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    Predefinito Un lutto profondo, un motivo di riflessione

    Un lutto profondo, un motivo di riflessione



    di Franco Cardini
    Bush non mollerà la presa sull’Iraq, tanto radicati e profondi sono gli interessi politici ed economici in quell’àmbito. Non mollerà la presa neppure Kerry, se succederà a Bush in novembre. E le cose vicino-orientali, e non solo quelle, si deterioreranno ulteriormente, senza che Berlusconi abbia né la forza, né il coraggio, né il rigore, né l’onesta di tirarci fuori dal pasticcio nel quale ci ha invischiato in cambio delle rituali due pacche sulla spalla da parte del suo amico Bush e di qualche contratto in subappalto, briciole della grande abbuffata irakena, ottenuto da imprese di suo gradimento.

    La nostra prima reazione è un sentimento profondo di lutto e una non meno profonda solidarietà alla famiglia del nostro connazionale caduto in Iraq, vilmente assassinato da uomini che, qualunque sia la loro causa, la disonorano con atti di violenza diretti contro prigionieri che non sono in grado di difendersi. La nostra solidarietà va altresì alle famiglie degli altri nostri connazionali sequestrati, insieme con una ferma ammonizione: è necessario riflettere che a un’ingiustizia non si rimedia mai con un’altra ingiustizia; che non c’è crimine tale da giustificare una risposta criminosa. Se si smarriscono questi principii, la convivenza umana diventa una giungla.
    La profondità del nostro dolore e la sincera e incondizionata solidarietà nei confronti degli italiani colpiti dal dolore non deve d’altronde far velo alla necessaria lucidità con la quale si deve guardare all’attuale situazione. Alcuni dati di fondo, che non possono venir neppur un istante dimenticati, debbono pertanto essere richiamati alla mente di tutti.

    I ricatti sono sempre infami: comunque vengano imposti, da qualunque parte vengano. Un anno fa, l’amministrazione statunitense impose al governo (e, purtroppo, al popolo) irakeno un odioso ricatto: o ammettere l’esistenza di armi di distruzione di massa che in realtà – come più tardi abbiamo saputo – non c’erano, e produrre le prove d’una realtà inesistente, o subire un attacco militare e un’invasione. Gli irakeni non cedettero al ricatto, anche perché la realtà delle cose non li metteva in condizione di cedervi nemmeno se avessero voluto farlo. Il risultato fu l’aggressione militare unilaterale da parte del governo degli Stati Uniti, che per l’occasione mise in piedi una ridicola coalizione di poche decine di stati (fra cui “vassalli” come la Polonia e il Salvador) al fine di mascherare formalmente l’unilateralismo che restava alla base della decisione di Bush e dei suoi consiglieri. Il fine autentico dell’aggressione, come i fatti hanno chiarito, era il controllo geopolitico di una vasta area vicino-orientale e delle sue risorse petrolifere, non disgiunto dal dispiegamento di forze militari e di una proporzionale produzione industriale bellica atto a rimettere in moto l’esausta macchina produttiva degli USA e sostenerne in qualche modo il dissestato bilancio (che resta a tutt’oggi caratterizzato dal più forte debito pubblico del mondo). La cosiddetta “ricostruzione” dell’Iraq, frettolosamente legittimata da una serie di provvedimenti di un governo-fantoccio messo insieme dagli occupanti senza alcun riguardo per la volontà degli irakeni, e anima del quale è il finanziere-bancarottiere Ahmed Chalabi, veniva avviata immediatamente dopo: a coprirne i costi, al di là della finzione di 20 miliardi di dollari che il “popolo degli USA” metteva a disposizione del “popolo irakeno” (e che di per sé erano pari a meno del 10% delle risorse d’avvio indispensabili), valeva e vale la cessione ipotecaria delle risorse strattive del territorio irakeno per il prossimo trentennio. La rapina è stata sancita da un provvedimento del governo-fantoccio, che liberalizza le risorse estrattive irakene e permette ai non-irakeni il possesso di beni in territorio irakeno. La vera natura della “guerra di liberazione” e della successiva “esportazione della democrazia” è stata così chiarita una volta per tutte: anche se i nostri mass media, attentissimi nel riferirci con cura le prodezze fondamentaliste dell’imam di Carmagnola e nel fornirci di tutti i particolari a proposito delle profanazioni del crocifisso da parte del signor Adel Smith, hanno “dimenticato” d’informarci dei caratteri di fondo delle scelte amministrative e finanziarie del governo USA e delle multinazionali che lo affiancano (o che esso affianca, come meglio sarebbe dire) in ordine al problema irakeno.

