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    Thumbs up Vent'anni fa nasceva ufficialmente la Lega Lombarda.

    Aprile 1984: Umberto Bossi va da un notaio di Varese, nasce il Carroccio
    La Lega compie vent'anni


    Vent'anni fa nasceva ufficialmente la Lega Lombarda. L'atto costitutivo venne sottoscritto a Varese nello studio del notaio Franca Bellorini. Con Umberto Bossi c'erano Giuseppe Leoni, Dino Daverio, Marino Moroni, Sergio Sogliaghi e Manuela Marrone. Pubblichiamo le testimonianze in presa diretta di quella giornata storica da parte di Umberto Bossi (tratte da due dei suoi libri) e di Giuseppe Leoni, con il commento dell'on. Giorgetti e del sen. Calderoli, i due più importanti dirigenti della Lega.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    1984, io c'ero


    Giuseppe Leoni
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    Aprile 1984, aprile 2004: buon compleanno Lega Lombarda. Vent'anni che hanno radicalmente stravolto la vita politica italiana e che porteranno a cambiare altrettanto radicalmente il vecchio Stato italiano, rendendolo finalmente rispettoso delle diversità e dei popoli che vivono al suo interno. Uno Stato federale, grazie solo all'impegno del Carroccio.
    Era una bella giornata di sole: così iniziano i romanzi rosa, così è iniziata l'epopea leghista. Quel pomeriggio di vent'anni fa, era un giovedì, io, Umberto Bossi, Manuela Marrone, Marino Moroni, Emilio Sogliaghi e Dino Daverio ci recammo allo studio notarile di Franca Bellorini, a Varese. Era il mio notaio e siccome allora eravamo in bolletta, le spese le pagai tutte io. L'anno prima ci eravamo presentati alle elezioni europee sotto il simbolo della Liga Veneta ottenendo un buon risultato ma nessun eletto. L'anno dopo, nel '85, si sarebbero tenute le elezioni provinciali e comunali a Varese. Occorreva presentarsi e per fare questo era necessario costituire un'associazione. Bossi, che già allora era previdente, ci pensò, e pensò anche al nome e al simbolo. E divenne subito il segretario. Il primo nome del movimento politico che cambiò le sorti del Paese fu "Lega Autonomista Lombarda" e il simbolo era, nella sostanza, già quello attuale: "Un cerchio racchiudente il profilo della Regione Lombardia con all'interno la figura di Alberto da Giussano come rappresentato nel monumento di Legnano e la scritta Lega Lombarda", un riferimento storico-mitologico al giuramento di Pontida e alla battaglia di Legnano, dove i comuni padani riuniti intorno al Carroccio si batterono vittoriosamente contro l'imperatore Federico Barbarossa.
    Noi non ci rendevamo conto di quello che stavamo creando, dei cambiamenti che quel Movimento avrebbe portato, l'unico che immaginava il cataclisma che poi sarebbe effettivamente accaduto era Umberto. I fondatori erano gente che non si interessava di politica. Marino e Dino erano miei amici e li avevo chiamati perché occorreva essere un certo numero per fondare un'associazione.
    Ora, rispetto a quel giorno, ho vent'anni in più, un milione di capelli in meno e la consapevolezza di aver contribuito ad una rivoluzione. Ma quel giorno, finito di espletare le solite pratiche burocratiche tornammo tutti a fare il nostro lavoro, come se nulla fosse, come se non fosse stata scritta una pagina di Storia. Eravamo dei carbonari della politica, ci ritrovavamo in casa della Manuela, che allora non era ancora la signora Bossi, e in una sala che ci era offerta dai Frati della Brunella, nel loro oratorio di via Crispi, sempre a Varese. Iniziammo dopo a fare i primi giornali, il mitico "Lombardia Autonomista" e le prime tessere. Arrivavano anche i primi sostenitori, molta gente metteva la faccia e poi scappava. Ma iniziava a crescere quella voglia di libertà che poi ci portò a successi insperati.
    Ci preparammo, e fu faticoso, per la campagna elettorale che si sarebbe tenuta nell'estate del 1985. Era una fase pionieristica, non disponevamo di finanziatori, i soldi scarseggiavano e dovevamo autofinanziarci tutto, dai manifesti alla colla per attaccarli. Ma la gente ci seguiva e alle elezioni finalmente arrivò il primo leghista nelle istituzioni. Io fui eletto in consiglio comunale a Varese. La vecchia politica iniziava a scricchiolare, la partitocrazia iniziava ad agonizzare.
    Il primo consiglio comunale si tenne il 30 settembre del 1985, tre mesi dopo le elezioni. Un ritardo causato dai soliti litigi per una poltrona all'interno dei vecchi partiti.
    Che battaglia che fu quel consiglio comunale. Il giornale locale aveva "pompato" la mia presenza, il primo leghista eletto. Di solito il municipio, durante le sedute del consiglio comunale, ospitava al massimo 20-30 cittadini. Quella sera ce n'erano oltre 200. La vecchia politica pensava che nulla potesse cambiare, invece tutto il loro mondo stava crollando. Finì in un tafferuglio, dovettero intervenire i vigili e la polizia. Il motivo scatenante fu il mio discorso contro il sistema. Ma a destare quell'odio non furono le mie parole ma il modo in cui le dissi: usando la lingua varesina, non l'italiano. Ci sputarono addosso, ci insultarono, ci spintonarono. Umberto era in quella sala, tra il pubblico, e mi difese. Facile immaginare in che modo... Non permetteva che insultassero un leghista e quello che rappresentava: la libertà del popolo lombardo. Mi ricordo che tra il pubblico c'erano anche dei miei compaesani, temevamo qualche problema. Uno di questi, Alfeo, si era eretto a mio difensore, a mia protezione.
    Che serata. Tutto il vecchio stava scricchiolando sotto i possenti colpi della Lega. Allora partirono le prime avvisaglie di quello che sarebbe successo in futuro. La Digos cominciò a sorvegliarci e io alcune settimane dopo quel consiglio dovetti recarmi in Procura: secondo i magistrati ero stato offensivo. Tutte scuse, tutte menzogne.
    Era la paura a muovere quei personaggi. Paura di Bossi, della Lega, nata quel lontano 12 aprile del 1984. I fondatori - noi, io, Umberto, Manuela, Marino, Emilio e Dino - non sapevamo, non immaginavamo. Eravamo spinti dal desiderio di essere lombardi. Vivevamo a due passi dalla Svizzera, uno Stato che tutela le lingue e le tradizioni locali. Non come l'omologante Italia. Ecco, quello era il modello al quale ci ispiravamo. Anche la Valle d'Aosta, conosciuta grazie a Umberto Bossi, amico di quel Salvadori che tanto ha contato nelle scelte di Umberto.
    12 aprile 1984, una data che dovrebbe entrare nei libri di scuola, scribacchini permettendo. La storia la scrivono i vincitori. Speriamo sia il popolo a vincere, questa volta. Ma la macchina è avviata e non si può tornare indietro.
    Buon compleanno Lega Lombarda. La torta e le candeline erano pronte, ma le tireremo fuori tra qualche settimana, quando Umberto tornerà. Non si può festeggiare il compleanno senza di lui. Auguri Lega Lombarda, auguri Umberto.
    Giuseppe Leoni
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    [Data pubblicazione: 14/04/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Noi siamo nati per la libertà dei popoli


    UMBERTO BOSSI
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    «La data di nascita ufficiale della Lega, che inizialmente si chiamava Lega Autonomista Lombarda, è il 12 aprile 1984, a Varese nello studio del notaio Franca Bellorini. Altri atti notarili seguiranno, per aggiustare un meccanismo associativo destinato a resistere alle infiltrazioni di partiti, polizia e servizi segreti (...).
    Ma il Movimento fece i suoi passi un paio d'anni prima. Quando finii di pagare i debiti, nel 1982, ormai ero contagiato dall'idea federalista. Divorai cinquecento libri in pochi mesi, ricordo benissimo, e mi convinsi che era suonata l'ora dell'autonomismo. La lotta di classe aveva esaurito la sua spinta propulsiva, gli avvenimenti del decennio successivo avrebbero dimostrato l'esattezza della mia analisi. Era giunto il momento, mi dissi, di una forza nuova, in grado di combattere per la libertà dei popoli contro contro le catene degli Stati centralisti. Stati assurdi, disegnati secondo i confini che piacevano alle due grandi potenze, quella russa e quella americana. La storia si è già incaricata di dimostrare quanto fossero fasulli, quei confini, nell'area d'influenza sovietica. Spetta a noi, alle nuove forze federaliste d'occidente, dimostrare che il problema riguarda tutta l'Europa. (...)
    Allora questi ragionamenti sembravano follie, ma io ne ero convinto e, per fortuna, trovai qualche amico che li condivideva. Giuseppe Leoni, Marino Moroni, Dino Daverio, Emilio Sogliaghi furono i miei primi compagni di viaggio, e anche firmatari, con Manuela, del primo atto costitutivo della Lega. Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo. (...)
    Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il "mito" più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'"Albertùn", la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.
    Fin dai primi passi del movimento, la mia ossessione era: organizzarsi. Ritenevo che per il successo politico fossero necessarie due cose: un'idea vincente e una struttura in grado di portarla avanti. L'idea c'era, ed era il federalismo con le sue implicazioni pratiche, che avevo sintetizzato nel programma leghista in quindici punti, poi ridotti a dodici. L'organizzazione era tutta da costruire e mi impegnai con tutte le mie forze. Già nella primavera del 1982 avevamo, oltre allo stemma e alla carta intestata, una casella postale e un giornale, "Lombardia Autonomista", con un indirizzario di tredicimila nomi. (...)
    Fu un periodo intenso e affascinante, di impegno organizzativo e di elaborazione culturale. Il mio sforzo, che credo riuscito, è stato quello di volgarizzare le tesi del federalismo, ideologia molto raffinata ma lontana dalla sensibilità delle masse, dopo anni di indottrinamento marxista e idealista-crociano. Nacquero così slogan fortunati come "Roma ladrona", "Lombard tas", "Scuola coloniale basta", "Lombardia gallina dalle uova d'oro", "No allo strapotere meridionale". Decidemmo di sfruttare l'antimeridionalismo diffuso in Lombardia, come in altre regioni del Nord, per attirare l'attenzione del vasto pubblico e dei mass media. Diedi volutamente un taglio un po' rozzo a certe parole d'ordine, e posi al centro della nostra propaganda la questione del dialetto, sia per fare scandalo, sia per gettare fumo negli occhi ai partiti romani che ci presero per una combriccola di buontemponi e tardarono ad alzare la guardia. I giornali ci ignorarono per anni, o parlarono di noi come di una masnada di razzisti, ma se qualcuno avesse avuto il buon gusto di andarsi a leggere i nostri programmi avrebbe scoperto una piattaforma ideologica molto seria, in buona misura valida ancora oggi. Proponevamo, e proponiamo, l'accentuata autonomia della nostra e di tutte le regioni italiane, la nascita di un moderno Stato federale, la revisione del sistema fiscale centralista "perché il frutto del lavoro e le tasse dei lombardi siano gestiti dai lombardi", la difesa delle tradizioni e della cultura locale, la tutela della piccola industria e dell'agricoltura che hanno fatto la ricchezza della regione, lo smantellamento dei privilegi ai meridionali nei concorsi pubblici per favorire l'assegnazione di "posti, abitazioni, assistenza, contributi finanziari" ai residenti. E ancora: sistema pensionistico lombardo, scuola e amministrazione della giustizia su basi regionali, servizio di leva vicino a casa "come in Sud Tirolo" (per rafforzare il legame dei giovani con la loro terra), salvaguardia del territorio contro gli appetiti speculativi dei partiti romani, stop al soggiorno obbligato dei mafiosi in Lombardia. Quest'ultimo tema sarebbe stato oggetto del mio primo progetto di legge al Senato. Insomma: era un programma fortemente federalista, senza accenni razzisti, riformatore e profondamente diverso dai bla-bla dei politicanti. Era una rivoluzione annunciata, mancava solo il passo successivo: l'eresia inaccettabile ai palazzi romani, la Repubblica del Nord (...).
    Oltre a fissare le linee dell'azione politica, il movimento tentò una revisione drastica della storiografia risorgimentale, infarcita di luoghi comuni e giustificazionista, a posteriori, di tutti gli eccessi e gli errori della presunta "missione unitaria" dei Savoia. Mettemmo sotto accusa i padri nobili del Risorgimento, da Mazzini a Cavour, riprendendo tesi autorevolmente sostenute dagli studiosi ma mai adottate da una forza politica. Portammo al centro del dibattito le idee del Cattaneo e del Ferrari, ma anche di Jefferson, di Hamilton e di Jean-Jacques Rousseau, ammiratore delle polis greche e sostenitore della tesi secondo cui "la vera democrazia può essere raggiunta solo in comunità relativamente piccole"».
    Umberto Bossi
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    (Dai volumi "La Rivoluzione-La Lega: storia e idee" di Umberto Bossi e Daniele Vimercati, Sperling & Kupfer Editori, 1993, pp. 85-86 e "Vento dal Nord-La mia Lega la mia vita" di Umberto Bossi e Daniele Vimercati, Sperling & Kupfer Editori, 1992, pp. 40-43.)


