Un 25 aprile in piazza contro gli americani che ci hanno liberato
di MATTIA FELTRI
La bizzarria della storia e la volatilità delle nostre memorie finiranno col trasformare il 25 aprile in una celebrazione antiamericana. Partiti comunisti e verdi, militanti del pacifismo, religiosi col furore democratico, giovani e giovanilisti, professor i, girotondini, sindacalisti e chitarristi hanno già annunciato che a fianco delle bandiere rosse saranno sventolate quelle arcobaleno. Sarà un'occasione, si è detto, per ripetere il no alla guerra in Iraq e chiedere un'altra volta il ritiro delle truppe. Si canteranno cori insultanti contro Bush e l'America, gli sporchi imperialisti. È una contraddizione talmente grossa e grossolana che rimarcarla è quasi umiliante. Il sentimento di disprezzo e spesso di odio coltivato dagli italiani per gli Stati Uniti è diffuso e ha diritto di cittadinanza, per quanto sia sconsolante dover ascoltare simili punti di vista. Ma che si scelga la ricorrenza del 25 aprile per rimarcare questo sentimento è pressoché una mascalzonata. Fra il 1943 e il 1945, in Italia sono morti più di quarantacinquemila soldati americani. A Nettuno, un sobrio cimitero di croci bianche ospita diecimila tombe. Poco fuori Firenze, verso il Chianti, sono seppelliti altri seimila uomini venuti dall'altro lato dell'oceano per la nostra porca libertà. Ci sono camposanti americani un po' ovunque, in Europa; sono serviti per duecento e ventunomila ragazzi in divisa. In giorni come questi tornano alle memoria le parole di Renzo De Felice, lo storico più misurato e scrupoloso del Novecento italiano. E il più sputacchiato dai resistenzialisti che da sessant'anni si portano appresso le loro verità per sentito dire. In un libro intervista con Pasquale Chessa (Rosso e Nero, Baldini e Castoldi editore), De Felice rimarcava un po' di numeri. Nessuna statistica credibile è in grado di dire quanti fossero i partigiani l'8 settembre del 1943, giorno dell'armistizio. Ferruccio Parri, presidente del Comitato nazionale di liberazione per l'Alta Italia, nel dopoguerra stimò in novemila i partigiani regolari al dicembre del 1943. Nel febbraio del 1944, il bando Graziani stabilì l'arruolamento obbligatorio per tutti i maschi residenti nel territorio della Repubblica sociale. Pochi mesi dopo, all'inizio dell'estate 1944 (De Felice riporta sempre le cifre di Parri) i partigiani erano circa duecentomila. De Felice pensava che, obbligati alla scelta, molti preferirono la montagna alla camicia nera. Il 26 aprile 1945, la mattina dopo la liberazione, i partigiani erano quattrocento e cinquantamila. Ricapitolando: quando a fine '43 gli amer icani avevano già conquistato metà Italia, i par tigiani erano novemila; a guerra finita, quattrocento e cinquanta mila. Parri raccontò che potevano essere molti di più, ma venivano cacciati e bruscamente, perché di antifascisti dell'ultima ora ne avevano piene le tasche, specie quei pochi che la pelle l'avevano rischiata per davvero. Domani chi andrà in piazza capirà alcune cose: gli sconfitti non fanno mai la storia, ma non sempre la fanno i vincitori. Quasi mai la fanno le vittime. Si vedranno, domani, bandiere rosse e arcobaleno, e giovanotti coi vessilli palestinesi ruggenti contro il nazista Sharon e il fascista Stato d'Israele. Alcuni capi della comunità ebraica sfileranno coi gagliardetti della loro brigata, che contribuì a combattere Hitler, lo sterminatore del popolo di David. A loro la nostra stretta di mano. Agli americani, un saluto in silenzio.


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