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  1. #1
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    Predefinito Fascio/Sinistri: Perche' non volete un Irak modernizzato?

    Mi chiedo: se tutti c'impegnassimo a promuovere la modernizzazione dell'Irak, e condannare la violenza di questi "partiginiani/terroristi/quello-che-volete"...non sarebbe meglio?

    O il vostro odio per "l'imperialismo americano" e' superiore al desiderio di voler vedere un Paese felice?
    Mr. Hyde


  2. #2
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    Predefinito Re: Fascio/Sinistri: Perche' non volete un Irak modernizzato?

    In Origine Postato da Mr. Hyde
    Mi chiedo: se tutti c'impegnassimo a promuovere la modernizzazione dell'Irak, e condannare la violenza di questi "partiginiani/terroristi/quello-che-volete"...non sarebbe meglio?

    O il vostro odio per "l'imperialismo americano" e' superiore al desiderio di voler vedere un Paese felice?
    ======
    FELICI COME IN YUGOSLAVIA E IN PALESTINA??
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  3. #3
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    Predefinito Re: Re: Fascio/Sinistri: Perche' non volete un Irak modernizzato?

    In Origine Postato da cciappas
    ======
    FELICI COME IN YUGOSLAVIA E IN PALESTINA??
    Fregatene Cciappas, è ormai al delirio......
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  4. #4
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    Predefinito Re: Fascio/Sinistri: Perche' non volete un Irak modernizzato?

    In Origine Postato da Mr. Hyde
    Mi chiedo: se tutti c'impegnassimo a promuovere la modernizzazione dell'Irak, e condannare la violenza di questi "partiginiani/terroristi/quello-che-volete"...non sarebbe meglio?

    O il vostro odio per "l'imperialismo americano" e' superiore al desiderio di voler vedere un Paese felice?
    Hyde, ricorda che (a parte rare eccezioni) ti stai rivolgendo a bamboccetti che fanno gli anticapitalisti passando dalle 6 alle 8 ore al giorno davanti a Internet...... Ergo, di che ti vuoi stupire? Vivono nella bambagia e si beano di identificarsi con la Resistenza Irachena

    Il che non significa ovviamente essere ottusi dal negare gli errori del Comando Americano nel gestire il dopoguerra (specie l'aver mandato a casa senza stipendio tutti gli ex soldati dell'esercito di Saddam), tuttavia c'e' anche un altro Iraq che non viene raccontato....... Ma si sa per i bamboccetti e' solo propaganda