    [Data pubblicazione: 14/04/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Avanti così


    GIANCARLO GIORGETTI
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    Questi vent'anni scanditi su quel calendario della storia che parte dal 12 aprile 1984 per arrivare ad oggi, sono il tempo che è trascorso da quando un gruppetto di amici iniziò a depositare una prima, piccola pietra sulla collina sulla quale noi ora ci leviamo. Questa è l'immagine della Lega Lombarda che il lunedì dell'Angelo ha festeggiato i suoi 20 anni di vita. E la sorpresa più bella è che siamo ancora qui a raccontarvi la storia della Lega Lombarda di cui da circa due anni e mezzo sono segretario.
    Ci hanno dati per spacciati più di una volta e invece eccoci, più forti di prima, in mezzo alla gente, dentro il territorio, in testa alla corsa. A lottare, a soffrire per traguardi che sembravano irraggiungibili ma che giorno dopo giorno si sono trasformati in emozionanti vittorie.
    Perché il presente si nutre del passato. E presenti, e più che mai attuali, sono i valori e gli ideali che il nostro movimento ha affermato fin dalla sua nascita.
    In un mondo globalizzato e frenetico, la ricerca della moralità, il principio della libertà, il senso di appartenenza alla propria terra, sono diventati un punto di non ritorno di quel processo storico sbadatamente costruito intorno a verità costituite. Noi le abbiamo scardinate per aprire la strada del cambiamento.
    Sarebbe difficile e in qualche modo scomodo ripercorrere le tappe più importanti raggiunte fino ad oggi, non fosse altro per paura di dimenticarne qualcuna. Per questo vorrei soffermarmi solo sul presente ben sapendo che esso trova la linfa vitale nel proprio passato.
    Oggi siamo appassionatamente uniti alla conquista dell'ennesimo traguardo. Un sogno che piano piano sta diventando "verità". Questo sogno si chiama federalismo.
    Forse non basterebbe un corso di lezioni, figuriamoci una conversazione fra amici come è questa, per scoprire tutti i significati racchiusi all'interno di questa parola. Ma sono certo che la storia stessa aiuterà a riscoprirli, o a scoprirne dei nuovi.
    La Lega Lombarda è in prima linea in questa battaglia. Ci siamo messi sulle spalle un'eredità tanto preziosa quanto faticosa: la memoria di chi condusse la lotta per la difesa della propria indipendenza.
    La Lega Autonomista Lombarda, e ce lo ricorda l'atto costitutivo, nasceva per dare un'autonomia amministrativa e politica alla Lombardia.
    Una sfida entusiasmante di chi ha sempre creduto che l'anima e il cuore di un Paese sono costruiti intorno a tante piccole realtà che lo Stato accentratore, anziché esaltare, ha mortificato per anni.
    Noi ci siamo incamminati verso un percorso opposto: alla riscoperta, alla coscienza e alla conoscenza della cultura, dell'identità e della storia del popolo lombardo, con tutto il suo peso e la sua gloria. Per tutelarli, valorizzarli e costruire intorno ad essi il sogno di una vita.
    Ci siamo affacciati con generosità e coraggio a questa avventura che continuerà ad essere vissuta senza sosta, come non mai.
    Qualcuno ha detto che questa è una visione un po' idealizzata della vita. Ma è una visione che si nutre di esperienze vissute. Noi non rappresentiamo un movimento che vive, come qualcuno andava dicendo, sulla protesta. Tutt'altro. Noi siamo l'espressione vivente di un attaccamento di quello che non è mio bensì nostro. Il popolo ci ha chiamato a questa sfida, all'appartenenza e al radicamento alla propria terra. Noi abbiamo raccolto le istanze della gente. E i valori dominanti stanno tornando protagonisti. È un richiamo che stordisce.
    Di casolare in casolare, di montagna in montagna, di villaggio in villaggio, di città in città, si alza il grido di libertà dei popoli. Lo tengano bene a mente i signori di Bruxelles.
    Le elezioni europee di giugno rappresentano in questo senso un banco di prova. Ci diranno con chi sta il popolo: se con l'Europa dei burocrati e dei tecnocrati o con l'Europa dei popoli. Noi stiamo dalla parte dei popoli. Perché questo è il senso e la ricchezza della nostra sfida. Il nostro essere, le nostre tradizioni contro chi vuole omologare tutto e tutti.
    La sfida è lanciata e non si torna indietro.
    Come segretario nazionale della Lega Lombarda, l'ho raccolta con entusiasmo perché un giorno, su quella collina, ci sia una memoria fissata nella pietra in cui saranno scolpiti i volti dei protagonisti di questo lungo viaggio di libertà.
    Buon compleanno Lega Lombarda.
    Giancarlo Giorgetti
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    [Data pubblicazione: 14/04/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Tutti a Pontida


    ROBERTO CALDEROLI
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    La Lega Lombarda compie vent'anni. Anzi, meglio, i suoi primi vent'anni. È un anniversario denso di significati, non solo politici, è un "compleanno" che riguarda un Movimento che ha ben piantate le proprie radici nella nostra terra, nelle nostre tradizioni, nell'animo di ciascuno, nelle nostre famiglie, nei nostri figli. E, proprio per questo, la Lega è un Movimento che ha un significato e un' importanza di tipo storico, cioè ha delle ragioni e delle radici che sono storicamente fondamentali per i luoghi in cui esse sono piantate e in cui si sono sviluppate, per le genti che hanno creato questo Movimento e che vi hanno aderito, per tutti coloro che hanno lottato, hanno sofferto, hanno combattuto, e continuano a farlo. In una parola, per ciò che la Lega Nord ha sempre rappresentato, fin da quel giorno lontano del 1984 in quello studio notarile di Varese. In sostanza, il nostro Movimento politico non è stato creato in quattro e quattr'otto, allo scopo di coprire un vuoto che il malaffare e le relative incarcerazioni e inchieste giudiziarie avevano creato in una determinata classe politica. La Lega non è un Movimento nato subito dopo Tangentopoli, e quindi legato alla necessità e al tentativo anche di cercare di impedire il vero ricambio, il vero rinnovamento, di far morire sul nascere la seconda Repubblica.
    No, la Lega ha segnato davvero il cambiamento, lo ha determinato, lo ha creato, non è il frutto di un esperimento da laboratorio che aveva lo scopo di cercare di conservare, di mantenere lo status quo, di creare speranze che in realtà erano effimere. No, la Lega è stata il Movimento propulsore del risveglio del Nord, il Movimento che ha capito che il Nord era un gigante economico ma al tempo stesso un nano politico e che quindi andava preso per mano, reso consapevole, portato a maturazione, fatto crescere e portato sul campo di battaglia per riequilibrare, per cambiare questo stato di cose, queste ingiustizie, queste aberrazioni, questo modo da parte di Roma di considerare gli uomini e le donne del Nord dei sudditi e non invece dei cittadini.
    La Lega ha creato nei cittadini del Nord una serie di consapevolezze non da poco. Li ha risvegliati da un torpore pluriennale, li ha resi coscienti, li ha galvanizzati, portati alla consapevolezza del loro ruolo e della loro forza, della necessità che essi sollevassero finalmente la testa.
    Motivate le proprie truppe, arrivata a far capire le proprie idee (nonostante le falsificazioni, le manipolazioni, le aberrazioni dei grandi mezzi di comunicazione), da movimento inizialmente di protesta la Lega Nord ha, a poco a poco, attuato quella grande e difficile trasformazione che l'ha portata ad impostare e preparare un progetto politico, grande, ambizioso, irrinunciabile, fedele alle origini e alla volontà dei "Padri fondatori". Umberto Bossi e il prof. Miglio venivano presi per matti allorché parlavano di Federalismo, di riforma dello Stato, di necessità di modernizzare una Costituzione ormai vecchia e inadeguata alla crescente domanda di nuovi e più agili strumenti di democrazia che saliva dal Paese. Mentre la Lega da una parte aveva ben chiaro il suo progetto, il suo obiettivo, il suo ideale - e per questo faceva paura e si tentava di schiacciarla perfino con una spietata repressione giudiziaria-, dall'altra si è trovata a combattere in prima linea contro le aberrazioni e le vergogne della prima Repubblica: la spesa pubblica, il debito crescente, l'assistenzialismo, la mungitura del Nord, la presa in giro del Sud. Siamo stati noi a chiudere il ciclo della Prima Repubblica, a picconarla, a combattere quella dura battaglia. Altro che inchiesta di Mani Pulite, altro che pool di magistrati che erano, e lo si sarebbe capito benissimo qualche tempo dopo, al servizio di qualche parte politica e quindi contro il vero rinnovamento, contro il vero ricambio della classe dirigente. Era un pool che voleva ritardare la resa dei conti e non accelerarla, che voleva aprire le porte a qualcuno che, dopo il crollo del Muro di Berlino, era chiamato a fare i conti col proprio passato, con le proprie corruttele, con la propria incapacità di rappresentare davvero il popolo, i lavoratori. È stata la Lega a determinare ogni effettivo e lento cambiamento del Paese, a porre sul tappeto e a portare nell'agenda delle scadenze politiche i grandi temi davvero "rivoluzionari" per il gattopardismo di casa nostra: il Federalismo, la Secessione (poi interrotta dall'ingresso della lira nella moneta europea e dalla nascita dell'Unione), le modifiche costituzionali, la tutela delle piccole e medie industrie di fronte alla concorrenza selvaggia dell'Estremo Oriente, la lotta contro quella specie di Urss che rischiava e rischia ancora di diventare l'Unione Europea, l'argine contro l'ondata dei clandestini e l'islamizzazione strisciante, la risposta alla richiesta di sicurezza del Paese.
    Criminalizzati, insultati, diffamati, siamo sempre andati avanti con la consapevolezza e la forza della ragione, convinti di ciò che facevamo. Era, è questa la nostra forza. Prendiamo, ad esempio, il Federalismo: ci prendevano per matti, ma alla fine siamo riusciti a portare, sotto la guida paziente e infaticabile dell'on. Bossi, anche i più riottosi sulla nostra strada, l'unica che conduce davvero al cambiamento. Dal 1947 a oggi nessuno aveva osato o voluto toccare e cambiare la Costituzione: noi ci siamo riusciti modificando addirittura una quarantina di articoli. Siamo arrivati al voto in aula, ai primi scalini di una ascesa che sarà ancora lunga e faticosa ma che è cominciata e con la quale ormai occorre fare i conti. Il percorso tracciato dall'on. Bossi, nelle sue vesti di ministro per le Riforme costituzionali e la Devoluzione, è ormai irreversibilmente segnato.
    E noi oggi siamo qui, con orgoglio, con la testa alta come sempre, con la nostra consapevolezza del lavoro compiuto e di quello che resta da compiere, a guardare quel giorno di vent'anni fa, a rivedere il lungo cammino, gli ostacoli, le battaglie, le persecuzioni giudiziarie, i nemici e gli amici, gli avversari e i gattopardi, i serpenti sotto le foglie e coloro di cui ci possiamo fidare. E, in tutte queste sensazioni, ne emerge una sopra tutte: il coraggio, la determinazione, la tenacia, la fatica, le idee, il progetto dell'uomo che ha creato tutto questo, che ha voluto tutto questo, che ha combattuto per questo, insieme a tutto il popolo della Padania.È per queste ragioni che in una giornata carica di significati come questa, vogliamo rendergli omaggio, in attesa del suo imminente ritorno: grazie Umberto, grazie per quello che hai fatto e che ancora farai per la Lega Nord!
    Avevamo previsto una festa a Pontida proprio in aprile, sia per il consueto appuntamento sul Sacro Prato che per festeggiare questo compleanno della Lega. L'appuntamento è stato rinviato, perché quel giorno e quella festa dovranno avere la presenza del "papà" della Lega, di Umberto Bossi. Per poter festeggiare, stretti tutti insieme come non mai, anche il suo ritorno. Quel giorno verrà presto, statene certi. Per questo, Popolo della Padania, l'appuntamento è a Pontida, insieme a lui per questa grande festa. La festa dei primi vent'anni della Lega Nord. La festa del grande ritorno di Umberto Bossi.
    Roberto Calderoli
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    on. Umberto Bossi
    Le origini della Lega Nord
    (da un articolo di Andrea Romano)
    1979 Umberto Bossi.
    Il futuro leader del Carroccio, studente fuori corso di medicina all’Universita'di Pavia; un giorno, mentre si trova in facolta', incontra il segretario del partito autonomista valdostano (Union Valdotaine), Bruno Salvadori, e viene coincolto in una discussione sul federalismo e l’autonomia.
    Alla fine Bossi promette di collaborare per la creazione di una rete di movimenti autonomisti dell’Italia settentrionale.

    1980-81
    Bossi nel 1980 fonda il gruppo autonomista U.N.O.L.P.A. (Unione Nord Occidentale Lombarda per l’Autonomia) e crea un piccolo giornale chiamato Nord Ovest.
    Bruno Salvatori purtroppo muore in un incidente stradale.
    Bossi ne eredita alcune intuizioni per l’affermazione del federalismo in Italia: fra cui la necessita' per il Nord di unire le forze contro il sistema centralista dello Stato.

