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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #121
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    PERSEGUITATI



    ganda, un dossier di Human Rights Watch denuncia i soprusi contro i dissidenti politici. Il primo a essere accusato è il governo di Kampala, assieme a bande di paramilitari e agenti dei servizi segreti che da anni soffocano nel sangue l’opposizione.


    L’8 gennaio 2003, intorno alle 3 di notte, un gruppo di trenta uomini armati hanno fatto irruzione in casa di Dan Mugara. Nessuno di loro aveva un mandato di perquisizione. Mugara è stato arrestato, imbavagliato, ammanettato e gettato sul sedile posteriore di una macchina, dove due uomini si sono seduti su di lui finchè non è svenuto. Mugara ha ripreso conoscenza nella stanza di un ospedale, da dove sarebbe stato trasferito in un luogo a lui sconosciuto. E’ stato lì che lo hanno interrogato su una sua vecchia conoscenza, il colonnello Mande, con cui Mugara era stato assegnato a una missione diplomatica in Tanzania anni addietro. Dopo l’interrogatorio, gli uomini gli hanno mostrato una cella dentro alla quale strisciavano tre serpenti enormi. Lo hanno minacciato di buttarcelo dentro, se non avesse firmato alcune carte”.

    Durante le elezioni presidenziali del 2001, James, dottorando presso l’Università Makerere di Kampala, era un sostenitore di Kizza Besigye, principale candidato alle presidenziali contro il presidente Yoweri Museveni. Una sera di ottobre, mentre si stava recando a casa, tre uomini in uniforme e quattro in borghese lo hanno fatto salire su un pick-up.
    E’ stato incaprettato e colpito ripetutamente con pezzi di legno zeppi di chiodi. Poi gli hanno gettato del peperoncino negli occhi e minacciato di seppellirlo assieme a tutti gli altri traditori come lui. Oggi, pur essendo giovane, ha difficoltà a muoversi, oltre ad essere affetto da una serie di danni psicologici irreparabili
    ”.

    Il 20 luglio 2002, Patrick Mamenero è stato arrestato e interrogato sui suoi presunti legami di parentela con il Colonnello Mande. Tre giorni dopo è morto in seguito alle ferite riportate al cranio, colpito ripetutamente da un oggetto contundente. I responsabili dell’omicidio si sono assunti la responsabilità della sua morte e hanno risarcito la famiglia di Mamenero con 503 dollari”.


    Arresti sommari, minacce, intimidazioni, torture e violenze contro membri dell’opposizione: un lungo dossier si scaglia in questi giorni contro i palazzi governativi di Kampala e sul sistema giudiziario ugandese. Settantasei pagine, ricche di riferimenti, accuse, rapporti, dichiarazioni e testimonianze, pubblicate dall’organizzazione per i diritti umani Human Rights Warch, denunciano il lato oscuro della Repubblica dell’Uganda, del suo presidente Yoweri Museveni e degli agenti della pubblica sicurezza responsabili di centinaia di sparizioni.

    Il dossier, intitolato State of Pain: Torture in Uganda, comincia con un resoconto delle elezioni del 2001.
    Yoweri Museveni, in carica dal 1986 grazie a un colpo di stato che aveva rovesciato il regime del Generale Tito Okello, si ripresentava alle presidenziali per essere riconfermato alla guida del Paese. In quindici anni era riuscito a far sì che il sistema politico dell’Uganda si basasse su un partito unico, il suo, attraverso una centralizzazione del potere che scalzava qualsiasi altro gruppo.
    Il suo principale oppositore, Kizza Besigye, aveva creato un partito, Reform Agenda, che chiedeva riforme democratiche.
    Subito dopo le elezioni, vinte da Museveni con il 69,3 per cento dei voti, seppure molti osservatori le avessero definite “fasulle”, Besigye è stato arrestato dalle autorità e, nel settembre del 2001, allontanato dal Paese, dove non è più tornato.


    Dopo quell’episodio - rivela il dossier – molti sostenitori di Besigye sono stati perseguitati da diversi organi di sicurezza legati al governo ugandese. Tra questi figurano alcuni soldati dell’Updf (l’esercito regolare ugandese); i membri del famigerato Cmi (Chieftaincy military intelligence), il servizio segreto ugandese; esponenti dell’Iso (Internal Security Organization), un corpo addetto alla sicurezza interna; alcuni componenti della cosiddetta Jatf (Joint anti-terrorist force), un organo misto ideato per stanare cellule terroristiche in Uganda; alcuni militanti del Kap (Kalangala action plan), ente informale creato durante le elezioni del 2001, presieduto dal Maggiore Ronald Kakoza. Sarebbero stati proprio questi ultimi assieme ad altri gruppi paramilitari minori, i responsabili secondo lo Human Rights Watch della maggior parte di crimini ed efferatezze.

