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  1. #1
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale?

    Come cambia il clima

    E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale?

    di Paul Hudson



    E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale? | l'Occidentale

    Che succede al riscaldamento globale? Questa domanda potrebbe portarci un po’ di sorprese, così come potrebbe esserlo il fatto che l’anno più caldo registrato da un punto di vista globale non è il 2008 o il 2007, bensì il 1998. Ed è così, negli ultimi 11 anni non abbiamo osservato un aumento delle temperature su scala globale. I nostri modelli climatici non lo avevano previsto, sebbene il biossido di carbonio prodotto dall’uomo, il Gas che ritenevamo responsabile per il riscaldamento del pianeta, abbia continuato a crescere. Allora in che direzione sta andando la Terra?

    Chi è scettico verso i cambiamenti climatici, ed ha sostenuto con passione e coerenza che l’influenza dell’uomo sul nostro clima sia sovrastimata, dicono che loro l’avevano previsto. Spiegano che siamo davanti a dei fenomeni ciclici che non possiamo controllare e che determinano il livello di riscaldamento del Pianeta. Dopo tutto, il 98 per cento del calore della Terra arriva dal Sole. Ma le ricerche condotte negli ultimi due anni e pubblicate dalla Royal Society, sembrano escludere le influenze solari.

    Il più seguito approccio degli scienziati era semplice: guardare alle variazioni dell’output solare e alla intensità dei raggi cosmici negli ultimi 30-40 anni, e comparare questi trend con il grafico della media della temperatura globale della superficie terrestre. I risultati erano chiari: “Il riscaldamento negli ultimi 20 o 40 anni non può essere stato causato dalla attività solare – dice il dottor Piers Forster della Università di Leeds, uno dei più importanti collaboratori dell’annuale Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Ma uno scienziato della energia solare, Piers Corbyn della Weatheraction – una compagnia specializzata in previsioni meteorologiche di lungo periodo – non è d’accordo. Costui sostiene che l’incidenza delle particelle solari sul nostro pianeta sia molto maggiore di quanto è comunemente accettato. Per lui sono quasi completamente responsabili di ciò che accade alle temperature globali. E’ così eccitato da quello che ha scoperto da aver deciso di parlarne alla comunità scientifica internazionale durante la Conferenza di Londra che si svolgerà alla fine del mese. Se le sue tesi dovessero risultare corrette, questo potrebbe rivoluzionare l’intero argomento di cui stiamo discutendo.

    I cicli degli Oceani. Quello che è davvero interessante al momento è ciò che sta accadendo agli oceani. Gli oceani sono le nostre grandi riserve di calore. D’accordo con le ricerche condotte lo scorso novembre dal Professor Don Easterbrook della Western Washington University, gli oceani e le temperature globali sono correlati. Gli oceani, dice lo scienziato, hanno un ciclo in cui si riscaldano e un altro in cui si raffreddano. Il più importante di questi cicli è il cosiddetto Pacific decadal oscillation (PDO). Per gran parte degli anni Ottanta e Novanta siamo stati in un ciclo positivo, che vuol dire più caldo della media. E i rilevamenti hanno mostrato che anche le temperature erano aumentate. Ma negli ultimi anni questo calore degli oceani si è andato perdendo e recentemente è iniziata una fase di raffreddamento. Questi cicli in passato duravano all’incirca 30 anni. Le temperature potrebbero seguire i cicli degli oceani? Il raffreddamento globale dal 1945 al 1977 ha coinciso con uno dei di questi cicli freddi del Pacifico. Il Professor Easterbrook dice: "La modalità cool ha sostituito quella warm nell’Oceano Pacifico, assicurandoci virtualmente circa un trentennio di raffreddamento globale".

    Cosa vuol dire tutto questo? Gli scettici riguardo ai cambiamenti climatici sostengono che questi studi evidenziano che loro sono sempre stati dalla parte giusta. Dicono che ci sono molte altre cause naturali per il riscaldamento e il raffreddamento, e se anche l’uomo sta riscaldando il pianeta lo sta facendo per una piccola parte se lo paragoniamo a quello che fa la Natura. Ma gli scienziati che sono ugualmente appassionati sulle influenze umane nei confronti del riscaldamento globale rispondono che anche questa è una scienza solida. Il Met Office’s Hadley Centre, responsabile per le future previsioni climatiche, dice di aver incorporato nei propri modelli climatici le variazioni solari e i cicli oceanici e che questo non ha prodotto niente di nuovo. Il centro di ricerca sottolinea che le variazioni solari e i cicli oceanici sono soltanto due fattori nel vasto insieme di variabili conosciute in grado di influenzare le temperature globali – e in ogni caso entrambe queste variabili sono tenute in conto nei modelli del Met. In più, dicono, le temperature non sono mai cresciute in linea retta e ci saranno sempre periodi di lento riscaldamento o di raffreddamento temporaneo. L’aspetto cruciale della questione, secondo il Met, sono i trend di lungo periodo legati alle temperature globali. Questo è evidente, secondo i dati forniti dal Centro.

    Per confondere ulteriormente le cose, il mese scorso Mojib Latif, un membro dell’IPCC ha detto che potremmo trovarci quasi certamente in un periodo di raffreddamento mondiale che potrebbe durare almeno altri 10 o 20 anni. Il Professor Latif lavora al Leibniz Institute of Marine Sciences all’università tedesca di Kiel ed è uno dei più importanti creatori di modelli climatici. Ma chiarisce che lui non è diventato uno scettico sul riscaldamento climatico; crede solo che il raffrendamento sarà temporaneo, prima che si riaffermi la schiacciante forza del riscaldamento globale causato dall’uomo. E allora cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni? Entrambe le parti hanno previsioni differenti. Il Met dice che il riscaldamento è pronto a ricominciare e a rafforzarsi velocemente. Il centro prevede che almeno la metà degli anni compresi tra il 2010 e il 2015 saranno più caldi dell’anno che fino ad ora ha battuto tutti i record, il 1998. Gli scettici non sono d’accordo. Insistono che è improbabile che le temperature arriveranno alle vertiginose altezze toccate nel 1998 prima del 2030. E’ possibile, dicono, che a causa dei cicli oceanici e solari sia più probabile un periodo di raffreddamento globale. Una cosa è certa. Sembra che il dibattito sulle cause del riscaldamento globale sia ancora lontano dal vedere scritta la parola fine. Infatti si potrebbe dire che si sta surriscaldando.