    Perché il business è in realtà miliardario: e vi partecipa in gran parte, direttamente o tramite aziende amministrate e partecipate, la Halliburton Co., già diretta dal vicepresidente USA Dick Cheney che ne resta importante patron. Nonostante le molte irregolarità segnalate negli Stati Uniti, e una grossa querela che l’ oppone al Pentagono per una complessa vicenda di forniture militari, il colosso finanziario e produttivo caro a Cheney gestisce la “ricostruzione”: e l’economia statunitense ne è talmente coinvolta da far apparire fin troppo facile la profezia secondo la quale non solo gli USA non cederanno – nonostante gli impegni – il passo in Iraq entro il giugno prossimo a una forza d’interposizione dell’ONU, a quesato punto indispensabile a mantenere ordine nel paese e ad avviarlo verso la normalizzazione e – finalmente – l’autodeterminazione, ma in realtà non se ne andranno dal paese neppure se, in novembre, la presidenza federale dovesse passare da Bush a Cheney. Il business della “ricostruzione” dell’Iraq, intanto, è stato spartito fra le imprese statunitensi, quelle dei paesi che hanno fatto parte della “coalizione” e comunque quelle gradite all’attuale governo statunitense. Ma la risoluzione dell’ONU del gennaio 2004, che in qualche modo ha legittimato a posteriori l’aggressione unilaterale degli USA all’Iraq del marzo 2003, ha avuto un costo: in cambio dell’astensione dal “diritto di veto” in sede al Consiglio di Sicurezza, Francia, Russia e Cina hanno ottenuto modeste quote-parti nel business. Anche le imprese di altri paesi, non facenti parte della “coalizione”, hanno potuto accedere al medesimo business attraverso due strade: il subappalto e l’appalto concesso in territorio statunitense a filiali di imprese non-statunitensi ma ivi impiantate.

    Questo è stato ed è il cammino percorso anche da alcune imprese italiane: questo è “l’interesse nazionale”, questa la “tutela del popolo irakeno” in forza dei quali governanti e parlamentari italiani hanno giustificato l’invio di un contingente militare “di pace” nel sud dell’Iraq. Tale contingente militare è servito e serve in realtà a legittimare ulteriormente l’aggressione statunitense del 2003 nonostante il parere allora fermamente espresso dall’ONU. L’Italia, pur non facente parte della “coalizione”, se ne è proposta con i suoi militari (alcuni dei quali caduti a Nassiriya nell’attentato del novembre 2003) quale garante e legittimatrice, in cambio di una fettina della torta-business della ricvostruzione. Invano, mesi fa, il rappresentante del nostro governo nel sud dell’Iraq, Marco Calamai, si dimise clamorosamente per protesta contro la cecità politica delle autorità d’occupazione e l’acquiescenza del nostro governo. Per rispondere ai rilievi di Calamai, il governo Berlusconi è ricorso a un fine espediente dialettico: l’imposizione del silenzio massmediale. Un altro passo in più sulla via della prassi postdemocratica.

    E’ evidente che il contingente italiano in Iraq non possa essere ritirato adesso, dopo l’attentato di Nassiriya del novembre scorso e tanto meno all’indomani dell’intimidazione subìta attraverso il vile assassinio di un nostro connazionale il 14 aprile. Non meno evidenti sono però le pesanti, gravissime responsabilità da attriburisi alla politica pregiudizialmente filobushista del governo Berlusconi; all’atteggiamento antieuropeista con il quale esso e quello spagnolo di Aznar hanno sempre appoggiato le scelte di Bush e della sua “spalla”, il britannico Blair, rompendo una solidarietà europea che avrebbe potuto e dovuto delinearsi, nel febbraio-marzo 2003, sulla base delle dichiarazioni del presidente francese e del cancelliere tedesco; allo strumentale cinismo e alla leggerezza con i quali esso ha disposto l’invio in Iraq di un nostro contingente militare ipocritamente dichiarato di peacekeeping, per quanto si sapesse bene che i nostri soldati venivano inviati in zona di guerra, che la guerra in Iraq non era per nulla finita (nonostante la frettolosa “dichiarazione di pace” formulata da Bush nel maggio del 2003, non merno unilaterale della guerra non dichiarata di due mesi prima) e che la loro presenza sarebbe stata accolta dagli irakeni come un atto di alleanza militare con le forze degli USA e quindi come una collaborazione al permanere dell’occupazione.