    Le pratiche di tortura usate contro gli oppositori sarebbero le più disparate. Da quelle psicologiche, sotto forma di intimidazioni e minacce di morte, a quelle fisiche, che includono un’ampia varietà di metodi.
    Molte persone avrebbero raccontato di essere state rinchiuse per giorni, settimane, addirittura mesi in alcune baracche in lamiera, chiamate in gergo “safe houses” (“case sicure”).
    Lì sarebbero state picchiate a selvaggiamente, incaprettate secondo un metodo chiamato kandoya, e torturate con ogni mezzo possibile.
    Le testimonianze dei sopravvissuti parlano di mutilazioni, amputazioni, stupri e sevizie di ogni tipo
    .

    Li portano nelle safe houses e li trattano come bestie per settimane e in molti casi il governo stesso si assume la paternità delle torture”, conferma da Kampala Andrew Mwenda, direttore di una delle principali radio locali. “Ci sono Paesi africani in cui la libertà di espressione è vietata. Il governo dell’Uganda è invece molto ambiguo. Da una parte colpisce gli oppositori con metodi medievali, dall’altra non vieta di denunciare pubblicamente le sue malefatte. Io stesso sono stato interrogato decine di volte per aver raccontato certi episodi, ma nessuno mi ha mai toccato. Sono un pesce troppo grosso per loro. Ma ci sono centinaia di persone che non hanno voce e anche se gridassero nessuno darebbe loro retta. Sono le persone comuni. Sono loro, le vittime designate di chi è al potere”.

    Nel frattempo, secondo quanto riportano il dossier e diversi attivisti ugandesi per i diritti umani, le strade di Kampala, Entebbe, Gulu e Lira sono percorse da jeep di uomini dal passato violento, disposti a tutto pur di intimidire, frustrare e assoggettare un’opposizione politica sempre meno protetta e tutelata.

    pa.tri

  2. #122
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    PROSEGUE LA CONTA DEI MORTI


    24 aprile 2004


    Non si fermano gli attacchi dei ribelli del LRA (Lord's Resistance Army) contro i civili nel nord dell'Uganda: nell'ultima settimana almeno quindici persone sarebbero state uccise per mano dei ribelli di Joseph Kony in tre separati attacchi. Nel primo, avvenuto la settimana scorsa nei pressi del villaggio di Madidi, cinque donne sarebbero state bastonate a morte dai ribelli mentre erano in cerca di cibo nella foresta. Lo riferiscono fonti della MISNA.

    Il secondo attacco è stato lanciato contro un convoglio scortato dai militari, tra le città di Gulu e Adjumani. I ribelli avrebbero attaccato il convoglio a colpi di granate, [Size04]facendo un morto tra i soldati e nove tra i civili[/Size]. Sempre la scorsa settimana infine l'esercito avrebbe sventato un attacco contro il campo profughi di Pabbo, presso la città di Gulu, che ospita circa 60.000 persone.

    Fonti dell'esercito ugandese hanno riferito che nello sventato attacco avrebbero perso la vita due comandanti del LRA, Charles Abola e Denis Olweny. Il portavoce delle UPDF (le Forze Armate ugandesi) Paddy Ankunda ha attribuito il successo dell'operazione alla migliorata sicurezza nel nord del'Uganda, data dall'arrivo di nuovi contingenti dell'esercito.

    Un ottimismo non condiviso però né dalle autorità locali né dall'arcivescovo di Gulu John Baptist Odama, che alla IRIN ha riferito come la situazione nei distretti settentrionali non sia migliorata affatto.

    La situazione in Sudan


    Si stringe intanto il cerchio intorno a Joseph Kony, il leader dei ribelli ormai attestatosi nel Sudan meridionale. Lo scorso weekend le EDF (Equatoriea Defence Forces), un gruppo armato vicino al governo di Khartoum, ha dichiarato ufficialmente guerra al LRA, alleandosi con i vecchi nemici del SPLA (Sudan People's Liberation Army) che combattono da 20 anni contro il regime sudanese.

    Le EDF avrebbero deciso di abbandonare i vecchi alleati del LRA per gli attacchi contro i civili condotti nelle scorse settimane dai ribelli ugandesi, attacchi miranti soprattutto a rifornirsi di cibo. I rapporti tra i due gruppi si erano già deteriorati da tempo, come conferma una recente intervista rilasciata da Joseph Kony, in cui il leader dei ribelli ugandesi minaccia nuove ritorsioni contro i civili nel caso di attacchi contro i propri uomini.