    1982-83
    1982 Bossi realizza il giornale Lombardia Autonomista e fonda la Lega Autonomista Lombarda.
    Bossi sul primo numero del giornale nel marzo 1982 scrive:
    “Il nostro fondamentale interesse comune e' la liberazione della Lombardia dalla vorace e soffocante egemonia del governo centralista di Roma, attraverso l’autonomia lombarda nel piu' vasto contesto dell’autonomia padano-alpina”.
    Bossi manterra' fermo negli anni questo obiettivo strategico di lungo termine, cambiando invece tattica (alleanze, governo, “ribaltone”, secessione, devolution, ecc.) a seconda del mutare delle circostanze.
    Iniziano i contatti e la collaborazione fra la Lega Autonomista Lombarda e gli altri movimenti autonomisti del Nord: Liga Veneta ed Union Piemonteisa.

    1984
    La Lega Lombarda nasce ufficialmente il 12 aprile 1984 in uno studio notarile, dove a firmare l’atto costitutivo si ritrovano Bossi, la futura moglie Manuela, Giuseppe Leoni e pochi altri amici della prima ora.
    Alle elezioni europee, nello stesso anno si presenta con una lista denominata “Unione per l’Europa Federalista”, alleanza formata da Lega Lombarda, Liga Veneta, Movimento Piemont.

    1985-88
    Nel 1985 la Lega Lombarda entra per la prima volta con i propri rappresentanti nei Consigli comunali della provincia di Varese, e nel 1987 elegge un senatore, Umberto Bossi, ed un deputato, Giuseppe Leoni.
    Nel contempo Bossi continua ad impegnarsi per lo sviluppo di movimenti autonomisti in tutto il Nord, favorendo la nascita dell’Uniun Ligure, della Lega Emiliano-Romagnola e dell’Alleanza Toscana.

    1989
    I movimenti autonomisti di Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Liguria e Toscana si presentano alle elezioni europee uniti con una lista denominata Alleanza Nord, e riescono ad entrare nel Parlamento Europeo con i deputati Francesco Speroni e Luigi Moretti.
    Il 7 dicembre dello stesso anno si svolge il primo Congresso nazionale della Lega Lombarda: Bossi viene eletto Segretario proponendo il “Progetto egemone”, una linea che punta tutto su un’organizzazione ferrea per evitare infiltrazioni, almeno fino a quando la Lega non sara' diventata tanto robusta da poter trattare coi partiti romani senza diventare come loro.

    1990
    Il 20 maggio 1990 si celebra il primo Giuramento di Pontida, dopo quello storico del 1167: sul grande prato si ritrovano in ottomila a giurare fedeltà al Movimento, “per diventare alfieri nella lotta per l’autonomia del popolo lombardo, veneto, piemontese, ligure, emiliano, romagnolo e toscano”.
    Bossi decide che e' venuto il momento di dare una direzione precisa all’alleanza delle leghe e lancia il progetto della Repubblica del Nord: una ”eresia” che fa tremare i partiti romani e che Bossi utilizzerà ogni volta in cui sarà necessario far sentire la voce del Nord.

    1991
    Il 10 febbraio 1991 a Pieve Emanuele (MI), con il primo Congresso Federale, nasce ufficialmente la Lega Nord, costituita dalla federazione fra Lega Lombarda, Liga Veneta, Piemont Autonomista, Uniun Ligure, Lega Emiliano-Romagnola, Alleanza Toscana.
    In seguito si uniranno anche le altre regioni del Nord: Trentino-Sudtirolo, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Umbria e Marche.
    Bossi viene eletto Segretario Federale, mentre il veneto Franco Rocchetta è chiamato a ricoprire la carica di Presidente.
    Il 16 giugno il Movimento festeggerà a Pontida: stavolta i presenti saranno più di venticinquemila.

    1992
    Alle elezioni politiche del 1992 la Lega Nord, dopo aver conquistato gran parte delle amministrazioni locali dell’Italia settentrionale, stravince conquistando un percentuale del 8,7% e passando da due ad ottanta parlamentari.
    Pochi mesi dopo partirà l’operazione Mani Pulite, che negli anni successivi si rivelerà solo una valvola di sfogo per la rabbia accumulata dai popoli del Nord, offerta dal sistema romano come alternativa al voto per la Lega.

    1993
    Nel 1993 la Lega vince nettamente le elezioni amministrative, conquistando tra l’altro anche l’amministrazione comunale di Milano.
    Alla fine dell’anno, avvicinandosi le elezioni politiche anticipate, Bossi avverte che il sistema centralista si sta riorganizzando attraverso l’auto-candidatura dell’imprenditore craxiano Silvio Berlusconi a “salvatore della Patria” e con un rapido cambio di nome per tutti i partiti sopravissuti al terremoto politico provocato dalla Lega: cosi' mentre il PCI diventa PDS, la DC si trasforma in PPI, il MSI cambia in AN e i socialisti si “rinnovano” in Forza Italia.

    1994
    Bossi convoca il secondo Congresso Federale a Bologna il 6 febbraio 1994, per spiegare ai suoi uomini che, di fronte al disorientamento che i partiti romani, cambiando nome, hanno creato fra la gente, e' necessario rimediare temporaneamente per mezzo di un’alleanza tattica con quella parte del vecchio sistema piu' disponibile al cambiamento.
    Bossi propone di chiamare Polo delle Liberta' un’alleanza che veda la Lega come forza propulsiva, escludendo espressamente dal nuovo soggetto politico il MSI: “mai coi fascisti!”.
    Nel Polo entreranno Lega Nord, Forza Italia, il CCD ed i liberali. Berlusconi pero' organizza al sud, dove la Lega non e' presente e non puo' porre veti, un “Polo del buongoverno” insieme al MSI; una scorrettezza che costringe Bossi a polemizzare duramente con Forza Italia in piena campagna elettorale.
    Si giunge quindi alle elezioni politiche di marzo: i due “poli” vincono le elezioni, la sinistra e' sconfitta e la Lega, con l’8,4% porta in Parlamento ben 180 parlamentari grazie ai meccanismi della nuova legge elettorale maggioritaria.
    Ma le contraddizioni esplodono subito: Berlusconi ha fretta di insediarsi al Governo, ma Bossi gli ricorda che il patto originario non prevedeva la presenza del MSI nella maggioranza, perche' si tratta di un partito troppo assistenzialista e centralista per andare d’accordo con la Lega.
    Di fronte alla minaccia di uno scioglimento immediato delle camere, la Lega è costretta ad entrare nel primo governo Berlusconi: Roberto Maroni è vice-presidente del Consiglio e Ministro degli Interni, mentre Speroni è Ministro delle Riforme e Giancarlo Pagliarini ottiene il dicastero del Bilancio.
    A Pontida Bossi mette subito le cose in chiaro: “ci ritroveremo fra sei mesi, e se non sara' cominciato il processo di cambiamento del paese allora il Nord se ne andrà verso la Repubblica del Nord”.
    Per dimostrare che non scherza, il leader del Carroccio dispone che i parlamentari Mario Borghezio ed Enzo Boso organizzino all’interno del Movimento una corrente indipendentista.
    Nonostante abbia collocato i suoi uomini in alcuni posti chiave dell’Esecutivo, Bossi si accorge che il sistema continua a resistere al cambiamento: la burocrazia è ostile, i lobbisti di Montecitorio cercano di corrompere in modo più o meno velato i parlamentari leghisti ed i partiti alleati non prendono per nulla in considerazione le richieste dei ministri del Carroccio, sventolando sondaggi che prevedono una rapida estinzione della Lega.
    Dopo innumerevoli polemiche con Berlusconi e Fini, Bossi convoca un’Assemblea Federale della Lega Nord a Genova, dopo i primi sei mesi di governo, per dare l’aut-aut agli alleati: stop alla vecchia politica assistenziale o la Lega farà cadere il governo.

    1995
    Caduto nel vuoto anche quest’ultimo avvertimento, la Lega firma una mozione di sfiducia contro il Governo insieme all’opposizione, con la quale poi sosterrà un governo tecnico durante tutto il 1995.
    Il 12 febbraio dello stesso anno si svolge a Milano il Congresso Federale straordinario della Lega Nord, durante il quale Bossi, radunando più di centomila militanti, dimostra al mondo politico romano che la Lega è tutt’altro che avviata verso quel declino prospettato dai sondaggi di Berlusconi.
    Bossi viene riconfermato Segretario, mentre il nuovo Presidente è il veneto Stefano Stefani.
    Il 1 aprile 1995 la Lega organizza a San Pellegrino Terme (BG) il primo convegno del Nucleo indipendentista capeggiato da Borghezio e Boso: comincia così la sfida aperta al centralismo ristagnante, al quale Bossi decide di sferrare un duro colpo attraverso il secessionismo.
    Il passo successivo è la convocazione di un’Assemblea Federale della Lega Nord a Torino il 28 maggio dello stesso anno; Bossi nel suo intervento afferma: “abbiamo bisogno di un organo che sia deciso e democratico, che coincida quindi con un Parlamento del Nord”.
    Il Parlamento leghista, a partire dal 7 giugno 1995, si riunirà molte volte, prima a Bagnolo San Vito (MN), poi a Chignolo Po (PV); in quelle sedute verra' organizzata l’attivita' secessionista della Lega Nord.

    1996
    Alle elezioni politiche del 1996 la Lega Nord si presenta da sola, conquistando il 10,4% dei voti e ben 87 parlamentari. Bossi tuttavia non si dimostra completamente soddisfatto, poiche' per soli sette parlamentari non riesce a diventare l’ago della bilancia fra il Polo e la sinistra.
    La lezione comunque servira' a Berlusconi che, nonostante un numero di voti ottenuti superiore a quello del suo avversario Prodi, perde la battaglia nei singoli collegi elettorali a causa della mancato accordo con la Lega.
    Bossi decide di puntare tutto sulla secessione, radunando sul Po e a Venezia centinaia di migliaia di persone: e' il 15 settembre e si giura sulla liberta' della Padania.

    1997
    Il sistema romano, spaventato dall’ondata di protesta secessionista scatenata dalla Lega Nord, comincia timidamente a cedere poteri alle autonomie locali attraverso le Leggi Bassanini degli anni '97-98.
    Ma alla Lega il decentramento non basta, vuole la vera autonomia, il federalismo: per ottenerlo dimostra di essere disposta a giocare la partita secessionista fino in fondo: nascono le camicie verdi, il Comitato di liberazione della Padania, il Governo padano.
    La contromossa del sistema è duplice: da un lato attua un repressione intollerabile e antidemocratica, processando dirigenti e militanti della Lega per reati d’opinione introdotti nel codice penale dal regime fascista negli anni '30; dall’altro nasconde con trucchi contabili i debiti nel bilancio statale per entrare nella moneta unica europea senza rispettare i parametri di Maastricht.
    Il progetto secessionista subisce una battuta d’arresto, così Bossi, che osserva come nel frattempo l’indipendentismo della Lega abbia ammorbidito molto l’atteggiamento dei partiti romani nei confronti del federalismo, comincia a guardarsi intorno per stipulare nuove alleanze.

    1998
    Nel 1998 il governo Prodi cade per l’uscita di Rifondazione Comunista dalla maggioranza. Il leader del PDS Massimo D’Alema, invece di cercare un accordo con la Lega per creare una nuova maggioranza federalista, attua una operazione di trasformismo parlamentare procurando alla sinistra una quota di deputati eletti con il Polo, facendosi aiutare in questa manovra da Francesco Cossiga.
    Per Bossi è la prova della mancanza di volontà riformista della sinistra: cominciano le trattative segrete con Berlusconi.

    1999
    Il 25 luglio 1999 viene convocato a Varese un Congresso Federale straordinario della Lega Nord, che da il via libera al Segretario per la stipulazione di alleanze.
    Bossi decide che è giunto di nuovo il momento di dimostrare ai partiti con i quali è in trattativa quale sia la forza d’urto della Lega Nord: il 5 dicembre porta a Roma più di centomila militanti, che manifestano contro il centralismo con un lunghissimo corteo nel centro della capitale.
    A Roma, Bossi spiega ai suoi che non tratterà con i partiti romani per ottenere più o meno poltrone, ma cercherà di fargli mettere nero su bianco un impegno preciso a favore di una riforma federalista.
    Berlusconi nel frattempo interviene ad un convegno di Forza Italia rivolgendosi alla platea in questi termini: “so che a molti di voi può non piacere una nuova alleanza con Bossi, ma con la Lega si vince, senza la Lega si perde”. A quanto pare la lezione del 1994 è servita.

    2000
    Bossi propone al Polo di partecipare insieme alla Lega alle elezioni regionali del 2000, in una coalizione denominata Casa delle Libertà, fondata su un patto di programma sottoscritto pubblicamente da tutti i leader.
    L’accordo è fatto, ed il primo punto del programma comune prevede la “devolution”, cioè una riforma istituzionale che consiste in un massiccio trasferimento di poteri e risorse dallo Stato alle Regioni.
    La coalizione di cui fa parte la Lega stravince le regionali, conquistando fra l’altro Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto: in queste ultime tre regioni il Carroccio ottiene la presidenza del Consiglio Regionale.

