina ha dovuto essere risolto da Colin Powell.

    "Non sono gente seria": questo il lapidario verdetto datomi da George F. Will sugli europei durante una colazione ufficiale in un albergo di Washington. E se anche Mr. Will è ben lungi dal potersi definire un progressista del Dipartimento di Stato, molti al suo interno sarebbero d'accordo con lui. Storicamente, i tavoli si sono invertiti. Charles de Gaulle non aveva forse pronunciato la medesima sentenza sugli americani? "Ils ne sont pas sérieux."

    2.

    In ampi settori della società americana, allignano disinganno e irritazione nei riguardi dell'Europa, un crescente disprezzo e finanche ostilità verso "gli europei", che, nelle sue ipostasi estreme, si merita il marchio di "antieuropeismo". Come si è giunti a questo punto?

    Di alcune possibili spiegazioni si è già fatto cenno. Esplorarle tutte richiederebbe un libro: qui posso solo indicare qualche ipotesi. Per cominciare, negli Stati Uniti c'è sempre stata una forte tensione antieuropeista. "L'America è nata come antidoto all'Europa", faceva notare Michael Kelly, ex direttore dell'Atlantic Monthly. "Perché mai", chiedeva George Washington nel suo Discorso d'Addio, "intrecciando il nostro destino con quello di qualsivoglia parte d'Europa, aggrovigliare la nostra pace e la nostra prosperità nei lacci dell'ambizione, della rivalità, degli interessi, degli umori o del capriccio europei?". Per milioni di americani, nel XIX e XX secolo, l'Europa era il posto da cui si fuggiva.

    E tuttavia il vecchio continente esercitava anche un persistente fascino, di cui fu celebre ipostasi Henry James; un desiderio per molti aspetti di emulare, e quindi sopravanzare soprattutto due paesi europei, l'Inghilterra e la Francia. Arthur Schlesinger Jr. mi ricordava il vecchio adagio "quando gli americani muoiono, vanno a Parigi". "Ogni uomo ha due patrie", diceva Thomas Jefferson, "la propria e la Francia". A quando far risalire l'inversione di rotta? Forse al 1940, l'anno della "strana disfatta" francese e dell'"ora più bella" dell'Inghilterra? Dopodiché, de Gaulle ristabilì l'amor proprio della Francia di contro agli americani, mentre Churchill creò un "rapporto speciale" tra le due nazioni dei genitori. (Per comprendere l'attuale approccio di Chirac e Blair agli USA, i nomi di riferimento sono ancora quelli di de Gaulle e di Churchill.)

    Per cinquant'anni, dal 1941 al 1991, gli Stati Uniti e una sempre più nutrita schiera di europei hanno mosso guerra contro un nemico comune: il nazismo prima, il comunismo sovietico poi. L'"Occidente" geopolitico toccava allora il suo apogeo.

    Per tutta la guerra fredda, ovviamente, tra le due sponde dell'Atlantico non mancarono le tensioni. Alcuni degli odierni stereotipi erano già perfettamente ravvisabili nelle controversie dei primi anni Ottanta sull'impiego dei missili cruise e Pershing, e riguardo all'indirizzo americano di politica estera con il Centramerica e con Israele; e formati nelle menti di alcune delle stesse persone, come Richard Perle, all'epoca rinomato "principe delle tenebre" per la sua linea dura. Simili polemiche intercontinentali vertevano in molti casi sulla maniera di porsi nei riguardi dell'Unione Sovietica, ma erano altresì arginate, in ultima analisi, dall'evidente nemico comune.

    Oggi non più. E così, stiamo forse assistendo a ciò che lo scrittore australiano Owen Harries aveva preannunciato dieci anni fa in un articolo apparso su Foreign Affairs: il declino dell'"Occidente" come solido asse geopolitico a causa della scomparsa di quell'evidente nemico comune. L'Europa, che fu il principale teatro della seconda guerra mondiale e della guerra fredda, non è il centro della "guerra al terrorismo". Il divario di potenza si è allargato. Gli Stati Uniti non sono soltanto l'unica superpotenza del mondo, ma un'iperpotenza la cui spesa militare uguaglierà in breve quella delle successive quindici massime potenze del mondo messe insieme. L'UE non ha tradotto la sua comparabile forza economica — che si sta dirigendo a grandi passi vero i 10 trilioni di dollari dell'economia americana — in un livello equivalente di potenza militare e di ascendente diplomatico. Ma le differenze vertono altresì sull'impiego di questa potenza.



    Secondo Robert Kagan, l'Europa si è evoluta in un mondo kantiano "all'insegna di leggi, di regole, e di negoziati e cooperazione transnazionali", mentre gli Stati Uniti sono fermi a una dimensione hobbesiana, in cui la potenza militare costituisce ancora la chiave di volta per conseguire obiettivi in campo internazionale (compresi quelli di stampo progressista). Per prima cosa viene da chiedersi: ma è proprio vero? A mio parere, Kagan — che per altro riconosce la natura "caricaturale" di questa distinzione — è troppo buono con l'Europa, nel senso che fa assurgere a indirizzo deliberato e coerente ciò che, in realtà, è solo una storia di girovagamenti alla cieca e di differenze tra una nazione e l'altra. Ma in seconda battuta, sorge anche un altro interrogativo: europei e americani gradirebbero che così fosse? Sì, verrebbe da dire. A un bel po' di politici americani piace molto l'idea di venire da Marte — inteso che ciò li renda marziali più che marziani — mentre i corrispettivi europei si riconoscono davvero, su un piano programmatico, in creature venusiane. Così, la ricezione della tesi di Kagan è parte della sua storia.

    Nel quadro della ricerca d'identità di un'Unione Europea in corso di allargamento, va crescendo la tentazione dell'Europa di definire se stessa in opposizione agli Stati Uniti. L'Europa tende a costruire un'immagine di sé attraverso l'elenco delle proprie differenze rispetto all'America. Nell'augusto gergo degli studi d'identità, l'America diventa l'Altro. E agli americani non piace per nulla essere alterizzati (a chi piace, del resto?). Gli attacchi terroristici dell'11 settembre li hanno resi ancor più inclini a suffragare un'immagine marziale e missionaria del ruolo dell'America nel mondo.

    Stanley Hoffmann ha osservato che tanto la Francia che gli Stati Uniti si considerano depositari di una missione universale e civilizzatrice. Oggi di quella missione, già prerogativa della Francia, esiste una versione europea, una "EU-topia" di integrazione transnazionale e giuridica in aperto contrasto con l'ultima ipostasi conservatrice della missione americana. Di qui l'irritazione di Jonah Goldberg nel ricordare quanto rivendicava il tedesco Karl Kaiser, veterano fautore della collaborazione USA-Europa: "gli europei sono riusciti in un'impresa mai realizzata prima: creare una zona di pace da cui la guerra è assolutamente esclusa. Gli europei sono convinti che questo modello sia valido anche per le altre parti del mondo".

    Tutti sono convinti di avere il sistema migliore. Il che vale non solo per la condotta internazionale degli avversari, ma anche per i vari modelli di capitalismo democratico: la variabile miscela di libero mercato e stato assistenziale, di libertà individuale e di solidarietà sociale, e via dicendo. A dire di Charles A. Kupchan, politologo autore del recente The End of the American Era, ciò lascia presagire un imminente "scontro di civiltà" tra Europa e America. Se Kagan vede nella debolezza il persistente tratto distintivo dell'Europa, per Kupchan il prossimo grande rivale degli USA sarà proprio il vecchio continente e non la Cina. Molti europei sarebbero lieti di crederci, ma da quel che ho potuto vedere, negli Stati Uniti Kupchan è una voce pressoché isolata.

