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  1. #1
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    Predefinito Gli iracheni non si fidano degli invasori(leggere per credere)

    LONDON (Reuters) - Nearly 80 percent of Iraqis have little or no trust in U.S.-led occupying forces and most place their faith in religious leaders instead, according to a major survey published in Britain.
    A third said the war, bombings and defeat of the Iraqi army in April was the worst thing happened in last months.

    "The very troops which liberated Iraqis from Saddam are the most mistrusted institution in Iraq today."

    The survey, published by independent British research consultancy Oxford Research International (ORI), samples the views of 3,244 Iraqis, interviewed in their own homes in October and early November 2003".

  2. #2
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    Predefinito Re: Gli iracheni non si fidano degli invasori(leggere per credere)

    In Origine Postato da blob21
    LONDON (Reuters) - Nearly 80 percent of Iraqis have little or no trust in U.S.-led occupying forces and most place their faith in religious leaders instead, according to a major survey published in Britain.
    A third said the war, bombings and defeat of the Iraqi army in April was the worst thing happened in last months.

    "The very troops which liberated Iraqis from Saddam are the most mistrusted institution in Iraq today."

    The survey, published by independent British research consultancy Oxford Research International (ORI), samples the views of 3,244 Iraqis, interviewed in their own homes in October and early November 2003".
    Speriamo che il suo msg venga letto anche dai Muezzin (occidenta
    li), sì quelli dei sondaggi Gallup tanto per capirci ...l'inglese lo capi-
    scono benissimo loro (al di fuori del Condy...)

  3. #3
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    Predefinito Re: Re: Gli iracheni non si fidano degli invasori(leggere per credere)

    In Origine Postato da Jackal
    Speriamo che il suo msg venga letto anche dai Muezzin (occidenta
    li), sì quelli dei sondaggi Gallup tanto per capirci ...l'inglese lo capi-
    scono benissimo loro (al di fuori del Condy...)
    altrimenti glielo traduciamo..
    no problem

  4. #4
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    Predefinito

    Per quanto riguarda noi, ormai non accettano neanche il cibo o le medicine, NEANCHE QUANDO FERITI, per paura che siano avvelenate... Ed eravamo quelli amati dagli iracheni (a sentire i tigggi)...

    19.04.2004
    «Gli spari sulla folla, così siamo diventati nemici»

    ROMA «Per noi le cose sono cominciate a peggiorare dopo la strage di Nassiriya, quando gli italiani hanno aperto il fuoco sul ponte. In due settimane la situazione si è molto deteriorata, ci hanno consigliato di andarcene. Per la nostra sicurezza». Annalisa Lombardo, volontaria del Consorzio italiano di solidarietà pochi giorni fa è salita - «molto a malincuore» - su un piccolo aereo a Baghdad: un decollo avvitato a spirale, per guadagnare rapidamente quota ed evitare possibili tiri d’artiglieria, come si faceva a Sarajevo durante la guerra. Annalisa - 33 anni, una laurea in Scienze politiche e un paio d’anni nell’orbita universitaria «passati soprattutto a far fotocopie», prima di scegliere il volontariato - è tornata in Italia dopo un anno di Iraq. Un anno in cui ha visto le speranze dei primi giorni scolorire nella disperazione e nella rabbia. «Due settimane fa non avrei immaginato di dover andare via e poi in questo modo... Io l’ho vissuta come una fuga».

    Che cosa è cambiato in queste due settimane?

    «La percezione che gli iracheni hanno degli stranieri. Dopo gli incidenti di Nassiriya con i morti tra i civili e l’assedio di Falluja sono esplose le tensioni che covavano da tempo, maturate nel vuoto di potere e nell’insoddisfazione della gente. La distinzione tra militari e civili è diventata più labile. In Iraq c’è molta confusione. Ci sono le truppe dei paesi occupanti, ci sono ong - soprattutto anglosassoni - che si confondono con queste facendosi scortare da militari della coalizione, ci sono gruppi privati di sicurezza, che girano con enormi jeep dai vetri oscurati e prive di targa. E ci sono quelli come noi, che abbiamo sempre tenuto a far sapere che non eravamo armati. Ma per la gente è diventato difficile distinguere. Anche distribuire gli aiuti ora è più complicato: gli iracheni non si fidano».