    LA BAGHDAD CHE NESSUNO VUOLE RACCONTARE

    La Bagdad che nessuno vuol raccontare di FRANCESCO RUGGERI
    Nella capitale liberata, negozi affollati, traffico e i simboli del confort occidentale. E la guerra? Resta confinata in alcuni quartieri
    Bagdad. «Excuse me, where is the war?», dov'è la guerra? È cominciata così, con una domanda ingenua la nostra seconda avventura in Iraq, un anno dopo la caduta di Saddam. L'abbiamo rivolta a tutti, dai driver all'interprete, dai comuni cittadini ai poliziotti dell'Icdc ai mercenari della security e di straforo anche ai soldati. Senza risposta. Quasi una replica della parodia sul west di Mel Brooks. Guardandola dai tg italiani pareva che la situazione dovesse essere esplosiva, le città irachene in fiamme, l'atmosfera tesa come corda di violino. Sparatorie e deflagrazioni a ogni angolo. «Sarà più pericoloso delle bombe», ammonivano amici e parenti prima della partenza, convincendoci a mettere in valigia un giubbetto antiproiettile, prestato da un collega delle guardie del corpo di Feltri: «non vedi che i giornalisti ce l'hanno tutti?». Il tempo d'appiccicare un'artigianale scritta "press", ed eccoci sull'autostrada Amman Bagdad, superato il doppio confine Al-Ruweishid Trebil. Il viaggio è lento, seguiamo un pullman di linea. Dodici ore di noia assoluta. Niente americani in giro, niente camionette Humvee a sfrecciare sul nastro d'asfalto a tre corsie, né elicotteri Chinook e Apache a rombare sulle nostre teste. Nemmeno un misero check point, sui 420 km dalla Giordania alla capitale. Scom- parsi pure gli scheletri dei veicoli sul tragitto, vestigia di un conflitto all'apice un anno fa. All'alba sfiliamo Fallujia, e ancora domandiamo con impa- zienza: ma dov'è la guerra? Un'oretta dopo l'ingresso a Bagdad, dove ad accoglierci, invece che un posto di controllo troviamo un familiare ingorgo mattutino, modello Milano tra le 7 e le 9. Nel serpentone immobile i giovani ascoltano la radio, gli altri parlano, ridono, fumano spaparanzati col braccio fuori dal finestrino, manco al ritorno da una gita. I mezzi militari, nell'infernale traffico di Bagdad non potrebbero fisicamente passare. Per trovare le prime insegne belliche bisogna arrivare in piazza Al Firdous (quella del monumento di Saddam), alla soglia della "green zone", compound occidentale il cui accesso è inter- detto alla popolazione. Sullo sfondo si stagliano alte le sagome dei grandi alberghi, Al Rashid, Palestine e Sheraton. Per riuscire a prendere alloggio in quest'ultimo superiamo infinite misure antiterrorismo, dai detector a paletta al cane (...) ( segue a pagina 2) (...) sniffatore (con padroncina yankee al sole in bermuda), facendoci largo nella gimcana di griglie buca-ruote, contenitori di cemento e blocchi vari. Qui gli uomini in armi abbondano, accanto a carri armati col cannone puntato alla strada, semoventi e soldati da mezzo mondo, in divisa e non. Come per magia, nel cielo torrido compare una coppia di Apache, sfiorando il tetto panoramico del 16° piano dell'hotel. Sembrano aquile che difendono il nido. Ecco finalmente la guerra, pensiamo, in un misto di sollievo e paura. E invece no. Ci vuol poco a capire che l'impressionante schieramento non è quello tipico di un esercito d'occupazione, bensì di un contingente assediato. Che difende con le unghie e i denti una minima porzione di spazio vitale in un vasto mare ostile fuori controllo. O meglio, lasciato fuori controllo. La scia di sangue deve aver convinto gli americani a ripiegare su una strategia di contenimento. Girando da un capo all'altro di Bagdad giornate intere si contano, ignorati, non più di una ventina di soldati a stelle e strisce, i più asserragliati dentro alte torrette in qualche svincolo importante. Scusi, dov'è la guerra? Solo un paio di volte si intravedono tank in pattugliamento lontano dalla green zone. Il grosso del contingente americano è barricato dentro una base esterna, il cui cruento stemma "Muleskenner" allude a sgozzatori di muli. Ma più che feroci assassini, questi G.I. americani sembrano e sono ragazzini spaventati. Vengono dal profondo Midwest (provincia diremmo noi). Ad esempio Rochester, Minnesota: «Do you know it?», la conosci, chiede il biondo sergente, mentre sogna la nostra Milano della moda (Beautiful!), e non aspira che a portare a casa la pelle. Sussurra a mezza bocca che l'Interceptor, il giubbotto con piastre in ceramica anti Kalashnikov, gliel'hanno spedito i genitori, e che l'Humvee lo stanno sostituendo col più corazzato Stryker e forse il verde dei tank col sabbia mimetico. Piccole sottovalutazioni, che potevano però fare la differenza per tante vittime americane. Siamo nell'ascensore dello Sheraton, qui non sente nessuno. Il giovane sergente va sul tetto, a far da guardia agli ultimi tre piani, trasformati dalle tivù americane in mega redazione around the