    2001
    Alle elezioni politiche del 2001 si ripete la vittoria della Casa delle Libertà: la Lega, riportando il 3,9% di voti, paga il prezzo della propaganda soverchiante del candidato premier Berlusconi, ma ottiene comunque 47 parlamentari.
    Bossi si presenta alle trattative per la formazione del Governo deciso ad ottenere solide garanzie per il cambiamento ed un risarcimento politico per il calo elettorale subìto: gli alleati soddisfano le sue richieste, così il leader della Lega entra a far parte dell’Esecutivo come Ministro delle Riforme e della Devoluzione. Inoltre Maroni ottiene l’incarico di Ministro del Welfare (Lavoro e politiche sociali), Roberto Castelli è il nuovo Ministro della Giustizia e Roberto Calderoli diventa vice-Presidente del Senato.
    (continua...)


    http://www.lapadania.it/pages/la%20storia.htm

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Storia della Lega Nord

    Dal Veneto viene la "madre di tutte le leghe", la Liga Veneta. Nasce da un ricco, vitale retroterra autonomista, tanto che partecipa alle elezioni -nel '79- ancor prima di essere formalmente costituita. Prende poche migliaia di voti, quanto basta perchè Franco Rocchetta, Marilena Marin, Achille Tramarine un gruppo dirigente formatosi nell'impegno culturale prima che politico decida di dare veste ufficiale al movimento. Usando un linguaggio inedito e diretto (celebre lo slogan: "Via i Romani dal Veneto") la Liga conquista spazio nel Veneto bianco. La vicenda politica della Lega Nord e la storia personale di Umberto Bossi sono fittamente intracciate. La Lega Lombarda nasce nel 1984, a firmare l'atto costitutivo, insieme ad Umberto Bossi, sono Giuseppe Leoni, Dino Daverio, Marino Moroni, Sergio Sogliaghi e Manuela Marrone, che diverrà poi sua moglie. Bossi quindi imbocca la via dell'alleanza con la Lega Lombarda, che nell'87 lo ha eletto al Senato. La Lega Nord nasce, quindi, nel 1991, dopo che le Leghe del Nord Italia si uniscono celebrando il primo congresso a Pieve Emanuele.

    Il movimento fondato da Umberto Bossi interpreta la lotta politica non più come scontro fra classi o categorie sociali, ma come conflitto tra Stati centralisti e popoli che rivendicano il diritto all’autodeterminazione e alla libertà. Fondamentale nel percorso del leader leghista è l'incontro nel 1979 con Bruno Salvadori, animatore dell'Union Valdotaine, che punta ad esportare l'idea federalista oltre i confini della Valle d'Aosta.

    Il marchio della Lega diviene il guerriero Alberto da Giussano sovrapposto al profilo della Lombardia, un riferimento storico - mitologico al giuramento di Pontida e alla battaglia di Legnano, dove i comuni padani riuniti intorno al Carroccio si batteranno vittoriosamente contro l'imperatore Federico Barbarossa.

    Nel 1985 la Lega Lombarda conquista i primi seggi nelle elezioni comunali a Varese e a Gallarate.

    Nel 1987 arriva la prima rappresentanza parlamentare: Bossi viene eletto senatore, da qui l'appellativo di "Senatur", e con lui Giuseppe Leoni viene eletto deputato (già nel 1983 la Liga Veneta aveva ottenuto due parlamentari: Achille Tramarin e Graziano Girardi).

    Nel 1992 la Lega Nord porta a Roma 80 parlamentari, 25 senatori e 55 deputati.

    Nel 1994 i parlamentari diventano 180.

    Bossi lancia la Repubblica del Nord come progetto politico da conseguire.

    Nel Giugno 1995 si Insedia a Mantova il Parlamento del Nord; qui vengono elaborate e votate le proposte legislative che i parlamentari si impegnano a far approvare nel parlamento Italiano.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito DA "Lombardia Autonomista"

    Non importa che età avete, che lavoro fate, di che tendenza politica siete: quello che importa e' che siete - e siamo tutti lombardi, questo e' il fatto realmente importante che è giunto il momento di ricordare dandogli una concretezza politica. E' come lombardi, infatti, che abbiamo tutti un fondamentale interesse comune di fronte al quale devono cadere in sottordine i motivi della nostra divisione in partiti di ogni colore: partiti italiani che ci strumentalizzano e distolgono il nostro impegno dalla difesa dei nostri interessi per servire interessi altrui (e il loro, prima di tutto !). Questo nostro fondamentale interesse comune e' la liberazione della Lombardia dalla vorace e soffocante egemonia del governo centralista di Roma, attraverso l'autonomia Lombarda nel più vasto contesto dell'autonomia padano-alpina. E' una questione di sopravvivenza Lombarda - etnica, culturale, economica - che investe il senso di responsabilità morale, civile, politico, di tutti i lombardi, senza distinzioni di sorta. E' un'esigenza che il regime accentratore romano ha sempre cercato di farci dimenticare temendone una nostra responsabile presa di coscienza, ma che ora - di fonte ad una situazione nazionale irrimediabile deterioramento - si propone come problema concreto che dobbiamo portare al più preso alla ribalta della vita politica. Il governo accentratore di Roma - con la complicità di tutti i partiti italiani (che sono contemporaneamente sostegno ed emanazione del regime centralista unitario) - chiacchiera di autonomie e di Europa, ma di fatto non vuole nè autentiche autonomie nè lo stato federale europeo. Abbiamo infatti un Parlamento europeo fantasma perchè reato apposta senza poteri, e strutture regionali che non sono governi autonomi ma soltanto doppioni amministrativi del governo centrale, unico depositario di ogni potere. ma non esiste effettiva autonomia senza il relativo potere politico. E infatti, oggi come oggi, la Lombardia non è più dei lombardi, la Padania non è più della gente padana. E' soltanto un'espressione geografica senza alcun valore politico, è soltanto un territorio senza diritti di fronte all'invadenza altrui. il suo popolo e' una massa priva di identità politica, incorporata anonimamente in uno stato nazionale in fallimento che la trascina nella sua crisi senza sbocco e senza speranza. Eppure i lombardi e tutte le altre genti padane e alpine, come tali, avrebbero possibilità e capacità di non conoscere crisi e di essere realmente a un livello europeo... tutti i centri della burocrazia, tutti i pubblici uffici, tutte le funzioni dell'apparato statale, in Lombardia, sono sempre meno in mani lombarde. Tutte le assegnazioni di alloggi, in Lombardia, non soltanto non vedono favorita la nostra gente, ma vedono addirittura privilegiati i forestieri a danno dei nostri. Questa situazione non è dovuta nè al caso ne' alla libertà di movimento delle merci e delle persone, che siamo i primi ad appoggiare in tutta Europa e non in Italia soltanto: questa situazione è invece volutamente costruita dal sistematico svolgersi di un preciso disegno del governo romano, impostato su una programmata immigrazione di altre genti nei nostri territori e nel nostro scaltro collocamento dei posti-chiave nelle loro mani, e ciò nell'illusione di creare un'utopistica omogeneizzazione "italiana" attraverso la progressiva cancellazione dell'etnia Lombarda e padana. Roma dispone de nostri territori come se fossero suoi, senza che i lombardi possano dire la loro in terra Lombarda! Queste sono cose reali che avete sotto gli occhi tutti i giorni, ma di cui non parlate perchè non ne parlano i soliti partiti. Ma sperate davvero ancora nei partiti italiani? ma i partiti hanno interessi e poltrone a Roma e con Roma, mentre i vostri interessi non sono gli stessi e, soprattutto, non sono a Roma ma qui! A Roma la Lombardia interessa per quello che rende; a noi la Lombardia e' cara per quello che è. Ecco perchè dobbiamo incominciare a dirci quello che i partiti del regime nazionale si guarderanno bene dal dire. Se non si ergono a difendere i diritti dei lombardi i lombardi, non lo faranno certamente gli sfruttatori dei lombardi! La Lombardia è una realtà che chiama a raccolta i suoi cittadini. La Lombardia non è una vacca da mungere ne' un territorio da dominare con burocrazie forestiere. La Lombardia non è il fesso che paga i debiti altrui. la Lombardia no intende seguire passivamente Roma nella bancarotta perchè non intende sacrificare sull'altare del malgoverno romano il diritto dei suoi cittadini, il sudore dei suoi figli, la laboriosità della sua gente, la personalità del suo popolo. Soltanto una forza politica Lombarda, per i lombardi. E' il vero strumento per la difesa della Lombardia. Nasce per questo la Lega Autonomista Lombarda, nel sostegno della libertà e della socialità federalista, per l'autonomia Lombarda nel quadro dell'ideale dell'unita' federale dell'Europa. Valdostani, trentini, tirolesi, friulani, triestini, sardi, con la coscienza della loro identità di popoli concretatasi in forze politiche autonomiste per la difesa dei loro diritti, hanno già dimostrato come si devono tutelare i propri interessi e la propria dignità governandosi senza la sottomissione ad apparati di forestieri, al di sopra di divisioni in partiti che soltanto servendo il centralismo nazionale possono continuare a servire lautamente se stessi. Noi siamo forse da meno? Il Piemonte, la Val d'Ossola, il Veneto vanno anch'essi dimostrando con movimenti autonomisti in via di organizzazione, il risveglio di una aspirazione Autonomista che si accinge ad affiancarsi ai movimenti fratelli per la costruzione dell'alternativa federalista europea. Lombardi aderite alla Lega Autonomista Lombarda! Fate che non manchi la presenza Lombarda in questo fermento di riscossa e di risveglio!
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    Der Wehrwolf

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    Predefinito Da "Lombardia Autonomista" del 1983

    PROGRAMMA POLITICO DELLA LEGA LOMBARDA:


    — 1 —

    Per l’autogoverno della Lombardia superando lo Stato centralizzato con un moderno Stato federale che sappia rispettare tutti i popoli che lo costituiscono.

    — 2 —

    Per la riaffermazione della nostra cultura, storia, della lingua lombarda, dei nostri valori sociali e morali. Contro ogni attentato alla identità nazionale lombarda. Perché accanto al tricolore venga sempre esposta la bandiera storica della Nazione Lombarda (croce rossa sul fondo bianco).

    — 3 —

    Per la precedenza ai lombardi nella assegnazione di lavoro, abitazioni, assistenza, contributi finanziari. Perché ogni tassazione sia uguale per tutte le regioni e non si verifichino ancora truffe come quella del " Condono " e del " Ticket " sui medicinali che al Sud costano la metà che in Lombardia.

    — 4 —

    Perché i frutti del lavoro e le tasse dei lombardi siano controllati e gestiti dai lombardi, attraverso l’organizzazione di un sistema finanziario simile a quello in via di attuazione nel trentino e nel Sud Tirolo.

    — 5 —

    Per la difesa di un proporzionato sviluppo di industria, artigianato e agricoltura: patrimonio di lavoro e di civiltà inalienabile del popolo lombardo.

    — 6 —

    Per un sistema pensionistico lombardo che garantisca l’intoccabilità della pensione dei nostri lavoratori, minacciata dalle numerose pensioni di invalidità distribuite nel Meridione.

    — 7 —

    Perché l’amministrazione pubblica e la scuola tornino ad essere gestite dai lombardi e non snaturalizzate.

    — 8 —

    perché i nostri ragazzi possano compiere il servizio di leva in Lombardia come avviene già adesso per i giovani del Sud Tirolo.

    — 9 —

    Perché la giustizia in Lombardia combatta con efficacia e con adeguati strumenti delinquenza, mafie, racket.

    — 10 —

    Contro la devastazione e la svendita del nostro territorio, plasmato e difeso dalle generazioni precedenti, patrimonio che abbiamo il dovere di trasmettere integro alle prossime generazioni.

    — 11 —

    Contro la mentalità opportunistica dei partiti romani, contro la conseguente degradazione della Lombardia.