    Dinanzi agli ultimi sviluppi della crisi irakena, ora che ormai è chiaro a tutti che la resistenza in quel paese non è più (se mai lo è stata) appannaggio di “pochi residui nostalgici di Saddam Hussein” né di “alcuni fanatici gruppi fondamentalisti”, bensì sta diventando corale guerra di popolo che è riuscita perfino a far quel che per secoli l’Islam non aveva saputo fare, cioè metter d’accordo sunniti e sciiti, il presidente Berlusconi può ormai fare una cosa sola: allinearsi al più presto sulle richieste dell’Onu e seguire l’esempio spagnolo, proponendo al governo statunitense un ragionevole termine che gli consenta di passare in modo onorevole le consegne a una forza d’interposizione ONU composta da militari appartenenti a paesi che non abbiano in nessun modo corresponsabilità né complicità nei confronti dell’aggressione statunitense del marzo 2003 e della successiva occupazione: passato questo termine – che per il momento resta fissato al giugno 2004 – il governo italiano eserciti il suo diritto a ritirare il suo contingente militare ove il passaggio di consegne non sia avvenuto. Intanto, il presidente Berlusconi disponga affinché i cittadini italiani non appartenenti al contingente militare e non investiti di un mandato ufficiale abbandonino l’Iraq, dove le minimali condizioni di sicurezza non sussistono più. Quindi, faccia i passi necessari a identificare mandanti ed esecutori dell’assassinio del nostro connazionale del 14 aprile in modo che appena possibile essi siano perseguiti e contestualmente le loro famiglie risarcite. Nel contempo, apra un’inchiesta per stabilire natura, estensione ed enti responsabili del fenomeno di offerte di lavoro che hanno come oggetto cittadini italiani e che si configurano come servizio paramilitare mercenario: fenomeno giuridicamente configurabile come illegittimo sul piano del diritto italiano non meno che internazionale, e che dev’essere severamente stroncato.

    Insomma, nessuno vuole né scuse, né ammissioni di colpa, né pubbliche umiliazioni, né spargimento di cenere. Le cose stanno diventando troppo serie per sciocchezze del genere. Che Bush e Berlusconi continuino pure, con l’arroganza che li distingue, a dichiarare di aver agito bene in Iraq facendo le scelte che a ciascuno due vanno addebitate. L’importante è che Bush mantenga le promesse relative alla normalizzazione della situazione irakena entro il giugno prossimo e al passaggio di consegne con l’ONU; e che Berlusconi, salvando gli impegni assunti (anche quelli che la situazione internazionale gli sconsigliava di assumere) e quindi, per quel che gli è ormai possibile, la faccia, riporti a casa prima tutti i nostri civili dall’Iraq, quindi anche i militari. Il resto sono chiacchiere inutili.

    D’atronde, ciò doverosamente premesso, sia chiara la nostra convinzione profonda. Che è la seguente. Tutto quel che abbiamo presentato come necessario, e che sarebbe moralmente e politicamente opportuno, appartiene in realtà all’accademia delle buone e giuste teorie. La verità sarà purtroppo ben diversa. Bush non mollerà la presa sull’Iraq, tanto radicati e profondi sono gli interessi politici ed economici in quell’àmbito. Non mollerà la presa neppure Kerry, se succederà a Bush in novembre. E le cose vicino-orientali, e non solo quelle, si deterioreranno ulteriormente, senza che Berlusconi abbia né la forza, né il coraggio, né il rigore, né l’onesta di tirarci fuori dal pasticcio nel quale ci ha invischiato in cambio delle rituali due pacche sulla spalla da parte del suo amico Bush e di qualche contratto in subappalto, briciole della grande abbuffata irakena, ottenuto da imprese di suo gradimento. Così il leader del partito-azienda sta guidando l’Azienda-Italia. Speriamo in bene, per quanto le circostanze ci autorizzino a temere il peggio.