clock con ristorante privato, generatori d'emergenza, e decine di guardie del corpo civili persino dal Nepal, a contratto per la Kellog Brown and root. Da lì non escono se non per ritirare pacchi allo sportello della Federal Express aperto al piano terra. Oppure per il collegamento in piazza al Firdous. Non dimenticando di indossare ad arte il giubbetto antiproiettile, per dare l'immagine della guerra insieme alle sequenze di elicotteri in volo, girate in un'intera giornata di riprese fisse dalla finestra dell'albergo. In realtà il posto più pericoloso di Bagdad sono proprio gli alberghi con gli occidentali: la nostra prima notte in città un razzo colpì il 6° piano dello Sheraton, tre sopra di noi, e l'Al Rashid. Per questo la green zone è isolata, e per il silenzio irreale la chiamano the bubble, la bolla. Nel resto della metropoli il giubbetto non serve. La stessa guida irachena mi prende in giro, ipotizzando che per il fatto d'esser qui, in Italia mi ritengano un eroe. Certo, non vogliamo sostenere che il pericolo non ci sia. Se ti trovi nel posto e al momento sbagliato, per morire basta un attimo. Ma Bagdad è una metropoli estesa decine di chilometri, e se c'è uno scontro a fuoco contro una sola banda di sciiti nell'enorme sobborgo di Sadr City e tu sei in città, è come stare a Manhattan durante un fattaccio nel Bronx: se non guardi il notiziario non te n'accorgi. Strategia della disinformazione Quanto agli attentati o alle pallottole vaganti, il paragone è più con Gerusalemme che con Beirut o Saigon. O con la Palermo mafiosa. Cosicché, mentre i media invadono le case americane ed europee con scenari da tregenda, vi garantiamo per averlo constatato de visu, che la stragrande maggioranza del popolo di Bagdad vive nel frattempo una vita più che normale. E non sembri irriverente, ma di questi tempi, più che dalla febbre della guerra sembra pervaso da frenesie sinora semisconosciute, quali lo shopping e lo svago. Uno 007 lo definirebbe "perception management". Al Pentagono la chiamano disinformazione, e stanno creando un network da 6.3 milioni di dollari (sigla DVIDS) per diffondere notizie e video in proprio. Insomma per mostrare gli aspetti positivi del rinato Iraq, taciuti dalla stampa. Tale è anche l'intento di "Libero", e il modo più obiettivo per farlo era dal basso, ovvero calandosi di persona nel trantran quotidiano di una tipica famiglia irachena. Non un nucleo benestante ma nemmeno dei disperati alla fame, categoria che non manca altrove. Finchè Alì e Fatmah ci hanno aperto le porte della loro casupola, al civico n.27 di una viuzza secondaria nel quartiere semiperiferico di Al-Khar rada. Oltre al patriarca e a sua moglie, in quella modesta dimora abitano ben sei figli di età fra i 12 e i 24 anni. Uno straordinario caleidoscopio di opportunità e problemi dell'Iraq attuale. E cominciamo dalla prime. Il caso vuole infatti che la famiglia di Alì viva a due passi da una delle più lunghe vie commerciali della capitale, quella Al- Kharrada street che dalla fine della dittatura si è colorata di insegne luminose e moderni negozi. Nostro Cicerone nell'ultimo nato tra i "Suk" sul Tigri, il figlio maggiore Takwa, che ci guida tra banconi dall'odore molto più orientale che medio-orientale. Ma come piace il global La lingua ufficiale qui è il giapponese o in alternativa coreano e cinese, nel senso che le marche dei prodotti in vendita sono le principali dell'export dagli occhi a mandorla. Ma non manca neppure un italianissimo marchio quale DeLonghi. Televisori, videoregistratori, Dvd, antenne satellitari, cellulari da taschino, playstation, modem per internet, freezer, condizionatori, lavatrici, robot da cucina e via elencando. I consumatori iracheni devono recuperare trent'anni di astinenza. E si vede. Dalla quantità di scatoloni ancora imballati che vengono scaricati ogni giorno sui marciapiedi di Al Kharrada. E dai debiti che una famiglia come quella di Takwa sta contraendo con amici e parenti ricchi per potersi iscrivere alla corsa all'acquisto. Il fatto di essere islamici stranamente non li frena. E le tentazioni sono tante, basta guardarsi intorno. Lo stile di vita prima riservato ai papaveri della nomenklatura ormai è solo questione di portafogli, come in Italia, non più di potere. Mocassini italiani da 200 dollari? Li trovi al Roker Al-Anaka del non lontano quartiere di Al- Adhamiya. Un piatto di fettuccine o una pizza originale? Nell'esclusiva Arassat Al-Hindya street ha aperto il ristorante "Il Paese". Una partita a tennis o a squash? C'è il club Al-Alwyah, e in quanti ci giocano a ogni ora del giorno, proprio sotto le finestre dello Sheraton, mentre la sera si mangia a lume di candela con sottofondo musicale nel parco della piscina. Sempre in sottofondo, qualche scarica sorda o uno scoppio lontano ogni tanto arrivano, ma per non sentire basta alzare il volume