    — 12 —

    Per la costruzione di un’Europa fondata sull’autonomia, il federalismo, il rispetto e la solidarietà diretta tra tutti i popoli, e quindi tra i lombardi e ogni altro popolo
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Predefinito

    Discorso di apertura dei Congresso della Lega Lombarda
    on. Umberto Bossi
    Pieve Emanuele 8.9.10 febbraio 1989



    INDICE

    Il Congresso come atto di nascita dei Movimento

    L'organizzazione sul territorio
    Il vecchio statuto
    Il significato di "Autonomia"
    L'impossibilità di ottenere l'autonomia della Lombardia sul presupposto di esserì una minoranza linguistica
    L'autonomismo per Bruno Salvadori
    L'etnofederalismo come mezzo di pressione per ottenere l'autonomia
    La lotta contro il centralismo di Stato
    Il federalismo integrale
    La confusione con lista civica
    Il superamento dei determinismo marxista e del pragmatismo capitalista
    L’alternanza di giustizia e libertà
    La crisi dei partiti
    Il federalismo integrale come dottrina economica, politica e sociale
    Il federalismo integrale come mezzo per realizzare la morale sociale
    I fenomeni di disgregazione sociale prodotti dalla società multirazziale
    La velocità delle integrazioni sociali
    L'impossibilità di integrare gli immigrati di colore
    La creazione dei caos sociale per ottenere lo Stato autoritario
    Le alleanze con gli altri movimenti autonomisti
    La lotta per l'integrità dei Movimento
    Il coinvolgimento dei Meridione nel progetto federalista
    I rapporti con i Movimenti delle regioni a statuto speciale
    I lavori dei Congresso

    1.Il Congresso come atto di nascita dei Movimento indice

    E' con emozione che apro il primo Congresso Ordinario della Lega Lombarda perché è il Congresso che segna il vero atto di nascita, l'aprirsi e il dispiegarsi alla vita politica pubblica dei nostro Movimento.
    A noi sono occorsi dieci anni per arrivare a questo momento. A questo atto di nascita. Dieci anni di travaglio totalizzante, di differenziazioni multiple che avvenivano contemporaneamente e che interessavano i diversi segmenti costituenti l'organizzazione interna dei movimento. Una specie di caos primordiale continuamente alimentato almeno fin tanto che non si intravedeva ciò che la fusione avesse originato. Un'amalgama, un nucleo capace di proporsi quale centro di gravità rispetto ad un territorio o rispetto alle funzioni cui il nucleo stesso si proponeva quale punto di riferimento.
    Diciamo subito che se siamo qui è perché attraverso una serie di tali fusioni si formò dapprima un nucleo che si costituì in Consiglio Federale. In un secondo tempo si formarono i nuclei provinciali, che si costituirono in consigli provinciali, saldati al consiglio federale. Così, progressivamente al generarsi dal nulla dell'organizzazione, abbiamo avuto il problema di stabilizzare, raffreddando, ciò che il caos e la fusione avevano creato, introducendo progressivamente criteri selettivi per favorire all'interno dell'organizzazione i militanti più preparati e capaci non solo sul piano ideologico, ma anche su quello tecnico e amministrativo.
    E' stato un passaggio, né semplice, né indolore perché non sempre i primi militanti sono anche quelli che possiedono la capacità di gestire ciò a cui hanno dato vita con la loro fede e il loro impegno. Nel complesso possiamo dire di essere stati fortunati perché durante questi processi di nazionalizzazione non è avvenuta nessuna esplosione dall'interno dei Movimento. Qualche militante se ne è dovuto andare, ma sono state poche eccezioni. E' questa la fase in cui le ambizioni personali variamente mascherate, con gli alibi più impensabili se non vengono temperate e asservite al superiore progetto politico rischiano di indurre gravi crisi nel Movimento.
    Questo Congresso arriva quindi dopo che abbiamo in gran parte domato il rischio di implosioni, di esplosione dall'interno dei Movimento, a causa di ambizioni personali non temperate che finiscono per produrre posizioni divergenti da quelle imposte dalle superiori necessità dei progetto autonomista.
    Per questo oggi possiamo dire che siamo qui ad archiviare la fase della genesi primordiale e dei successivo assestamento che è già avvenuto per lo meno al 70%. Ci sono ancora però ritardi organizzativi in qualche provincia. Ma oggi la forza dei l'organizzazione è tale da scoraggiare e comunque da inattivare ogni preoccupante tensione interna. Il Movimento non deve più mediare a tutti i costi ogni contraddizione perché oggi può amputare quello che non va senza subire conseguenze dannose. Il fatto stesso 'che possiamo affrontare questo primo congresso indica che i parametri di stabilità dei Movimento sono, se non ottimali, molto incoraggianti.



    2 L'organizzazione sul territorio indice

    L'anno scorso convenimmo in molti che il Movimento non era ancora maturo per affrontare il primo Congresso nazionale, perché era ancora troppo poco sincronizzata l'organizzazione sul territorio con la segreteria politica, che era a sua volta in una fase iniziale. Oggi arriviamo al Congresso con un'organizzazione forte di nove sedi provinciali: una per ogni provincia della Lombardia e di una ventina di sedi intraprovinciali, alcune delle quali in città importanti, come Monza, Gallarate, Voghera ecc.
    Una segreteria politica con un’apprezzabile capacità operativa costituita da un gruppo di tecnici nei vari settori. In quest'ultimo anno abbiamo inoltre effettuato la separazione dal Movimento dall'organizzazione dei giornale, che è diventata autonoma per quanto riguarda le operazioni di confezione e spedizione: l'abbiamo infatti dotata di propri mezzi di trasporto che fanno capo ad un capannone industriale localizzato a Vergiate, a poche centinaia di metri dal grande svincolo autostradale dove si incrociano le autostrade per la Lombardia e per il Piemonte.
    Le redazioni, per la natura politica dei giornale, restano invece presso le sedi principali dei Movimento. Inoltre ogni sede provinciale è collegata sia alla segreteria politica sia alla redazione dei giornale e chi ha vissuto l'isolamento che per anni ha accompagnato l'azione dei gruppi provinciali e la difficoltà ad impegnare sincronicamente il Movimento, può avvertire gli enormi passi in avanti impliciti nelle ultime conquiste dell'organizzazione.
    Con i collegamenti effettuati l'informazione è accessibile in tempi reali in ogni provincia della Lombardia e in futuro potrà essere riverberata dalla sede provinciale ad ogni sede minore. Per capire meglio il salto organizzativo fatto in questi anni va inoltre sottolineato che in ogni sede provinciale lavora un certo numero di personale impiegatizio per cui tali sedi non sono affatto locali vuoti, ma centri operativi che hanno sia compiti specifici inerenti l'attivismo provinciale, sia compiti di elaborazione e di economia secondo criteri fissati dal Consiglio Federale, sia compiti di collegamento con l'organizzazione centrale.Nel complesso l'organizzazione della Lega Lombarda assomiglia ad una quercia con 9 rami principali che stanno differenziando altri rami minori che cominciano a gemmare foglie e frutti, speriamo più frutti che foglie, secondo le regole e i programmi che andremo ad approvare in questo Congresso.



    3. Il vecchio statuto indice

    Va sottolineato inoltre che siamo arrivati fino a qui anche grazie al vecchio statuto che oggi è gioco forza superare. Uno statuto è in fondo il codice genetico in cui sono codificate le possibilità evolutive dei Movimento che dipendono, non soltanto dalle modalità statutarie previste per la crescita dei Movimento, ma anche dalla bontà degli strumenti difensivi concepiti per rintuzzare e inattivare gli attacchi esterni e, soprattutto, le infiltrazioni di malintenzionati miranti a disgregare il Movimento.
    Il vecchio statuto aveva il suo massimo strumento difensivo nel tesseramento. Lo statuto in merito prevedeva due tipi di associati:
    a) - i soci sostenitori che garantivano al movimento l'afflusso dei capitali necessari al suo sviluppo;
    b) - i soci ordinari, costituiti dai vecchi fondatori accanto ai quali nel tempo abbiamo aperto a tutti gli eletti nelle sedi istituzionali e ai più vecchi costituenti dei gruppi provinciali.
    c) - Soci fondatori. Ai soci fondatori è rimasto in più degli altri soci ordinari soltanto il potere di operare deroghe transitorie rispetto a quanto previsto dallo statuto stesso e ciò è molto utile per mantenere una certa elasticità in un'organizzazione in formazione che va incontro a difficoltà particolari e transitorie non codificabili nello statuto generale.
    Possiamo quindi concludere questo breve excursus sottolineando che a noi sono occorsi 10 anni per arrivare a nascere: 10 anni pieni di ricordi, di decine o centinaia di migliaia di scelte, di invenzioni e creazioni, di rapporti.



    4. Il significato di autonomia indice

    Questo congresso è qui anche per ripercorrere le principali tappe dei nostro passato e per archiviare i ricordi generici differenziandoli da quelle scelte che continueranno a proiettarsi attivamente nel futuro dei Movimento in quanto ne costituiscono le radici storiche. Parlo delle scelte che hanno guidato il Movimento attraverso il labirinto che si estende tra il momento della prima intuizione e quello della nascita, cioè il momento in cui si può iniziare a realizzare ciò per cui si è approntato il movimento politico.
    Fin dalle prime analisi dei significato di "autonomia" e circa la via da percorrere per ottenere l'autonomia della Lombardia si evidenziò l'impossibilità di percorre un a via finalizzata ad ottenere il riconoscimento di regione a statuto speciale perché esso presuppone a monte il riconoscimento di minoranza linguistica all'interno dello Stato italiano, cosi come era avvenuto per la Valle d'Aosta e il Sud Tirolo, dove la lingua o la Koinè linguistica comprendenti i patois locali, erano stati fondamentali per ottenere l'autonomia.
    Lo stesso Bruno Salvadori nel suo libro "Pourquoi je suis autonomiste" edito il 12 agosto 1967 nella collana "Tradition et progress", al capitolo 8 dedicato alla lingua scrive queste parole: "La langue Francaise est un des piliers fondamentaux de toute la question Valdotaine, la (conditio sine qua non) qui nous a permis d'obtenir le statut de region autonome en 1948" cioè l'ammissione senza mezzi termini che la lingua francese è stata uno dei mezzi strumentali fondamentali per ottenere lo statuto di autonomia della Vai d'Aosta nel 1948.
    Noi ci trovammo allora ad analizzare a fondo questa materia e a concludere che non era stato per una qualche azione o per il carattere unificante dei patois valdostano e sud tirolese che due popoli avevano ottenuto il riconoscimento di minoranza linguistica e quindi lo statuto di autonomia. Era stata invece la possibilità di dichiarare i patois locali comer variante della lingua francese e di quella tedesca, cioè della lingua ufficiale di uno Stato confinante che aveva messo in moto coperture e pressioni internazionali sul governo di Roma, costretto per così dire dal consesso internazionale a concedere lo statuto di autonomia speciale.



    5. L'impossibilità di ottenere l'autonomia della Lombardia
    sul presupposto di essere una minoranza linguistica indice

    Oggi sembra l'uovo di Colombo ma, allora, fu una scoperta importante perché da essa ne derivava evidentemente l'impossibilità per noi Lombardi, di battere questa strada.
    La lingua lombarda, o più propriamente il linguaggi di koinè lombarda, che nel loro insieme possono essere considerati una lingua perché sono riconducibili ad una medesima matrice, non può far riferimento alla lingua ufficiale di uno Stato straniero. Il problema era indipendente da motivazioni prettamente linguistiche o da considerazioni sulla frammentazione dei sistema di comunicazione lombardo che ne limita il potere unificante.

    6. L'autonomismo per Bruno Salvadori indice

    Nei primi mesi dei mio rapporto con Bruno Salvadori, seguendo la linea da lui stesso tracciata, che era poi quella classica di tutti i movimenti autonomisti almeno fino ad allora, io mi ero accostato ad un gruppo di poeti e scrittori dialettali di Varese, convinto che bisognasse passare attraverso la riconquista della propria identità linguistica, prima di ottenere l'autonomia.
    L'impatto fu dei peggiori perché ciò che prevaleva nei loro scritti era un sentimento di rimpianto dei passato. Fatto che mi spinse a scrivere alcune poesie, pensate e vissute in dialetto, a scopo per così dire didattico, dove trattavo temi di attualità proiettati sul presente e sul futuro più che verso il passato. Nel maggio dei 1980 scrissi almeno una quindicina di queste poesie che poi affidai al giro dialettale e parte delle quali mi ritornarono felicemente qualche anno fa. La mia posizione circa il problema linguistico risentì dell'impostazione autonomista data da Bruno Salvadori. E ancora fino al 1982 sottolineavo questa posizione, sia ad un convegno sulle lingue minoritarie tenutosi al circolo filologico milanese, sia ad un incontro con i poeti dialettali dei Canton Ticino, tenutosi nel teatrino dei Sacro Monte di Varese. In particolare sostenevo che l'uso dei dialetto era considerato dall'uomo colto, ingiustamente, un'operazione regressiva. Il regresso nascerebbe dalla finalità attribuita al dialetto che era visto come tentativo di recuperare il mondo dei passato in cui il dialetto era il principale veicolo di socialità. Difendevo i "dialettali" dall'accusa di avere nostalgia dell'era contadina, una nostalgia priva di analisi per cui usare il dialetto fosse come pretendere di andare avanti con la testa voltata indietro. Contestavo che il dialetto potesse avere soltanto una funzione retorico ornamentale, perché il dialetto non necessariamente viene utilizzato solo per cantare il mondo dei passato, bensì può essere lingua d'indagine della complessità dei presente. Sostenevo inoltre che il dialetto era la lingua materna per cui era anche la lingua base dei dialettali, in cui c'era diglossia dei dialetto appreso in casa e dell'italiano appreso a scuola. Ma soprattutto sostenevo che il vero motivo dell'ostilità dei sistema al dialetto dipendeva dal fatto che esso era lingua di un popolo e quindi sottolineava implicitamente la contraddizione esistente tra forma centralista dello Stato italiano e presenza di più popoli al suo interno. Le accuse mosse al dialetto erano quindi non soltanto destituite da ogni fondamento, ma strumentali e mistificatorie perché in realtà nascondevano soltanto la paura dei sistema che la gente si potesse chiedere per quale assurdo motivo non ci fosse il federalismo in un sistema politico come quello italiano che imbrigliava una realtà multinazionale.
    Ma l'idea che la lingua etnica potesse servire ad aggregare un movimento autonomista in Lombardia era entrata in crisi, dentro di me, soprattutto in seguito a due osservazioni.
    Innanzitutto per il fatto che il dialetto veniva utilizzato dal partito comunista che organizzava addirittura conferenze sul dialetto inteso come mito populista, anti borghese e anti fascista, conseguentemente al fatto che il fascismo, dovendo fare gli italiani aveva dichiarato guerra ai dialetti. All'inizio il fascismo era addirittura passato attraverso una parziale scolarizzazione dei dialetto per creare un più facile gradiente di passaggio dalla società dialettale a quella di lingua italiana, nel tentativo di chiudere la diglossia dialetto italiano. A Varese gli studenti delle elementari utilizzavano ad esempio una piccola antologia intitolata "Chioma Verde" che sul frontespizio aveva scritto "Libro di cultura regionale per la Lombardia" testo unico ed obbligatorio nelle classi terza, quarta e quinta elementare, che era edito dall'istituto Editoriale Cisalpino, Milano - Varese.
    In secondo luogo avevo sotto gli occhi il fatto che in quegli anni il dialetto veniva molto utilizzato in chiave folcloristica, ad esempio dall'ex assessore alla cultura dei Comune di Milano, il radicale monarchico socialista Aghina, fondatore tra l'altro della rivista "Etnie", attorno alla quale proprio una settimana fa, si è costituita una associazione tedescofila di evidenti sapori nostalgici. Anche in quest'ultimo caso l'uso dei dialetto non generava paura nel sistema. Tutto questo, unito all'evidenza che il fascio di isoglosse linguistiche lombarde non era agganciabile alla lingua ufficiale di uno Stato confinante, mi fecero concludere che non aveva alcun significato usare la lingua quale strumento cardinale nella lotta per l'autonomia della Lombardia.l'autonomia