    A mio parere, tuttavia, gli USA presentano anche un'altra tendenza, più riposta. Già si è detto che negli ultimi due secoli la diffidenza americana per le cose europee era commista di ammirazione e di fascino. L'America soffriva, in parole povere, di un complesso d'inferiorità culturale. Che piano piano si è dissolto. La sua scomparsa è stata accelerata, con modalità che sarebbe arduo definire, dalla fine della guerra fredda e dalla conseguente ascesa degli Stati Uniti a superpotenza unica. La nuova Roma si è liberata dal senso di reverenza verso l'antica Grecia. "Al tempo del mio primo soggiorno in Europa, negli anni Quaranta e Cinquanta, l'Europa ci era superiore", mi ha scritto di recente un ex diplomatico americano con una lunga esperienza europea alle spalle. "Questa superiorità non era individuale — non mi sono mai sentito svilito dalla condiscendenza altrui — ma di civiltà." Le cose sono cambiate. L'America, concludeva, "non si sente più in imbarazzo".

    3.

    Dopo la fine della guerra fredda, tutte queste tendenze sono state per certi versi offuscate dalla presenza alla Casa Bianca di un europeo onorario, Bill Clinton. Nel 2001, George W. Bush, manna ambulante per ogni caricaturista europeo proclive all'antiamericanismo, ha fatto il suo ingresso alla Casa Bianca con un'agenda unilaterale, pronto a disfarsi di svariati accordi internazionali. Dopo l'11 settembre, la sua presidenza ha assunto i contorni di una presidenza di guerra. Il senso di un'America in stato di belligeranza, ho scoperto, persiste assai più ostinato a Washington che in ogni altra parte del paese, compresa New York. E persiste, soprattutto, nel cuore dell'amministrazione Bush. La "guerra al terrorismo" ha rafforzato una preesistente tendenza nell'élite repubblicana a credere in quella che Robert Kaplan ha definito "politica guerriera", condita da una generosa spruzzata di fondamentalismo cristiano — aspetto vistosamente assente nella secolarizzatissima Europa. Come ha rilevato Walter Russell Mead del Council on Foreign Relations nel suo libro Il serpente e la colomba, essa ha riportato in auge nella politica estera USA la tendenza "jacksoniana". I terroristi di Al-Qaeda come i nuovi indiani Creek.

    La domanda americana agli europei è diventata allora quella che mi ha rivolto di recente l'editorialista conservatore Charles Krauthammer: "Siete in trincea con noi o no?". In un primo tempo, la risposta è stata un sonoro sì. Tutti ricordano una prima pagina di Le Monde dal titolo: Nous sommes tous des Américains. Ma un anno e mezzo dopo, l'unico leader europeo visto dagli americani come compagno di trincea è Tony Blair. A Washington sono in molti a pensare che i francesi abbiano fatto ritorno al loro tradizionale antiamericanismo, e che il cancelliere tedesco Gerhard Schröder abbia ottenuto il suo secondo mandato, alle elezioni dello scorso settembre, sfruttando cinicamente i sentimenti anti-USA.

    Quando e dove gli atteggiamenti di Europa e America hanno ripreso a divergere? All'inizio del 2002, con l'escalation del conflitto arabo-israeliano. Il Medio Oriente è fonte e al tempo stesso catalizzatore di quella che rischia di diventare una vertiginosa spirale di fiorente antiamericanismo europeo e di nascente antieuropeismo americano, destinati a rafforzarsi reciprocamente. L'antisemitismo europeo, e i suoi presunti legami con le critiche che dal vecchio continente si muovono al governo Sharon, sono stati oggetto dei più aspri commenti antieuropei di editorialisti e politici americani di parte conservatrice. Alcuni di essi, mi ha spiegato un commentatore progressista ebreo, non sono solo profondamente filoisraeliani ma anche "likuditi naturali. Costoro, ha scritto Stanley Hoffmann in un recente articolo, sembrano credere in "un'identità di interessi tra lo stato ebraico e gli USA"". Gli europei propalestinesi, furibondi all'idea di vedersi affibbiare l'etichetta di antisemiti per il fatto di criticare il governo Sharon, parlano della potenza della "lobby ebraica" negli Stati Uniti, andando a confermare i peggiori sospetti dei likuditi americani sull'antisemitismo europeo, e via incrudelendo.



    Accanto a questo disperante groviglio di pregiudizi che si rafforzano reciprocamente — e di cui uno scrittore europeo di religione non ebraica difficilmente può parlare senza contribuire a sua volta al malessere che cerca di analizzare — America ed Europa presentano naturalmente autentiche differenze d'approccio al problema mediorientale. I politici europei, a esempio, sono inclini a ritenere che una soluzione negoziale del conflitto arabo-israeliano contribuirebbe al successo finale nella "guerra al terrorismo" in misura ben più incisiva di una guerra contro l'Iraq. La considerazione più generale, ai nostri fini, è che se la guerra fredda contro il comunismo centreuropeo aveva visto America ed Europa schierate sullo stesso fronte, la "guerra al terrorismo" li sta allontanando. Se l'Unione Sovietica aveva unito l'Occidente, il Medio Oriente lo separa.

    A esaminarla freddamente, questa divisione è estremamente stupida. L'Europa, geograficamente vicina e con una sempre più massiccia presenza islamica, ha un enorme e, rispetto agli Stati Uniti, ancor più diretto interesse ad avere un Medio Oriente pacificato, fiorente e democratico. Mi sono inoltre imbattuto in due alti funzionari governativi di Washington alquanto ricettivi all'idea — che alcuni commentatori americani stanno cominciando a ventilare — di una democratizzazione del Medio Oriente allargato come grande nuovo progetto transatlantico per un rivitalizzato Occidente. Ma oggi le cose non si presentano affatto così.

    Al momento, ci sono buoni motivi per credere che una seconda guerra del Golfo servirebbe solo ad allargare ulteriormente il divario tra Europa e America. Ma anche in assenza di un conflitto con l'Iraq, il Medio Oriente è sempre in grado di ammannire il turbine in cui il vero o presunto antiamericanismo europeo alimenti un vero o presunto antieuropeismo USA, buono a sua volta a incrementare il risentimento antiamericano, il tutto aggravato da impetuose accuse di antisemitismo contro l'Europa. Solo un grande sforzo consapevole su entrambe le sponde dell'Atlantico, o un cambio al vertice a Washington nel 2005 o nel 2009, potranno cambiare le cose. Ma nel frattempo gran danno può essere fatto, e l'attuale discordia transatlantica è anch'essa espressione di quelle più profonde tendenze storiche ricordate in precedenza.

    Si dirà forse che dare risalto all'"antieuropeismo americano" come ho appena fatto può solo contribuire a questa vertiginosa spirale di reciproca sfiducia. Ma gli scrittori non sono diplomatici. L'antieuropeismo americano è una realtà, e i suoi corrieri rischiano di essere le prime rondini di una brutta estate.

    15 gennaio 2003


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    TIMOTHY GARTON ASH è direttore dello European Studies Center del St. Antony's College di Oxford ed è noto al lettore italiano come autore di: Le rovine dell'impero (1992); In nome dell'Europa (1994); e Storia del presente (2001), tutti editi da Mondadori.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Predefinito Aspetti geopolitici del sistema finanziario mondiale

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    di Aleksandr Dughin

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    1. Valuta mondiale di riserva: la genesi

    Domanda: l’attuale moneta mondiale di riserva – il dollaro – è il risultato di un insieme di processi puramente economici? La risposta univoca è: NO.
    Come è accaduto che proprio il dollaro sia giunto a svolgere tale ruolo?
    E’ evidente che l’evoluzione dell’economia, ed in particolare del sistema finanziario, perno dell’economia contemporanea, procede entro un contesto multidimensionale. Passiamo rapidamente in rassegna le tappe dell’ascesa del dollaro ad una posizione di sovranità.