    Tratto da BBC

    Traduzione di Roberto Santoro

    14 Ottobre 2009
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

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  2. #2
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale?

    Global cooling hits Al Gore's home

    Nashville, the home of leading global warming prophet Al Gore, has enjoyed the coolest July 21 on record, observes Christopher Booker.



    Global cooling hits Al Gore's home - Telegraph

    iaociao:
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  3. #3
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    Predefinito Rif: E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale?

    Sull'argomento non esistono certezze scientifiche, e nessuno può "prevedere" le future tendenze climatiche del pianeta. Tantomeno gli pseudo-scienziati liberal che straparlano di imminente riscaldamento catastrofico, mossi più da ambizione politica che da dati reali e verificati.
    Ogni buon conservatore vuole bene alla sua terra; cerca di proteggerla dalle forze distruttive del progresso, senza per questo abbracciare un ambientalismo integrale privo di ragionevolezza e così sciocco da predicare ed auspicare la fine dell'umanità pur di veder felici e contenti qualche uccellino o animaletto d'altro genere. Si veda l'esempio dei cuccioli di lince protetti più di feti umani destinati all'aborto.

  4. #4
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale?

    Usa: aumentano gli scettici sul riscaldamento globale

    Usa: aumentano gli scettici sul riscaldamento globale - Nel Mondo - L'Unione Sarda

    Sono sempre più numerosi, ma restano minoritari, gli americani che mettono in dubbio la realtà del riscaldamento climatico, secondo un sondaggio del Pew Research Center reso pubblico ieri. Il 57% degli interpellati ritengono che esistano solidi indizi a dimostrare che la temperatura della Terra è in aumento negli ultimi decenni, mentre erano il 71% nell'aprile 2008 e il 77% nel 2007. Il sondaggio è stato effettuato in tutto il Paese su 1.500 persone interrogate per telefono fra il 30 settembre e il 4 ottobre. Anche coloro che considerano il fenomeno come un problema molto grave sono diminuiti, il 35%, rispetto al 44% nell'aprile 2008 e al 45% nel 2007. Dall'anno scorso è fortemente diminuita - 36% contro 47% - anche la percentuale di coloro che ritengono che il riscaldamento climatico sia causato dalle attività umane, quali la combustione di idrocarburi e carbonè umane.

    Venerdì 23 ottobre 2009
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  5. #5
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    Predefinito Rif: E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale?

    Global warming e il Progetto globale

    Maurizio Blondet 09 luglio 2009

    Si introduca qui l’epica figura di Boone T. Pickens, meritevole di passare alla storia fra i giganti del capitalismo terminale. Chi è costui?

    Pickens è un «tycoon» del settore energetico, grande promotore delle energie alternative che – come tutti sanno – ridurranno il riscaldamento globale. Ci crede tanto da aver investito, attraverso la sua azienda Media Power, 2 miliardi di dollari per la creazione della più grande impresa di turbine a vento del mondo, la «Texas Panhandle». A questo scopo, Pickens ha ordinato dalla General Electric 687 turbine a vento, quei mulini a pale ultra-moderni che producono (come tutti sanno) energia pulita e naturale.

    dirigismo_ambientalista_1.jpgPickens le ha volute giganti, le sue turbine: 400 piedi, come un palazzo di 30 piani. Da mettere in una area del Texas vasta 100 mila ettari, da lui appositamente affittata nella contea di Panhandle per ricavarne entro il 2014, come pubblicizzava, 4 mila megawatt, «abbastanza da illuminare un milione di case». Il business del secolo.

    Solo che – come ha spiegato in un’intervista all’AP – «quando ho cominciato a ricevere queste turbine, ho pensato... dico, nel mio garage non ci stanno, devo metterle da qualche altra parte».

    Ora Pickens sta cercando Paesi e contee in altri Stati, disposti ad accettare qualcuna delle 687 turbine da 120 metri che ha già ordinato (1).

    Il Texas è così grande da poter in teoria ospitare l’intera popolazione mondiale, ciascuna famiglia con la sua villetta. Eppure anche nell’immenso e semideserto Texas, il cosiddetto impatto ambientale delle turbine non passa tanto bene.

    Soprattutto, il genio dell’energia rinnovabile si è accorto (a ordinativi fatti) che parte del suo problema è che non esiste una rete di distribuzione che porti la sua elettricità dalla desolata contea di Panhandle al famoso milione di case da illuminare.

    Pickens dice di aver pensato di costruire il suo proprio sistema di distribuzione, ma che «ci sono dei problemi tecnici».

    Gli si può credere, e si può credere che il più tecnico dei problemi sia la mancanza di capitali per una nuova, gigantesca spesa.

    Isomma ha cancellato il grande progetto, ed ora cerca di partecipare a programmi di mulini meno ciclopici, dove piazzare un po’ delle sue turbine a vento. Forse in Canada, forse nel Midwest.

    Pickens merita di passare alla storia come la smentita vivente del dogma primario del liberismo: che il privato sa meglio dell’impresa pubblica come investire i suoi capitali, perchè si lascia dirigere dal «mercato» e dalla sua mano invisibile, che è infallibile.

    Ma le cose non sono così semplicistiche. Pickens, dopotutto, non è cretino come sembra. Apprendiamo che ha speso 60 milioni di dollari in pubblicità e incontri in tutto il Paese «nello sforzo di indurre lo Stato, e i governi locali, a sussidiare il suo progetto».

