da Margini n. 43 - Luglio 2003
L'Europa: non è eredità ma missione futura
Queste riflessioni di Giorgio Locchi, tratte da un suo scritto intitolato significativamente L'Europa: non è eredità ma missione futura e pubblicato sulla rivista Intervento (n. 69, 1985), sono ancor oggi attualissime. Anzi, a nostro avviso, solo oggi (ossia nell'epoca in cui il conflitto tra i blocchi sembra essersi risolto a favore dell'imperialismo planetario degli USA, in cui l'identità europea la si vuol costruire su 'radici' giudeo-cristiane, ecc.) possono essere adeguatamente apprezzate nella loro lucidità. Per questo motivo le riproponiamo ai lettori di Margini.
Il vero 'americanismo', quello che minaccia la cultura o più esattamente - rinunciando a questo termine di cultura che non significa più nulla - l'anima dell'Europa, è concretato dall'adesione cosciente o inconscia al cosiddetto 'mito americano', al 'sogno americano'. È questo il 'male americano' di cui soffre l'Europa, male che ho tentato di caratterizzare nel saggio redatto in collaborazione con Alain de Benoist. Male 'americano' dell'Europa e non già male dell'America come fin troppi lettori di quel saggio sembrano aver compreso. E male, del resto, che non viene all'Europa come una contagione, bensì male che l'Europa da sempre porta con sé. Il 'mito americano' altro non è che l'assolutizzazione di quella ideologia 'democratico-liberale-individualistica' che nelle società europee emerse dal XVIII secolo è invece conflittualmente correlativa dell'ideologia 'democratico-socialista-collettivista', quest'ultima assolutizzata dal 'mito bolscevico'. All'indomani della guerra, gli Europei hanno senza dubbio oscillato tra la tentazione 'americana' e quella 'comunista', ma il loro destino era già stato deciso a Yalta, dalla forza delle armi in combutta con la geografia. La cultura europea è da due secoli definita proprio da questo conflitto ideologico, che è la sua malattia mortale. Nella prima metà del secolo il cosiddetto fenomeno fascista ha configurato un tentativo di superare questa malattia, tentativo represso dalla coalizione d'America e Russia e delle ideologie incarnate da America, Russia e campi ideologici agglomerati intorno ad esse. La fine della guerra ha restituito l'Europa al suo intimo conflitto ideologico, ma, per decreto della Storia maturato a Yalta, questo conflitto si trova ormai di fatto amministrato e governato, da una parte e dall'altra della cortina di ferro, dalle due Superpotenze.
Intervento chiede se "richiamare il senso e l'identità dell'Europa al di fuori della logica dei due blocchi contrapposti sia velleitarismo oppure soluzione praticabile e realistica". Ma a non essere realistica è la questione stessa. La logica dei due blocchi contrapposti altro non è che la cruda materializzazione geopolitica della logica delle contrapposte ideologie di cui l'Europa è matrice. Né d'altra parte esiste un'identità politica dell'Europa, tanto è vero che la situazione attuale dell'Europa scaturisce proprio dall'assenza di questa identità. Quanto al 'senso' dell'Europa, poi, esso va senza dubbio ritrovato nella civiltà o cultura europea: civiltà e cultura giudeo-cristiana, dalla quale America e Russia sovietica traggono origine per via diretta, pur fissandone ciascuna unilateralmente un solo fondamentale aspetto. Richiamarsi dunque al senso e all'identità dell'Europa altro non significa che affondare sempre più profondamente nelle sabbie mobili di quel destino cui ci si vorrebbe sottrarre. Se si vuol parlare d'Europa, progettare una Europa, bisogna pensare all'Europa come a qualcosa che ancora non è mai stato, qualcosa il cui senso e la cui identità restano da inventare. L'Europa non è stata e non può essere una 'patria', una 'terra dei padri'; essa soltanto può essere progettata, per dirla con Nietzsche, come 'terra dei figli'.
Uscire dalla logica dei blocchi contrapposti presuppone l'abbandono della logica stessa della millenaria cultura europea o, più esattamente, della cultura occidentale, perché l'Europa nasce soltanto, e soltanto come possibilità, allorquando essa cessa di essere l'occidente del mondo. Fin quando gli europei non rinunceranno a questa logica, qualsiasi progetto politico avrà come effetto di inchiodarli al destino storico scaturito da Yalta.
Nella sua Introduzione alla metafisica (corso tenuto a Friburgo in Brisgovia nel 1935 ma pubblicato poi, senza correzioni, nel 1953) Martin Heidegger scriveva: "questa Europa, sempre in procinto di pugnalarsi da sola, è oggi presa nella grande tenaglia tra Russia da una parte e America dall'altra. Russia e America, considerate da un punto di vista metafisico, sono la stessa cosa [...]. Noi stiamo nella tenaglia [...]. Se la grande decisione concernente il destino dell'Europa non deve intervenire sul cammino dell'annientamento, essa potrà allora maturare soltanto in virtù dello sviluppo di forze spirituali storicamente nuove [...]. E questo soltanto significa: ri-assumere (wieder-holen) l'inizio della nostra esistenza storico-spirituale per trasformarlo in un nuovo inizio. Questo è possibile [...]. Non si ri-assume però un inizio riavvitandosi su di esso come su qualcosa che un tempo fu ed oramai è noto e dunque facilmente imitabile, bensì ri-assumendo più originariamente l'inizio, con tutto quel che un inizio autentico comporta di paurosamente estraneo, d'oscuro, d'incerto...".
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