    2. Le tappe dell’ascesa degli USA

    Gli USA hanno incominciato a muoversi sistematicamente verso una posizione egemone nel mercato mondiale già a partire dal 1919. Secondo il belga Luc Michel (Nazionalismo economico contro l’economia mondiale, Elementy, n.4, 1993):
    «I primi concorrenti che fu necessario superare furono gli Inglesi, la cui presenza politico-economica si estendeva sull’intero pianeta. Le operazioni degli Americani si succedettero l’una all’altra. Le basi militari inglesi sparirono dalle Bermude, Giamaica, Antigua, Bahamas, St.Lucia e St.John’s, ed al loro posto apparvero basi militari americane. Anche in Islanda e Groenlandia fecero la loro comparsa gli americani, sebbene in precedenza questi paesi si trovassero entro la sfera di influenza inglese. Gli USA concessero all’Inghilterra enormi crediti (gli interessi sui quali erano già somme favolose), ricevendone l’accesso alle sfere finanziarie e commerciali chiave. Consolidamento dell’alleanza politica con il Canada, controllo sui capitali inglesi collocati presso imprese americane, infiltrazione a Singapore, nella costa occidentale dell’Africa e fino al Golfo Persico (isola del Bahrein)… La vicenda arrivò persino ad una inaudita interferenza negli affari di uno stato sovrano — il rappresentante del presidente Roosevelt, Harry Hopkins, presenziava alle sessioni riservate del gabinetto ministeriale inglese.
    Il processo di “decolonizzazione, stimolato dagli Stati Uniti, fu in realtà la via dell’instaurazione dell’egemonia continentale Americana.
    Nel 1945 i massimi vincitori della guerra mondiale furono gli USA. L’unico concorrente degli USA, l’Unione Sovietica, era stremata da una guerra durata cinque anni sul proprio territorio e indebolita dalla perdita di milioni di vite. Oltre all’evidente divisione del mondo fra USA e URSS e all’asservimento dell’Europa occidentale da parte dell’America, Jalta significò anche la “defenestrazione» degli alleati “europei” dalla scena politica mondiale (Churchill mise in rilievo proprio questo). Da quel momento gli USA dominarono incontrastati nel mercato mondiale. Non restava loro altro da fare che rimodellare questo mercato mondiale a propria immagine e trarne il massimo vantaggio ».

    « Nel 1944 tutti gli economisti occidentali, tanto liberali quanto marxisti, prevedevano una inevitabile crisi dell’industria americana, legata ad una inevitabile ristrutturazione dell’economia con il passaggio dalla guerra alla pace. E a dispetto di queste previsioni, accadde qualcosa di completamente opposto. Grazie all’espansione economica degli USA in Europa ed ai giganteschi investimenti previsti dal piano Marshall, gli americani salvarono la loro posizione, preparando per se stessi un eccellente futuro mercato di smercio.
    Il complesso militare-industriale, che nella logica delle prognosi economiche, avrebbe dovuto diventare un intralcio allo sviluppo economico e industriale, divenne al contrario il fattore garante del successo. Nessuno si aspettava che il periodo del dopoguerra si sarebbe rapidamente volto verso la guerra fredda. Assumendo su di sé la responsabilità a livello planetario della lotta contro il comunismo, gli USA si sostituirono definitivamente all’Inghilterra nel mondo capitalistico, facendo della propria potenza militare il principale garante della stabilità economica. Poco alla volta, grazie alla preminenza del settore militare-industriale gli USA poterono definitivamente sbarazzarsi dell’ultima crisi borsistica del 1929. Il livello della disoccupazione si ridusse di 4,5 volte in rapporto all’anteguerra, officine e fabbriche lavoravano al 100% della propria capacità (prima della guerra: al 75%).
    Metà dei profitti mondiali appartenevano ora esclusivamente agli USA. L’America poteva ora imporre nel mondo un ambiente economico tale da risultare vantaggioso anzitutto per se stessa. Grazie alla “guerra fredda” gli USA non incontrarono alcuna difficoltà di ordine morale o politico a rimodellare l’economia mondiale in conformità ai propri schemi».
    (Dominic Barukh, La riconversione della produzione americana)

    Nel 1945 gli USA avevano raggiunto gli obiettivi che si erano proposti agli inizi del XIX secolo.
    Come non ricordare le parole del senatore Beveridge, araldo dell’imperialismo americano alla fine del XIX secolo: « Il destino ha predeterminato la nostra politica – il commercio mondiale deve essere nelle nostre mani. Le nostre navi commerciali solcano tutti gli oceani. Abbiamo creato una flotta da guerra corrispondente alla nostra potenza. La legge americana, l’ordine americano, la civilizzazione americana regnano su tutte le rive, fino a quelle più lontane ed immerse nell’oscurità dell’ignoranza e della barbarie, ma esse giacciono prospere e felici sotto il controllo di forze date a noi da Dio ».

    François Perroux, eminente economista francese, scrisse:
    « I rappresentanti del liberalismo neoclassico vissero nell’epoca del formarsi delle nazioni. Nel quadro di tali nazioni, secondo la loro teoria, l’interesse economico si riduceva alla massima libertà di scambio. La divisione del lavoro fra le diverse nazioni, a loro avviso, sarebbe in teoria proprio il modo più efficace di realizzare la libertà di scambio… Ma nella pratica le concezioni del liberalismo si scontrano con la realtà economica, nella quale esiste la già formata “disuguaglianza delle strutture”, ed a causa di tale ineguaglianza le nazioni più potenti e forti mirano ad assicurare per se stesse il massimo vantaggio economico a scapito delle restanti altre ».



    3. Il contenuto geopolitico del dollaro a partire dal 1947

    Se la GEOPOLITICA è responsabile del fenomeno della globalizzazione del dollaro, occorre riferirsi alla situazione durante il periodo della “guerra fredda” 1949-1991. E’ in quel periodo il dollaro è divenuto ciò che è ora – la valuta di riserva mondiale.
    Emergendo come polo GEOPOLITICO dell’Occidente, gli USA hanno sfruttato al massimo soprattutto in quel periodo la “disuguaglianza delle strutture”. Se nella prima metà del secolo gli USA hanno ottenuto la posizione strategica della Gran Bretagna in cambio di crediti – vale a dire, impiegando il meccanismo finanziario – nell’epoca della “guerra fredda” alla soluzione dei problemi dell’Europa e del Giappone (Asia) venne offerto non soltanto il piano finanziario Marshall, ma anche la tutela strategico-militare. Gli USA divennero un polo complessivo, con una proiezione delle proprie strutture in due terzi del mondo. Il principale elemento concettuale della geopolitica americana di questo periodo fu l’esistenza stessa dell’URSS, del campo socialista.
    Il «nemico comune», l’imperativo di difendersi dalla possibile «minaccia sovietica», furono gli argomenti centrali nell’organizzazione di strutture mondiali sotto il controllo degli USA. In ciò risiede anche il fondamento dell’imperialismo del dollaro: gli USA assursero al ruolo strategico (militare) di protettore dei paesi non-socialisti e di emittente di segni monetari ed ideologici.
    E’ importante sottolineare che in quel momento il dollaro incominciava ad acquisire una diversa qualità.
    L’abolizione del gold standard a seguito della crisi borsistica del 1929 fece della moneta nazionale una funzione del concreto saldo commerciale – secondo la teoria di Keynes e il “New Deal” di Roosevelt. Prosperità dei «grandi spazi economici» («isole economiche») – nelle differenti forme dello stalinismo e del nazional-socialismo europeo a partire dal convegno della Gran Bretagna di Ottawa nel 1932. In questo periodo la “valuta di riserva” non possiede una chiara espressione, dipendendo dalla congiuntura politica internazionale. Il che conduce alla seconda guerra mondiale.
    Dopo di questa l’economia americana non fa ritorno né al puro modello liberale dell’epoca di Roosevelt, né al modello isolazionista di Keynes. Il dollaro acquista una nuova qualità: esso diviene un’unità GEOPOLITICA, funzione del potenziale strategico e ideologico degli USA, del ruolo degli USA nel contesto mondiale.
    Il sistema finanziario mondiale, la funzione del dollaro in quanto valuta mondiale di riserva sono inseparabilmente legati alla concreta situazione geopolitica della seconda metà del XX secolo. Se non si considera il taglio geopolitico, analizzando i soli processi economico-finanziari, non si comprende nulla in questo campo.