    Quest'alleanza anti-LRA è stata accompagnata dalla richiesta, fatta alle UPDF, di sostegno militare e finanziario per spazzare via le roccaforti dei ribelli ugandesi in Sudan. Pochi giorni fa è arrivata la risposta dell'esercito ugandese, che al quotidiano New Vision ha dichiarato di non poter offrire sostegno alle EDF perché ciò sarebbe in contrasto con l'accordo firmato tra Uganda e Sudan.

    Il trattato, che permette alle truppe di Kampala di sconfinare in territorio sudanese per dare la caccia ai ribelli, vieta però all'esercito ugandese di dare appoggio al SPLA. Vista la recente allenza tra SPLA e EDF, queste ultime non possono più sperare in un supporto diretto da parte dell'esercito ugandese.

    Non ci sono novità sul piano militare: sembra che i ribelli del LRA si siano spostati nella "Kit II Valley", abbandonando le montagne Imatong, ma al momento non si hanno notizie di scontri nel Sudan meridionale.

    Matteo Fagotto

  3. #123
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    UGANDA: NUOVO MASSACRO DEL LRA


    01 maggio 2004


    I ribelli guidati da Joseph Kony hanno attaccato di nuovo un campo profughi nel distretto di Gulu. Il bilancio, secondo fonti missionarie della Misna, è di 34 persone uccise e 10 bambini scomparsi.

    L’incursione dei miliziani dell’esercito di resistenza del signore (LRA) è avvenuta nel pomeriggio del 29 aprile a Odek, a 50 Km da Gulu, la principale città dell’Uganda del Nord.

    L’esercito governativo preposto alla protezione del campo profughi, che ospita più di 15000 profughi, è stato messo in fuga dai ribelli, che hanno potuto compiere indisturbati L’ennesimo massacro.

    Oggetto dell’attacco è stata nuovamente la popolazione civile. Secondo il lancio della Misna, almeno 10 bambini sono annegati mentre, nella fuga, cercavano di attraversare un fiume in piena.

    Come già avvenuto a febbraio, quando i militanti dell’Lra hanno attaccato il campo profughi di Barlonyo causando 250 morti, l’esercito governativo non è stato in grado di far fronte agli attacchi dei ribelli, che da ormai 18 anni agiscono indisturbati nella parte Nord del Paese.

    G.O.

  4. #124
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    ANCORA SANGUE SUL NORD DELL’UGANDA


    20 maggio 2004


    Nell'ultima settimana una serie di offensive dei ribelli cristiani del LRA (Lord's Resistance Army) e di contrattacchi dell'esercito ugandese hanno lasciato sul campo più di 100 morti Un bilancio impressionante, che ancora una volta fa pagare alla popolazione civile il prezzo più alto per un'assurda guerra entrata ormai nel suo diciottesimo anno.

    I primi attacchi del LRA si sono avuti domenica scorsa nel campo profughi di Pagak, a una ventina di km dalla città di Gulu: qui un gruppo di ribelli sarebbe penetrato nel campo, come al solito trovando una resistenza pressoché nulla delle forze di sicurezza, e avrebbe cominciato a saccheggiare e bruciare le abitazioni (si parla di 500 case distrutte) e a uccidere gli abitanti. I ribelli avrebbero rapito alcune donne coi loro bambini prima di ucciderle a pochi km di distanza dal campo.

    Oltre alle vittime civili, negli scontri ci sarebbero state vittime anche tra le forze ugandesi e tra i ribelli. Il numero totale delle vittime è imprecisato: mentre l'esercito riferisce di 22 morti, personale delle Nazioni Unite e fonti della MISNA parlano di almeno 39 vittime più una decina di feriti. L'attacco di Pagak è uno dei più sanguinosi dall'inizio dell'anno, il secondo dopo il massacro di febbraio al campo di Barlonyo, in cui morirono più di 250 persone.

    Fonti della MISNA riferiscono che all'origine dell'attacco possa esserci la vendetta verso l'ex-comandante ribelle Abola, originario della zona, che nelle scorse settimane si sarebbe arreso assieme ad altri 29 miliziani. Lunedì scorso altri 77 ribelli si sarebbero arresi, tra cui un altro comandante del gruppo ribelle, il maggiore Okot Odyambo.