    Dunque Pickens appare non come ardimentoso campione del «privato», ma come la non inedita figura dell’imprenditore privato con soldi pubblici. Qui infatti non è il «mercato» che gli ha ispirato il progetto, ma il dirigismo che il capitalismo, giunto allo stato terminale, detta agli Stati. Ossia le produzioni inefficienti di energia, sussidiate col denaro pubblico.

    Perché questa è la sola cosa certa che esce dal G-8: non regole certe e severe per gli avventurieri finanziari che hanno provocato il collasso economico planetario, non una risposta all’ondata di disoccupazione globale che ci attende prossimamente, bensì l’obbligo globale di aumentare la quota delle energie cosiddette «rinnovabili», alternative o pulite. Con la scusa della riduzione delle emissioni.

    Di fatto, la finanza pretende adesso che gli Stati intervengano nell’economia, ma che intervengano nella direzione voluta dal capitalismo terminale. Ossia «imponendo» le nuove tecnologie del futuro.

    I poteri forti si ricordano bene che fu la rivoluzione telecom (computer più internet e comunicazioni satellitari) ad alimentare l’ultimo boom più o meno sano, sul quale hanno creato le loro bolle finanziarie e i loro profitti. Ora puntano sul nuovo business delle energie rinnovabili, per le quali si crea un mercato a forza di terrorismo sul riscaldamento globale e della fine del petrolio.

    Se c’è una innovazione tecnologica che promette di concorrere con la grande rivoluzione passata dell’elettronica, sono in realtà le nanotecnologie, con tutti i rischi relativi all’uso di materiali in particelle sub-microscopiche, capaci di superare la barriera ematica e cerebrale.

    Per qualche ragione che sarà chiara dopo, però, i poteri forti hanno scelto le energie alternative. E precisamente il fotovoltaico e i mulini a vento hi-tech.

    Per capire che questi metodi non sono efficienti, non bisogna essere un tecnico. Basta vedere che essi ricevono sussidi pubblici: vuol dire che l’energia che producono costa molte volte più dell’energia prodotta da petrolio, carbone e nucleare.

    Il fatto viene nascosto. Un recente articolo sul Corriere (del 26 giugno) esultava: «Il colonnello Gheddafi ha parlato con l’amministratore delegato dell’ENI Paolo Scaroni per coprire di pannelli solari perte del deserto libico meridionale: energia a basso costo per i Paesi confinanti più poveri!».

    Energia a basso costo?! E’ energia ad alto costo, tant’è vero che per convincere a produrla l’Italia (il Paese più generoso in Europa in questo settore) paga un sussidio di 36-49 centesimi al chilowattora. Ciò «incoraggia molti investitori a venire da noi» con le loro macchinette e i loro pannelli, dice il Corriere, ed è facile vedere perchè: c’è un business per i pannelli fotovoltaici tedeschi (estremamente inefficienti) e per i mulini General Electric. Un business pagato dallo Stato.

    Il liberismo ideologico è sempre stato contrario ai sussidi che abbassano artificialmente i prezzi di una merce o di un servizio. E’ contrario al pane a prezzi inferiori a quelli di mercato che alcuni Paesi praticano per non far morire di fame i loro poveri; è ostile al biglietto del tram o del treno che non copre i costi, è contrarissimo a sussidiare un’industria europea aeronautica, o qualunque altra industria. E’ il «mercato», proclama, che deve stabilire quali prodotti convengono, con la libera concorrenza, eccetera, eccetera.

    Stranamente, il liberismo fa un’eccezione in un solo caso: per le energie alternative, esige sussidi (2). Li pretende.

    Perché?

    Perché c’è il riscaldamento globale, dicono questi filantropi; e siccome il riscaldamento globale che fa morire gli orsi polari è causato dall’uomo (sicuro, sicuro), bisogna obbligare le economie di tutti i Paesi a «tagliare le emissioni». Da qui il protocollo di Kyoto del ’97. Da qui l’obbligo posto dalla Unione europea detto «20-20-20», ossia di «tagliare le emissioni» di carbonio del 20% entro il 2020. Da qui le imposizioni che stanno uscendo fuori dal G-8, fra gli applausi degli ecologisti, e che metteranno una palla al piede forse letale per centinaia di industrie.

    Ora, anche se fosse vero che sono le emissioni delle ciminiere a provocare il global warming, bisognerebbe dire che la crisi economica prodotta dalla finanza sta già offrendo la triste soluzione: con una produzione calata del 35% (un calo mai visto dal 1930), le terribili emissioni saranno ridotte del pari, migliaia di ciminiere resteranno spente e perciò amiche dell’ambiente.

    Invece, anche questo calo non basta, per i filantropi: esigono delle leggi globali contro «l’inquinamento», lo esigono dai capi di Stato e di governo.

    E’ tutto già deciso, come ha scritto il Telegraph: «Saranno annunciati piani dettagliati per espandere l’energia rinnovabile di dieci volte e per tagliare le emissioni di gas serra che riscaldano il pianeta in meno di un decennio» (3).

    L’Inghilterra ricava solo l’1,5% della sua energia dalle fonti cosiddette rinnovabili, sole e vento. Ma volontaristicamente, dirigisticamente, obbedendo come sempre ai signori della finanza, la vuol portare al 30% entro il 2020, soprattutto con mulini a vento in Scozia.

    Lo Stato più ostile al dirigismo per quanto riguarda i «mercati finanziari», che vuole liberi e selvaggi, in questo settore ha già un piano esattamente simile ai piani quinquennali sovietici.

    «Ed Miliband, il segretario all’Energia e al Cambiamento Climatico (sic) renderà pubblico un Libro Bianco che dettaglierà i modi per cui le emissioni sarannno ridotte almeno del 34%, e una “Strategia per l’Energia Rinnovabile” per accrescere l’uso delle energie rinnovabili al 15% del totale della produzione energetica britannica. Lord Mandelson, il segretario all’Economia, lancerà una “Low Carbon Industrial Strategy” con cui il governo creerà 400 mila nuovi posti di lavoro nelle industrie ambientali entro otto anni, e trasformerà l’intera economia cambiando completamente il nostro panorama industriale, e il modo in cui tutti noi lavoriamo e consumiamo».