    4. Modello Trilateralista e finanza

    La Commissione Trilaterale, fondata nel 1973, si pose il compito della riorganizzazione dello spazio economico mondiale in grandi blocchi sotto il controllo dell’Occidente e degli USA. Il significato geopolitico del progetto consisteva nel forzato isolamento dell’URSS con l’aiuto della “strategia anaconda”. A tale fine il mondo intero andava suddiviso in tre zone geoeconomiche – USA, Europa e regione dell’Asia-Pacifico.

    Lo sviluppo economico impetuoso esigeva la creazione di centri direttivi aggiuntivi, oltre agli USA, ed anche che si preparasse la legittimazione di nuove strutture di direzione globale (ad esclusione dell’URSS). Alle tre regioni geoeconomiche designate in quella sede non era attribuito uguale significato: in posizione privilegiata era la regione Americana, le altre due restando ausiliarie. L’iniziativa della Trilaterale proveniva da Rockefeller e George Franklin, allora dirigenti del CFR.

    Là vennero per la prima volta decisi il processo di unificazione europea e dell’introduzione delle valute dell’Europa e dell’Asia-Pacifico.
    Le valute ausiliarie vennero chiamate a favorire l’omogeneizzazione economica degli spazi corrispondenti, integrandoli in paradigmi economico-finanziari tali da assecondare al massimo e consolidare la posizione privilegiata degli USA, basata sulla «disuguaglianza geopolitica delle strutture».
    L’euro e il potenziale “yen dell’Asia-Pacifico” sono essenzialmente progetti della Commissione Trilaterale. Fra l’altro, la perestrojka cinese prese l’avvio negli anni ’80 proprio con contatti del governo cinese con il rappresentante della Trilaterale George Bertwin, a capo dell’ufficio europeo.
    Al dollaro come valuta mondiale di riserva, provvista di un insieme di obblighi geopolitici assunti dagli USA e, di fronte agli USA, da altre potenze, si progettava di affiancare due valute di riserva macro-regionali complementari
    Un processo non rapido, ed ancora in corso.


    5. Sincope : il crollo dell’USSR, l’inattesa e straordinaria sfida dell’unipolarità

    La Commissione Trilaterale presupponeva un lento strangolamento dell’URSS, con il graduale assorbimento dell’URSS entro la logica dell’atlantismo e l’agevole riconversione dei settori dell’Eurasia Sovietica nella zona di influenza delle tre regioni macroeconomiche.
    In questo senso il futuro euro, il dollaro e l’ipotetica valuta asiatica sarebbero serviti da strumenti di graduale coinvolgimento dell’economia dell’URSS nel sistema mondiale, con il graduale disinnesto delle strutture del campo socialista. Anche questo processo venne avviato sotto la diretta influenza della Trilaterale e dei suoi rappresentanti gorbacheviani a Mosca alla metà degli anni ’80.
    Ma alla soglia degli anni ’90 accadde l’imprevedibile: in luogo del graduale ciclo di convergenza ed integrazione dell’URSS, questa improvvisamente si dissolve da sé ed avvia unilateralmente un attivo processo di autoliquidazione.
    Il rublo venne svalutato, per cui senza mezzi termini venne agganciato al dollaro. Gli USA vennero direttamente coinvolti nel sistema finanziario post-sovietico.
    In parallelo a ciò si autoliquidava rapidamente il principale elemento della mappa geopolitica del mondo della “guerra fredda”, la cui stessa presenza costituiva il massimo elemento portante, sul piano concettuale e strutturale, dell’intera costruzione geopolitica su cui, fra l’altro, si basava il dollaro.
    Incontrando al posto della chiaro e prevedibile «avversario sovietico» un “buco nero” imprevedibile, caotico, irrazionalmente aggressivo, non contemplato in nessuno dei graduali progetti economico-finanziari positivi, gli USA si trovarono inaspettatatamente un una situazione nuova.
    Questa nuova situazione geopolitica coinvolgeva gli USA in un processo di accelerata, straordinaria unipolarità. Nell’economia USA questo si accompagnava al surriscaldamento del mercato delle alte tecnologie, alle piramidi finanziarie, all’ascesa del settore puramente finanziario a scapito del settore reale. Anche il Complesso Militare-Industriale, fondamentale nel sistema economico degli USA, si trovava di fronte ad una situazione nuova, nettamente distinta dalla precedente.


    6. Il nuovo ruolo dei settori geoeconomici

    L’imprevedibile ritmo di liquidazione e disintegrazione del polo geopolitico sovietico (= eurasista) creava una nuova situazione sulla mappa geopolitica complessiva del mondo, e correlativamente gettava una nuova sfida al sistema finanziario degli USA. Tale sistema da quel momento avrebbe dovuto avviare la realizzazione accelerata dell’unipolarità, ossia della globalizzazione.
    Alcune degli stadi pianificati in precedenza scomparivano. Conseguentemente, sorgeva in linea di principio una situazione nuova ed inattesa: il dollaro era costretto a diventare valuta mondiale di riserva rapidamente e senza passaggi intermedi, gli USA acquisivano l’egemonia incontrastata sul piano strategico, maturava l’esigenza di una rapida ristrutturazione delle istituzioni internazionali – ONU – che riflettevano gli equilibri della pace di Jalta, l’America era costretta precipitosamente a servirsi della «disuguaglianza delle strutture».
    Questo si manifestò sotto la direzione dei democratici dell’amministrazione Clinton. La «fine della storia» di Fukuyama era venuta troppo presto.
    Si creavano problemi economici e logistici di grande rilievo.
    In generale: gli USA non erano pronti ad assumere dall’oggi al domani il ruolo di globalizzatore unipolare. Questo si esprimeva

    nella comprensione politica di questo stesso fatto da parte degli americani (la vittoria di Bush jr);
    nella crisi del mercato surriscaldato nello stile delle piramidi finanziarie, con lo scivolone degli indici NASDAQ e Dow Jones ;
    nell’approssimarsi della catastrofe del dollaro quale valuta mondiale di riserva;
    nell’impreparazione dei soggetti geopolitici fondamentali ad inserirsi nella globalizzazione nei nuovi tempi e modi degli USA.