    Franco Cardini
    Fonte: www.identitaeuropea.org
    16 aprile 2004
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito Re: Un lutto profondo, un motivo di riflessione

    Originally posted by Der Wehrwolf
    Un lutto profondo, un motivo di riflessione



    di Franco Cardini
    Bush non mollerà la presa sull’Iraq, tanto radicati e profondi sono gli interessi politici ed economici in quell’àmbito. Non mollerà la presa neppure Kerry, se succederà a Bush in novembre. E le cose vicino-orientali, e non solo quelle, si deterioreranno ulteriormente, senza che Berlusconi abbia né la forza, né il coraggio, né il rigore, né l’onesta di tirarci fuori dal pasticcio nel quale ci ha invischiato in cambio delle rituali due pacche sulla spalla da parte del suo amico Bush e di qualche contratto in subappalto, briciole della grande abbuffata irakena, ottenuto da imprese di suo gradimento.

    La nostra prima reazione è un sentimento profondo di lutto e una non meno profonda solidarietà alla famiglia del nostro connazionale caduto in Iraq, vilmente assassinato da uomini che, qualunque sia la loro causa, la disonorano con atti di violenza diretti contro prigionieri che non sono in grado di difendersi. La nostra solidarietà va altresì alle famiglie degli altri nostri connazionali sequestrati, insieme con una ferma ammonizione: è necessario riflettere che a un’ingiustizia non si rimedia mai con un’altra ingiustizia; che non c’è crimine tale da giustificare una risposta criminosa. Se si smarriscono questi principii, la convivenza umana diventa una giungla.
    La profondità del nostro dolore e la sincera e incondizionata solidarietà nei confronti degli italiani colpiti dal dolore non deve d’altronde far velo alla necessaria lucidità con la quale si deve guardare all’attuale situazione. Alcuni dati di fondo, che non possono venir neppur un istante dimenticati, debbono pertanto essere richiamati alla mente di tutti.

    I ricatti sono sempre infami: comunque vengano imposti, da qualunque parte vengano. Un anno fa, l’amministrazione statunitense impose al governo (e, purtroppo, al popolo) irakeno un odioso ricatto: o ammettere l’esistenza di armi di distruzione di massa che in realtà – come più tardi abbiamo saputo – non c’erano, e produrre le prove d’una realtà inesistente, o subire un attacco militare e un’invasione. Gli irakeni non cedettero al ricatto, anche perché la realtà delle cose non li metteva in condizione di cedervi nemmeno se avessero voluto farlo. Il risultato fu l’aggressione militare unilaterale da parte del governo degli Stati Uniti, che per l’occasione mise in piedi una ridicola coalizione di poche decine di stati (fra cui “vassalli” come la Polonia e il Salvador) al fine di mascherare formalmente l’unilateralismo che restava alla base della decisione di Bush e dei suoi consiglieri. Il fine autentico dell’aggressione, come i fatti hanno chiarito, era il controllo geopolitico di una vasta area vicino-orientale e delle sue risorse petrolifere, non disgiunto dal dispiegamento di forze militari e di una proporzionale produzione industriale bellica atto a rimettere in moto l’esausta macchina produttiva degli USA e sostenerne in qualche modo il dissestato bilancio (che resta a tutt’oggi caratterizzato dal più forte debito pubblico del mondo). La cosiddetta “ricostruzione” dell’Iraq, frettolosamente legittimata da una serie di provvedimenti di un governo-fantoccio messo insieme dagli occupanti senza alcun riguardo per la volontà degli irakeni, e anima del quale è il finanziere-bancarottiere Ahmed Chalabi, veniva avviata immediatamente dopo: a coprirne i costi, al di là della finzione di 20 miliardi di dollari che il “popolo degli USA” metteva a disposizione del “popolo irakeno” (e che di per sé erano pari a meno del 10% delle risorse d’avvio indispensabili), valeva e vale la cessione ipotecaria delle risorse strattive del territorio irakeno per il prossimo trentennio. La rapina è stata sancita da un provvedimento del governo-fantoccio, che liberalizza le risorse estrattive irakene e permette ai non-irakeni il possesso di beni in territorio irakeno. La vera natura della “guerra di liberazione” e della successiva “esportazione della democrazia” è stata così chiarita una volta per tutte: anche se i nostri mass media, attentissimi nel riferirci con cura le prodezze fondamentaliste dell’imam di Carmagnola e nel fornirci di tutti i particolari a proposito delle profanazioni del crocifisso da parte del signor Adel Smith, hanno “dimenticato” d’informarci dei caratteri di fondo delle scelte amministrative e finanziarie del governo USA e delle multinazionali che lo affiancano (o che esso affianca, come meglio sarebbe dire) in ordine al problema irakeno.