    In Inghilterra 400 mila nuovi posti di lavoro, si prega di crederlo, sono pura e semplice propaganda. Bisognerebbe sapere quanti posti di lavoro saranno distrutti dalle pesantissime regole ambientali (che getteranno fuori mercato centinaia di imprese, industriali ma anche agricole), e se i 400 mila ipotetici basteranno a compensare i posti perduti dal dirigismo «sostenibile». In Spagna, prima delle classe nell’economia «verde», per ogni posto creato da questo settore ne sono scomparsi 2,2 negli altri (4).

    Dunque Londra pratica il dirigismo – una politica economica scelta dallo Stato e non dal mercato – per l’economia «verde». La rivoluzione economico-energetica sarà imposta per legge.

    «La pubblicazione del piano», continua il Telegraph, «sarà seguita da una Legge sull’Energia, che sarà inclusa nel prossimo discorso della regina, per promuovere la tecnologia per rimuovere il biossido di carbonio dalle emissioni delle centrali a carbone; nuove centrali verranno vietate se non li adottano».

    Si tratta di «promuovere» una tecnologia, per ora inefficiente e inefficace. La differenza col vecchio dirigismo fascista sta tutta qui: quello, identificava le punte di eccellenza del Paese, e le promuoveva e le proteggeva (coi dazi e i sussidi) per scopi di autosufficienza e di progresso. Questi, lo fanno per un altro scopo. E danno sussidi.

    «La strategia comprende piani dettagliati per sussidi, grazie a cui le famiglie e le imprese che installano impianti di energia rinnovabile potranno vendere la energia che producono in eccesso in termini favorevoli, misura che ha stimolato la rapida crescita dell’energia solare in Germania», scrive entusiasta il Telegraph. Non dice che i sussidi saranno pagati dai contribuenti, i quali subiranno due volte: pagheranno più cara meno energia prodotta, e perderanno molte attività economiche datrici di lavoro.

    Il piano imposto è un programma di austerità a livello globale. E’ la decrescita diretta dai miliardari.

    E’ evidentemente in atto una volontà superiore, elaborata nei circoli riservati (Bilderberg, Council on Foreign Relations) a cui i governi stanno obbedendo. E il fatto che vi obbedisca lo Stato britannico – primo nel cavalcare le peggiori creatività finanziarie, che ricava l’8% del PIL dalle attività della City – che fra i tanti difetti non hanno quello di usare ciminiere inquinanti – dovrebbe indurre qualche sospetto.

    Ciò è in apparenza così contrario ai dogmi del liberismo di mercato di Adam Smith, da rendere urgente una domanda: perchè lo fanno?

    Ben 31 mila scienziati hanno firmato un documento (riprodotto qui sotto) in cui sostengono che «non ci sono prove convincenti» che il cambiamento climatico è prodotto dall’industria umana.


    dirigismo_ambientalista_2.jpg


    Si sta formando il consenso scientifico secondo cui i cambiamenti del clima dipendono in gran parte dal vapor acqueo (un gas serra molto più efficace del biossido di carbonio, e prodotto dagli oceani) e da fenomeni cosmici come l’attività del Sole (fra parentesi, le macchie solari sono tornate a farsi vive dopo anni).

    Dal 2006 ad oggi, la temperatura globale è persino scesa di 0,39 gradi C° (Earth's 'Fever' Breaks! Global temperatures 'have plunged .74°F since Gore released An Inconvenient Truth' | Climate Depot).

    Avanzano scoperte che possono davvero produrre energia in modo efficiente, come questa che simula la capacità della clorofilla di convertire la luce solare in energia (Refreshing News: First step towards converting solar energy using artificial leaf).

    Ma questo tipo di conclusioni e ricerche non interessano a lorsignori. Essi pretendono che l’economia del mondo venga interamente cambiata per renderla adatta – a forza di sussidi – a produrre energia rinnovabile. E in questo sforzo, pretendono che alcune industrie siano «aiutate» ed altre (magari più promettenti o semplici) no.

    Sì al fotovoltaico e ai LED, no a tutte le soluzioni a tecnologia matura già esistenti o facilmente adottabili.

    Nel pieno di una crisi apocalittica, prendono provvedimenti che sono di per sè depressivi, in quanto aggravano i costi della produzione. Come mai?

    Forse la risposta è contenuta nelle opere di Robert Heilbroner (1919-2005): un miliardario filosofo di cui probabilmente non avete mai sentito parlare.

    dirigismo_ambientalista.jpgUn vero insider, un ispiratore di quei circoli altissimi dove si prendono le decisioni. Di ricca famiglia ebreo-tedesca, Heilbroner diresse per gli Stati Uniti in guerra l’Ufficio di Controllo dei prezzi, una delle più potenti centrali riservate del dirigismo bellico; divenne poi banchiere, ma trovò il suo approdo nella New School for Social Research: una università privata molto appartata, che dal 1933 sorge nel lussuoso Greenwich Village, riccamente finanziata dai Rockefeller e da Hiram Halle (un altro miliardario ebreo del petrolio), e il cui presidente è il senatore e candidato presidenziale Bob Kerry.

    Che cosa fa la New School of Social Reserach?

    Essenzialmente, è la roccaforte segreta del vecchio «marxismo critico» della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse), che coniuga col pragmatismo americano (Dewey), e si sforza di adattarlo alle mutate condizioni economiche (5). E’ per così dire l’ala «sinistra» del mondialismo ebraico-americano, quello che negli anni 50-70 predicava e imponeva la «pianificazione» delle economie occidentali, posizione in Italia tenuta dai repubblicani di Giorgio La Malfa.

    In questa «scuola», Heilbroner rappresenta da sinistra quel che, a destra, Leo Strauss rappresentò nella scuola di Chicago, frequentata da neocon: il maestro segreto, l’ispiratore dietro le quinte.