    L’assenza del polo eurasista, la trasformazione dell’Eurasia in un «buco nero» generava problemi geopolitici non valutati in una prospettiva di breve periodo.
    La presenza di un’opposizione convenzionale, formale e prevedibile a medio termine da parte dell’Eurasia rappresentava l’elemento principale della strategia americana nella prima metà del XX secolo. Rimosso tale elemento, l’intera costruzione era messa a repentaglio.
    L’assenza di una formale e limitata minaccia ad Oriente cambiava radicalmente sia il significato geopolitico dell’Unione Europea, sia il correlativo ruolo e missione dell’euro.
    L’Unione Europea si sviluppava non in condizioni di scontro con l’URSS, come si era supposto – e questo argomento era stato decisivo nel modellare la conservazione dell’influenza americana in Europa, anche dal punto di vista della visione finanziaria – bensì proprio nel momento dell’autoliquidazione dell’URSS. Di conseguenza, essa assume una funzione completamente diversa, rivelandosi un potenziale soggetto geopolitico a livello planetario. L’introduzione dell’euro acquista un significato diverso. In linea di principio, si tratta di una sfida al dollaro in quanto valuta mondiale di riserva.
    Il nuovo ingresso dell’Europa sulla scena della storia è gravido dei più seri scossoni per la globalizzazione nella sua forma unipolare. Si impone la variante dell’integrazione «regionale o continentale» o della globalizzazione multipolare, il che in entrambi i casi va contro quel processo in cui, come trascinati da una valanga e indipendentemente dalla propria volontà, sono oggi coinvolti gli USA.
    Qualcosa di analogo è vero anche della regione dell’Asia-Pacifico. Qui si somma il fattore Cina. Ma anche il solo euro e l’Unione Europea erano sufficienti perché il dominio unipolare degli USA ne venisse seriamente scosso, e conseguentemente venisse indebolito il dollaro e gli strumenti del sistema finanziario internazionale ad esso legati.
    Nella misura in cui il dollaro è legato alla geopolitica mondiale, e non soltanto all’economia USA, un mutamento nello schieramento di forze in quella sfera automaticamente comporta un mutamento radicale nella funzione del dollaro. Il dollaro cambia la sua natura, e da qui la sua funzione di valuta mondiale di riserva perde il suo carattere di evidenza.
    Gli USA devono definire ex novo il proprio ruolo nel mondo e in relazione a ciò rifondare sulla nuova mappa geopolitica la funzione della valuta mondiale di riserva – il dollaro. L’estrema difficoltà di tale compito è fuori discussione
    L’intero sistema economico degli USA è fondato sulla ridistribuzione globale del lavoro nella condizione schumpeteriana della «disuguaglianza delle strutture».
    La trasformazione di questo sistema reca con sé serie conseguenze.
    Lo stesso è possibile affermare in relazione alla «nuova economia», con i settori finanziario-borsistici sovrasviluppati. Gli attori paradigmatici reali, che sono invariabilmente rimasti fuori del quadro della «new economy», ma che predeterminano le fondamentali tendenze di base dei mercati finanziari (esteriormente rappresentati come indipendenti dai fattori non di mercato, staccati dai fondamentali del calcolo economico) sono proprio la geopolitica e l’univoco dominio degli USA. Il carattere ludico di queste tendenze è il mito per i «proletari della borsa valori», semplici brokers che non vengono ammessi al di là delle quinte della finanza. dove siedono non soltanto speculatori di successo, ma esperti del CFR, del Bilderberg Club e della Trilateral – come George Soros. E’ qui che vengono stabilite le regole del gioco. Il collasso delle borse o delle valute nazionali non è una questione di brillanti operazioni, ma di piani dettagliatamente elaborati e preparati.


    7. Il tentativo di mettere un freno alla globalizzazione: il vicolo cieco concettuale di George Bush jr.

    Il rafforzamento dei settori europeo e dell’’Asia-Pacifico, l’emissione di una solida valuta regionale legata alla geopolitica non globale, ma continentale o insulare (indicativo, da questo punto di vista, il nuovo – cauto – riferimento al keynesismo delle moderne socialdemocrazie) restringe la funzione degli USA.
    Questa necessità è soddisfatta – almeno in parte – dall’amministrazione Bush jr. Bush jr. rappresenta il tentativo di frenare la globalizzazione. Ma questo non serve a risolvere i problemi alla radice – la geopolitica americana è in “surriscaldamento”, overheated, l’impero americano è in “sovratensione”, overstretched.
    Siamo ad un vicolo cieco concettuale: gli USA non possono non proseguire in un’attiva globalizzazione unipolare, ma non sono in grado di proseguire.
    Esattamente lo stesso vale per il dollaro: gli USA non sono in grado di mantenere il dollaro come valuta mondiale di riserva, ma non possono rifiutare questa funzione del dollaro.
    Siamo ad un paradosso – la scomparsa del nemico (URSS) ha posto il vincitore in una situazione svantaggiosa. Una tipica vittoria di Pirro.


    8. Il secondo avvento dell’Eurasia

    L’originario progetto della Commissione Trilaterale fu steso allo scopo di liquidare gradualmente ma inesorabilmente l’URSS (Russia), smembrandola.
    Al contrario, l’URSS si è dissolta non gradualmente ma bruscamente, è divenuta un “nulla” geopolitico, ha dato impulso (almeno potenzialmente) all’esistenza storica dell’Europa e dell’Asia.
    In futuro il destino della Russia-Eurasia sarà direttamente legato al destino degli USA e, conformemente a questo, al destino del dollaro.
    Il collasso del signoraggio americano darà alla Russia una straordinaria occasione di rinascita.
    Ma questo potrà essere conseguito solo mediante l’attuazione di un’adeguata strategia geopolitica nei confronti dell’Europa e dell’Asia.
    Se la Russia getterà il suo restante potenziale strategico – ivi incluso quello logistico e nucleare – a sostegno di tutte le alternative al globalismo unipolare, la storia ha una chance di continuare, e il crack del dollaro diverrà il crack della grande schiavitù geopolitica dell’umanità sotto il dollaro.



    Febbraio 2001



    Nota

    Trilateral Commission

    L’ultimo stadio dell’organizzazione della rete segreta del mondialismo fu la creazione della Commissione Trilaterale, che riunisce la “crema” del Council on Foreign Relations e del Bilderberg Club. E’ detta Trilaterale dal numero dei partecipanti fondamentali: USA, Europa e Giappone.

    Il centro della Trilateral Commission è situato negli USA (345 East 46th Street, New York).

    La sua fondazione ebbe luogo nel luglio 1973. Ma la decisione venne approvata nel consiglio riservato del novembre 1972 dal presidente della Chase Manhattan Bank David Rockefeller (leader del Bilderberg Club ed ispiratore del Council on Foreign Relations), da Max Konigt (vice presidente del Comitato per l’integrazione dell’Europa ‘Jean Monnet’) e George Franklin, formalmente capo del CFR.

    Il primo grandioso successo della Trilateral Commission fu quello di portare alla presidenza J. Carter, assoluto sconosciuto fino alla vigilia delle elezioni. Eletto presidente, Carter collocò alle massime istanze del potere membri della Trilateral Commission: Walter Mondale, Cyrus Vance, Harold Brown, Zbigniew Brzeszinski, Michael Blumenthal, Richard Cooper, Anthony Solomon, Samuel Huntington ecc. In proposito la rivista americana Penthouse nel novembre 1977 scriveva: «Sarebbe scorretto affermare che la Trilateral Commission dirige il governo Carter. La Trilateral Commission è anche il governo Carter».

