Blair ha vinto la sua battaglia: «Bush's Poodle» non c'è più

Londra. Oggi Tony Blair incontra George Bush alla Casa Bianca, e non è difficile prevedere l'agenda sul tavolo. Forte dei suoi colloqui di ieri sera a New York con Kofi Annan, Blair porterà con sé a Washington una bozza di una nuova risoluzione dell'Onu, formalmente per riconoscere il nuovo governo che prenderà il potere il primo luglio, ma in realtà per dare la copertura diplomatica all'arrivo di truppe “peacekeeping” (nonché Ngo) tedesche e francesi, (più indiane, pachistane e del Bangladesh) e la permanenza di quelle spagnole. Dopo aver spinto un (forse riluttante) Annan ad accettare un ruolo maggiore negli affari interni iracheni per i suoi ufficiali, Blair chiederà all'amico George di benedire questo progetto. I due amici anglofoni poi discuteranno della formazione del nascituro governo post-Bremer. In più, spingerà per lo spiegamento delle truppe americane (o della Nato) nella Striscia di Gaza, per meglio garantire la trasferta tranquilla ai palestinesi dei territori ceduti: anche il premier britannico sta trattando con Gerusalemme in questi giorni sulla questione.
Un argomento che invece non è sul tavolo è la discussione, e tantomeno la critica, delle tattiche militari delle truppe americane in Iraq nelle ultime settimane. Tutt'al più i due parleranno dei rapporti logistici fra il circolo amministrativo americano intorno a Paul Bremer, e quello del “vice” britannico (che per il momento non c'è, dopo la partenza per fine mandato del rappresentante di Blair in Iraq, l'arabista e ex-ambasciatore all'Onu, Sir Jeremy Greenstock): a Westminster sono fortissime le voci (soprattutto dall'opposizione) che spingono per un “upgrading” del ruolo dei consiglieri politici e diplomatici inglesi, per meglio monitorare le mosse della Cpa, soprattutto dopo le disastrose tattiche avallate da Washington contro Moqtada al-Sadr e usate per domare l'insurrezione di Falluja. Per il ruolo si parla di Lord George Robertson, ex-segretario generale della Nato.
In questi giorni si scrive molto di una crisi nei rapporti fra gli inglesi e gli alleati americani in Iraq: secondo le voci, Bremer e Greenstock non si sopportavano, e le due strutture militari avrebbero litigato su tutto. Ma secondo una tradizione diplomatica che risale alla fine della seconda guerra mondiale, e che Tony Blair segue con convinzione, Londra non critica mai apertamente le decisioni della Casa Bianca; cerca piuttosto di influenzarle nei dettagli, onde rimanere sempre “inside the loop”, nel circo ristrettissimo dei consiglieri del presidente. Tranne per il fiasco di Suez, per l'oltraggio di Grenada (nel 1984 Reagan invase un membro del Commonwealth nei Caraibi senza informare Londra e la Thatcher sgridò il suo amico Ronnie, che non ripetè più un simile sgarro), e per le promesse non rispettate di Clinton sul Kosovo (furibonde furono le liti telefoniche fra i dioscuri della Terza Via), questa regola ha funzionato benissimo: come premio per la sua discrezione diplomatica, a Londra viene sempre riservato un trattamento di riguardo nella pianificazione degli assetti mondiali futuri. Quest'intesa (assai cordiale) viene chiamata “the special relationship”.
Difatti il rapporto personale fra Blair e Bush è ottimo, e lo è dai tempi del loro primo, piuttosto goffo, incontro a Camp David nel febbraio del 2001, definito il “Colgate summit” (per la surreale battuta del goliardico Bush: «abbiamo scoperto di avere molto in comune, usiamo lo stesso tipo di dentifricio», facendo arrossire il suo serioso ospite). Seguendo i generosi consigli di Clinton di «tenersi sempre stretto al petto» il successore e l'avversario politico, le istruzioni di Blair ai suoi consiglieri diplomatici erano precise: «non fare nulla per inimicarsi la Casa Bianca». Ma all'epoca dell'inaugurazione del 43esimo presidente, ben nove mesi prima dell'11 settembre, il timore di Downing Street era che il “toxic Texan” non si sarebbe “engaged” affato col mondo esterno, evocando invece una nuova era di isolazionismo. Il Foreign Office, da sempre molto più eurofilo di Downing Street, e disperato per le prime mosse di Bush, consigliava una rottura storica della “special relationship”. «What do we get back?», quali sono ormai i benefici per noi? Era questa la domanda retorica che ha raggiunto più volte le orecchie di Blair, raddoppiata dal solito refrain dei media scettici: «Bush's Poodle», sei il cagnolino di Dubya.
L'11 settembre ha cambiato tutto: gli spocchiosi “mandarini” del Foreign Office hanno taciuto: le intuizioni di Blair di stare accanto a Bush a tutti costi erano giustificate. Blair non è stato solo il primo leader estero consultato da Bush, ma quello interpellato più spesso. Durante il lungo “build up” dell'invasione dell'Afghanistan, il premier britannico si è messo a girare il mondo, cercando di convincere altri leader a fidarsi del presidente, non sempre con esiti positivi. Il successo di Blair come lobbista eccellente nel conquistare l'attenzione di Bush sulle questioni strategiche nella guerra al terrorismo, e su quella in Iraq, gli ha fatto guadagnare a Washington l'epiteto ironico di «secondo vice presidente degli Stati Uniti», che non ha certo fatto piacere a quello formalmente in carica. In effetti, gli ambienti intorno a Dick Cheney hanno fatto di tutto per ridimensionare l'influenza di Blair, con le sue idee multilateraliste, sin dal primo incontro.
Ma se Blair è impallidito nel gennaio del 2002 per il discorso del presidente, ispirato da Cheney, sull'“Asse del Male” (che metteva in difficoltà i vari tentativi multilateralisti britannici, specialmente nel mondo islamico, e sul quale non aveva ricevuto nessun anticipo dalla Casa Bianca), la sua visita al ranch privato di Dubya, a Crawford, in Texas gli ha consentito di sapere tutto sui piani ancora top secret sulla guerra futura all'Iraq: solo pochissimi consiglieri della Casa Bianca erano stati informati. Pur non convinto del nesso Saddam-Osama, Blair ha assicurato Bush dell'appoggio di Londra per la seconda guerra del Golfo.
E alla fine anche gli analisti più accaniti nell'apostrofarlo come «il cagnolino di Bush» hanno dovuto ammettere che Tony Blair ne era invece diventato il suo consigliere strategico più ascoltato. Anche se a Londra persiste la domanda retorica: a chi giova questo strana “special relationship?”, se non riusciamo quasi mai a bloccare le mosse più oltranziste degli alleati americani, che non vanno per il sottile? Molte le ironie degli opinion maker dei due paesi sull'intensa religiosità dei due leader, e il modo in cui questa influenzerebbe il loro modo di fare politica internazionale, sebbene l'uno è molto conservatore nelle vedute, e l'altro un liberal a tutto tondo: Tony Blair si è sempre rifiutato di rispondere alla domanda impertinente (fatta da Jeremy Paxman della Bbc, e da altri giornalisti nei mesi scorsi), «ma scendete in ginocchio e pregate insieme?».