  5. #5
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    Predefinito

    MA GUARDA.... SPARITO SADDAN SONO DIVENTATI TUTTI RICCHI,.....???
    ANCHE IN ITALIA AL TEMPO DI GUERRA C'ERANO GLI IMBOSCATI E I BORSARI NERI....
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  6. #6
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    Predefinito Re: Fascio/Sinistri: Perche' non volete un Irak modernizzato?

    In Origine Postato da Mr. Hyde
    Mi chiedo: se tutti c'impegnassimo a promuovere la modernizzazione dell'Irak, e condannare la violenza di questi "partiginiani/terroristi/quello-che-volete"...non sarebbe meglio?

    O il vostro odio per "l'imperialismo americano" e' superiore al desiderio di voler vedere un Paese felice?
    Guarda MrHyde, io non so quale masochistica ragione ti spinga ad aprire 3d come questo, dato che non ci chiedi nulla di nuovo ma solo di ripetere cose già spiegate migliaia di volte.

    Qui non si tratta di prendere un architetto e andare a modernizzare l'iraq. Si tratta di OCCUPARE un paese CONTRO gli sciiti, CONTRO i sunniti, CONTRO la legalità internazionale, il tutto sulla base di VALANGHE DI MENZOGNE usate come scusa per arrivare all'occupazione, quando i veri, macroscopici, ciclopici motivi per cui un paese oggi può fare la guerra all'iraq sono solo economici. un paese che è andato lì per umiliare gli iracheni, togliergli il petrolio, sfotterli, e chiamando la loro resistenza civile e la lor guerriglia "terrorismo", dicendo che aveva armi di distruzione di massa, che Saddam era la linfa vitale del terrorismo, che gli iracheni non vedevano l'ora di abbracciare i marines, insomma una quantità tale di ipocrisie assassine da far vomitare un mandorlo. Come fate ad avere uno stomaco così sfacciatamente indifferente? Modernizzare l'iraq? se "moderno" al giorno d'oggi significa "essere per sempre imprigionati nella subordinazione al guinzaglio americano, senza possibilità di dissenso" allora effettivamente c'è in atto una modernizzazione. Ma sinceramente NON CREDO CHE POTREI MAI CAMBIARE NEL PRETENDERE CHE PER MODERNIZZARE UN PAESE SIA NECESSARIO CHE IL PAESE LO VOGLIA.
    ..Perchè i giudici invece di applicare la legge la interpretano

  7. #7
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    Predefinito Re: Fascio/Sinistri: Perche' non volete un Irak modernizzato?

    In Origine Postato da Mr. Hyde
    Mi chiedo: se tutti c'impegnassimo a promuovere la modernizzazione dell'Irak, e condannare la violenza di questi "partiginiani/terroristi/quello-che-volete"...non sarebbe meglio?

    O il vostro odio per "l'imperialismo americano" e' superiore al desiderio di voler vedere un Paese felice?

    penso che a tutti faccia piacere vedere una nazione moderna, non violenta, pacifica e con la popolazione in armonia....peccato che non esista nessuna nazione del mondo con queste caratteristiche...forse forse la finlandia. Provate comunque a chiedere agli irakeni cosa ne pensano della modernizzazione portata dagli americani. Dal loro avvento hanno avuto solo distruzione e morte, altro che modernizzazione
    http://img281.imageshack.us/img281/6194/image0063yw.jpg

  8. #8
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    Predefinito

    Quell'articolo postato da Michelino mi ricorda tanto la chiacchierata tra Roberto Benigni e il "maggiordomo" del Boss in "Johnny Stecchino".