    Ma le brutte notizie per il LRA non sono finite qui: ieri il portavoce dell'esercito, il maggiore Shaban Bantariza, ha reso noto che 54 ribelli sarebbero stati uccisi da un elicottero militare mentre tentavano si superare il confine con il Sudan. I ribelli, tra cui si trovava anche il comandante Onen Kamdulu caduto nell'attacco, stavano tentando di raggiungere il grosso delle forze ribelli che da ormai due anni staziona stabilmente nella parte meridionale del Sudan.

    Matteo Fagotto

  5. #125
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    LRA, DALLE PROMESSE AI FATTI


    22 maggio 2004


    Non si fermeranno fino a quando non raggiungeranno quota 100 morti: è questa la sinistra promessa dei ribelli del LRA (Lord's Resistance Army) riportata dalla MISNA e a cui negli ultimi giorni gli uomini di Joseph Kony stanno tenendo fede. Giovedì scorso un nuovo attacco contro un campo profughi situato nei pressi della città di Gulu hanno infatti provocato la morte di almeno 42 persone, secondo fonti locali riportate dalle Nazioni Unite.

    L'attacco è avvenuto nel campo di Lokome, a una decina di km da Gulu, dove un gruppo di ribelli avrebbe fatto almeno 25 morti tra i civili (in buona parte bambini) e bruciato 200 case. Una tattica ormai tristemente collaudata quella dei ribelli, che penetrano nei campi profughi scarsamente protetti da esercito e milizie territoriali e massacrano la gente a colpi di machete o la bruciano viva all'interno delle case. Gli assalitori avrebbero poi rapito una ventina di persone, molte delle quali sarebbero state ritrovate morte nelle vicinanze.

    Il Maggiore Shaban Bantariza, portavoce delle UPDF (le Forze Armate ugandesi) ha dichiarato che secondo le prime ricostruzioni, i ribelli si sarebbero prima scontrati con l'esercito nei pressi di Gulu. Nello scontro cinque uomini del LRA sarebbero morti, mentre i superstiti si sarebbero divisi in piccoli gruppi e avrebbero assaltato il campo. Bantariza ha proseguito dicendo che l'esercito sta dando ancora la caccia agli assalitori, altri due sarebbero morti mentre meno di una decina sarebbero stati fatti prigionieri.

    Domenica scorsa un altro attacco contro un campo profughi, questa volta a Pagak, aveva provocato la morte di una quarantina di persone, e nello stesso giorno secondo fonti della MISNA un altro attacco al campo di Amuro (a 20 km da Pagak) aveva fatto 8 vittime.

    Nonostante le numerose defezioni che sta registrando il LRA nelle ultime settimane (almeno un centinaio di guerriglieri avrebbe deposto le armi), gli attacchi contro i civili non accennano a diminuire. Anzi, sembra che proprio nei momenti di maggiore difficoltà il LRA lanci i suoi più sanguinosi attacchi, per mostrare alla popolazione civile e all'esercito che la sua forza è rimasta intatta.

    Matteo Fagotto

  6. #126
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    Bene (si fà per dire), con questo articolo il dossier Uganda è "chiuso" (si fà per dire), perche là ci sono ancora bambini soldato e guerriglieri assassini di massa, ma la cosa più grave di tutto sono i bambini che sono USATI per fare una guerra di adulti pazzi ed esaltati, perchè solo dei pazzi esaltati possono dire che agiscono in nome di Dio, ma quello che più stupisce di tutta questa cosa è ancora una volta il fatto che tutto il mondo sta ignorando quello che succede da quelle parti, guardando solo alle guerre "mediatiche" quelle che fanno audience, senza invece, guardare a quelle che NON ne fanno, ma che sono ANCORA PIU' SANGUINOSE e ancora una volta dico che le televisioni per quanto embedded dovrebbero alle volte puntare le loro telecamere da quelle parti invece di SEGUIRE IL MATRIMONIO DEI REALI DI SPAGNAdocumentando come è loro dovere quello che sta succedendo a questi popoli dimenticati che piano piano (per fame o per guerra) stanno morendo.

    Io penso che tutti (politici, cittadini, televisioni) dovrebbero riflettere, su quello che volutamente o NON volutamente fanno cadere nel dimenticatoio.
    Penso anche che TUTTI ci dovremmo un pò vergognare......

  7. #127
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    Predefinito Guerre Dimenticate 7 - Afghanistan

    AFGHANISTAN



  8. #128
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    SCHEDA DEL CONFLITTO




    Situato in una posizione strategica dell'Asia centrale l'Afghanistan ha sempre pagato a caro prezzo la sua condizione di stato cuscinetto e guerre ed occupazioni militari straniere hanno contrassegnato la storia, recente e non, di questo paese.