    Heilbroner è stato un materialista storico sui generis. Il suo massimo libro, che ha venduto 4 milioni di copie da quando è apparso nel ‘53, si chiama «Worldly Philosophers»: sono biografie dei filosofi che si occupano «del mondo di qua», in polemica opposizione ad ogni pensiero metafisico o spiritualista. Ovviamente, Marx, Freud, Marcuse, Adorno, eccetera.

    Heilbroner si considerava il più essenziale «filosofo dell’aldiquà», e sosteneve l’economia di piano centralizzata alla sovietica. Il centralismo era per lui la strada più diretta al governo globale; il capitalismo invece, disperdendo i centri decisionali e abbandonandoli alla spontaneità di milioni di privati, era meno efficace allo scopo.

    Si capisce che questo «pensiero» abbia conosciuto una eclisse nel folle ventennio del liberismo selvaggio, dominato dalla Scuola di Chicago in economia con Milton Friedman, e in politica da Strauss. Heilbroner stesso lo ammise in un importante articolo che pubblicò sul New Yorker il 10 settembre 1990, dal titolo «Reflections after Communism».

    Bisogna ammettere, scriveva, che «il capitalismo organizza gli affari materiali dell’umanità meglio che il socialismo». Ma ci sono ancora speranze: il capitalismo (come dice Marx) sbocca sempre in grandi monopoli, e dunque in nuovo socialismo. Basta resistere e operare nell’ombra per accelerare questo esito.

    Come?

    Noi global-socialisti superstiti, diceva Heilbroner, dobbiamo nasconderci dietro il movimento ecologista, promuoverlo e rafforzarlo.

    L’ambientalismo resta la maschera con cui i socialisti possono ancora farsi ascoltare dai politici e dall’opinione pubblica. Ed è il mezzo migliore per imporre una pianificazione centrale dell’economia a livello planetario.

    Ecco un sunto dell’articolo:

    «... Il socialismo rischia di non essere più una forza importante di cambiamento, adesso che il comunismo è finito. Ma un altro modo di guardare al socialismo è (guardare) alla società che deve emergere se l’umanità ha da affrontare il peso ecologico che la crescita economica pone all’ambiente. Da questa prospettiva, uno sguardo lungo post-comunista mira oltre il capitalismo, ad un mondo ancora inesplorato che prenderà forma e si solidificherà prima di ricevere un nome» (6).

    Non è avvenuto questo, negli ultimi anni?

    I protocolli di Kyoto sono il risultato di questa nuova ideologia che, prima ancora di avere un nome, è stata imposta a livello globale. Il G-8, con la sua proposta di riduzione delle emissioni di un assurdo 50-80% entro il 2050, non fa che obbedire alle indicazioni di Heilbroner e al suo «sguardo lungo».

    C’era Bush che si opponeva; adesso c’è Obama che accetta i tagli al carbonio secondo il verbo di Kyoto: la compra-vendita di «diritti d’inquinamento», grande «mercato» per la finanza speculativa, purchè venga imposto dall’alto...

    Dopo la «destra» di Strauss, comincia un nuovo esperimento di ingegneria sociale, austerità e decrescita guidato dal sistema finanziario: la «sinistra» di Heilbroner. La mira è sempre la solita: il governo mondiale sotto l'economia pianificata dai banchieri.

    Il signor Pickens che non sa dove mettere i suoi 687 mulini a vento, dopotutto, non è un fesso. Ha solo agito in modo precipitoso. Dovrà aspettare un po’ prima che su di lui comincino a piovere i sussidi. Ma arriveranno.

    Vedete già come i media applaudono al G-8; vedete già gli ecologisti a strillare che non basta, che bisogna tagliare di più, chiudere più fabbriche, spegnere più ciminiere. Etero-diretti di sguardo corto, o pagati?



    1) «T. Boone Pickens call-off massive Texas wind farm», CNBC, 7 luglio 2009.
    2) Si noti che questi poteri hanno sempre fatto mancare i finanziamenti alla tecnologia di fusione nucleare controllata, che punta ad ottenere energie pulite, ma alte e concentrate e dunque utili allo sviluppo industriale. In generale, ogni soluzione di risparmio energetico sensata e a basso costo è stata contrastata. Anni fa la Fiat propose un co-generatore domestico di modesta tecnologia: un apparecchio grande come una caldaia a gas, che produceva non solo acqua calda ma elettricità sufficiente per un appartamento, grazie a un piccolo motore d’auto diesel. Era economico ed ecologico, perchè un simile apparecchio in ogni casa risparmiava la notevole dispersione di energia lungo le vaste reti elettriche. Il progetto fu liquidato dai grandi produttori di elettricità.
    3) Geoffrey Lean, «Green revolution' could create 400,000 jobs, claim ministers», Telegraph, 4 luglio 2009.
    4) «The high cost of green jobs», Worldnet Daily, 2 luglio 2009. L’economista Gabriel Calzaza, docente all’Università Juan Carlos di Madrid, ha condotto una ricerca dal titolo «Study of the effects on employment of public aid to renewable energy sources». Dopo aver spiegato che «nessun altro Paese del mondo più della Spagna ha dato più ampio sostegno (pubblico) alla produzione di elettricità per mezzo di risorse rinnovabili», il professor Calzaza dimostra che nove posti di lavoro sono stati persi per ogni quattro creati dai sussidi pubblici al rinnovabile.
    5) La New School ha ospitato durante la guerra e dato una cattedra a Jacques Maritain e a Claude Lévi-Strauss, che hanno introdotto in USA il pensiero «alternativo» francese di Foucault, Derrida e Deleuze. Fatto significativo, per influenzare gli stati d’animo delle masse con apposite suggestioni collettive indotte dal cinema, questa strana università ha creato un «laboratorio di drammaturgia» (Dramatic Workshop), diretto dall’ebreo tedesco Erwin Piscator, che ha formato attori famosi come Marlon Brando, Ben Gazzara, Tony Curtis, e scrittori come Tennessee Williams.
    6) Qui un abstract del saggio di Heilbroner: Reflections: AFTER COMMUNISM : The New Yorker

  6. #6
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    Predefinito Rif: E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale?