    "Il problema secolare, e teribbile di Palemmo ie' il thraffico".....
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  9. #9
    Totila
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    Predefinito Re: Re: Re: Fascio/Sinistri: Perche' non volete un Irak modernizzato?

    In Origine Postato da Fuori_schema
    Fregatene Cciappas, è ormai al delirio......
    Povero Hyde. Questa storia dell'irak gli ha fatto perdere la testa...Me lo ricordo come un bravo forumista...Peccato...

  10. #10
    Totila
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Fascio/Sinistri: Perche' non volete un Irak modernizzato?

    In Origine Postato da Michele S-
    Hyde, ricorda che (a parte rare eccezioni) ti stai rivolgendo a bamboccetti che fanno gli anticapitalisti passando dalle 6 alle 8 ore al giorno davanti a Internet...... Ergo, di che ti vuoi stupire? Vivono nella bambagia e si beano di identificarsi con la Resistenza Irachena

    Il che non significa ovviamente essere ottusi dal negare gli errori del Comando Americano nel gestire il dopoguerra (specie l'aver mandato a casa senza stipendio tutti gli ex soldati dell'esercito di Saddam), tuttavia c'e' anche un altro Iraq che non viene raccontato....... Ma si sa per i bamboccetti e' solo propaganda



    LA BAGHDAD CHE NESSUNO VUOLE RACCONTARE

    La Bagdad che nessuno vuol raccontare di FRANCESCO RUGGERI
    Nella capitale liberata, negozi affollati, traffico e i simboli del confort occidentale. E la guerra? Resta confinata in alcuni quartieri
    Bagdad. «Excuse me, where is the war?», dov'è la guerra? È cominciata così, con una domanda ingenua la nostra seconda avventura in Iraq, un anno dopo la caduta di Saddam. L'abbiamo rivolta a tutti, dai driver all'interprete, dai comuni cittadini ai poliziotti dell'Icdc ai mercenari della security e di straforo anche ai soldati. Senza risposta. Quasi una replica della parodia sul west di Mel Brooks. Guardandola dai tg italiani pareva che la situazione dovesse essere esplosiva, le città irachene in fiamme, l'atmosfera tesa come corda di violino. Sparatorie e deflagrazioni a ogni angolo. «Sarà più pericoloso delle bombe», ammonivano amici e parenti prima della partenza, convincendoci a mettere in valigia un giubbetto antiproiettile, prestato da un collega delle guardie del corpo di Feltri: «non vedi che i giornalisti ce l'hanno tutti?». Il tempo d'appiccicare un'artigianale scritta "press", ed eccoci sull'autostrada Amman Bagdad, superato il doppio confine Al-Ruweishid Trebil. Il viaggio è lento, seguiamo un pullman di linea. Dodici ore di noia assoluta. Niente americani in giro, niente camionette Humvee a sfrecciare sul nastro d'asfalto a tre corsie, né elicotteri Chinook e Apache a rombare sulle nostre teste. Nemmeno un misero check point, sui 420 km dalla Giordania alla capitale. Scom- parsi pure gli scheletri dei veicoli sul tragitto, vestigia di un conflitto all'apice un anno fa. All'alba sfiliamo Fallujia, e ancora domandiamo con impa- zienza: ma dov'è la guerra? Un'oretta dopo l'ingresso a Bagdad, dove ad accoglierci, invece che un posto di controllo troviamo un familiare ingorgo mattutino, modello Milano tra le 7 e le 9. Nel serpentone immobile i giovani ascoltano la radio, gli altri parlano, ridono, fumano spaparanzati col braccio fuori dal finestrino, manco al ritorno da una gita. I mezzi militari, nell'infernale traffico di Bagdad non potrebbero fisicamente passare. Per trovare le prime insegne belliche bisogna arrivare in piazza Al Firdous (quella del monumento di Saddam), alla soglia della "green zone", compound occidentale il cui accesso è inter- detto alla popolazione. Sullo sfondo si stagliano alte le sagome dei