    L'attuale conflitto arriva dopo la decennale occupazione sovietica del suolo afghano e la cruenta guerra civile che seguì il ritiro dell'armata russa nell'89. Ed è proprio nel periodo della guerra civile, causata dal caos politico in cui versava il paese in quegli anni, che si crearono i presupposti che porteranno alla guerra ancora in corso.

    Durante gli scontri tra le etnie tagike e uzbeke - tra il '92 e il '94 – cominciò ad emergere il movimento dei Talebani (letteralmente studenti coranici), provenienti dalle scuole coraniche sunnite del Pakistan, che li appoggiò nella loro avanzata e nella loro gestione del potere. Sotto la guida del loro leader spirituale, il mullah Omar - a sua volta legato col gruppo terroristico di Osama bin Laden, al Qaeda - nel 1995 i talebani prendono Herat, nel '96 Kandahar mentre due anni più tardi cade anche Kabul.

    Nel paese viene istituita la sharia (la legge islamica) e una stretta osservanza ai dettami del corano, come il divieto di scoltare musica o di andare al cinema. Alle donne è imposto di indossare il burqa e il divieto allo studio e al lavoro. Nel 2001, in seguito alla campagna di "distruzione degli idoli" , vennero abbattute le millenarie staue del Buddha a Bamiyan.
    Tutto questo avviene nel più totale disinteresse della comunità internazionale, mentre l'unica resistenza al regime talebano è rappresentata dall'alleanza istituita tra le minoranze etniche del paese, conosciuta come Alleanza del Nord.

    Tra il '96 e il '97 bin Laden (che aveva lasciato il paese dopo il ritiro delle truppe sovietiche) torna in Afghanistan ed organizza alcuni campi di addestramento della sua organizzazione; nel mirino dei terroristi ci sono gli Stati Uniti.
    Il 7 agosto del 1998 al Qaeda attacca le ambasciate americane in Tanzania e Kenya; di rimando, nel corso dello stesso mese, i bombardieri americani attaccano dei presunti campi di addestramento di al Qaeda al confine con il Pakistan.
    Il 12 ottobre del 2000 viene attaccata la nave da guerra Uss Cole, ancorata nel porto di Aden, di fronte alle coste yemenite.
    La mattina dell'11 settembre 2001 al Qaeda sferra i suo attacchi terroristici su suolo americano. Due aerei si schiantano sulle Twin Tower di New York causandone il collasso, mentre un terzo si abbatte sul Pentagono, a Washington

    In seguito a questi attacchi, [che gli Usa prontamente imputano a bin Laden ed alla sua rete terroristica, l'Afghanistan - accusato di dare ospitalità allo sciecco saudita - viene attaccato dalle forze aeree anglo-americane con l'intento di abbattere le infrastrutture terroristiche presenti nel paese e il regime talebano, ripristinando la democrazia. I violentissimi raid cominciano il 7 ottobre e spianano la strada all'avanzata delle truppe dell'alleanza del Nord. Kabul cade il 13 novembre, mentre i primi di dicembre viene presa Kandahar, roccaforte dei Talebani. Ma nè bin Laden ne Omar cadono in mano americana.

    Lontani dall'essere disciolti i Taliban si sono ritirati sulle montagne afgane e lì hanno ricominciato a riorganizzarsi, adottando quella strategia di guerra a bassa intensità già sperimentata in passato e che ha permesso, tra l'altro, la liberazione dall'occupazione sovietica. Inoltre gli aiuti logistici, militari e politici provenienti dalle popolazioni pakistane che vivono al confine tra i due paesi, hanno permesso una forte ripresa della guerriglia contro le truppe della coalizione guidate dalla Nato e contro le neo-costituite forze di sicurezza afghane fedeli al governo Karzai, tanto che in più di un'occasione i bombardieri americani sono tornati in azione.

    Attualmente le zone di maggiore frizione sono il nord del paese, dove le ripetute tregue conseguite non hanno sedato i combattimenti tra le fazioni uzbeke e tagike, e soprattutto quelle al confine con il Pakistan, a sud e ad est. Durante la scorsa estate la forte rispresa militare dei talebani nel sud-est ha causato scontri violentissimi con le forze della coalizione, che hanno risposto anche con attacchi aerei. Da agosto ad oggi, secondo stime ufficiali, sarebbero circa 400 le persone che hanno perso la vita in questi scontri; tra le vittime molti combattenti talebani ma anche uomini della coalizione, operatori umanitari e molti civili.

