tratto da http://web.infinito.it/utenti/p/paganitas/monoi.htm
Sviluppi ed effetti teratologici del cristianesimo in Europa: Louis Rougier.
La maggior parte degli sviluppi teratologici,nella teoria e nella prassi, che il cristianesimo innescò in Europa furono dovuti al fatto di avere imposto una teologia ebraica - che per gli europei era e rimane fondamentalmente incomprensibile - a delle menti non semitiche: questo fu visto per la prima volta in modo del tutto chiaro da Louis Rougier (53). Moltissimi dei bisticci e delle incomprensibili sottigliezze nelle quali si esaurirono i teologi medioevali derivano proprio da questo fatto. Tante cose che venivano semplicemente e acriticamente accettate da dei semiti, per i quali la logica non è mai stata una preoccupazione, causarono poi torture mentali senza fine agli europei. - Qui forse, ha anche da ravvisarsi una 'metafisica della bestemmia' (i politeisti imprecavano, ma non bestemmiavano mai). Geova, il 'dio' veterotestamentario poi divenuto ufficialmente anche 'dio' cristiano, non può essere se non un nemico di ogni uomo normale - normale in senso europeo. Quindi la tendenza a esprimere verbalmente la propria collera verso quell'oscura forza torturatrice riconosciuta come cagione consapevole di ogni male.
Degli importanti punti di dibattito sono quelli che derivano dall''onniscienza di dio': un 'dio' (ipostasi del tutto antropomorfa della peggiore specie) che conosce sia l'animo delle sue 'creature' che il passato e, soprattutto, il futuro. Ne risultano subito due considerazioni della massima importanza per la tranquillità psicologica del credente europeo: quella del libero arbitrio e quella della predestinazione. Tutte e due ruotano attorno al fatto che 'dio' conosce il futuro e che perciò tutto ciò che la 'creatura' possa fare ha solo la parvenza di libertà; mentre il suo destino nell'oltretomba era previsto fin dall'inizio dei tempi. Qui, sia notato, si presuppone - senza, di massima, rendersene conto - un 'dio' tanto soggetto alla categoria kantiana tempo quanto una qualsiasi 'creatura' (e su di questo implicito ma disconosciuto presupposto giocò l''eresia' ariana). Inoltre, il concetto di predestinazione presuppone un dio antropomorfo, autoconsapevole e dotato di una sua psicopatica psicologia. Quindi, non c'entra con quello di destino, proprio di un'umanità normale, che invece non è assolutamente incompatibile con la libertà individuale. La discussione di questo argomento porterebbe troppo lontano; l'autore lo ha già fatto, entro i limiti del possibile, in un altro suo testo (54).
La chiesa cattolica ha cercato, con scarso successo, di aggirare l'argomento; i protestanti, invece, accettano esplicitamente il servo arbitrio e la predestinazione, facendo così dell'uomo un fantoccio tragico e abbietto. La 'soluzione' cattolica (55) sta nell'attribuire a 'dio' una psicologia interamente schizofrenica per cui c'è una scissione assoluta fra la sua volontà e la sua conoscenza. Così egli agisce come se non sapesse quali saranno le conseguenze della sua grande potenza - senza però darsi minimamente cura delle spaventose conseguenze delle sue azioni. Questa 'spiegazione' ha però avuto una scarso effetto sul piano pratico. Fermo rimane il fatto che siamo tutti 'predestinati', magari all'inferno, senza che ci possiamo far niente. La dottrina della predestinazione fu sostenuta con particolare veemenza da Agostino da Ippona, uno dei fondatori della teologia ufficiale cristiana e le cui idee la chiesa si tirò dietro per tutto il Medioevo ignorandone - o facendo finta di ignorarne - le implicazioni, fino a che esse esplosero ai tempi della riforma. Egli sosteneva che quello che conta è la 'grazia', che 'dio' concede con infinita bontà, ma soltanto a chi vuole. - Agostino da Ippona fu un elemento incredibilmente contorto, le cui pazzesche idee sull'amore furono messe a profitto perfino dalla fantascienza (56).
Le deduzioni che si possono fare dai dati storici disponibili (57) sembrano indicare che, almeno fino al VI - VII secolo, la paura dell'inferno e il senso di impotenza che si aveva davanti alla possibilità di quell'orribile sorte fu - dopo la povertà - la principale causa di suicidi in tutta la storia. La chiesa proibì il suicidio, in modo parziale nel VI secolo e in modo totale verso la fine del VII secolo - facendolo esso stesso causa di dannazione certa - per arginare una crescente pandemia di morti volontarie. Prima (almeno in certe loro diramazioni nordafricane), le chiese cristiane erano arrivate a raccomandarlo.