grandi alberghi, Al Rashid, Palestine e Sheraton. Per riuscire a prendere alloggio in quest'ultimo superiamo infinite misure antiterrorismo, dai detector a paletta al cane (...) ( segue a pagina 2) (...) sniffatore (con padroncina yankee al sole in bermuda), facendoci largo nella gimcana di griglie buca-ruote, contenitori di cemento e blocchi vari. Qui gli uomini in armi abbondano, accanto a carri armati col cannone puntato alla strada, semoventi e soldati da mezzo mondo, in divisa e non. Come per magia, nel cielo torrido compare una coppia di Apache, sfiorando il tetto panoramico del 16° piano dell'hotel. Sembrano aquile che difendono il nido. Ecco finalmente la guerra, pensiamo, in un misto di sollievo e paura. E invece no. Ci vuol poco a capire che l'impressionante schieramento non è quello tipico di un esercito d'occupazione, bensì di un contingente assediato. Che difende con le unghie e i denti una minima porzione di spazio vitale in un vasto mare ostile fuori controllo. O meglio, lasciato fuori controllo. La scia di sangue deve aver convinto gli americani a ripiegare su una strategia di contenimento. Girando da un capo all'altro di Bagdad giornate intere si contano, ignorati, non più di una ventina di soldati a stelle e strisce, i più asserragliati dentro alte torrette in qualche svincolo importante. Scusi, dov'è la guerra? Solo un paio di volte si intravedono tank in pattugliamento lontano dalla green zone. Il grosso del contingente americano è barricato dentro una base esterna, il cui cruento stemma "Muleskenner" allude a sgozzatori di muli. Ma più che feroci assassini, questi G.I. americani sembrano e sono ragazzini spaventati. Vengono dal profondo Midwest (provincia diremmo noi). Ad esempio Rochester, Minnesota: «Do you know it?», la conosci, chiede il biondo sergente, mentre sogna la nostra Milano della moda (Beautiful!), e non aspira che a portare a casa la pelle. Sussurra a mezza bocca che l'Interceptor, il giubbotto con piastre in ceramica anti Kalashnikov, gliel'hanno spedito i genitori, e che l'Humvee lo stanno sostituendo col più corazzato Stryker e forse il verde dei tank col sabbia mimetico. Piccole sottovalutazioni, che potevano però fare la differenza per tante vittime americane. Siamo nell'ascensore dello Sheraton, qui non sente nessuno. Il giovane sergente va sul tetto, a far da guardia agli ultimi tre piani, trasformati dalle tivù americane in mega redazione around the clock con ristorante privato, generatori d'emergenza, e decine di guardie del corpo civili persino dal Nepal, a contratto per la Kellog Brown and root. Da lì non escono se non per ritirare pacchi allo sportello della Federal Express aperto al piano terra. Oppure per il collegamento in piazza al Firdous. Non dimenticando di indossare ad arte il giubbetto antiproiettile, per dare l'immagine della guerra insieme alle sequenze di elicotteri in volo, girate in un'intera giornata di riprese fisse dalla finestra dell'albergo. In realtà il posto più pericoloso di Bagdad sono proprio gli alberghi con gli occidentali: la nostra prima notte in città un razzo colpì il 6° piano dello Sheraton, tre sopra di noi, e l'Al Rashid. Per questo la green zone è isolata, e per il silenzio irreale la chiamano the bubble, la bolla. Nel resto della metropoli il giubbetto non serve. La stessa guida irachena mi prende in giro, ipotizzando che per il fatto d'esser qui, in Italia mi ritengano un eroe. Certo, non vogliamo sostenere che il pericolo non ci sia. Se ti trovi nel posto e al momento sbagliato, per morire basta un attimo. Ma Bagdad è una metropoli estesa decine di chilometri, e se c'è uno scontro a fuoco contro una sola banda di sciiti nell'enorme sobborgo di