    Dalle guerre anglo-afghane all'ascesa del regime talebano, una lunga storia di conflitti


    La posizione centrale che ricopre in Asia centrale ha fatto dell'Afghanistan un crocevia di vitale importanza per motivi di equilibri politici e di transiti commerciali rendendolo, da sempre, preda di dominazioni straniere. Mentre l'era antica lo vede oggetto di ripetute invasioni, fra cui quelle arabe che portarono nel paese l'Islam, la storia più recente racconta invece dei tentativi di Russia e Gran Bretagna di annoverarlo nella propria sfera di influenza.

    Estendendosi tra i possedimenti russi del Caucaso meridionale e a nord-ovest dell'India, ex colonia britannica, l'Afghanistan divenne l'ago della bilancia degli equilibri di questa regione. L'Inghilterra, preoccupata dell'espansione russa, cercò di controbilanciare la situazione tentando di invadere più volte il paese, rafforzando così anche la frontiera a nord-ovest della sua colonia indiana. Tutto questo costerà al paese tre guerre con la Gran Bretagna, l'ultima delle quali, un conflitto-lampo combattuto all'indomani della Prima Guerra mondiale, porterà all'indipendenza del paese (1919), sancita in via definitiva nel 1921.

    Dal 1907, infatti, un accordo anglo-russo aveva deciso del destino del paese e l'Afghanistan era uscito, momentaneamente, dalla sfera di influenza russa diventando una sorta di protettorato britannico.
    E' in questo periodo che viene istituita la cosiddetta linea Durand, il confine tra Afghanistan e Pakistan che ha però di fatto separato nei due paesi il gruppo etnico dei pashtun che ancora oggi reclama una propria indipendenza e il riconoscimento del Pashunistan come loro madre patria.

    L'uomo del passaggio all'indipendenza, re Amanullah, restò al potere per dieci anni, dal 1919 al 1929 quando venne deposto a causa di una serie di riforme che scontentarono sia il clero islamico che gli ambienti militari. Gli successe Nadir Shah, che abolì molte delle riforme da lui adottate. Nel 1931 venne promulgata una nuova costituzione che istituì di fatto un'oligarchia reale che escludeva la popolazione da ogni tipo di decisione. Nadir Shah venne assassinato nel33 e a succedergli fu il figlio Muhammad Zahir Shah, ultimo re del paese, che restò al potere per quaranta anni, dal 1933 al 1973[/B].

    Durante questo quarantennio la situazione rimase quella di sempre, con una ristretta oligarchia che deteneva l'intero potere malgrado l'approvazione, nel 1964, di una nuova costituzione di tipo parlamentare. L'influenza sovietica aiutò, tuttavia, la formazione di nuove forze politiche e sociali e nel 1973 Zahir Shah venne deposto con un colpo di stato organizzato da suo cugino Daud Khan, che si pose a capo dello stato.

    Il golpe, avvenuto mentre il re si trovava in Italia (dove resterà fino alla caduta del regime talebano ndr.), venne organizzato da Daud con l'ausilio delle due ali (il Parcham ed il Khalq ) di una formazione politica di sinistra nata nel 1965, il PDPA (People's Democratic Party of Afghanistan). Salito al potere, però, Daud mise nei posti chiave uomini a lui fedeli marginalizzando gli alleati politici.

    Daud venne visto con sospetto anche dall'Unione Sovietica. Seppur non discostandosi mai dalle scelte del Blocco sovietico Daud iniziò una politica di apertura nei confronti di India, Iran e di alcuni paesi arabi produttori di petrolio come Arabia e Iraq. Inoltre il mancato perseguimento di alcuni obiettivi come la ripresa economica, l'accentramento sempre più marcato di potere nelle sue mani e l'intolleranza nei confronti di ogni tipo di opposizione portarono il Parcham ed il Khalq ad organizzare un nuovo colpo di stato che vide perire Daud nell'aprile del '78e la nascita della Repubblica democratica dell’Afghanistan (RDA).

    In questo periodo le ingerenze sovietiche sono determinanti nella storia del paese e si preparano i presupposti dell'invasione dell'armata rossa. Il Khalq sale al potere e tesse dei rapporti di equilibrio con il Parcham. I due leader più insigni del Khalq, Taraki e Hafizullah Amin, ricopriranno le cariche rispettivamente di primo ministro e ministro della difesa, mentre Karmal, del Parcham, ricoprirà la carica di vice di Taraki. Ma la rivalità tra Taraki e Amin porterà all'uccisione di Taraki nel 1979. Amin prese il potere grazie anche all'iniziale sostegno dell'Unione Sovietica che però capì poco dopo che la fede al dogma marxista-leninista di Amin non poteva avere seguito in un paese islamico e conservatore come l'Afghanistan.