    Global warming
    Maurizio Blondet
    30/04/2007

    Ci fu un tempo in cui l’umanità ridusse enormemente le emissioni di CO2, il colpevole dell’effetto-serra, e dunque del riscaldamento globale: fu nella grande Depressione del ‘29.
    Nel 1928, il biossido di carbonio (CO2) prodotto dalle industrie nel mondo ammontò a 1,1 miliardi di tonnellate.
    Nel 1929, salì ancora a 1,7 milioni.
    Poi, il crollo di Wall Street, e la grande depressione cominciò.
    Nel 1932, l’emissione di CO2 dovuta alle industrie umane era crollata a 0,88 miliardi di tonnellate.
    Un calo del 30%.
    Poi la curva ricominciò a salire, lentamente e in modo continuo, nel 1939 era a 0,90 miliardi di tonnellate.
    La ripresa tuttavia fu lentissima.
    Solo con la guerra e la ricostruzione del dopoguerra, verso il 1945-50, si tornò ai valori antecedenti al 1029.
    Il 30% in meno di emissioni di CO2: è un calo enorme, molto maggiore di ciò che si possa sperare di raggiungere con le norme che gli ecologisti vorrebbero imporre al mondo, come i «crediti» sulle emissioni di carbonio (volute dalla convenzione di Kyoto: i Paesi che emettono troppo possono «comprare» crediti da Paesi che emettono poco).
    Molto più di quello che vorrebbe l’ecologista politico Al Gore.
    Molto più di quanto chiede, esige, l’ONU, o l’Inter-Governmental Panel on Climate Ch’ange.
    Un calo del 30%.
    Dietro questa percentuale c’è la tragica paralisi della produzione e dei commerci industriali, la spaventosa riduzione dei consumi in Europa e in America.
    Ci sono le fabbriche chiuse, le decine di milioni di disoccupati, i tempi durissimi per la massima parte della popolazione del pianeta.
    Il decennio (1929-39) del tirare la cinghia, il più duro per una generazione che non avrebbe visto la luce alla fine del tunnel, se non sotto forma della seconda guerra mondiale - l’altra tragedia immane, la grande consumatrice di prodotti industriali e di vite umane - nei cinque anni seguenti.
    Ma almeno, il CO2 prodotto dall’uomo bruciando carbone e petrolio calò.
    L’aria sarà stata più pulita.
    I cieli più sereni.
    Il mutamento climatico da effetto-serra (di cui sicuramente il CO2 è responsabile) sarà stato bloccato.
    Invece no, non fu così.

    La concentrazione di CO2 nell’atmosfera terrestre, espressa in parti per milione (ppm) non fece che salire.
    Lentamente, di poco, ma inesorabilmente.
    Nel 1928 era a 306 ppm.
    Nel 1929, era 306.
    Nel 1932, a 307.
    E così via salendo, a piccolissimi ma inesorabili passi, fino al nostro oggi, dove siamo a 380 parti per milione.
    Gli strumenti che controllano la concentrazione del gas-serra nell’aria a Mauna Loa (Hawaii) dal 1958, e i controlli sulle bolle d’aria intrappolate nei carotaggi estratti dai poli, mostrano sì variazioni, ma dovute alla natura: per esempio, tra l’estate e l’inverno la concentrazione può variare anche di 5 ppm, a causa del ciclo della fotosintesi delle foglie.
    Ma la caduta verticale della produzione industriale dei primi anni ‘30 non ha causato nemmeno un calo di 1 ppm.
    Immaginiamo di sovrapporre i due grafici relativi: quello delle emissioni industriali sale, scende a precipizio nel 1930/31, poi risale.
    Quello della concentrazione di CO2 atmosferico sale lentamente ma senza mai scendere, e specialmente non scende quando scende l’altro.
    A sovrapporre i due grafici è stato il professor Martin Hertzberg già nel 2001. (1)
    Oggi Hertzberg è in pensione, ma è stato meteorologo per la US Navy; chimico e fisico laureato a Stanford, si è occupato per tutta la vita di combustioni esplosive, diventando il massimo esperto mondiale nell’accurata misurazione delle particelle sub-microscopiche nell’atmosfera (ha due brevetti in apparecchi di misurazione all’infrarosso).
    Hertzberg non si è esposto come scettico della teoria sulla causa industriale del «global warming», ma ha tratto le semplici conclusioni dalla sovrapposizione dei due grafici.
    Sì, la concentrazione di CO2 è cresciuta del 21% nel corso del secolo appena passato.
    La temperatura terrestre è aumentata, anche se molto meno: mezzo grado centigrado tra il 1880 e il 1980, e da allora sale più rapidamente, più nelle regioni polari che altrove.
    Ma, si domanda Hertzberg, è il CO2 a 380 ppm per milione a trattenere il 94% della radiazione solare assorbita nell’atmosfera?
    Egli nota che il vapore acqueo è un assorbitore di calore altrettanto potente, e può essere presente nell’aria in percentuali fino al 2%, equivalenti a 20 mila parti per milione (ppm).
    L’acqua, dunque?

