APPELLO A FASSINO
Uccidono i bambini il ritiro non li fermerà
Non si meravigli Piero Fassino se gli rivolgiamo un appello personale. Ci è sembrato di cogliere nelle sue dichiarazioni di questi giorni un’angoscia che è anch’essa personale, più umana che politica, per l’evolvere della situazione in Iraq e le posizioni che la sua parte politica sarà chiamata a prendere. E’ stato lui ad aver detto che il giorno che dovesse chiedere il ritiro delle truppe italiane sarebbe un giorno drammatico, perché questo equivarrebbe a riconoscere che la comunità internazionale ha fallito e che per l’Iraq si preparano giorni di «inimmaginabile violenza». Ieri abbiamo avuto una prova di quanto inimmaginabile quella violenza possa essere.
Cinque autobombe, con kamikaze a bordo, hanno colpito a Bassora, nel sud sciita del paese, in un’area che aveva conosciuto nelle ultime settimane una relativa tranquillità e di cui gli inglesi andavano fieri, dicendo sottovoce che «c’è occupazione e occupazione, e quella nostra è diversa da quella americana». E’ ampiamente riconosciuto che a Bassora le condizioni di vita della popolazione sono migliori che a Baghdad e certamente migliori che a Falluja. Eppure i terroristi, con il marchio suicida che fa sempre pensare ad Al Qaeda e affiliati, hanno colpito. E non hanno colpito le forze occupanti, come dovrebbe essere normale se quella irachena fosse una guerra di liberazione nazionale, una resistenza popolare contro l’invasore. Obiettivo delle autobombe sono state tre stazioni e l’accademia di polizia della città. I terroristi volevano colpire iracheni, terrorizzare chi viene ritenuto un collaborazionista perché lavora a ricostruire il suo paese e a portarlo a condizioni di vita accettabile. Le vittime civili e innocenti che provocano non sono dunque un «effetto collaterale» deplorabile, sono l’effetto principale che vogliono raggiungere. E infatti, bombardando i cittadini iracheni, può capitare di far saltare in aria uno scuolabus con una ventina di bambini a bordo. Strage di innocenti, si dirà. Ma per chi l’ha compiuta l’innocente, anzi il martire, è solo chi porta l’esplosivo, non chi ne è smembrato. Se poi la vittima è uno sciita, tanto meglio per i fondamentalisti wahabiti.
Ora noi ci chiediamo: che cosa succederebbe a Bassora, e a Baghdad, e a Falluja, se le truppe occupanti, come d’incanto, domani non ci fossero più? Se qualcuno può rispondere a questa domanda dicendo: c’è una ragionevole speranza che i terroristi non colpiranno più, che Al Qaeda deporrà le armi, si siederà al desco con i fratelli sciiti, ed edificherà un paese affratellato dalla comune fede religiosa e appartenenza nazionale, allora l’ipotesi del ritiro potrebbe - anzi dovrebbe - essere presa seriamente in considerazione. Lasciamo stare la grande politica, qui si parla della vita degli iracheni, e noi vorremmo sapere semplicemente se sarebbe migliore o peggiore. Se domani mattina le truppe italiane lasciassero Nassiriya, la gente normale di quella città starebbe meglio o peggio? Cesserebbe la guerra civile - perché ormai di questo si tratta - per accaparrarsi con la forza la fetta di potere più ampia nell’Iraq del dopo-Saddam?
A queste domande, prima di tutto, dovrebbero rispondere i parlamentari italiani se e quando saranno chiamati a votare su una mozione che chiede il ritiro. Dovranno chiedersi se il ritiro salverà vita umane italiane: e la risposta è probabilmente sì. Ma dovranno anche chiedersi se il ritiro salverà vite umane irachene, e la risposta è quasi certamente no. Ogni mille soldati occidentali in meno in Iraq possono esserci cento morti iracheni in più. E’ una questione - morale, prima ancora che politica - che dovrebbero porsi per primi proprio quei parlamentari che sono stati contrari alla guerra. Se non sono riusciti a far niente per impedirla, possono oggi far qualcosa per impedire un massacro di proporzioni più grandi. Lo devono agli iracheni, in nome dei quali si sono opposti alla guerra.
L’appello personale a Piero Fassino consiste appunto in questo: un invito a considerare, al di là della politica, l’aspetto umanitario della tragedia irachena. Lui ha detto che non si può prendere una posizione come la richiesta del ritiro per salvarsi la coscienza. Giusto. Per salvarsi almeno la coscienza, in Iraq bisogna restare




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