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Zapatero: «Le truppe spagnole se ne vanno subito dall'Iraq»
di Gabriel Bertinetto
Le truppe spagnole lasciano l’Iraq. E senza aspettare il 30 giugno, la data del passaggio di poteri dalla Coalizione a guida Usa ad un organismo di governo locale. Perché ormai il governo è convinto che la svolta a cui aveva legato la possibilità di rimanere, non ci sarà. E allora via. Via «nel più breve tempo possibile e con la massima sicurezza».
Lo ha annunciato ieri José-Luis Rodriguez Zapatero, che solo il giorno prima aveva giurato davanti al re Juan Carlos, dopo essere stato ufficialmente insediato nella carica di primo ministro. Zapatero si è rivolto al popolo spagnolo parlando in diretta televisiva dal palazzo della Moncloa. «Non è prevedibile -ha detto- che una risoluzione dell’Onu si conformi al contenuto» delle esigenze poste dalla Spagna riguardo all’Iraq, vale a dire ad una modifica della natura della presenza internazionale nel paese arabo, con un’assunzione di controlllo politico e militare da parte delle Nazioni Unite.
Per Zapatero, capo del nuovo governo socialista scaturito dalle elezioni del mese scorso, «né le prese di posizione pubbliche dei principali soggetti inmplicati nel conflitto, né i contatti avuti dal ministro della Difesa su mia richiesta il mese scorso, portano indizi che consentano di prevedere un cambiamento sostanziale della situazione politica e militare in Iraq nei tempi previsti e nel senso reclamato dal popolo spagnolo».
Il premier ha riferito di avere già comunicato la decisione di ritirare i milletrecento soldati impegnati nel paese arabo sia al segretario del partito popolare, Mariano Rajoy, sia al coordinatore di Izquierda Unida, Gaspar Llamazares, cioè ai leader degli altri due maggiori partiti rappresentati in Parlamento oltre a quello da lui stesso guidato, il socialista. Zapatero ha tenuto il suo discorso avendo al fianco la vice-premier Marma Teresa Fernandez de la Vega, il ministro della Difesa José Bono, il capo di stato maggiore della Difesa Rafael Moreno Barbera.
La Spagna non ha partecipato direttamente all’attacco lanciato dagli angloamericani contro l’Iraq nella primavera dell’anno scorso, ma vi aveva dato un avallo politico totale, sancito dalla partecipazione di José-Maria Aznar, allora alla testa di un governo conservatore, al famoso vertice delle Azzorre con Bush e Blair, che precedette di pochi giorni l’inizio delle ostilità. A quell’episodio, Zapatero ha fatto polemicamente riferimento ieri, sostenendo di voler «tirare fuori la Spagna dalla foto delle Azzorre, tirare fuori la Spagna da una guerra illegale».
Benché le conclusioni a cui arriva siano opposte, benché non intenda affatto richiamare il contingente britannico dall’Iraq, anche Tony Blair sembra condividere in qualche modo il pessimismo di Zapatero. Secondo il premier inglese la situazione in Iraq nelle prossime settimane è destinata a peggiorare e la violenza contro le forze della coalizione aumenterà a mano a mano che si avvicina la data del 30 giugno fissata per il passaggio dei poteri agli iracheni. Sono le cose che il premier dirà oggi in Parlamento, stando alle anticipazioni pubblicate ieri dal domenicale Sunday Telegraph. Blair, scrive il giornale, inviterà a prepararsi al peggio e affermerà che le truppe britanniche e statunitensi dovranno fronteggiare «atti di disperazione» da parte dei ribelli.
Una conferma del clima preoccupato che si vive a Londra arriva dalla notizia che il ministero del Commercio in questi giorni sta contattando le ditte che volevano impegnarsi nella ricostruzione irachena chiedendo, per il momento, di non mandare personale sul posto. Inoltre il ministero degli Interni ha deciso di rinviare il programmato rimpatrio di esuli iracheni, proprio perchè la situazione nelle ultime settimane è diventata sempre più instabile.
D’altra parte, aggiunge il Sunday Telegraph, lo stesso comandante del contingente britannico nel sud dell'Iraq, il brigadiere Nick Carter, ha avvertito che se la popolazione sciita di Bassora dovesse insorgere, i suoi uomini sarebbero sopraffatti. Secondo Carter, che è in Iraq da quattro mesi, le forze britanniche possono rimanere a Bassora solo con il consenso della popolazione. Se questo venisse a mancare, non avrebbero altra scelta che andarsene. «Una folla di 150.000 persone che premesse contro questa postazione, sarebbe la fine. Non potremmo fare nulla», ha detto l'ufficiale. Fonti militari temono che i ribelli stiano preparando qualche azione spettacolare per le prossime settimane, e gli ufficiali britannici a Bassora sembrano molto preoccupati per la mano pesante degli alleati Usa. «Se gli americani entrano a Najaf, ci saranno trecento Falluja», ha detto uno di loro al Sunday Telegraph, riferendosi alla tremenda battaglia che si è combattuta e ancora si combatte nella città del cosiddetto triangolo sunnita. Intanto, al ministero della Difesa ammettono che la programmata riduzione di personale sul campo difficilmente andrà avanti. Attualmente in Iraq ci sono tredicimila britannici che avrebbero dovuto diventare novemila nei prossimi mesi e nel 2005 essere ridotti a mille.