    Il senso dell’operato della Trilateral Commission, e ugualmente dell’intero mondialismo, può esprimersi con le parole di James Paul Barbourg, pronunciate di fronte al senato americano il 17 febbraio 1950: «Che lo vogliate o no, avremo un Governo Mondiale. La sola questione sarà se ciò avverrà tramite il consenso o la violenza».

    (L. Okhotin, La minaccia del mondialismo, Den’ 1991).

















    Trad. M.Conserva


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    La terra di Palestina è al centro non solo della politica internazionale, ma anche della più straordinaria costruzione mitica dei nostri tempi


    «Un raggio mortale, i cui effetti sono così terrificanti che il governo americano non ne ha ancora ammesso l'utilizzo nelle proprie forze armate, deve [...] essere consegnato ad Israele. Questo accordo a sfondo tecnologico è stato firmato dal Presidente Bill Clinton e dall'allora Presidente dei Ministri Shimon Peres. Clinton contava sul sostegno degli elettori ebrei residenti in America al momento della sua rielezione, nel novembre scorso.
    L'arma laser è ritenuta 'troppo inumana' da alcuni militari statunitensi e momentaneamente non deve essere ceduta alle forze militari statunitensi [...]. Essa può [...] essere utilizzata per mettere fuori combattimento truppe di migliaia di persone, accecandole irreversibilmente in pochi secondi. Gli strateghi del Pentagono sostengono che il terrore provocato dal possibile uso di questo raggio mobile silenzioso che nell'uomo ha di regola l'effetto di dissolvere i bulbi oculari, potrebbe scatenare il panico nelle truppe nemiche, costringendole a capitolare».


    Questo brano si trova citato su una rivista fondamentalista evangelica, Midnight Call / Chiamata di Mezzanotte(1) nell'edizione italiana : la rivista, su carta patinata e ben illustrata, esce anche in inglese, italiano, tedesco, olandese, francese, portoghese, spagnolo, ungherese, bengali e coreano. L'opera missionaria ha diffuso "centinaia di milioni" di pubblicazioni in tutto il mondo, in particolare nell'Est europeo.
    La missione trasmette i suoi programmi via radio, con antenne anche in Armenia sul Monte Ararat. Nel mondo ispanofono, essa trasmette ogni mese circa 1900 programmi tramite più di 120 ripetitori "dalla Terra del Fuoco fino agli Stati Uniti e alla Spagna".

    Perché questa rivista si interessa alle più recenti armi in uso all'esercito israeliano? Non è certamente per criticare Israele: come affermava il defunto fondatore della "missione", l'unica cosa importante è che 2l'America aiuti Israele in maniera incondizionata". (2)

    La rivista commenta la notizia dell'arma troppo "inumana"così: «Ci si può immaginare con grande facilità che quest'arma sarà utilizzata alla fine dei giorni, quando Israele sarà minacciato di distruzione da tutte le nazioni».

    La conferma proviene da Zaccaria 14,12: «Questo sarà il flagello con cui il Signore colpirà tutti i popoli che avranno mosso guerra a Gerusalemme: la loro carne si consumerà mentre stanno in piedi, i loro occhi si scioglieranno nelle orbite, la loro lingua si consumerà nella loro bocca».

    IL CRISTIANO-SIONISMO

    Un aspetto poco noto del conflitto israelo-palestinese è il massiccio coinvolgimento del movimento cristiano fondamentalista, statunitense o di derivazione statunitense. Un coinvolgimento che si è intensificato con la crescente politicizzazione della "destra religiosa" a partire dagli anni '70, ma che risale a molti decenni fa: «[la creazione di Israele] semplicemente non avrebbe avuto luogo senza il sostegno e gli incessanti sforzi dei Cristiano-sionisti durante l'ultimo secolo e questo. È stato questo sodalizio che ha reso possibile lo Stato di Israele e una Gerusalemme unificata.»(3)

    Benyamin Netanyahu, allora capo dell'opposizione, si rivolse con queste parole a una platea di cristiani a Gerusalemme nel 1995.

    L'impegno dei cosiddetti "cristianosionisti", che raccolgono circa cinquanta milioni di simpatizzanti all'interno dell'unica potenza rimasta attualmente sulla terra, assume molte forme, dalla pressione sistematica sui candidati nelle elezioni affinché si schierino incondizionatamente a favore di Israele, al servizio volontario nell'esercito israeliano in mansioni umili per liberare soldati per il combattimento; dai gemellaggi tra chiese statunitensi e le colonie militanti impiantate da ebrei fondamentalisti e non nei Territori Occupati, a trasmissioni radiotelevisive in cui si invita non solamente alla conversione, ma all'accettazione di Israele nelle "sue frontiere stabilite da Dio", un concetto piuttosto ampio. (4)

    Troviamo così (ma si potrebbero citare molti altri esempi) in un libro cristiano-sionista una menzione favorevole dell'opera del rabbino Israel Ariel, fondatore dell' "istituto del Tempio" a Gerusalemme (l'Istituto prepara la "ricostruzione" del Tempio e il rinnovo degli antichi sacrifici animali) e autore di un Atlas of the Land of Israelits Boundaries According to the Sources ("Atlante di Israele; le sue frontiere secondo le fonti"): «Un'opera progettata in quattro volumi, che sostiene che le frontiere originarie della terra promessa ad Abramo si estendono da ovest ad est da un punto nei pressi attuale canale di Suez fino al Golfo Persico, e da nord a sud dal nord della Siria lungo il fiume Eufrate fino a una linea di frontiera che va da Eilat sul Mar Rosso fino al confine con la Persia. Entro queste frontiere ricadono oggi i paesi dell'Egitto, della Giordania, della Siria e porzioni dell'Iraq e dell'Arabia Saudita. Secondo Ariel, quando il Tempio sarà ricostruito e tutti coloro che si trovano fuori dalla terra di Israele faranno ritorno, queste terre forniranno lo spazio necessario per l'aumentata popolazione.»(5)

    MOON, WACO E LA POLITICA

    La New Right statunitense ha le sue origini più immediate in una serie di riunioni tra Richard De Vos (fondatore del sistema di vendite piramidali Amway), gli esperti politologi Paul Weyrich e Richard Viguerie e il magnate delle assicurazioni Arthur De Moss con esponenti religiosi come Bill Bright (presidente dell'attivissima Campus Crusade for Christ), Jerry Falwell e il famoso "reverendo" Sun Myung Moon. (6)

    Sarebbe ingenuo pensare che il movimento sia nato "a tavolino": possiamo parlare piuttosto di abili organizzatori che hanno saputo dotare di mezzi di espressione e di azione una grande realtà potenziale.

    Ma i motivi anche concreti per cui la New Right coincide largamente con il cristiano-sionismo non devono essere trascurati. Le funzioni politiche dell'alleanza con Israele sono infatti evidenti: si doveva creare un sostegno di massa alla congiunzione tra gli obiettivi dello Stato di Israele e le esigenze dell'apparato militare e produttivo statunitense; su un piano prettamente elettorale, il cristiano-sionismo permetteva di neutralizzare il liberalismo della comunità ebraica; infine, l'appoggio allo "Stato ebraico" permetteva di spendere a destra ciò che in molti paesi è un capitale ritenuto di "sinistra": quello dello sho'ah.

    Allo stesso tempo però il cristianosionismo fa leva su fattori profondi della cultura statunitense, tra cui la storica autoidentificazione come "popolo eletto": "La 'natura selvaggia' sostituiva il deserto nell'identificazione dei Pellegrini con le peripezie degli ebrei verso la 'terra promessa'[...].