    7. L'etnofederalismo come mezzo di pressione per ottenere l’autonomia indice

    Fu una scelta difficile soprattutto perché implicava la rinuncia a credere che l'etnonazionalismo lombardo bastasse da solo a raggiungere un risultato concreto nella direzione della meta autonomista. Di più. Se la via non era quella dell'etnonazionalismo difensivo, cambiava anche il traguardo finale della nostra lotta politica che non poteva più coincidere con la richiesta dei riconoscimento della Lombardia quale regione a statuto speciale. La nostra via all'autonomia non poteva evidentemente essere la stessa che un tempo avevano percorso la Vallèe ed il Sud Tirolo: la nostra via all’autonomia, al contrario, non poteva essere che quella dell'etnofederalismo, cioè dell'unione di più movimenti etnonazionalisti in un unico strumento politico capace di vincere.



    8. La lotta contro il centralismo di Stato indice

    Non l'isolamento, ma la lotta contro il centralismo dello Stato! La Lega Lombarda, che nel frattempo era nata coi nome di Lega Autonomista Lombarda, doveva quindi crescere curando le alleanze con gli altri movimenti autonomisti delle regioni a statuto ordinario contigue alla Lombardia.

    Le alleanze erano evidentemente di importanza strategica. Certamente l’etnofederalismo che volevamo noi concepiva l'unione dei popoli italiani non come un federalismo qualsiasi, ma come federalismo integrale, che è una dottrina federalista con un'ideologia completa, che non riguarda solo la forma dello Stato e delle sue istituzioni, ma che comprende anche il sociale e lo sviluppo economico.



    9. Il federalismo integrale indice

    Il federalismo integrale esprimeva quello che sentivamo dentro di noi essere l'unico progetto che valesse la pena di realizzare. In particolare il federalismo integrale lo pensammo come etnofederalismo il che implicava, non soltanto l'unione di più movimenti etnonazionalisti in uno strumento politico unitario, ma anche che i movimenti costituenti fossero rappresentativi di popoli interni ad aree geografiche omogenee dal punto di vista dei bisogni economici e delle affinità sociali ed etniche.
    Era evidente che ad un certo momento dei processo autonomista la Lega Lombarda, la Liga Veneta, il Movimento Autonomista Piemontese che allora si chiamava "Arnassita Piemontese" avrebbe dovuto fondersi federalisticamente in un unico movimento.

    Il progetto doveva passare evidentemente attraverso una prima fase in cui avvenisse una crescita separata dei movimenti autonomisti padano alpini. Una seconda fase in cui si costituisse e consolidasse la loro alleanza e, da ultimo, una fase in cui si concretizzasse la loro integrazione in un unico movimento politico capace di affrontare vittoriosamente la fase cruciale dei processo.
    Avremmo dovuto, in altre parole, dare vita ad un movimento federalisticamente unitario. Una "Lega delle Leghe" che oggi sappiamo essere la Lega Nord.

    Non è stato facile però arrivare alla Lega Nord. Per anni abbiamo avuto il problema di volare basso, cioè di non dichiarare esplicitamente il nostro progetto per sfuggire, all'intercettazione e alla comprensione dei sistema politico romano. A questo necessario mimetismo si era adeguata anche la strategia di crescita dei Movimento. La Lega Lombarda, pensata a Milano tra l'81 e l'82, aveva scelto di svilupparsi dapprima in provincia per dare nell'occhio il meno possibile e garantirsi un tempo adeguato per assestarsi su un ampio territorio prima di ritornare a Milano.



    10. La confusione con lista civica indice

    Va inoltre detto che ai tempi in cui nasceva la Lega Lombarda proliferavano le liste civiche e che tale proliferazione costituì un elemento che contribuì a confondere non poco il sistema politico. Questi non riuscì, almeno all'inizio, a mettere a fuoco la differenza tra liste civiche e movimenti autonomisti. Un'idea, quest'ultima dell'autonomia, che probabilmente il sistema scartava a priori non riuscendo ad immaginare come potesse radicarsi nella regione più industrializzata dei Paese un movimento autonomista, considerato tradizionalmente come espressione di una minoranza linguistica.
    In Lombardia, dove il modello di sviluppo aveva operato spaventose immigrazioni di massa, non era evidentemente pensabile che una richiesta di riconoscimento della condizione di minoranza linguistica trovasse un consistente consenso popolare. La gente aveva difficoltà a sentire la propria identità etnica distrutta dal modello di sviluppo basato sull'immigrazione su cui era avvenuto il boom economico.
    In realtà la differenza tra movimento autonomista e lista civica c'era ed era molto grande. Le liste civiche non sono che una forma ideologicamente destabilizzata della classica lista partitica, rispetto alla quale possono avere il vantaggio di agire senza condizionamenti centrali. Ma questo è un vantaggio che in un modello istituzionalmente centralista si traduce automaticamente nello svantaggio e nell'impossibilità di far valere le proprie ragioni nei gangli regionali e statali delle istituzioni in materie importanti come, ad esempio, il ricupero dei finanziamenti e dei trasferimenti necessari alla vita dei comune. Se anche i programmi possono precedere gli schieramenti, i contenuti, le formule; la lista civica non ha poi la possibilità di realizzare da sola quanto si propone e fatalmente finisce per dipendere dai partiti di governo tradizionali.
    Pur soddisfacendo anche una precisa esigenza autonomistica, il decentramento dei potere decisionale ha ed aveva per noi un valore diverso che per una lista civica, la quale, come abbiamo visto, è apartitica solo formalmente e il cui fine è la gestione empirica della cosa pubblica.

    Per un movimento autonomista il decentramento è invece il modo di interpretare un disegno politico a più ampio respiro, che riguarda, tanto per cominciare, non la storia di un campanile, ma quella di un'intera comunità: per l'etnonazionalismo di una nazione, cioè di una comunità di stessa koinè linguistica, come la Lombardia per l’etnofederalismo addirittura di una comunità multiregionale di stessa cultura, intendendo in questo caso cultura come concetto scientifico, cioè come civiltà. Inoltre nè l'etnonazionalismo né tanto meno l’etnofederalismo cadono nel rischio di analisi troppo frammentarie o di interventi più paralizzanti che risolutori perché isolati dal contesto socio-economico circostante.

    I partiti e le loro organizzazioni collaterali non capirono che l'autonomia professa il primato dell'etica sulla politica. Crede cioè in una moralità che impedisca che la gestione politica scada in semplice gestione empirica senza giustificazioni ideali.

    Noi crediamo che la libertà sia un valore fondamentale e che la giustizia sociale realizzabile in una società sia indissolubilmente legata e limitata dal livello di libertà della società stessa e, in particolare, dalla possibilità di realizzare il legame affettivo dall'identità etnica.



    11. Il superamento del determinismo marxista e del pragmatismo capitalista indice

    Pur non essendo così ingenui da credere che la libertà per realizzare la giustizia non debba far ricorso che a se stessa non potevamo e non possiamo neppure credere che la libertà derivi esclusivamente dalla giustizia come professato dall'ideologia e dalla prassi marxista.
    Il liberismo economico lasciato a se stesso può arrivare a sottovalutare, non soltanto la giustizia ma anche la libertà dell'uomo, esattamente come il marxismo. Non potevamo quindi ritenere risolutivo il semplice superamento della dicotomia tra marxismo e liberismo, perché queste due filosofie non sono evidentemente la tesi e l'antitesi, il bene ed il male, dei processo storico ma costituiscono soltanto due aspetti diversi di un'unica tesi che aveva invaso e paralizzato il processo storico. Si trattava quindi di andare oltre il determinismo marxista e oltre il pragmatismo capitalista affinché l'uomo e la realizzazione dei valori umani tornassero al centro del sociale. Capimmo allora che per uscire dalla crisi che coinvolgeva profondamente la società di 10 anni fa dovevamo lanciare una nuova filosofia che interpretasse la lotta autonomista come il ritorno dell'antitesi della storia. Lotta autonomista che mirasse al superamento dei centralismo dello Stato. Lotta quindi di principi generali che non poteva coincidere con quella dell'etnonazionalismo classico o dell'egoismo impossibile finalizzato a cintare il proprio orticello. Sentivamo che l'antitesi autonomista avrebbe spinto il processo storico ad unificare la dicotomia marxista liberista, aprendo la strada alla sintesi dei federalismo.

    L'etnonazionalismo che proponiamo noi non era e non voleva essere una filosofia difensiva, ma uno strumento di attacco al centralismo dello Stato. La crisi che coinvolgeva profondamente la società non affondava le radici soltanto nella crisi economica, né era la crisi di un modo di far opposizione politica a generare e ad alimentare il nichilismo che sembrava, e sembra tuttora, volerci spingere verso l'auto distruzione. "Ma così come il suicida che in realtà non vuoi morire anche questo nichilismo deve essere inteso come un disperato appello affinché venga una nuova filosofia a ridare significato all'operare umanon" scrivevamo nel febbraio dei 1982. Capivamo e sostenevamo cose che oggi sembrano perfino ovvie ma che io erano molto meno 8 o 9 anni fa quando denunciammo che lo Stato centralista era uno' strumento di egemonia sia nel marxismo sia nel liberismo economico e che lo Stato nazionale determinava un doppio tipo di egemonia: quello della maggioranza etnica e quello dei grossi interessi economici.



    12. L'alternanza di giustizia e libertà indice

    Allora la Giasnost e la Perestrojka di Gorbaciov erano ancora lontane e le spinte etniche per la stampa di regime erano solo opera di teppisti razzisti. Ma noi sentivamo che la forza che agiva nell'impero russo e quella autonomista e federalista si andava addensando nel mondo occidentale, stava portando al superamento delle contraddizioni tra marxismo e liberismo economico e che questo fatto avrebbe semplificato e riaperto il processo storico che è dato dall'alternanza di giustizia e libertà.
    Ciò si sarebbe sicuramente riverberato, per quanto riguarda la politica interna degli Stati occidentali ed in particolare di quella italiana, dapprima nella crisi dei partiti più legati alle ideologie rivoluzionarie di classe (come il Partito Comunista Italiano); e, in un secondo tempo, si sarebbe estesa all'area di influenza della Democrazia Cristiana, il partito che ha costruito le sue fortune sulla contrapposizione al Partito Comunista Italiano. Era evidente che nel castello politico fatto di carte contrapposte, nel momento in cui cade una carta cadono anche quelle in sua contrapposizione provocando radicali cambiamenti nell'assetto politico generale.

    Noi avevamo allora postulato che la storia viene tracciata da un alternarsi di periodi storici di libertà e di giustizia che non coincidono mai tra di loro. Ci sono quindi periodi in cui è preminente l'evoluzione della libertà politica, e di conseguenza gli strumenti dei processo storico sono i movimenti autonomisti, cioè i popoli in prima persona, alternati ad altri periodi storici in cui la società è tesa ad una migliore redistribuzione dell'economia tra i suoi componenti, e gli strumenti dei processo storico sono i partiti, che come indica il loro nome rappresentano e lottano per gli interessi di una classe o comunque di una parte della società.