    Perché il business è in realtà miliardario: e vi partecipa in gran parte, direttamente o tramite aziende amministrate e partecipate, la Halliburton Co., già diretta dal vicepresidente USA Dick Cheney che ne resta importante patron. Nonostante le molte irregolarità segnalate negli Stati Uniti, e una grossa querela che l’ oppone al Pentagono per una complessa vicenda di forniture militari, il colosso finanziario e produttivo caro a Cheney gestisce la “ricostruzione”: e l’economia statunitense ne è talmente coinvolta da far apparire fin troppo facile la profezia secondo la quale non solo gli USA non cederanno – nonostante gli impegni – il passo in Iraq entro il giugno prossimo a una forza d’interposizione dell’ONU, a quesato punto indispensabile a mantenere ordine nel paese e ad avviarlo verso la normalizzazione e – finalmente – l’autodeterminazione, ma in realtà non se ne andranno dal paese neppure se, in novembre, la presidenza federale dovesse passare da Bush a Cheney. Il business della “ricostruzione” dell’Iraq, intanto, è stato spartito fra le imprese statunitensi, quelle dei paesi che hanno fatto parte della “coalizione” e comunque quelle gradite all’attuale governo statunitense. Ma la risoluzione dell’ONU del gennaio 2004, che in qualche modo ha legittimato a posteriori l’aggressione unilaterale degli USA all’Iraq del marzo 2003, ha avuto un costo: in cambio dell’astensione dal “diritto di veto” in sede al Consiglio di Sicurezza, Francia, Russia e Cina hanno ottenuto modeste quote-parti nel business. Anche le imprese di altri paesi, non facenti parte della “coalizione”, hanno potuto accedere al medesimo business attraverso due strade: il subappalto e l’appalto concesso in territorio statunitense a filiali di imprese non-statunitensi ma ivi impiantate.

    Questo è stato ed è il cammino percorso anche da alcune imprese italiane: questo è “l’interesse nazionale”, questa la “tutela del popolo irakeno” in forza dei quali governanti e parlamentari italiani hanno giustificato l’invio di un contingente militare “di pace” nel sud dell’Iraq. Tale contingente militare è servito e serve in realtà a legittimare ulteriormente l’aggressione statunitense del 2003 nonostante il parere allora fermamente espresso dall’ONU. L’Italia, pur non facente parte della “coalizione”, se ne è proposta con i suoi militari (alcuni dei quali caduti a Nassiriya nell’attentato del novembre 2003) quale garante e legittimatrice, in cambio di una fettina della torta-business della ricvostruzione. Invano, mesi fa, il rappresentante del nostro governo nel sud dell’Iraq, Marco Calamai, si dimise clamorosamente per protesta contro la cecità politica delle autorità d’occupazione e l’acquiescenza del nostro governo. Per rispondere ai rilievi di Calamai, il governo Berlusconi è ricorso a un fine espediente dialettico: l’imposizione del silenzio massmediale. Un altro passo in più sulla via della prassi postdemocratica.

    E’ evidente che il contingente italiano in Iraq non possa essere ritirato adesso, dopo l’attentato di Nassiriya del novembre scorso e tanto meno all’indomani dell’intimidazione subìta attraverso il vile assassinio di un nostro connazionale il 14 aprile. Non meno evidenti sono però le pesanti, gravissime responsabilità da attriburisi alla politica pregiudizialmente filobushista del governo Berlusconi; all’atteggiamento antieuropeista con il quale esso e quello spagnolo di Aznar hanno sempre appoggiato le scelte di Bush e della sua “spalla”, il britannico Blair, rompendo una solidarietà europea che avrebbe potuto e dovuto delinearsi, nel febbraio-marzo 2003, sulla base delle dichiarazioni del presidente francese e del cancelliere tedesco; allo strumentale cinismo e alla leggerezza con i quali esso ha disposto l’invio in Iraq di un nostro contingente militare ipocritamente dichiarato di peacekeeping, per quanto si sapesse bene che i nostri soldati venivano inviati in zona di guerra, che la guerra in Iraq non era per nulla finita (nonostante la frettolosa “dichiarazione di pace” formulata da Bush nel maggio del 2003, non merno unilaterale della guerra non dichiarata di due mesi prima) e che la loro presenza sarebbe stata accolta dagli irakeni come un atto di alleanza militare con le forze degli USA e quindi come una collaborazione al permanere dell’occupazione.

