Una possibile comparazione tra lager e gulag deve partire da un presupposto fondamentale: da un lato vi è un regime sovietico nato con la violenza e opera di una piccolissima frazione, dall'altro vi è il regime nazionalsocialista salito al potere per vie legali e che rappresentava il partito di maggioranza relativa.
Infatti i bolscevichi erano una sparuta minoranza rispetto ai socialrivoluzionari e ai menscevichi. Ovviamente , poi, si dimentica spesso che il governo abbattuto NON era quello zarista bensì quello sorto dalla rivoluzione di febbraio, particolare non proprio trascurabile. Senza contare lo scioglimento il 6 gennaio 1918 dell'Assemblea costituente nella quale, su 707 eletti, i bolscevichi contavano solo 175 deputati, e poi tutti i provvedimenti presi dal Milrevkom prima e dalla Ceka poi PRIMA dell'estate del '18 [interessante assai l'esito della prima conferenza panrussa della Ceka nel giugno '18], ovvero reintroduzione della pena capitale, chiusura dei giornali dell'opposizione, elaborazione delle categorie di 'nemico del popolo' e di 'sospetto', nascita di tribunali rivoluzionari con le prime esecuzioni 'legali', scioglimento dei soviet non bolscevichi, repressione contro anarchici, repressione di scioperi, massacri a Jalta, Taganrog, Evpatorija, Sebastopoli, Alusta, Simferopol.
La continuità tra leninismo e stalinismo è innegabile, in primis nel ricorso sistemico alla repressione. La de-kulakizzazione, ad es., non nasce dallo ''stalinismo'' ma dal vizio d'origine del putsch comunista, quello di essere iperminoritario e praticamente senza consenso nelle masse contadine ''leggermente'' maggioritarie nella Russia dell'epoca.
Andando al sistema concentrazionario comunista
1) nell'Urss ''il ricorso alla violenza contro gli oppositori si configura come una scelta sistematica solo dopo lo scioglimento d'autorità dell'Assemblea costituente nel gennaio 1918 e si accompagna alla crescente consapevolezza di combattere una battaglia di minoranza contro i poteri forti dell'economia e della società: circostanza, quest'ultima, che differenzia in modo decisivo l'esperienza sovietica da quella nazista'' [G. Gozzini, ''Lager e gulag: quale comparazione?'', in AA VV, ''Lager, totalitarismo, modernità'', Bruno Mondadori, 2002, p. 195]
2) ''la prima menzione di 'campi di concentramento' risale all'estate 1918 [...] quando il commissario del popolo alla guerra, Trockij, ne propone l'istituzione come misura deterrente nei confronti dei renitenti alla leva [...]. Nel settembre successivo il decreto governativo sul 'Terrore rosso' li ufficializza come strumento per 'proteggere la repubblica sovietica contro i nemici di classe'accordando alla Ceka la facoltà di fucilazioni sommarie [...]. Uno specifico regolamento dell'aprile 1919 distingue tra 'campi di concentramento' riservati ai detenuti in base a semplici provvedimenti amministrativi e 'campi di lavoro forzato' riservati all'esecuzione di condanne comminate dai tribunali. Tra il 1919 e il 1922 il NKVD ne apre più di sessanta'' [ivi, p. 196]
3) ''finora si era pensato che questa dimensione razziale, nazionalitistica e coloniale rimanesse sostanzialmente estranea all'impianto del gulag staliniano e al grande terrore degli anni trenta, riconducibile a una logica tutta interna di epurazione in difesa della rivoluzione'' [ivi, p. 204]. In realtà, però, ''nella strategia repressiva staliniana, quindi, la sovrapposizione di criteri etnici e criteri politici non appare soltanto come la risposta sommaria a una siuazione di emergenza determinata dalla guerra; è anche il frutto di un disegno organico derivante dall'ideologia ufficiale'' [ivi, p. 206]. Vedere le pp. 204-205 per gli esempi di tipo etnico e razziale.
Conclusioni: il sistema sovietico, in quanto iperminoritario, si è appoggiato STRUTTURALMENTE sul ricorso alla violenza e i campi rappresentano l'esito NECESSARIO del sistema sin dai suoi esordi. La componente ''razziale'' non è affatto assente [la ''decosacchizzazione'' ad es.]. Con la fine della guerra civile, il sistema concentrazionario, lungi dal divenire residuale, continua e s'espande, a testimonianza del suo carattere ORGANICO, attraverso la centralità del lavoro ''neoservile o neoschiavistico'' inteso come elemento '' di rifondazione del patto sociale e di rieducazione dei soggetti controrivoluzionari'' [ivi, p. 198]


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