    13. La crisi dei partiti indice

    La crisi generale dei partiti non doveva quindi essere considerata un segnpje di qualunquismo. Né essa era transitoria ed irreversibile, perché era dipendente dall'inversione delle polarità storiche di giustizia e libertà. Finiva un trend epocale in cui la lotta di classe era stata il motore della storia e stava iniziando un nuovo periodo in cui la molla propulsiva dei processo storico diventava la libertà. Marxismo e liberismo non erano quindi in alternativa tra di loro, ma erano solo due varianti di un'identica filosofia che rifiuta l'uomo nella sua interezza di unità pensante, operante e contemporaneamente di persona capace e bisognosa di esprimere sentimenti.

    Una visione storica la nostra da cui derivava anche la nostra collocazione rispetto allo schieramento classista, peraltro oggi in avanzata dissoluzione, rispetto al quale noi abbiamo subito scelto di collocarci al centro e sopra. Al centro perché l'autonomia è sintesi di giustizia che nasce dal confronto delle parti sociali.
    Sopra, perché l'autonomia dei grandi popoli porta oltre il sistema centralista, verso il modello del federalismo integrale che è un sistema superiore a quello centralista.

    La concezione filosofica dell’autonomia per la Lega Lombarda è quindi sempre stata considerata come risultato di una sintesi di giustizia e libertà che avrebbe acquistato pieno vigore progressivamente al chiudersi della dicotomia marxista liberista. La sintesi dei processo storico è evidentemente il federalismo integrate, che è dottrina economica, dottrina politica, dottrina sociale per cui si propone come dottrina globale.



    14. Il federalismo integrale come dottrina economica, politica e sociale indice

    Il federalismo integrale, in quanto dottrina economica, propugna un modello di sviluppo non più basato sull'incorporazione dei mercati attraverso l'immigrazione e quindi sugli squilibri regionali dello sviluppo; bensì basato sulla distribuzione della macchina produttiva e dei lavoro.
    In quanto dottrina politica il federalismo integrate propugna il superamento dello Stato centralista, di cui sottolinea e condanna la logica accentratrice giacobina, condanna il suo essere strumento dei grandi interessi economici e il suo causare l'egemonia delle maggioranze. il suo essere quindi espressione di prevaricazione etnica. In quanto dottrina sociale il federalismo integrale consente la società dell'uomo che è quella dell'integrazione e dell'amore.

    Il sociale nel sistema politico centralista affonda le radici in una logica economicista che è tesa a perseguire la disgregazione della società, a soffocare l'istinto di sopravvivenza dei popoli, a spezzare traumaticamente il legame affettivo che l'uomo ha con la propria terra per permettere la realizzazione di un modello di sviluppo basato sull'immigrazione.
    Il legame etnico è quindi un legame cardinale per la vita sociale perché è attraverso l'identità etnica che il sociale non degrada solo a spazio di interessi, ma resta anche spazio degli affetti. Realizzare l'identità etnica che è alla base dell'affettività stessa dell'uomo significa quindi sentire intensamente la necessità di società.
    A chi sostiene che quello dell'identità etnica sia un falso problema perché un tempo non c'era, contrapponiamo che non si avverte l'importanza dell'identità etnica fin tanto che essa c'è. E' solo quando viene aggredita e rischia di scomparire che si sente la sua mancanza. Una situazione simile a quella di altre cose fondamentali dell'uomo, come la salute fisica, come un organo che finché è sano non lo si avverte ed è solo quando si ammala che si fa sentire.
    Se l'uomo non può realizzare il suo legame etnico si chiude verso la società, non si realizza più come individuo sociale, ma persegue unicamente il progetto dei proprio interesse personale. Se è vero che la morale non può imporci di dimenticarci di noi e che quindi non esiste morale se non operano assieme l'altruismo e la ragione, dobbiamo allora riconoscere anche che è nella nazione, cioè all'interno di un popolo etnicamente omogeneo, che si può operare il bene con maggior slancio affettivo. E' tra simili che il "chiunque può diventare più facilmente prossimo" per usare un concetto di Alberoni sulla morale.

    La dottrina sociale dei federalismo integrale nega e condanna un modello di sviluppo in cui l'assenza di identità etnica sia considerata come un imperativo funzionale che crei le condizioni per fratture profonde nella rete dei rapporti sociali.



    15. Il federalismo integrale come mezzo per realizzare la morale sociale indice

    Il federalismo integrale è quindi lo strumento adatto anche per realizzare la morale sociale che ci impone di perseguire i nostri fini tenendo conto di quelli degli altri. Ci impone, ad esempio, di ascoltare le necessità dei negro, dei giallo, dell'indios senza però annullarsi nei gorghi invisibili dei "Melting Pot".



    16. I fenomeni di disgregazione sociale prodotti dallasocietà multirazziale indice

    La società multietnica e multirazziale è quindi una società che, per sua natura, è contro l'uomo perché mortifica in esso ogni intento di generosità sociale. Distruggendo il processo di identità etnica, la società multirazziale provoca il declino della morale e quindi della solidarietà. Essa è solo una scelta nel segno della continuità di un modello di sviluppo che rifiuta la collaborazione tra i popoli, cioè la distribuzione di lavoro e di risorse tra il Nord e il Sud dei mondo.

    Dopo che decidemmo di abbracciare la soluzione dei federalismo integrale e fummo arrivati alle conclusioni che ho cercato di riassumere dovevamo ancora decidere in merito al tipo di posizione da assumere nei confronti dell'immigrazione, responsabile di interrompere il legame etnico.

    Fu gioco forza sviscerare il problema dell'identità collettiva della nostra società per valutare quale pericolo per l'integrità della volontà sociale lombarda rappresentassero le immigrazioni dei passato quelle più recenti dal Terzo mondo. Poiché la società non è la somma di singole individualità il problema era quello di capire fino a che punto fosse stata danneggiata la comunanza di cultura e di sentimenti necessari a cementare la volontà dei cittadini attorno ad un progetto e ad un traguardo comune. Accanto ad un legame etnico che, essendo legame di sangue, è il principale legame di somiglianza, cioè di identità, fu facile evidenziare altri legami che entrano a costituire la comunanza di sentimenti che sta alla base della società in Lombardia.

    Ciò significa che l'identità di un popolo non 'è definita totalmente da caratteri originari immodificabili, non è iscritta solo nel suo patrimonio genetico, ma è anche il risultato di vicende storiche e di esperienze culturali molteplici, per cui tale identità subisce una elaborazione continua e si trasforma nel tempo. Un fatto questo che indica come esista una tolleranza della società ad incorporare in sé popolazioni culturalmente ed etnicamente differenti, ma che indica anche che tale tolleranza non è infinita e che oltre un certo livello la società non riesce più a tollerare la perdita di identità, si avvita su se stessa, sviluppando quella patologia sociale che è la disgregazione sociale.



    17. La velocità delle integrazioni sociali indice

    Se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c'è una componente di continuità nella società che con voglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale.

    In quest'ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell'omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la "Società deviata", asociale, egoista in cui accanto alle cose che muoiono si generano reazioni di salvezza, come i movimenti etnonazionalisti che proprio in un simile contesto riconoscono il "Timing", il primo impulso alla loro nascita.

    Poiché l'identità è un fattore dinamico che cammina con le vicende storiche dichiarammo di non essere certamente favorevoli a scelte economiche e politiche che facilitino ulteriori flussi migratori verso la Lombardia, ma anche che bisognava favorire l'integrazione delle immigrazioni già avvenute e già assimilate alla nostra civiltà.



    18. L'impossibilità di integrare gli immigrati di colore indice

    Ciò non può valere per l'immigrazione di colore di cui non è prevedibile l'integrazione forse neppure a distanza di secoli. Con essa non funzionano i classici meccanismi di integrazione sociale che sono il matrimonio e i figli in comune e per cui si determinerebbe l'impossibilità di realizzare il legame etnico senza generare gravi tensioni razziali in seno alla società.

    Poiché è impossibile il processo di integrazione, l'immigrazione dal Terzo mondo impedisce di ricostituire la rete dei rapporti sociali interrotta e di riformare la nazione. Ciò comporta la paralisi dei processo storico, cioè l'alternanza di giustizia e libertà per la quale è necessaria la lotta autonomista.



    19. La creazione del caos sociale per ottenere lo Stato autoritario indice


    La gente sentirebbe preminente, nel caos sociale che si genererebbe, non l'autonomia ma al contrario uno Stato autoritario che possa essere adeguato mediatore in una simile situazione.
    Questo è tanto vero che dietro l'immigrazione di colore non c'è solo l'interesse di una sinistra allo sbando che cerca un nuovo sottoproletariato che le dia i voti; non c'è solo la Chiesa cattolica richiusasi nei palazzi dell'avere che ha perso ogni credibilità e cerca di riempire i suoi seminari vuoti con religiosi che ormai rintraccia solo nel Terzo mondo; ma c'è anche l'interesse dei Grande capitale che, attraverso l'immigrazione dei terzo mondo, scarica sui cittadini i costi dei proprio sviluppo.
    Distribuire la macchina produttiva nel Terzo mondo gli costerebbe di più che incorporare il Terzo mondo stesso con le immigrazioni, perché attraverso le leggi dello Stato scarica i costi dei servizi, delle infrastrutture, delle abitazioni sulle nostre spalle.
    inoltre il Grande capitale ha un interesse strategico legato all'immigrazione dei Terzo mondo. Esso sa che nella società multirazziale si innescano tensioni tali che possono incidere profondamente nella coscienza dei cittadini fino al punto che. non ripugni più neppure l'autoritarismo fascista.
    Ciò evidentemente non è tanto finalizzato a rendere autoritari gli Stati nazionali, quanto a rendere possibile il progetto costituente dì uno Stato europeo centralista, sfuggito un tempo a Napoleone, poi a Hitler e che ora la Massoneria si illude di poter realizzare, anche se per realizzarlo occorre la forza.

    Noi crediamo invece all'Europa dei popoli, cioè delle nazioni e delle regioni, con un Parlamento bicamerale e una Camera federale dei popoli. Non è evidentemente il nostro un giochetto di preferenze costituzionali, ma è profondamente legato alle necessità di costruire una Europa in cui sia conservata la democrazia e in cui venga salvaguardato l'interesse della piccola e della media industria destinato invece a scomparire nel progetto dei Grande capitale.



    20. Le alleanze con gli altri movimenti autonomisti indice

    Se pur di corsa abbiamo fatto il punto sulla crescita e sull'assestamento dell'organizzazione interna dei nostro Movimento, nonché sull'ideologia autonomista e federalista che abbiamo elaborato e che, progressivamente, stiamo trasformando in azione politica.
    Ci resta ora da vedere, in primo luogo, la situazione delle alleanze della Lega Lombarda con gli altri movimenti autonomisti. Condizione, quella dell'alleanza generale, necessaria per realizzare il progetto dei federalismo integrate.
    Diciamo subito che lunedì scorso 4 dicembre abbiamo firmato in Bergamo, davanti al notaio, l'atto di nascita e lo statuto della Lega Nord.
    Alla costituzione hanno partecipato sei movimenti autonomisti: la Lega Lombarda, la Liga Veneta, Piemont Autonomista, l'Uniun Ligure, la Lega Emiliano - Romagnola, l'Alleanza Toscana. Poiché sono movimenti politici eterogenei sia per maturità di organizzazione sia per esperienza politica lo statuto prevede due modalità diverse di integrazione nella Lega Nord.
    I movimenti più giovani vi entrano direttamente come singole sezioni nazionali (o regionali per la dizione centralista) della Lega Nord.
    La Liga Veneta e la Lega Lombarda hanno invece tempo un anno e mezzo per adeguare i loro statuti e la loro organizzazione alle necessità dei l'integrazione.
    Tutte le sezioni nazionali della Lega Nord, conservano il nome dei movimento autonomista da cui derivano accanto alla denominazione "Lega Nord".
    Noi abbiamo già provveduto a richiedere l'aggiunta della dizione Lega Nord a quella di Lega Lombarda in tutte le sedi istituzionali in cui siamo presenti, compreso il Parlamento italiano ma ad esclusione dei Parlamento europeo dove siamo e resteremo presenti come Lega Lombarda - Alleanza Nord, la lista che ha raccolto 640 mila voti alle ultime elezioni europee.
    L'Alleanza Nord ha segnato una tappa fondamentale per dare vita alla Lega Nord: era cioè necessario convincere i movimenti autonomisti ad unirsi superando le resistenze e i sospetti che escono tutte le volte che si parla agli autonomisti di unione.
    Lo statuto della Lega Nord poiché fin dall'inizio va a sostituire completamente gli statuti dei 4 movimenti più giovani, regolamenta le organizzazioni nazionali in tutti i loro gangli, dalla sezione comunale, al consiglio provinciale, al consiglio nazionale, all'assemblea e al congresso nazionale.
    Esso regolamenta anche la parte superiore dell'organizzazione della Lega Nord, cioè la parte federale che riguarda, fin d'ora, anche la Liga Veneta e la Lega Lombarda e che è costituita dal Consiglio Federale e dal Congresso Federale deputati entrambi a indicare la linea politica e programmatica generale per l'intera Lega Nord.
    Io penso che la nascita della Lega Nord costituisca un fatto di portata storica. Voglio sottolineare che dietro la Lega Nord c'è innanzitutto l'enorme lavoro svolto da tutti i militanti della Lega Lombarda che vanno da me all'ultimo uomo, all'ultima donna che ha voluto impegnarsi con noi. Lasciatemi dirvi, cari militanti, cari fratelli, che quello che abbiamo fatto è già di per sè grande. Nessuno prima di noi era riuscito a saltare gli sbarramenti a volte violenti, spesso illegittimi e persecutori, altre volte subdoli, vischiosi e meschini che i partiti dei centralismo hanno messo in atto contro di noi.
    Ricordino i movimenti che sono ora sezioni nazionali della Lega Nord che nulla è stato regalato alla Lega Lombarda, ma che abbiamo dovuto conquistare di forza, la forza della fede, della volontà, la forza dell'onestà, quello che siamo riusciti ad ottenere.