Altre tragiche e insolubili problematiche vennero originate dalla più grande delle contraddizioni: il Geova 'buono'. Il concetto di un 'dio buono' - questo è stato indicato, fra altri, dal già citato Hermann Güntert - è interamente non-ebraica: il 'dio' veterotestamentario non è e non può essere se non il despota semitico, arbitrario, sadico e crudele. L'abbinamento della qualità di 'buono' a quel figuro non poteva se non portare a ulteriori dilacerazioni dottrinali e a turbe psichiche, sfocianti spesso nella pazzia. Un 'dio' buono (e non schizofrenico) difficilmente poteva essere accettato come creatore e reggitore di un mondo che, obiettivamente, era lontano dall'essere perfetto, e di un'umanità le cui qualità morali non sempre si adeguavano a quel modello che poteva essere visto come ideale (anche dal cristianesimo). Ne seguì un'ipertrofia dell'attenzione verso il diavolo (58), ipostasi del male. Siccome Geova ha di per sé molte caratteristiche infernali, il diavolo (un concetto, forse, di origine iraniana, poi raffazzonato dai semiti a modo loro) aveva, nel cosiddetto vecchio testamento, un'importanza relativa. Adesso a lui, il 'ribelle contro dio' per eccellenza, ma al quale un 'dio' incomprensibile dà mano libera, vennero addebitate tutte le malefatte che sarebbe stato disdicevole attribuire al 'dio' buono - non esclusa la creazione. Fu così che vennero a insorgere tutta la congerie delle sètte gnostiche, poi il manicheismo (59) e i loro prolungamenti medioevali che furono i catari e gli albigesi, la cui ribellione contro la chiesa fece scorrere in Europa fiumi di sangue (60).
Non è accidentale che la chiesa abbia sempre visto negli gnostici gli 'eretici' per eccellenza, perché essi rifiutavano radicalmente la teologia giudaica adottata dal cristianesimo ufficiale, vedendo in Geova non 'dio' (il 'dio' buono), ma il demonio - il 'dio' maledetto del cosiddetto vecchio testamento. Naturalmente che anche loro soggiacevano ai contorti paradigmi concettuali scaturenti dal monoteismo: non si può parlare di una 'soluzione' gnostica alla pazzia ebraico-cristiana. Essi si invischiarono in una serie di fantasmagoriche elucubrazioni per scaricare dal 'dio buono' la responsabilità del male nel mondo (anzi, della creazione di un mondo abborracciato), molto spesso presentandolo come un ingenuo che, teoricamente onnipotente e onnisciente, non sa come gestire queste sue doti e finisce con il farsi abbindolare dal diavolo, molto più furbo di lui (61). Altri gnostici misero mano a certi sviluppi di origine iraniana secondo i quali il bene e il male sono di necessità coesistenti nell'Urgrund ontologico dell'universo e che la loro differenziazione avviene in modo più o meno automatico con il trascorrere del tempo. Zurvan, fondo ontologico dell'universo, poi identificato con il tempo, porta in sé il bene e il male e dà loro forma a seconda del suo trascorrere. Qui si ha da vedere un tentativo - forse inconsapevole - di uscire dal monoteismo stretto per approdare a qualcosa d'altro, che però non è ancora uno schietto e sano politeismo. - A titolo di curiosità, ancora adesso ci sono dei tentativi concettuali di scaricare 'dio' dalla responsabilità del male, menomandone però la libertà: il male sarebbe di necessità l'immagine speculare del bene - o la sua 'ombra' - e vi deve stare accanto. Quindi 'dio', nel creare il mondo, non poteva fare a meno di immettervi anche il male, pur senza desiderarlo. Un moderno zurvanista, il teosofo Edgar Dacqué (62) arriva a parlare del "dolore di dio" quando, creando il mondo, sa di stare dando esistenza a qualcosa di abborracciato, senza però potere evitarlo. Questa linea di ragionamento fu seguita anche da uno zurvanista nostrano (piemontese), Luigi Pareyson, il quale, a quanto sembra, a differenza dei medioevali albigesi, godette del crisma della chiesa (63).
