Sme, la corte resiste alla Boccassini
di LUIGI GAMBACORTA
Pm e legali di De Benedetti contro il giudice Castellano: ha già detto come la pensa, deve lasciare. Ma il tribunale conferma il presidente
MILANO - Non si fidano. A Carlo De Benedetti e Ilda Boccassini il presidente Francesco Castellano non piace. La parte civile e la pubblica accusa, concordi come sempre, gli chiedono di andarsene, di astenersi dal giudizio. Non vogliano che sia lui a dirigere l'ultimo troncone del processo Sme, a giudicare l'unico imputato che resti e che conti: Silvio Berlusconi. «È una richiesta sofferta ma doverosa», sostiene col garbo ereditato Giuliano Pisapia, legale della Cir. «È una richiesta di astensione, non una ricusazione»,precisa. Ma sono i toni duri del pubblico ministero a fare arrossire Castellano, a costringerlo a sorridere per ostentare una tranquillità presto svanita. Il clima, dopo nove mesi si sospensione, è quello avvelenato di sempre. Castellano non piace per i suoi "precedenti", come un'assoluzione al Cavaliere per la villa di Macherio. E anche e per certe sue valutazioni che lo mettono fuori dal coro. Proprio su queste si appunta la richiesta di astensione. E precisamente su 2 inter- viste, le uniche mai concesse in tutta la carriera. Un'imprudenza non per le tesi sostenute, «alcune delle quali condivido in pieno », concede persino Pisapia, ma per i destinatari: Il Giornale e Il Foglio . «Il processo Sme non è più un processo normale», il titolo del primo», apparso alla vigilia di Natale del 2002. Nel secondo (17 gennaio 2004), Castellano esprimeva giudizi,tanto articolati quanto pacati,su leggi come la depenalizzazione del falso in bilancio o sull'utilità del "lodo Maccanico". In più, ricordava a tutti i magistrati che non basta essere, ma occore anche apparire neutrali. «È un principio cardine della democrazia, un principio che sento sulla mia pelle» dice, nel generale silenzio,Ilda Boccassini. «Ovviamente questo non è un processo normale - ammette - ma lei ha accusato i magistrati di fare politica, di aver delegittimato la politica». Teatrino consueto, ma con una coda avvelenata: un articolo di Repubblica nel quale, con sole 8 parole virgolet- tate («Per motivi di opportunità e per evitare strumentalizzazioni») si annuncia: «Moratoria per il premier. Il processo riprende ma subito lo stop elettorale». Questo vuol dire per la Boccassini che Castellano ha deciso da solo il calendario ignorando il collegio. Peggio, che forse ha sentito i difensori senza preoccuparsi della Procura. Inevitabile, in questo scenario, l'astensione. «A meno che - scandisce - a meno che lei non smentisca oggi e pubblicamente in aula l'articolo». Castellano incassa. Non risponde come potrebbe: «Mi sento sereno. So di essere imparziale. Non ho concordato nulla con nessuno». Fa dettare a Gaetano Pecorella (difesa Berlusconi) che spetta solo a lui e alla su coscienza decidere, ma si ritira con tutto il collegio. Ne esce dopo 2 ore con un'ordinanza nella quale trascrive i punti essenziali delle interviste. E conclude con un argomento sempre usato anche dalla Boccassini: «Un magistrato ha diritto di partecipare alla vita culturale e politica del Paese. Ha diritto a esprimere pareri su questioni teoriche o scientifiche. Non c'è stata mai alcuna valutazione su un processo in corso, anzi la difesa di colleghi che stavano giudicando mantenendo la serenità necessaria nonostante il livello altissimo di tensione che si era creato». Vicenda chiusa, dunque, per quel che lo riguarda. Il presidente fa suo il "resistere" borrelliano. Di astensione nemmeno se ne parla. Ma l'ultima risposta Castellano la da stilando il calendario di massima, concedendo sino a 3 udienze per settimana. A partire da lunedì,quando, come di rito, respingerà tutte le eccezioni riproposte dalle difese. A cominciare dalla competenza territoriale. «Perché se condividiamo la decisione di non astenersi - dice Niccolò Ghedini - questo non vuol dire che siamo felici di essere a Milano».


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