    L’acqua, onnipresente sulla Terra: oceani, nubi, ghiacci, nevi, vapore.
    Una presenza enormemente più evidente del biossido di carbonio.
    Eppure, i modelli elaborati dalla «scienza» del global warming non ne tengono conto.
    L’attuale concentrazione di CO2 si ebbe anche nell’Eocene, 20 milioni anni prima della rivoluzione industriale: allora il biossido di carbonio salì a 300-400 ppm.
    Che cosa causò, a quei tempi, l’effetto-serra?
    Milutin Milankovitch, serbo, uno dei fondatori dell’astrofisica, studiò in ogni particolare, tra il 1915 e il 1940, tutte le possibili variabili all’opera nelle ere glaciali e post-glaciali.
    Egli spiegò il ciclo dei riscaldamenti e raffreddamenti planetari con le variazioni dell’esposizione della Terra al Sole, dovute all’orbita ellittica, e alle variazioni di inclinazione (oscillazioni) dell’asse terrestre.
    Egli ritenne che questa - la maggiore o minore irradiazione solare - fosse la causa primaria delle rilevanti variazioni di temperatura media tra glaciazioni e disgeli.
    Hertzberg inclina alla stessa conclusione: oggi ci troviamo nella coda d’uscita dell’ultima era glaciale.
    L’acqua copre oltre il 70% della superficie del pianeta.
    E negli oceani, intrappolato in forma di carbonati, giace una quantità di CO2 almeno cento volte superiore a quello atmosferico.
    Mentre avanza l’era post-glaciale gli oceani, riscaldati, emettono gas carbonico, proprio come una bibita gassata estratta dal frigorifero, che svapora mentre raggiunge la temperatura ambiente.
    «E’ il riscaldamento degli oceani che provoca l’aumento del CO2 nell’atmosfera, non il contrario», sostiene perciò Hertzberg.
    Difatti, recenti studi mostrano che negli scorsi milioni di anni l’aumento del CO2 nell’aria ha fatto seguito al riscaldamento climatico, con un ritardo fra gli 800 e i 2.600 anni.
    Se Hertzberg ha ragione, allora tutte le misure invocate dall’ecologismo per ridurre le emissioni industriali non hanno senso alcuno.
    In particolare, non ne ha il cervellotico meccanismo dei «crediti di emissione» pensato a Kyoto, questa compra-vendita di diritti di inquinare che vuole introdurre un incentivo di «mercato» alla decrescita produttiva.
    Un’escogitazione ideologica - del liberismo - a soccorso dell’ideologia dell’ambientalismo malthusiano, che vede nella popolazione umana un «eccesso» e una malattia.

    Il liberismo globale e l’ecologismo uniti a creare complessi di colpa a un’umanità che ha dimenticato il senso del peccato, ma non l’oscuro rimorso.
    Il commercio dei «crediti d’emissione» equivale, dice Alexander Cockburn, alla «vendita delle indulgenze» del Papato di sei secoli fa: il peccatore poteva, con un esborso, comprarsi il purgatorio anziché l’inferno.
    Lo stesso meccanismo di indulgenze viene offerto oggi dalla religione del liberismo ecologico, ma stavolta su basi ovviamente tecnocratiche.
    Proprio vero quel che diceva Chesterton: l’uomo miscredente è quello che crede a qualunque cosa.
    Invece, se Hertzberg ha ragione, a comprare «diritti» a man bassa dovrebbe essere Poseidon, il dio del mare.
    Lui il vero colpevole.

    Maurizio Blondet

    Note
    1) Alexander Cockburn, «Is global warming a sin?», Counterpunch, 29 aprile 2007.

  7. #7
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: E se invece del riscaldamento globale arrivasse il raffreddamento globale?

    Not evil just wrong




    Adesso il mondo inizia a chiedersi: che fine ha fatto il global warming?

    Dal Monde alla Bbc, le temperature che non salgono più riaprono un dibattito che per tanti era chiuso




    Adesso il mondo inizia a chiedersi: che fine ha fatto il global warming? - [ Il Foglio.it › La giornata ]

    L’autorevole quotidiano francese Le Monde, mercoledì apriva la prima pagina con una grande foto di un iceberg in Groenlandia e un titolo a tre colonne su due righe: “Clima: il riscaldamento segna una pausa?”. L’articolo, pur sostenendo l’origine antropica del riscaldamento globale, spiegava che “le temperature potrebbero leggermente abbassarsi da qui a dieci-vent’anni”. Ecco perché “il dibattito tra gli esperti rende più difficile la conclusione di un accordo a Copenaghen”. Per “Copenaghen” si intende il grande summit mondiale che a dicembre vedrà tutti i paesi del mondo impegnati a firmare un documento comune per combattere i cambiamenti climatici. Il termine interessante nell’articolo del Monde è “dibattito”, parola che da qualche anno era scomparsa dagli scritti sull’argomento.

    Il dibattito – si diceva – è finito, ormai è chiaro che l’uomo è responsabile dell’innalzamento delle temperature sul nostro pianeta. Ultimamente, almeno fuori dall’Italia, sembra che questa non sia più una certezza: testate storicamente schierate con il catastrofismo spinto, sempre più scienziati e una grossa fetta di opinione pubblica stanno ritrattando la definitività delle loro posizioni. Ammettono cioè che forse il dibattito non è del tutto chiuso. Anche perché nel mondo fa freddo. Qualche esempio: la stagione calda 2008-2009 dell’emisfero sud della Terra ha fatto segnare un record non di poco conto: mai, da quando sono iniziate le misurazioni, era capitato che si sciogliesse così poco ghiaccio. In diversi paesi europei come l’Austria e la Polonia, nevicava a inizio ottobre, negli Stati Uniti si sono toccate temperature basse come mai negli ultimi cinquant’anni e in Alberta, Canada, non faceva così freddo dal 1928. “Che cosa è successo al Global Warming? Così le basse temperature stanno iniziando a scuotere la teoria del riscaldamento globale”, titolava il Daily Mail qualche giorno fa facendo eco al “Che è successo al global warming?” della Bbc della settimana prima. “Questo titolo potrebbe sorprendervi – scriveva l’articolista inglese – così come sapere che l’anno più caldo registrato globalmente non è né il 2007 né il 2008, ma il 1998. Eppure è vero. Negli ultimi undici anni le temperature non sono aumentate”.

    Negli stessi giorni, segnalato dal Times e ripreso dal Corriere della Sera, si scopriva che “il diario di Cook svela che il clima è immutato”. Cook è James Cook, famoso esploratore britannico di fine Ottocento. Le note metereologiche contenute nei suoi diari di viaggio e rilette oggi ci dicono che da una parte negli ultimi 190 anni il livello dei ghiacci della baia di Baffin si è ridotto in modo “lieve ma significativo”, ma altre misurazioni suggeriscono che la temperatura dei mari artici è cambiata di poco o niente e che nell’artico norvegese a inizio Ottocento le temperature rilevate in estate non erano molto più fredde di quelle registrate alla fine del Novecento.