    Sono stati respinti vostri aiuti?

    «Intanto è stato deciso di togliere etichette di riconoscimento dal cibo, proprio per evitare che venisse rifiutato per timore che fosse avvelenato. Noi poi per distribuire il materiale - generi medici di prima necessità - ci siamo serviti di personale locale. Nonostante questo a Nassiriya, dopo la sparatoria con i militari italiani, i feriti non volevano i medicinali che avevamo inviato perché temevano che fossero avvelenati. La gente non capiva perché gli italiani che avevano sparato sul ponte, poi avessero spedito garze e antibiotici: lo sceicco Anwar Hatab Yones, nostro amico, ha dovuto spiegare che non si trattava degli stessi italiani».

    Come avete reagito?

    «Per evitare problemi abbiamo strappato gli adesivi con il nostro logo “Ics- Consorzio italiano di solidarietà” dalle scatole di medicinali. Ma non è solo la paura a far rifiutare gli aiuti. C‘è anche rabbia. UsAid (organizzazione umanitaria Usa, ndr) manda coperte con stampato sopra il suo simbolo e per questo nessuno le vuole».

    Avete mai ricevuto minacce?

    «Minacce no, ma sia il nostro staff locale sia lo sceicco Anwar Hatab Yones ci hanno consigliato di lasciare l’Iraq per la nostra sicurezza. Lo sceicco era pronto a farci portare in auto in Iran, se non avessimo trovato il modo di andare via in aereo, pur di farci uscire dall’Iraq al più presto. Per me è stata una fuga, ma in ogni caso ormai le nostre possibilità di movimento erano molto limitate: non potevamo più lavorare».

    Un anno passato in Iraq, come è cambiato il rapporto con la gente in questo periodo?

    «Solo nel luglio del 2003 ricordo che potevo girare tranquillamente da sola a Bassora. Non mi sono mai sentita in pericolo. Capitava che gente incontrata per la strada mi invitasse in casa a prendere il te. C’era una grande fiducia. Quando mi chiedevano da dove venissi, mi rispondevano con un gran sorriso e “welcome”, benvenuta, a sentire che ero italiana. C’erano molte speranze allora, anche se a due mesi dalla fine della guerra mancavano ancora acqua e luce e non c’era lavoro. Si stupivano quando dicevo che ero contraria alla guerra, molti - parlo degli sciiti - l’avevano considerata come lo schiudersi di nuove possibilità. Ma da allora è stato un lento deteriorarsi della situazione».

    Quale è stata la vostra strategia?

    «Abbiamo cercato un rapporto diretto con la popolazione. Dopo l’attentato alla sede Onu a Baghdad, abbiamo diffuso un volantino in arabo per spiegare che la nostra organizzazione non era finanziata da nessun governo che avesse partecipato o finanziato la guerra. Per un po’ ha funzionato. Ma l’ultima volta che sono tornata a Bassora, a metà marzo, mi hanno detto che per strada ero stata seguita. Abbiamo dovuto limitare al massimo gli spostamenti».

    Gli stranieri a Baghdad sono considerati nemici?

    «Non sempre. Ora la confusione è massima, non si fanno più troppe distinzioni. L’ayatollah sciita Al Sistani ha emesso un fatwa a favore della presenza di civili delle organizzazioni umanitarie. Ma ci sono molti gruppi che si muovono sul terreno, la situazione non è più sotto controllo di nessuno. Fino a due settimane fa potevamo temere al massimo che venisse saccheggiata la nostra sede, perché nel paese non c’è più legalità. Ora si rischia molto di peggio».

    Sarà possibile per voi tornare in Iraq a lavorare?

    «Ci vorrà tempo, molto tempo per ricucire un rapporto di fiducia con la popolazione. E credo che sarà possibile solo se si riuscirà a stabilire i confini dell’azione umanitaria. Perché anche quella dei militari italiani viene ora definita una missione “umanitaria”, ma in realtà non ha nulla del carattere di neutralità che dovrebbe avere. Per gli iracheni gli italiani sono occupanti, al pari di altri. E questo rende le cose complicate anche per noi».

  5. #5
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    Predefinito

    sui tiggì nostrani tutto ciò non viene detto.....fanno propaganda di guerra.
    la testimonianza della Lombardo l'ho sentita per la prima volta da Floris...

 

 

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