VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ESTERI (QUERCIA)
Ranieri: lasciare ora? L’Iraq finirebbe nel caos Inquietante la decisione del premier spagnolo
ROMA - Onorevole Ranieri, vicepresidente ds della Commissione esteri, lei ha avuto modo di vedere Brahimi, che impressione ha tratto della situazione? «Innanzitutto vorrei premettere che io non mi arrendo all’idea che la situazione sia irrimediabilmente compromessa e che non resti altra via che battersi per il ritiro dei nostri militari. Ho discusso a lungo con Brahimi, che è un uomo esperto e intelligente, e ho ricavato la convinzione che la situazione sia ardua, e questo lui non lo nasconde, ma che sia ancora possibile avviare un processo politico ed evitare che l’Iraq precipiti nel baratro della guerra civile».
Zapatero, intanto, la sua decisione l’ha presa.
«La decisione di Zapatero ha suscitato in me inquietudine: sostenere che la carta dell’Onu sia bruciata rischia di indebolire l’unica possibilità di cui si dispone per evitare un’ulteriore degenerazione della situazione in Iraq. Avrei preferito se avesse minacciato il ritiro per esigere un mutamento di rotta, se avesse concordato con i premier europei una posizione comune per una svolta».
Zapatero, comunque, è diventato un’icona di gran parte dell’opposizione italiana.
«Io ritengo che chi sostiene il ritiro immediato a prescindere dal negoziato per una nuova risoluzione dell’Onu non tenga conto del fatto che se l’Iraq precipita nel caos sarebbe la comunità internazionale a pagare un prezzo enorme e la stessa lotta al terrorismo verrebbe compromessa. Anche gli europei soffrirebbero di un’evoluzione di questo tipo. Certo, gli americani hanno compiuto un errore strategico di proporzioni enormi che pagano in termini di autorità, prestigio e in vite umane, e che Bush pagherà anche elettoralmente. Come pagherà elettoralmente anche il governo italiano che è stato ed è acquiescente rispetto alla strategia di Bush, come dimostrano le ultime dissennate dichiarazioni di Berlusconi».
Che cosa dovrebbe fare, invece, il governo italiano?
«Gli Usa sono in un vicolo cieco, quindi io penso che oggi sia possibile spingerli a correggere la loro strategia. E in questo senso vedo anche un ruolo dell’Unione Europea che può indurre gli Stati Uniti a un mutamento di rotta».
La lista Prodi, comunque, sembra orientata a chiedere il ritiro, sebbene con molti "se" e "ma".
«Io penso che dichiarare oggi che tutto è perduto, che la partita è già chiusa sia un errore. La lista dovrebbe battersi perché l’Italia faccia la sua parte e sostenga il lavoro di Brahimi. So bene che non c’è molto da fidarsi di questo governo, ma la lista dovrebbe incalzarlo, premere per un cambio di rotta. Poi valuteremo nel corso delle settimane quello che accade. Ci siamo dati una scadenza, quella del 30 giugno. Valuteremo allora se lo sforzo di Brahimi ha prodotto dei risultati. Se non li produrrà a quel punto, ma solo a quel punto, la lista dovrà porsi il problema del ritiro. Sì, questa è la posizione che dovremmo prendere, per coerenza con quanto abbiamo detto finora e per senso di responsabilità. Io non vedo altra strada».
M.T.M.
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