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«Salvare gli ostaggi e iniziare il ritiro dei soldati»
ROMA «Imbarazzante». Pietro Folena boccia senza mezzi termini la comunicazione di Frattini sull’Iraq. «Il ministro - spiega - ha dimostrato di non avere la percezione di quello che sta avvenendo o, se ce l’ha, di volerla occultare in un momento di difficoltà, mascherandosi dietro appelli molto vacui e molto generici alle Nazioni Unite». Una mancanza di chiarezza evidente anche nella gestione del sequestro dei quattro italiani. «Tutta la discussione delle ultime ore sul no alla trattativa è ridicola e ipocrita. Non siamo di fronte alle Brigate Rosse e non c’è nessuna proposta di trattativa. Siamo di fronte a gruppi armati che usano la pratica inaccettabile del sequestro in una situazione di guerra. Il giusto tentativo di coinvolgere l’Iran o di utilizzare altri canali per ottenere la liberazione dimostra che tutta la discussione sulla fermezza è ridicola. Bisogna salvare queste persone con un filo di dialogo e con degli intermedari. La vicenda tuttavia mi suggerisce anche un’altra riflessione...»
Quale?
Ci troviamo di fronte a una vera e propria privatizzazione della guerra. Ci sono in Iraq circa 30mila mercenari, vigilantes, guardie private. Agiscono spesso all’insaputa di autorità e governi. Pagati profumatamante da tutti quelli che vogliono fare affari pensando al grande business che ci può essere in Iraq. Ma non è questo il momento per fare affari. È indispensabile, D’Alema l’ha detto con chiarezza in commissione esteri ma da Frattini non lo abbiamo sentito, che il governo italiano inviti esplicitamente tutti questi signori a tornare a casa.
L’intervento del ministro degli Esteri, insomma, non le è piaciuto proprio.
No, perché siamo di fronte a una nuova fase della guerra decisa dagli americani. Il governo provvisorio iracheno ha definito la repressione di Fallujah come una “punizione collettiva”. Si parla di 800 o mille vittime: una strage che richiama alla memoria Srebrenica, o Jenin. Ma Frattini ha completamente omesso che gli italiani rispondono ai comandi militari americani. L’operazione sui ponti di Nassiriya nella quale sono morti numerosi civili, anche donne e bambini, è stata la dimostrazione che quello che sta avvenendo è completamente al di fuori della Costituzione italiana e dello stesso mandato con cui il Parlamento ha autorizzato l’invio dei soldati.
Qualcuno, però, ha apprezzato l’apertura di Frattini ad un coinvolgimento dell’Onu. Lei che ne pensa?
Non c’è un vero cambiamento di posizione. È un appello all’Onu in un momento di difficoltà, ma nella sostanza è perfino meno di quanto previsto nella precedente risoluzione. Una nuova risoluzione delle Nazioni Unite deve essere di discontinuità evidente: finisce l’occupazione militare, le potenze occupanti via via si ritirano, entra in campo un’altra forza, vengono coinvolti altri paesi.
Rimane attuale l’ipotesi di un’iniziativa comune dell’opposizione per ottenere una svolta da parte del governo, una sorta di aggiornamento del Lodo Zapatero?
Più che al Lodo Zapatero bisogna pensare a una situazione nuova. È necessario impegnarsi per una svolta che segni la fine dell’occupazione militare e l’ingresso di una forza multinazionale delle Nazioni Unite. Ma per dare forza a questa risoluzione e dissociare la politica italiana da Bush bisogna avviare fin da oggi il ritiro. È il solo modo per far capire agli americani che stanno andando a testa bassa dentro un disastro.
È possibile che l’opposizione raggiunga un’intesa su questa posizione?
Lo spero. Anche nella lista unitaria c’è chi, come noi ma anche Zani, Caldarola e alcuni della Margherita, pone il tema politico del ritiro. Spero che l’intera opposizione trovi un punto comune da sostenere in Parlamento nelle prossime settimane. E spero proprio che le posizioni possano coincidere.
Frattini, però, ha anche ringraziato quella parte dell’opposizione che non ha chiesto il ritiro immediato.
Ho trovato molto peloso e imbarazzante questo apprezzamento. Perché il ministro ha fatto finta di non aver capito le pesanti critiche che, ad esempio, Massimo d’Alema gli ha fatto nel corso del dibattito. Il vero modo per rispondere al governo è dire no, noi abbiamo un altra strada. Noi per spingere a una svolta dobbiamo chiedere adesso una progressiva riduzione e un ritiro delle nostre forze armate.




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