    Era l'inizio dell'olocausto degli indiani d'America, che vennero sistematicamente sterminati dai Puritani, i quali si ritenevano il nuovo popolo d'Israele ed erano quindi legittimati a distruggere i nuovi Cananei che attaccavano la nuova terra promessa". (7)

    Ma questa identificazione è stata resa possibile anche dall'assenza di una propria credibile tradizione storica: nella cultura americana, la storia mitica non può che coincidere con quella biblica, come dimostra la diffusione della "sindrome di Gerusalemme" nel mondo evangelico: (8) la sindrome di Gerusalemme è quel peculiare fenomeno delirante che ha colpito diverse migliaia di visitatori alla Città santa negli ultimi decenni, curati in un apposito reparto dell'ospedale cittadino.

    Nel 1983 ne fu colpito Vernon Howell, un chitarrista ventiquattrenne del Texas, forse predisposto dalle sue esperienze con l'LSD. Howell era membro di una piccola setta il cui fondatore era tornato a sua volta da un viaggio in Israele nel 1959, dichiarandosi il "segno" che avrebbe inaugurato l'Apocalisse. I membri credevano che al momento decisivo sarebbero stati rapiti da una mano celeste e portati in Israele. Anche Howell ebbe una "esperienza" in Israele che lo avrebbe portato, alcuni anni dopo, a prendere il controllo della setta, dandole come simbolo la bandiera dello Stato di Israele, e a proclamarsi "David Koresh", (9) il Messia ritornato. Un Messia con il monopolio delle donne del movimento, bambine comprese, e dotato di un arsenale di armi da guerra. Il maldestro tentativo dell'FBI di perquisire la sua fattoria a Waco risultò nella più grande e disastrosa operazione militare sul suolo americano dopo Custer, con oltre 80 morti (10).

    LA TEOLOGIA NUCLEARE

    Il dato politico e quello immaginario si razionalizzano poi tramite il dato teologico dell'imminenza della battaglia di Armageddon. Come dice il predicatore Jerry Falwell, »ad Armageddon ci saranno circa quattrocento milioni di uomini che faranno corona all'olocausto finale dell'umanità! Proprio per questo non dobbiamo mai dimenticare com'è bello essere cristiani! Noi abbiamo un futuro meraviglioso davanti a noi».(11)

    Il segno teologico che scatenerà gli avvenimenti ultimi sarà il ritorno degli ebrei nella loro terra, secondo un'interpretazione particolare di diversi brani tratti sia dall'Antico che dal Nuovo Testamento. (12)

    Non si tratta del millenarismo classico, pauperistico o mistico delle tradizioni europee; bensì di un momento in cui si scatena in maniera spettacolare e anche cinematografica la violenza del Giudizio, istituendo un "Regno congiunto" di cristiani rinati ed ebrei sulla terra; un "Regno" in cui le complesse contraddizioni della vita reale saranno risolte dai regnanti con "verghe di ferro".

    »Messia regnerà dal trono ristabilito di Davide a Gerusalemme. Risorto, Re Davide sarà coreggente assieme a Cristo. Israele occuperà una posizione di gloria e dominio [rulership] sulle nazioni del mondo. I cristiani rinati si riuniranno a Messia e ai dirigenti di Israele nell'amministrare il regno di Dio sulla terra. Siamo in marcia verso Sion!».(13)

    Nel brano citato all'inizio di questo articolo, tratto da Chiamata di Mezzanotte, vediamo i diversi elementi all'opera. Il punto di partenza è una lettura politica della cronaca, o meglio di una notizia spettacolare, e non poteva essere diversamente in una società altamente mediatizzata. Probabilmente il lettore cattolico si sarebbe aspettato un'interpretazione in senso pacifista dei pericoli costituiti da nuove armi. Invece gli autori dell'articolo trovano in questo dato un elemento esaltante, come lo trova anche il predicatore neozelandese Ramon Bennett: «Israele probabilmente utilizzerà le proprie risorse nucleari come ultimo ricorso. È risaputo che Israele possiede centinaia di missili con testate atomiche e uno dei più grandi arsenali del mondo. I suoi nemici saranno abbattuti nella piena furia di una delle armi più terribili note all'uomo. Sono passati i tempi in cui l'uomo rispettava la rettitudine, la verità e la giustizia. Oggi essi [sic] rispettano la ricchezza, il potere e la forza militare».(14)

    «Le forze che odiano gli ebrei senza rendersene conto stanno preparando lo scenario per le grandi guerre bibliche dei futuro, in cui gli eserciti di molte nazioni saranno presi nel vortice di un inferno nucleare che li consumerà».

    Un brano che conclude con l'affermazione: «Look up! Rejoice! Redemption draws near!» (Alza gli occhi! Gioisci! La redenzione si avvicina!).

    Le armi laser vengono associate a un brano biblico; in questo caso (Zaccaria 14,12) un brano preso assolutamente fuori contesto, se è vero -come sostiene il biblista Paolo Sacchi - che si riferisce agli scontri tra gli esuli tornati a Gerusalemme da Babilonia e gli ebrei rimasti sul posto. Ma poco importa, perché la conclusione rimane predeterminata e associa da una parte lo spettacolo apocalittico alla drammatizzazione di un obbligo politico a cui è vincolata la salvezza.

    Chi invece si mette dall'altra parte, cioè contro Israele, chi ha denunciato, perseguitato e accusato gli Ebrei, ha rifiutato aiuto al popolo di Dio, verrà escluso dal regno di Dio e condotto al castigo eterno. (15)

    E' curioso notare come il cristianosionismo riutilizza in chiave solo apparentemente nuova il tradizionale razzismo della destra americana, che non va letto come fenomeno statico, ma come storica incorporazione di vecchie minoranze a spese di quelle nuove: il nucleo anglosassone ha così assorbito prima le altre immigrazioni protestanti, poi quelle cattoliche, mentre a partire dalla Seconda Guerra Mondiale ha accolto anche quella ebraica, creando però ogni volta nuovi nemici.

    Come afferma il predicatore David Allen Lewis, «Se il sionismo è razzismo, allora Dio è razzista perché Egli è l'autore del sionismo».(16)

    In un'affascinante sovrapposizione di mitemi politici, biblici e razziali, Ramon Bennett (uno dei pochi cristiani ad aver potuto ottenere la cittadinanza israeliana) associa i biblici nephilim agli arabi: «I nephilim erano infatti i sottoprodotti fisici dell'unione tra carne e spirito. E come una prova che gli spiriti di questi esseri continuano a vivere sulla terra, vorrei dire che io, personalmente, conosco un arabo musulmano che è nato con sei dita su ciascuna mano. Anche suo figlio è nato con sei dita, e così suo padre e i padri di suo padre prima di lui. Ora considerate quanto segue: "Ci fu di nuovo guerra a Gath, dove c'era un uomo di alta statura, che aveva sei dita su ciascuna mano e sei dita su ciascun piede, ventiquattro di numero; ed anche egli era figlio di un gigante (2 Samuele 21,20)".

    Si, il conflitto è spirituale, e gli spiriti che si oppongono sono potenti e malvagi.» [17]

    Simili affermazioni non coinvolgono l'intero mondo evangelico. Nella "esperienza" della rinascita in Gesù la teologia razionale assume una posizione del tutto secondaria. All'interno di chiese che pure si riconoscono reciprocamente, troviamo posizioni estremamente diversificate, che vanno dal millenarismo filosionista all'amillenarismo apolitico; (18) ma anche il postmillenarismo, che sostiene la necessità di costruire il Regno in terra attraverso la militanza e quindi dà scarsa importanza ai brani profetici della Bibbia.

