E che ne pensate?
SECESSIONE, IL SOGNO PROIBITO
L'Indipendente, 2 aprile 2004
di Carlo Lottieri
In un giorno di febbraio del 1979 Umberto Bossi incontra il valdostano Bruno Salvadori, a Pavia, dando così inizio alla propria carriera politica. In seguito, infatti, egli crea la Lega Lombarda, che poi viene “federata” con altri movimenti settentrionali, proprio in tempo per sfruttare l’occasione – unica ed irripetibile – di quella crisi che a livello internazionale è riconducibile al crollo del muro di Berlino e che, in Italia, è collegata alle manette di Tangentopoli.
Oggi che un quarto di secolo è passato e che una malattia impedisce a Bossi di gestire la propria creatura, è lecito avanzare ipotesi su quale potrà essere il futuro del movimento leghista.
In primo luogo, un punto va messo in chiaro. Nel cuore di chi la vota, e anche di molti tra quanti non la votano più ma l’hanno fatto in passato, la Lega è un movimento a vocazione secessionista. Non è un caso che i due momenti elettorali più alti del leghismo siano il 1993 (ma allora Berlusconi non era ancora un uomo politico) e il 1996. Entrambe quelle fasi vedono Bossi su posizioni estreme: nel 1993 tutti l’accusano di volere dividere in due l’Italia, e nel 1996 (quando alle politiche, da sola, la Lega ottiene più del 10% dei voti) l’indipendenza è chiesta a gran voce da centinaia di migliaia di persone accorse sulle rive del Grande Fiume.
L’indipendenza, insomma, è la vera “ragione sociale” leghista, come è ben noto a Treviso, Como o Bergamo. Il che non ha però precluso a Bossi di reinventare in mille modi il proprio partito: a seconda delle convenienze. La Lega è stata quindi liberista e protezionista, americana e antiamericana, ieri con Milosevic e oggi contro Saddam. Sulle questioni religiose, poi, quello dei leghisti è stato un vero giro di valzer, che ha alternato attitudini da cattolici tradizionali, sogni di una Riforma protestante e vocazioni pagane.
Senza Bossi, però, tutto questo è finito. Quel continuo mutare opinioni, simboli e progetti era già assai bizzarro quando era deciso dal Capo (e difatti alle ultime elezioni la Lega non ha raggiunto il 4%), ma sarebbe ridicolo se ad interpretarlo fossero colonnelli senza carisma. Si fa fatica ad immaginare che Maroni, divenuto segretario, possa ripetere lo stanco rito dell’ampolla riempita con l’acqua del Dio Po.
Una Lega senza il senatùr è destinata ad essere meno umorale. Rimasti soli, i luogotenenti del leghismo sono obbligati ad essere fedeli alla loro ragione sociale: il Nord. Sono costretti a chiedere l’indipendenza o ciò che può indirizzare lungo quella strada, e non dovremo sorprenderci se presto la devoluzione sarà lasciata nelle mani di Berlusconi (che ormai si è impegnato a farla approvare), mentre la Lega vorrà ben altro e di più.
Quanti affermano allora che dopo Bossi la Lega è destinata ad essere più grigia, forse hanno ragione ma non colgono tutte le conseguenze di ciò. Perché è quasi inevitabile che quei “mediocri” siano più lineari, testardi, affezionati alle loro poche idee: purché chiare e distinte. Da qualche tempo “partito omnibus”, la Lega può tornare ad essere il partito del (legittimo) egoismo del Nord, né si deve escludere che lungo quella strada non riscopra quei temi antistatalisti che, all’inizio degli anni Novanta, ne avevano fatto l’interprete della voglia di libertà (“basta tasse, basta Roma”) dei ceti produttivi settentrionali.




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