Sadr City e tu sei in città, è come stare a Manhattan durante un fattaccio nel Bronx: se non guardi il notiziario non te n'accorgi. Strategia della disinformazione Quanto agli attentati o alle pallottole vaganti, il paragone è più con Gerusalemme che con Beirut o Saigon. O con la Palermo mafiosa. Cosicché, mentre i media invadono le case americane ed europee con scenari da tregenda, vi garantiamo per averlo constatato de visu, che la stragrande maggioranza del popolo di Bagdad vive nel frattempo una vita più che normale. E non sembri irriverente, ma di questi tempi, più che dalla febbre della guerra sembra pervaso da frenesie sinora semisconosciute, quali lo shopping e lo svago. Uno 007 lo definirebbe "perception management". Al Pentagono la chiamano disinformazione, e stanno creando un network da 6.3 milioni di dollari (sigla DVIDS) per diffondere notizie e video in proprio. Insomma per mostrare gli aspetti positivi del rinato Iraq, taciuti dalla stampa. Tale è anche l'intento di "Libero", e il modo più obiettivo per farlo era dal basso, ovvero calandosi di persona nel trantran quotidiano di una tipica famiglia irachena. Non un nucleo benestante ma nemmeno dei disperati alla fame, categoria che non manca altrove. Finchè Alì e Fatmah ci hanno aperto le porte della loro casupola, al civico n.27 di una viuzza secondaria nel quartiere semiperiferico di Al-Khar rada. Oltre al patriarca e a sua moglie, in quella modesta dimora abitano ben sei figli di età fra i 12 e i 24 anni. Uno straordinario caleidoscopio di opportunità e problemi dell'Iraq attuale. E cominciamo dalla prime. Il caso vuole infatti che la famiglia di Alì viva a due passi da una delle più lunghe vie commerciali della capitale, quella Al- Kharrada street che dalla fine della dittatura si è colorata di insegne luminose e moderni negozi. Nostro Cicerone nell'ultimo nato tra i "Suk" sul Tigri, il figlio maggiore Takwa, che ci guida tra banconi dall'odore molto più orientale che medio-orientale. Ma come piace il global La lingua ufficiale qui è il giapponese o in alternativa coreano e cinese, nel senso che le marche dei prodotti in vendita sono le principali dell'export dagli occhi a mandorla. Ma non manca neppure un italianissimo marchio quale DeLonghi. Televisori, videoregistratori, Dvd, antenne satellitari, cellulari da taschino, playstation, modem per internet, freezer, condizionatori, lavatrici, robot da cucina e via elencando. I consumatori iracheni devono recuperare trent'anni di astinenza. E si vede. Dalla quantità di scatoloni ancora imballati che vengono scaricati ogni giorno sui marciapiedi di Al Kharrada. E dai debiti che una famiglia come quella di Takwa sta contraendo con amici e parenti ricchi per potersi iscrivere alla corsa all'acquisto. Il fatto di essere islamici stranamente non li frena. E le tentazioni sono tante, basta guardarsi intorno. Lo stile di vita prima riservato ai papaveri della nomenklatura ormai è solo questione di portafogli, come in Italia, non più di potere. Mocassini italiani da 200 dollari? Li trovi al Roker Al-Anaka del non lontano quartiere di Al- Adhamiya. Un piatto di fettuccine o una pizza originale? Nell'esclusiva Arassat Al-Hindya street ha aperto il ristorante "Il Paese". Una partita a tennis o a squash? C'è il club Al-Alwyah, e in quanti ci giocano a ogni ora del giorno, proprio sotto le finestre dello Sheraton, mentre la sera si mangia a lume di candela con sottofondo musicale nel parco della piscina. Sempre in sottofondo, qualche scarica sorda o uno scoppio lontano ogni tanto arrivano, ma per non sentire basta alzare il volume


    questo è stato a Disneyland...

 

 
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