    E se esiste un continuum che va dagli "apocalittici" di Waco a predicatori amici del Presidente degli Stati Uniti, non si può parlare, almeno nella maggioranza dei casi, di veri e propri fenomeni "settari" nel senso di gruppi totalitari.

    Ma come in ogni religione, l'associazione tra obiettivi politici e valori assoluti implica facilmente il rischio del passaggio da una ricerca del divino alla violenza politica, o almeno al sostegno alla violenza politica altrui, in questo caso una violenza delegata alla potenza militare di uno Stato mediorientale (19). Uno Stato paradossalmente spesso più moderato di quanto vorrebbero i suoi sostenitori. Infatti, Chiamata di Mezzanotte commenta così l'assassinio di Rabin: «Ha fatto e dato moltissimo per il suo Paese, specialmente come soldato [ ... ]. Quali grandi vittorie gli furono donate da Dio! Rabin conquistò molte terre che Dio aveva promesso al suo popolo. I nemici tremavano dinanzi all'esercito israeliano comandato da Yitzhak Rabin!

    Ma cosa fece Rabin [ ... ] in questi ultimi anni? Iniziò con lo stipulare un compromesso col nemico [ ... ]. Non avviene forse lo stesso con molti Cristiani: iniziano la vita con tutte le vittorie nella fede di Gesù [ ...]. Ma improvvisamente questi fratelli e queste sorelle non conseguono più nessuna vittoria. Lo si vede dai loro volti: non riescono più a sorridere, proprio come successe a Rabin in questi ultimi anni [ ... ]. Perciò torna ora al Signore [ ... ] fintanto che sei ancora in tempo (non aspettare troppo se non vuoi ripetere l'errore di Rabin)».(20)




    Miguel Martinez



    Questo articolo è uscito per la prima volta su "Movimenti Religiosi Alternativi" N. 29. Sullo stesso tema si vedano gli articoli:

    Armageddon: L’impero americano e l'immaginario del dominio universale

    Gli architetti dell'Apocalisse Rinascerà il Tempio di Gerusalemme?

    Aspettando la giovenca rossa sulla via di Armageddon. L’epifania dell’immaginario cristiano-sionista

    La trappola del sionismo cristiano




    --------------------------------------------------------------------------------



    NOTE:

    (1) Marzo 1997 p. 14 ss. Abbiamo modificato leggermente la troppo letterale traduzione dall'inglese che compare sulla rivista.

    (2) Wim Malgo, Bibical Counselling, cit. in Midnight Call, dic. 1993, p.29.

    (3) "Israel's Leaders Address Christian Zionists", in Christians 1996, p. v.

    (4) Simili messaggi vengono propagandati come "verità cristiane" dalle radio e TV evangeliche in tutto il Vicino 0riente, con conseguenze prevedibili per le storiche minoranze cristiane.

    (5) Ice e Price, pp. 105-106.

    (6) Vedere l'eccellente studio di Sara Diamond, Spiritual Warfare: the Politics of the Christian Right, South End Press, Boston, 1989.

    (7) Gobbi 1993, p. 202. Ovviamente è possibile una lettura esclusiva di questa elezione: è il caso dei British Israelites, che almeno nelle loro frange più estreme sono antiebraici perché credono che i popoli anglosassoni siano gli unici "veri israeliti". Attualmente però gli unici movimenti a sfondo British Israelite che abbiano la minima rilevanza (le due Chiese di Dio di Armstrong padre e figlio) sono schierati a favore di Israele.

    (8) Il più noto tentativo di creare una mitologia nazionale, quello dei mormoni, lo fa portando gli antichi israeliti in America: fuori dai circoli dei nativi americani, peraltro influenzati dal New Age, è inimmaginabile una mitologia nazionale che prescinda dall'Antico Testamento.

    (9) Koresh, il re Ciro, è per i cristiano-sionisti la figura del Gentile che aiuta gli ebrei a far ritorno in Palestina.

    (10) Vedere Leppard 1993, in particolare pp. 57, 58 e 61.

    (11) Old-Time Gospel Hour del 2.12. 84, TV Lynchburg, Virginia, citato in Giammanco 1990 p.93.

    (12) Un'interpretazione oggettiva delle profezie di Daniele, almeno nella versione massoretica (il testo dei LXX dà altre cifre), conduce a calcolare la fine del mondo o verso il 240 d.C. o verso il 286 d.C. (la cronologia è contraddittoria; vedere Soggin 1987, pp. 183-4). Per attualizzare questa cronologia, i millenaristi evangelici introducono il concetto arbitrario dell’orologio che si ferma" con la morte di Gesù e riprende a battere i suoi ultimi sette anni "tra poco" se non "adesso": un "adesso" che quindi si sposta continuamente in avanti.

    (13) Lewis 1994 p. 150.

    (14) Questa e la citazione successiva: Bennett 1995, pp.279 e 294.

    (15) Chiamata di mezzanotte, maggio 1995, p.20. Si noti come ogni critica a Israele (e la "critica" comprende persino il dubbio che le frontiere di questo Stato debbano includere l'Iraq) venga associata alle persecuzioni degli ebrei e implicitamente alla sho'ah.

    (16) Lewis 1994 p. 151.

    (17) Bennett 1995 p.270.

    (18) Il movimento millenarista più noto oggi in Italia è quello dei Testimoni di Geova, il cui fondatore, Charles T. Russel, èstato un ardente sionista, ma che oggi si astiene da ogni opinione politica a proposito dei problemi mediorientali. Sulla rimozione del sionismo di Russel, si veda in lingua italiana il testo di Aveta e Pollina.

    (19) Per non parlare di un'ingenua complicità, per cui possiamo trovare in ogni libreria evangelica testi razzisti simili quello di Bennett.

    (20) «In retrospettiva: l'assasino del premier Yitzhak Rabin», Chiamata di mezzanotte, gennaio 1996, p. 8. Altrove (Chiamata di mezzanotte, gennaio 1996, p. 9, articolo a firma di C. M(algo)) la stessa rivista sostiene che «è proprio per mezzo di questo assassinio ch'Egli adempie alla sua parola profetica».



    BIBLIOGRAFIA

    AVETA, POLLINA Aveta Achille e Pollina Sergio, I Testimoni di Geova e la politica: martiri o opportunisti? Ed. Delioniane, Roma.

    BENNETT 1995 Bennett, Ramon, Philistine: The Great Deception, Arm of Salvation, Jerusalern 1995.

    CHRISTIANS 1996 AA. VV., Christians and Israel: Essays on Biblical Zionism and on Islamic Fundamentalísin, International Chrìstian Embassy, Jerusaleni 1996.

    GIAMMANCO 1990 Giammanco, Roberto, L'ímmaginario al potere: religione, media e politica nell'America reaganiana. Antonio Pellicani Ed., Roma 1990.

    GOBBI 1993 Gobbi, Romolo, Figli dell'Apocalisse: storia di un mito dalle origini ai nostri giorni, Rizzoli, Milano 1993.

    ICE, PRICE 1992 Ice, Thornas e Price, Randall, Ready to Rebuild, Harvest House Publishers, Eugene, OR, USA 1992.

    LEPPARD 1993 Leppard, David, Fire and Blood, The True Story of David Koresh and the Waco Síege, Fourth Estate Limited, London 1993.

    LEWIS 1994 Lewis, David Allen, Can Israel Survive in a Hostile World?, New Leaf Press, Green Forest, AR, USA 1994.

    SOGGIN 1987 Soggin, J. Alberto, Introduzione all'Antico Testamento, Paideia, Brescia, 1987 1987 (la 1° edizione 1968).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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