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Il premier spagnolo accelera sulla strada del rientro
"Impossibile prevedere una nuova risoluzione Onu"
Zapatero annuncia il ritiro
"Via, subito, le truppe dall'Iraq"
Jose Luis Zapatero
MADRID - "Riporterò subito a casa le truppe dall'Iraq". Il neopremier spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero, spinge sull'acceleratore. Via i soldati spagnoli e non più "entro il 30 giugno", ma "il più presto possibile". Un ritiro immediato che segna una definitiva messa nel cassetto della posizione del predecessore di Zapatero, il popolare Josè Maria Aznar, che era stato uno dei più ardenti sostenitori della linea interventista del presidente americano George W.Bush.
Zapatero, in una dichiarazione dalla Moncloa trasmessa in diretta televisiva, ha riferito di avere già comunicato la sua decisione di ritirare i 1.300
soldati impegnati in Iraq. Nel dare l'annuncio solenne al paese, Zapatero aveva al suo fianco la vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega, il ministro della Difesa Josè Bono e il capo di Stato maggiore della Difesa Rafael Moreno Barbera.
Il primo ministro, che ha giurato solo ieri davanti al re Juan Carlos, ha spiegato di avere scelto di accelerare il ritiro perché non è possibile, al momento, prevedere se davvero sarà adottata una nuova risoluzione delle Nazioni Unite sulla cui base continuare la missione.
Subito dopo la vittoria alle elezioni politiche del 14 marzo, Zapatero aveva annunciato il ritiro delle truppe dopo il 30 giugno, quando è previsto il trasferimento dei poteri a un governo autonomo, se non si fosse nel frattempo arrivati a un nuovo voto alle Nazioni Unite. L'accelerazione, ha spiegato, è dovuta al fatto che "sulla base delle informazioni a nostra disposizione, è improbabile che sia adottata una risoluzione Onu che soddisfi le condizioni dai noi fissate per la presenza in Iraq".
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ZAPATERO RITIRA LE TRUPPE: NON PREVEDIBILE UNA RISOLUZIONE ONU CHE CI SODDISFII
Via subito la Spagna dall’Iraq
«Lotta al terrorismo, ma nel rispetto della legalità»
MADRID. Via subito le truppe spagnole dall’Iraq. Con una decisione a sorpresa il neo-premier socialista Zapatero ha annunciato ieri il ritiro «nel minor tempo possibile» dei 1300 uomini schierati a Najaf. La ragione per accelerare quanto promesso sia in campagna elettorale che nel suo discorso di investitura degli scorsi giovedí e venerdí scorsi? «Non è prevedibile che le Nazioni Unite accordino una risoluzione che concordi con i punti a cui era condizionata la nostra presenza». Il premier del governo monocolore di minoranza ha superato la fiducia grazie al voto fondamentale dei comunisti di «Sinistra Unita» e degli estremisti ed indipendentisti catalani di «Sinistra Repubblicana», entrambi «no war» come i socialisti. «Questa decisione, prima di tutto - ha proseguito il premier - risponde alla mia volontà di fare onore alla parola data più di un anno fa agli spagnoli». Poi Zapatero ha scandito una frase che aggiunge ancor più benzina sul fuoco ai già tesi rapporti tra l'Esecutivo socialista e l'opposizione popolare oltre che con l'Amministrazione Usa: «La decisione risponde anche al proposito di contribuire alla lotta che ingaggia la Comunità Internazionale contro il terrorismo nel più stretto rispetto della legalità internazionale». Ma Zapatero assicura: «Il mio Esecutivo continuerà appoggiando la stabilità, la democratizzazione, la integrità territoriale e la ricostruzione dell'Iraq».
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Iraq. Bremer: il 30 giugno la polizia irachena non sarà pronta. Zapatero: inizieremo il ritiro entro 15 giorni
Bagdad, 18 aprile 2004
Per la prima volta, con chiarezza, il capo dell'Autorità provvisoria di coalizione Paul Bremer ha comunicato che la polizia e le forze armate irachene non saranno pronte entro il 30 giugno, la data prevista per il ritorno della sovranità agli iracheni, a garantire la stabilità del Paese.
"Gli avvenimenti delle scorse due settimane - si legge nel comunicato di Bremer - mostrano che l'Iraq si trova ancora di fronte a minacce alla sicurezza e ha bisogno dell'aiuto esterno per confrontarsi con loro. In questo mese i nemici della democrazia hanno occupato le sazioni di polizia e gli edifici pubblici in molte parti del Paese. Le forze irachene non sono state capaci di fermarli".
Da Madrid, intanto, nel suo primo atto da premier, Luis Rodriguez Zapatero fa sapere che i soldati spagnoli saranno rimpatriati "il più presto possibile", e dal Cairo il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Maher lascia trapelare che il suo omologo spagnolo, Miguel Angel Moratinos, gli ha anticipato che il ritiro avverrà entro 15 giorni. La notizia è stata ripresa e diffusa da al Jazeera. Il ritorno in patria dei 1.432 soldati spagnoli dispiegati in Iraq potrebbe peraltro durare circa 50 giorni, secondo fonti governative. Tale decisione, hanno precisato le fonti del governo di Madrid, era stata comunicata da almeno 15 giorni a una dozzina di Paesi alleati e di Paesi che partecipano alla coalizione in Iraq.




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