Tutta un'altra problematica insorge dal concetto dell'incarnazione. Finché a incarnarsi era Dioniso - un dio obiettivo - non ci potevano essere problemi di alcun genere; ma le cose cambiano quando a incarnarsi è Geova. La teologia cristiana vuole che con quell'atto 'dio', attraverso l'autosacrificio - sacrificio, more semitico, di sé stesso a sé stesso - si sarebbe riconciliato con l'uomo - di lui nemico fin dai tempi della cacciata dal paradiso terrestre. Indipendentemente dal fatto che si tratta di qualcosa di assolutamente incomprensibile, si sarebbe trattato di una riconciliazione del tutto relativa, se ancora innumerevoli umani (fra i quali i non battezzati) rimanevano comunque destinati all'inferno. Ma l''incarnazione' ha anche altre implicazioni: secondo lo studioso Marcel Gauchet (64) fu proprio l'idea dell'incarnazione a sancire in modo definitivo l'estraneità di 'dio' dal mondo - ammesso che 'dio' potesse essere ancora più estraneo al mondo che il Geova del cosiddetto vecchio testamento - perché il contatto fra l'uno e l'altro avrebbe avuto luogo una sola volta in tutta l'eternità. Con l''incarnazione', 'dio' - visto adesso come paradigma di tutto ciò che è 'più che umano', 'miracoloso', 'magico' - sarebbe diventato quel tenebroso 'totalmente altro' (Ganz Anderes) descritto dal teologo monoteista Rudolf Otto (65). "Bandire il magico dal mondo" - ecco un'importante tendenza del monoteismo, che porta a una spaventosa mutilazione psicologica della quale soffre l'umanità monoteistizzata. Joseph De Maistre (66) diceva in proposito che quando i moderni dicono che gli antichi dovevano essere ben ingenui perché vedevano fantasmi dappertutto, non si accorgono che peggio stanno loro che non ne vedono in nessuna parte (anche questo argomento sarà affrontato più avanti). - Con le idee del Gauchet sembra manifestarsi d'accordo Albert Caraco, un ebreo turco autodichiarantesi europeo, morto suicida dopo avere concluso la stesura del suo Breviario del caos (67).
Altre due caratteristiche del monoteismo cristiano che si manifestano fin dall'inizio del Medioevo sono la tendenza alla teocrazia e il 'razionalismo'.
La tendenza alla teocrazia è latente nel cosiddetto vecchio testamento, e affiora continuamente nella storia ebraica: non sorprende dunque che sia stata ereditata dai nuovi monoteismi, tutti abramici. Teocratico è ed è sempre stato l'islam e teocratico è il moderno sionismo; mentre teocrazie furono quella di Calvino a Ginevra nel XVI secolo e dei calvinisti in Olanda, in Scozia e nelle colonie anglofone d'America (ancora adesso l'America, a ben vedere le cose, è una teocrazia calvinista) - su di questo, più avanti. - Tendenze teocratiche ebbe la chiesa cattolica nel Medioevo (68), che esplosero nel XI secolo sotto il megalomane papa Gregorio VII e che portarono l'Europa a versare torrenti di sangue, soprattutto in Italia e in Germania, con le guerre fra guelfi e ghibellini (peggiori furono soltanto le guerre fra cattolici e protestanti causate dalla cosiddetta riforma, delle quali si parlerà più avanti). Epigono di Gregorio VII fu Bonifacio VIII (quello dell'"ego Caesar, ego Imperator"), a cui, per fortuna, andò male. È invece vero che fu dalle lotte fra il papato e l'Impero che prese forma il sinistro concetto del 'criminale di guerra', introdotto alla fine del Duecento da uno dei più grandi criminali di tutti i tempi, il papa Innocenzo IV, con occasione del processo a Corradino di Hohenstaufen a Napoli, fatto con la connivenza del reggistrascico, lenone e nel contempo usufruttuario delle mene papali, Carlo d'Angiò.
Quanto al 'razionalismo' cristiano, esso è una necessaria conseguenza del fatto che il 'dio' ufficiale cristiano - Geova - è totalmente irreale. Avulso da qualsiasi esperienza esistenziale del sacro, esso non può fare riferimento se non alla nuda cerebralità. Quindi la tendenza, fin dagli inizi, del cristianesimo di presentare sé stesso come la religione che 'soddisfa la ragione' (pretesa che più avanti si sarebbe ritorta contro esso stesso); mentre le religioni autoctone venivano presentate come grossolane superstizioni e le rispettive mitologie irrise come storielle per bambini (69). Gli dèi obiettivi venivano descritti come demoni maligni (70) e i loro sacerdoti come 'stregoni'. - Questo vizio lo mantennero tutte le chiese cristiane fino ai tempi contemporanei, quando si trattò di 'evangelizzare' i selvaggi, spesso con conseguenze orribili e catastrofiche sulla loro società e la loro psiche: casi di pazzia collettiva, suicidi in massa, scomposte ribellioni accompagnate da massacri, ecc. Anche nel migliore dei casi, l''evangelizzazione' portò invariabilmente il selvaggio a essere uno spostato, un risentito, un maledetto.




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