    Amin venne quindi giustiziato e la guida del paese passò nelle mani di Bebrak Karmal. Nel frattempo l'organizzazione e l'espansione dei gruppi gruppi islamici - spalleggiati da Iran, Pakistan e Cina - contro il governo degli "infedeli" comincia a porre seri problemi all'Unione Sovietica, preoccupata che questi si potessero estendere anche alle sue repubbliche di Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Temendo la costituzione di una repubblica islamica a ridosso dei suoi confini, l'Unione Sovietica nel 1979 decise di invadere il paese. Temendo un'avanzata russa in Asia meridionale anche gli Stati Uniti decidono di intervenire in questo conflitto appoggiando i gruppi islamici; così, attraverso il Pakistan, cominciano ad entrare gli approvvigionamenti militari americani.

    Si unisce alla resistenza anche Osama bin Laden, arrivato in Pakistan all'inizio degli anni 80, che formò dei campi di addestramento per le reclute venute dall'estero. Inoltre fra questi c'è anche un personaggio ormai noto alle cronache di guerra afghane, Gulbuddin Hekmatyar. Questi avrà stretti rapporti con il regime talebano e attualmente è una delle massime figure della nuova resistenza anti-americana in Afghanistan.
    Il protrarsi della guerra e il suo alto costo, sia in termini economici che umani, indusse i sovietici al ritiro delle sue truppe, completato nel febbraio dell'89.

    Preoccupazione del Cremlino fu di lasciare un governo su cui poter contare, mentre i gruppi islamici non vedevano alternativa all'instaurazione di un regime islamico e quando, dopo il ritiro russo, il potere passò nelle mani di Najibullah - nuovo leader del PDPA – questi venne visto dalla popolazione come l'uomo del controllo sovietico in Afghanistan. Alla sua estromissione, nel 1992, seguì la guerra civile e l'ascesa del regime talebani.

    Dall'occupazione sovietica ad oggi l'Afghanistan non ha più vissuto un solo giorno di pace ed è arrivato al suo ventiquattresimo anno di guerra.

    Monica Losciale

  9. #129
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    IL FALLIMENTO DELLA PAX AMERICANA


    Due anni dopo la caduta del regime dei taliban in seguito all’intervento armato americano, l’Afghanistan è ricaduto nel dimenticatoio in cui è sempre vissuto prima dell’11 settembre 2001. Ma lontano dai riflettori dei media occidentali, questo Paese sta nuovamente sprofondando nel caos.


    13 novembre 2003 –L’autorità del governo provvisorio, presieduto da Hamid Karzai e sostenuto dagli americani, non si estende al di fuori della capitale Kabul, l’unica città presidiata dai militari del contingente internazionale ISAF (International Security Assistance Force). I governatori provinciali e la polizia governativa non hanno alcun controllo effettivo sul territorio. A comandare veramente sono i signori della guerra con le loro milizie private di mujahedin, gli stessi che nel 2001 avevano combattuto i taliban a fianco degli americani sotto le insegne dell’Alleanza del Nord e che oggi si combattono tra loro, soprattutto nelle province settentrionali. La fazione più potente è quella dei tagiki comandati dal maresciallo Mohammed Qasim Fahim, ministro della Difesa di Karzai e al tempo stesso suo principale avversario politico in vista delle prime elezioni libere, previste per il giugno 2004.

    I comandanti mujahedin, che si finanziano con i proventi del rifiorito commercio dell’oppio, sono politicamente sostenuti da Russia, India, Iran ed ex repubbliche sovietiche. L’eventualità che essi tornino al potere a Kabul, come già nel periodo tra il 1992 e il 1996, è fortemente osteggiata dal Pakistan, che da sempre considera l’Afghanistan come il proprio “cortile di casa. E così, proprio come nel 1996, Islamabad – dove a comandare non è il filoamericano Musharraf ma l’esercito, i servizi segreti e i partiti integralisti islamici - sta riorganizzando i taliban che si erano rifugiati nelle aree tribali di confine per riprendere il controllo dell’Afghanistan.
    Infatti dall’estate del 2002 la resistenza armata dei taliban nelle province meridionali confinanti col Pakistan ha avviato un’escalation della guerriglia e degli attentati contro le forze di Karzai e quelle americane, le quali hanno risposto lanciando l’operazione “Mountain Viper”, la più massiccia operazione militare Usa dalla fine del conflitto.