    Che cosa significa tutto questo? Di sicuro che l’osservazione della realtà comincia a introdurre dubbi nelle previsioni fatte al computer con modelli non ancora verificati. Questo fa sì che i cosiddetti scettici si stiano liberando della definizione di “negazionisti” coniata per loro da chi riteneva chiuso il discorso sul clima e comincino a far sentire la loro voce. Il film “Not evil, just wrong” è un esempio in tal senso: uscito pochi giorni fa, è un contro-documentario che critica le “verità scomode” del lungometraggio con cui l’ex vicepresidente americano Al Gore vinse l’Oscar e il Nobel per la Pace nel 2007. Diretto da Phelim McAleer, “Non cattivo, semplicemente sbagliato” cerca di frenare l’isteria che il catastrofismo à la Gore ha generato negli ultimi anni. Al è in difficoltà, e non solo per la sorta di “nuvoletta di Fantozzi” che tradizionalmente lo accompagna quando parla di global warming in giro per il mondo (dove arriva lui si registrano quasi sempre temperature sotto la media), ma perché in troppi si stanno accorgendo delle esagerazioni apocalittiche che contraddistinguono i sostenitori del riscaldamento globale per cause antropiche: la scorsa settimana, dopo quattro anni passati lontano da domande scomode, Al Gore ha accettato di partecipare a una sorta di conferenza stampa in cui avrebbe risposto a tutte le domande dell’associazione dei giornalisti ambientali, la Society of Enironmental Journalists. A quell’incontro c’era anche, come membro effettivo dell’associazione, Phelim McAleer, regista di “Not evil, just wrong”, che a un certo punto ha chiesto la parola e, ottenutala, ha domandato ad Al che cosa pensasse dei “nove importanti errori” che un giudice inglese ha individuato nel suo film, tanto da vietarne la proiezione nelle scuole inglesi. Gore ha risposto dicendo che nelle scuole invece il suo film è stato fatto vedere, ma McAleer ha insistito, chiedendo al premio Nobel di entrare nel merito, volendo sapere se avrebbe fatto qualcosa per riparare a quegli errori. A quel punto McAleer è stato circondato da due energumeni che lo hanno invitato fisicamente a tacere, con – nitida – la voce di uno dei responsabili dell’associazione di giornalisti che, rivolto alla sala regia, diceva: “Kill the mic!”, “spegnigli il microfono”.

    Quando si alza il tono dello scontro si ammettono implicitamente delle difficoltà. Così il governo inglese guidato da Gordon Brown (che due giorni fa spiegava che se a Copenaghen non si raggiungerà un accordo la Terra ha i giorni contati) ha messo in onda uno spot dedicato ai bambini sui pericoli che derivano dalla produzione di CO2. Non riuscendo ad avere presa sugli adulti nonostante i messaggi sui media siano a senso unico (tutti i sondaggi dicono che la gente è più preoccupata di economia e terrorismo che dei cambiamenti climatici) provano a spaventarli fin da piccoli: nel commerciale andato in onda questa settimana si vede un papà che racconta la favola della buonanotte alla piccola figlia che ascolta la storia con volto spaventato: “Cera una volta un paese in cui il clima era diventato molto molto strano”, dice il babbo; gli scienziati avevano detto che la colpa era della CO2 e che per questo molte città sarebbero state sommerse e i bambini avrebbero perso i loro cuccioli travolti da catastrofi naturali. Come combattere tutto questo? Ad esempio spegnendo la luce in camera quando non serve. “C’è un lieto fine?”, chiede la bimba spaventata. “Dipende da te”, risponde la voce fuori campo. Oltre alla grossolanità della soluzione prospettata nello spot, questa campagna (costata sei milioni di sterline al governo britannico) ha scatenato le ire di moltissimi genitori oltre che dell’opposizione conservatrice: “Una pubblicità – ha detto Philip Davies – che rivela quanto logoro sia il punto di vista del governo se decide di spaventare i ragazzini per combattere il cambiamento climatico”. Ma il portavoce del dipartimento per il cambiamento climatico ha risposto che “per proteggere la prossima generazione dobbiamo motivarla”. Appunto, non terrorizzarla.

    Lo spot in questione è però in linea con gli allarmismi del premier inglese, che ha da poco dichiarato che “la Conferenza sul clima di Copenaghen è l’ultima possibilità per raggiungere un accordo globale, ridurre le emissioni ed evitare il disastro. Se non raggiungeremo un’intesa non ci sono dubbi: una volta che il danno delle emissioni è fatto, sarà troppo tardi”. In effetti col passare dei mesi l’appuntamento danese è passato da momento catartico e decisivo per il futuro dell’umanità a semplice punto di incontro dei vari potenti del mondo per riempirsi la bocca di clima. Così diversi politici già avvertono che non ci si deve aspettare molto da quello che nell’immaginario comune dovrebbe essere un “Kyoto 2”. Come nel romanzo di Michael Crichton “Stato di paura”, più il meeting sul clima si avvicina più i media rilanciano i disastri per spaventare l’opinione pubblica e incastrare Obama e compagnia alle loro responsabilità. Responsabilità (vere o presunte che siano) di cui già approfittano non pochi paesi poveri: a fine agosto dieci paesi africani si sono riuniti per chiedere ai paesi industrializzati 46 miliardi di dollari perché per colpa loro in Africa fa caldo. Se il conto non verrà pagato, hanno avvertito, Copenaghen rischia di saltare.

    In tutto questo per fortuna il dibattito sulle vere cause del global warming si è riaperto, e ciò non può che giovare alla causa. L’articolo del Monde, oltre a sostenere che lo stop al riscaldamento globale non significa assolutamente che l’uomo non ne sia il responsabile, ammetteva che questo “raffreddamento” potrebbe essere dovuto a cause naturali. E questa è una notizia: a leggere certe cose, negli ultimi tempi, sembrava che la natura fosse stata ormai sostituita in toto dall’uomo.

    di Piero Vietti

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    23 ottobre 2009
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

 

 

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