    Dinanzi agli ultimi sviluppi della crisi irakena, ora che ormai è chiaro a tutti che la resistenza in quel paese non è più (se mai lo è stata) appannaggio di “pochi residui nostalgici di Saddam Hussein” né di “alcuni fanatici gruppi fondamentalisti”, bensì sta diventando corale guerra di popolo che è riuscita perfino a far quel che per secoli l’Islam non aveva saputo fare, cioè metter d’accordo sunniti e sciiti, il presidente Berlusconi può ormai fare una cosa sola: allinearsi al più presto sulle richieste dell’Onu e seguire l’esempio spagnolo, proponendo al governo statunitense un ragionevole termine che gli consenta di passare in modo onorevole le consegne a una forza d’interposizione ONU composta da militari appartenenti a paesi che non abbiano in nessun modo corresponsabilità né complicità nei confronti dell’aggressione statunitense del marzo 2003 e della successiva occupazione: passato questo termine – che per il momento resta fissato al giugno 2004 – il governo italiano eserciti il suo diritto a ritirare il suo contingente militare ove il passaggio di consegne non sia avvenuto. Intanto, il presidente Berlusconi disponga affinché i cittadini italiani non appartenenti al contingente militare e non investiti di un mandato ufficiale abbandonino l’Iraq, dove le minimali condizioni di sicurezza non sussistono più. Quindi, faccia i passi necessari a identificare mandanti ed esecutori dell’assassinio del nostro connazionale del 14 aprile in modo che appena possibile essi siano perseguiti e contestualmente le loro famiglie risarcite. Nel contempo, apra un’inchiesta per stabilire natura, estensione ed enti responsabili del fenomeno di offerte di lavoro che hanno come oggetto cittadini italiani e che si configurano come servizio paramilitare mercenario: fenomeno giuridicamente configurabile come illegittimo sul piano del diritto italiano non meno che internazionale, e che dev’essere severamente stroncato.

    Insomma, nessuno vuole né scuse, né ammissioni di colpa, né pubbliche umiliazioni, né spargimento di cenere. Le cose stanno diventando troppo serie per sciocchezze del genere. Che Bush e Berlusconi continuino pure, con l’arroganza che li distingue, a dichiarare di aver agito bene in Iraq facendo le scelte che a ciascuno due vanno addebitate. L’importante è che Bush mantenga le promesse relative alla normalizzazione della situazione irakena entro il giugno prossimo e al passaggio di consegne con l’ONU; e che Berlusconi, salvando gli impegni assunti (anche quelli che la situazione internazionale gli sconsigliava di assumere) e quindi, per quel che gli è ormai possibile, la faccia, riporti a casa prima tutti i nostri civili dall’Iraq, quindi anche i militari. Il resto sono chiacchiere inutili.

    D’atronde, ciò doverosamente premesso, sia chiara la nostra convinzione profonda. Che è la seguente. Tutto quel che abbiamo presentato come necessario, e che sarebbe moralmente e politicamente opportuno, appartiene in realtà all’accademia delle buone e giuste teorie. La verità sarà purtroppo ben diversa. Bush non mollerà la presa sull’Iraq, tanto radicati e profondi sono gli interessi politici ed economici in quell’àmbito. Non mollerà la presa neppure Kerry, se succederà a Bush in novembre. E le cose vicino-orientali, e non solo quelle, si deterioreranno ulteriormente, senza che Berlusconi abbia né la forza, né il coraggio, né il rigore, né l’onesta di tirarci fuori dal pasticcio nel quale ci ha invischiato in cambio delle rituali due pacche sulla spalla da parte del suo amico Bush e di qualche contratto in subappalto, briciole della grande abbuffata irakena, ottenuto da imprese di suo gradimento. Così il leader del partito-azienda sta guidando l’Azienda-Italia. Speriamo in bene, per quanto le circostanze ci autorizzino a temere il peggio.

    Franco Cardini
    Fonte: www.identitaeuropea.org
    16 aprile 2004
    Quanto ci costeranno quelle due pacche sulle spalle che Bush darà al suo fedele servitore?

 

 

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