    A fianco dei taliban, comandati ancora dal Mullah Omar, si sono schierati anche gli integralisti del famigerato Gulbuddin Hekmatyar, altra vecchia conoscenza dei servizi segreti pachistani, e i miliziani di Al-Qaeda fedeli a Osama Bin Laden. Di fronte al ritorno in scena dei taliban, sostenuti dalle tribù pashtun che abitano nel sud dell’Afghanistan (oltre che nel nord del Pakistan) e che pur costituendo la parte maggioritaria della popolazione afgana sono stati esclusi dal gioco politico post-taliban, Washington e Kabul stanno percorrendo anche la via del dialogo con gli esponenti più “moderati” dell’ex regime del mullah Omar. Bush e Karzai hanno proposto loro di entrare nel governo. Per gli Usa significherebbe la fine della resistenza armata taliban nel sud del Paese. Per il presidente Karzai rappresenterebbe una possibilità di sopravvivenza poltica in caso di rottura definitiva con i signori della guerra dell’Alleanza del Nord.

    Enrico Piovesana

  10. #130
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    ATTACCHI A BASI USA; RICHIAMO DI OMAR ALLA JIHAD




    1 Aprile 2003


    Continuano a ritmo incessante gli attacchi a basi e obiettivi militari statunitensi. Inoltre dopo l'intervista del mullah Dadullah, in cui il leader talebano rivelava che è in corso una riorganizzazione dei talebani sotto la guida del mullah Omar, stanno adesso circolando dei manifesti in cui è lo stesso leader spirituale degli "studenti coranici" a chiamare il popolo islamico alla Jihad.

    Domenica alcune basi Usa sono nuovamente cadute sotto attacco nell'Afghanistan orientale.
    Oltre una dozzina di razzi sono stati lanciati contro una postazione militare americana. Obiettivo era la base della città di Shkin, nella provincia della Paktika. Le truppe statunitensi hanno individuato tre veicoli sospetti ed hanno chiamato in supporto anche le forze aeree. Nel conflitto sono infatti stati impiegati due elicotteri da combattimento Apache e un jet Harrier. Solo quest'ultimo veicolo è stato impiegato attivamente, con il lancio di una bomba da 1000 libbre. Due ribelli sono morti nello scontro mentre le truppe americane non hanno subito perdite.

    Ma a cadere sotto fuoco nemico è stata anche la base di Gardez, provincia della Paktia sempre nell'Afghanistan orientale, attaccata con due razzi che hanno però mancato l'obiettivo. Inoltre, quasi contemporaneamente, sono stati attaccati sia il Military Training Center di Kabul che il quartier generale delle forze di peacekeeping (Isaf), sempre a Kabul, attaccati entrambi con un razzo. In questi due ultimi attacchi non si registraziono vittime ma fa pensare la vicinanza del quartier generale dell'Isaf con l'ambasciata americana.

    Intanto contunuano le indagini e le ricerche degli autori dell'attentato di sabato che è costato la vita a due soldati statunitensi. Per il momento le autorità afghane hanno arrestato due ufficiali talebani che facevano parte dell'esecutivo di governo del deposto regime. Si tratta di Abdul Razzak, ex ministro del commercio, e Akhund Sayed Shaheed, ex ministro dell'educazione.


    il richiamo alla Jihad



    Degli attentati di cui si è parlato le autorità afghane accusano gruppi talebani e uomini legati a signori della guerra locali con loro collusi. Questa tesi è molto credibile soprattuttto dopo le dichiarazioni del capo talebano mullah Dadullah, che in una recente intervista ha reso nota le riorganizzazione dei talebani sotto la guida del mullah Omar e ha dichiarato che questo momento, con la guerra in Iraq e con il forte e diffuso sentimento di avversione alle truppe americane, è il migliore per riprendere la resistenza contro "i crociati stranieri".


    A queste dichiarazioni si aggiunge ora l'apparizione di alcuni manifesti nella parte orientale del paese inneggianti alla Jihad (guerra santa) contro gli americani e i loro collaboratori a firma dello stesso mullah Omar.




    Nei manifesti c'è anche un forte richiamo all'attacco in Iraq. "Se i non mussulmani attaccano una terra mussulmana è dovere di tutti ribellarsi all'aggressore."
    "Noi eravamo accusati a causa di Osama bin Laden perché dicono che lui è un terrorista e che noi gli davamo riparo. Ma qual’è il peccato dell'Iraq? L'Iraq non ha Osama bin Laden nel suo territorio".

    Malgrado ciò le fonti militari dell'alleanza non ritengono che la guerra in Iraq porterà un peggioramento delle condizioni di sicurezza in Afghanistan. Tuttavia è innegabile che da quando è iniziato l'attacco in Iraq gli scontri in Afghanistan si susseguono con sempre maggiore frequenza.

    M. Losciale

 

 
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