Scrivo queste righe ad un mese esatto dalla marcia su Roma dei cosiddetti "Giovani Padani". Giovedì 18 marzo 2004, infatti, intorno alle ore 14, circa 200 energumeni inquadrati dai proprietari delle loro fabbrichette del Nord furono scaricati alle pendici del Campidoglio per invadere la capitale "come fecero 2000 anni fa i Galli di Brenno". Nel corso della mattinata erano comparsi in città minacciosi volantini nei quali si annunciava il "sacco di Roma".
Così iniziò la marcia leghista fino a Montecitorio e Palazzo Madama, al grido di "Secessione secessione" e "Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore". I "vaffa" contro Fini e le ingiurie contro Alleanza Nazionale si sprecavano.
Ci stavano anche i deputati leghisti, quelli con la cravatta e il fazzoletto verde, il capogruppo Cè e il minstro della Giustizia della Repubblica Italiana Castelli. Quest' ultimo, mentre i 200 squadristi verdi cantavano "Chi non salta un italiano è", si mise anch' egli a saltellare, ridendo, con la faccia beata di un bambino felice.
In serata ed il giorno successivo trovò il modo di insultare il suo socio clericale di governo, Follini, che lo aveva trovato patetico, dichiarando che la sua era solo invidia "perchè a giudicare dal fisico che ha non mi pare sia in grado di saltellare", e di prendersi una querela dal segretario del PdCI Diliberto al quale aveva detto: "Meglio saltellare con i giovani padani che mandare in giro la gente a sprangare come fai tu".




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