    21. La lotta per l'integrità del Movimento indice

    Sempre vigili, sempre un passo avanti al centratismo ladro e fascista di Roma! Siamo arrivati fin qui perché abbiamo vinto la lotta per mantenere integro il Movimento. Per anni abbiamo vissuto curando che non si verificassero anche nella Lega Lombarda temibili spaccature sul tipo di quella che squarciò la Liga Veneta dopo il successo elettorale dei 1983. Arrivata al successo elettorale troppo presto rispetto alla consistenza e alla stabilità della propria organizzazione, la Liga Veneta esplose dall'interno. Paradossalmente però, quella che poteva essere la fine fu invece la rinascita perché la Liga Veneta si vide imposto dalla situazione di crisi il problema delle alleanze e nel gennaio dei 1984 venne sottoscritto il primo accordo organico tra Liga Veneta, Lega Lombarda, Arnassita Piemonteisa. Insomma dalla morte alla vita. A dimostrazione che i grandi ideali hanno 9 vite come i gatti e se stanno cadendo affidano il testimone degli ideali in mani amiche.
    Nata per affrontare le imminenti elezioni europee la collaborazione tra i tre Movimenti è durata fin qui, fino a diventare la stessa cosa nella Lega Nord, con eccezione di Arnassita Piemonteisa spaccatasi dapprima in due tronconi nel 1987: Piemont Autonomista attorno a Farassino e l'Union Piemonteisa attorno al suo fondatore e padrone.

    Noi ci impegnammo per riportare all'unità i 2 movimenti piemontesi. Li portammo a sottoscrivere un accordo in tal senso con l'avallo di garanzia nostra, della Liga Veneta, dei Segretario dell'Union Valdotaine, Tamone dell'Union dei Democratici popolari della Vai d'Aosta. Ma successivamente l'Union Piemonteisa ruppe ogni accordo andando addirittura a fare una lista elettorale in Vai d'Aosta con il nome di Union Autonomiste, presumibilmente chiamata dalla Democrazia Cristiana locale che era interessata a provocare un calo dei voti dell'Union Valdotaine. Fortunatamente l'Union Valdotaine guadagnò voti e per l'Union Piemonteisa fu sancita da tutto il mondo autonomista la morte politica. Noi che perseguiamo un progetto federalista che ha bisogno della collaborazione e dell'amicizia di tutti i movimenti autonomisti non potevamo fargliela passar liscia e demolimmo il movimento Che per la verità non aveva nessuna consistenza.



    22. Il coinvolgimento del Meridione nel progetto federalista indice

    Come vedete siamo arrivati fin qui attraversando e vincendo ogni tipo di loscume e senza cadere. Il testimone della libertà noi non lo cediamo ma vi invitiamo a sorreggerlo con noi, fratelli della Lega Nord. Occorre la forza di tutti perché ci aspettano momenti molto difficili. E' necessario, ad esempio, coinvolgere i popoli meridionali nel progetto dei federalismo integrale perché a tirare il carro dei federalismo accanto alla Lega Nord ci sia anche una federazione autonomista meridionale.
    In questo senso ci siamo già mossi dando vita a un comitato promotore nel Sud che naturalmente non ha niente da spartire con la Lega Meridionale che farebbe capo ad un massone di Lecce che, invece di giocare al lotto, punta sulla magistratura compiacente di Milano. Sono manovre losche e provocatorie che vanno seguite con attenzione per capire a cosa rnirino in realtà. Sappia comunque la Democrazia Cristiana, di cui ho sentito con le mie orecchie alcuni suoi senatori complimentarsi a vicenda appena fuori dall'aula dei Senato nello scorso mese di luglio per avere inventato la scatola vuota della Lega Meridionale, che i popoli non sono nè imbecilli nè sono disposti a tollerare ancora i giochetti dei potere romano fascista.



    23. I rapporti con i Movimenti delle regioni a statuto speciale indice

    Se le premesse per un federalismo al Sud si stanno gettando, non abbiamo invece ancora affrontato il problema, che pure dobbiamo affrontare, sul modo di trovare la quadra con i movimenti autonomisti delle regioni a statuto speciale e con il Partito Sardo d'Azione, che ha il congresso nazionale nei nostri stessi giorni e al quale inviamo i nostri più calorosi saluti ed il nostro plauso.
    Allo stesso modo c'è da affrontare pressoché ex - novo il problema dei l'internazionalismo autonomista. In merito ci siamo mossi inserendo i nostri due parlamentari europei nel grL4ppo autonomista dei gruppo misto dei Parlamento Europeo: "L'Arc en Ciel".
    Abbiamo anche cominciato a tessere una rete di rapporti più ampia che comprende l'amicizia coi "Sojudis", il partito che ha vinto le elezioni in Lituania, con la Slovenia e la Croazia. Occorre naturalmente investire molto di più e a tempi brevi. Coi Marxismo che si scioglie nel liberismo la storia riprende vigore e la tesi centralista dello Stato giacobino deve essere sconfitta dall'antitesi autonomista per arrivare al mondo della giustizia e della libertà che è nel federalismo integrale.

    La situazione in Europa occidentale è oggi quanto mai favorevole alla diffusione sul piano internazionale dei federalismo integrale sia perché sono rimasti pochi movimenti autonomisti a propugnare il separatismo, sia perché la maggior parte degli Stati europei e mondiali sono plurimi. Nel mondo il termine Stato - nazione è improprio in moltissimi casi. Una statistica dei 1971 dava il seguente risultato: il 9% degli Stati è etnicamente omogeneo, mentre oltre il 40% presentava una popolazione divisa da almeno 5 comunità etniche. L'alternativa in Europa e addirittura nel mondo a questo punto è veramente tra esplosione di conflitti etnici e razziali o il federalismo integrale.



    24. I lavori dei Congresso indice

    Adesso tocca a tutti i membri dei Congresso cominciare il lavoro che non è soltanto di gran mole ma è estremamente importante perché dovrà decidere circa il progetto politico e il programma che il Movimento dovrà portare avanti nei prossimi 4 anni.
    Il lavoro avverrà in due luoghi fisici differenti: il salone dei Congresso e in una sala più appartata dove lavorerà la Commissione dello statuto coi compito di integrare gli eventuali emendamenti al testo dello Statuto che ho preparato io e che è stato approvato dal Consiglio Federale uscente. Esso è uno statuto contemporaneamente nel segno della continuità e della innovazione più ardita.

    La continuità i nei meccanismo difensivo impostato sul tesseramento perché abbiamo sempre la figura dei soci sostenitori che ci aiutano finanziariamente e i soci ordinari che sono gli aventi diritto al voto nei gangli principali dei movimento. Tra le due figure ne abbiamo introdotto una terza. Quella dei sostenitori militanti che sono quei soci sostenitori appena arrivati al Movimento, che intendono fare in prima persona l'attivismo politico. E' previsto che i sostenitori militanti possano iscriversi dietro semplice domanda, costituire una sezione comunale, accedere a tutte le cariche in seno alle sezioni stesse, compresa quella di segretario della sezione ed essere eletti a delegati nei congressi provinciali. Solo a questo punto diventeranno soci ordinari, oppure lo diventeranno quando ricoprano cariche nelle istituzioni pubbliche oppure per volontà dell'assemblea nazionale annuale. Con la figura dei sostenitore militante andiamo a istituzionalizzare migliaia di militanti senza esporre il Movimento a rischi di gravi spaccature interne come succederebbe facilmente se prevedessimo un solo tipo di tessera accessibile a tutti e quindi anche ai malintenzionati.
    Un altro punto innovativo nello statuto è rappresentato dall'Assemblea Nazionale, che è una specie di mini congresso annuale, adatto per riassorbire le eventuali divergenze di linea politica e di programma che possono sempre insorgere durante l'interpretazione delle decisioni dei congresso.
    L'Assemblea Nazionale elegge ogni anno il nuovo consiglio nazionale che, se venisse approvato il nuovo statuto così come è stato previsto, sostituirà l'attuale consiglio federale. Anche questa è una innovazione di non poco conto perché significa che ogni anno un certo numero di militanti, e non sempre gli stessi come era stato fin ora, vengano portati nel massimo organo istitutivo a contatto con il Segretario Nazionale e con i Segretari Provinciali: un'esperienza che permette di fare un bagno di concretezza e di operatività, fondamentale per creare i quadri e i nuovi dirigenti dei Movimento.
    Cambia anche l'economia nel nuovo statuto perché le provincie sono chiamate a gestire un'ampia quota dei tesseramento e a scegliere direttamente gli investimenti sul proprio territorio. Quello che ho appena finito di dire a proposito dello statuto avrà fatto scattare in voi una domanda alla quale mi auguro abbiate già dato da soli la risposta giusta perché tra statuto che vogliamo approvare e progetto politico che vogliamo realizzare ci sono legami molto stretti.
    Schematicamente possiamo dire che abbiam6 la possibilità di scegliere tra due progetti di sviluppo della Lega Lombarda. Da una parte un progetto riformista per il quale lo statuto che vi ho proposto io non va bene, poiché occorrerebbe uno statuto che preveda e regolamenti, se non le correnti, sicuramente i più ampi spazi per i diritti delle minoranze in seno al movimento.
    Oppure possiamo scegliere per un progetto egemonico che ci porti in futuro ad essere la prima forza politica della Lombardia. In quest'ultimo caso lo statuto che vi ho proposto e nel quale ho profuso tutto il mio impegno e la mia esperienza dovrebbe essere lo strumento adeguato perché riduce il più possibile gli spazi di divergenza e soprattutto scoraggia la creazione di correnti, che in un progetto forte devono essere assoggettate ai superiori intendimenti e alle necessità di vittoria della causa autonomista, che la gente vuole.
    La Democrazia interna dei Movimento è indubbiamente di tipo diverso a seconda dei progetto che si intende realizzare. I miglioristi escono quando un movimento politico non possiede più un progetto forte e quindi per evitare fratture interne si è costretti a prevedere la presenza di correnti che garantiscano la stabilità interna. lo penso che questo non sia il nostro caso e che pur con la necessaria serenità ed equilibrio la Lega Lombarda abbia la forza per scaraventare fuori dalle sue sedi chi intende portare nel movimento la logica delle correnti, che spesso non sono neppure correnti di pensiero ma soltanto canali entro i quali difendere meglio i propri interessi personali.
    Quello che i membri di questo congresso sono chiamati a chiarire è se sentono di avere la forza per sostenere un progetto egemone, la forza per rinunciare ancora alla gestione, alle giunte, alle maggioranze affinché il movimento si tenga le mani libere per crescere ancora in un progetto egemone che, detto per inciso, è quello che io propongo a questo Congresso. Il Movimento impegnerà le sue risorse per aprire rapidamente sezioni in tutti i comuni della Lombardia e ciò implica che per qualche anno dovremmo impegnarci con precedenza in un pesante lavoro di tipo organizzativo.
    Naturalmente, scegliere la via dell'opposizione non significa scegliere un'opposizione preconcetta e a qualunque costo. Significa solo che non accetteremo facilmente di entrare nelle giunte, indipendentemente dal partito che ce lo proporrà. E' una posizione la nostra che non deve essere scambiata per la rinuncia ad interagire attivamente con il quadro politico perché ci resta aperta la via dell’appoggio esterno alle giunte, oppure quella di consentire un tipo di maggioranza invece che un altro, sulla base di criteri che facciano riferimento al programma che questo Congresso va a votare.
    Comunque, a questo proposito, ne sapremo molto di più alla fine dei Congresso. Adesso penso che sia giunto il momento che io debba concludere il mio intervento per far partire i lavori dei congresso. Lo faccio ricordando che ogni movimento politico, e quindi anche la Lega Lombarda, sorge nella sua epoca per superare una parte dei passato e vincere un'oppressione per cui si contrappone a ciò che è istituito e che è quindi da superare.lo sento che la Lega Lombarda ha una grandissima carica ideale e ha la forza per restare a lungo ancora lo strumento dei popoli per conquistare il federalismo integrale e più da vicino la volontà dei popolo lombardo per conquistare la libertà della Lombardia.La Lombardia sarà libera. Viva la Lombardia libera!,
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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