Antonino Arconte, 47 anni, nome in codice G-71.
Arruolato personalmente dal Generale Miceli nel SID, fece parte di quella Gladio militare chiamata "Gladio delle Centurie".
Arconte conosce, forse, molte risposte a grandi interrogativi irrisolti della storia di questi ultimi venti anni, e molte di queste risposte sono contenute nel dossier che lui stesso ha preparato e consegnato nel 1998 alla CIA e al FBI.
Arconte è, forse, depositario di molti segreti che disegnano un filo rosso che corre attraverso il mondo e collega terrorismo internazionale, fondamentalismi, guerre, un filo rosso che unisce e racconta anche molte morti misteriose.
Gli ho chiesto:
«Lei afferma che, già prima del rapimento Moro, circolavano delle voci su questa vicenda, e che si cercavano notizie in Medioriente?»
«Non ne so molto di più. Io, all'epoca non mi interessavo dell'Onorevole Moro, ma è indubbio che gli ordini (datati 2 marzo 1978) che fui inviato a portare in Medioriente, ed in particolare a Beirouth, riguardavano quell'atto terroristico. Seppi del sequestro e della strage di Via Fani, attraverso un fonogramma di Roma-radio (all'epoca non c'erano i telefonini) durante la navigazione verso Alexandria d'Egitto, già partito da Beirouth, dove avevo consegnato a G-129 (G-129 era il codice con il quale, su quei documenti, veniva indicato l'allora capitano Mario Ferraro, suicidatosi nell'estate del 95, impiccandosi alla maniglia del suo bagno... non era un nano, mi superava di vari centimetri, cioè era un uomo di 1,90 mt., ed aveva appena deciso di unirsi ad altri in una denuncia pubblica... almeno così ci aveva detto... quel documento conteneva l'ordine di attivarsi per reperire informazioni utili alla liberazione dell'On. Moro... Questi sono fatti, e i documenti relativi, già sono inseriti nell'appendice del mio libro, intitolato "L'ultima missione". Questa è la mia ultima missione, rendere noto l'accaduto con ogni mezzo ...»
Il libro di Arconte è stato pubblicato molto recentemente negli Stati Uniti, e riporta il documento al quale ho accennato prima.
Falco Accame, ex-Presidente della Commissione Difesa, in una nota diramata dall'ANSA del 16 aprile 2002, scrive: «Moro e la sua scorta si potevano salvare» e aggiunge «ci sono "nuovi documenti" che pongono sotto nuova luce la questione del rapimento del Presidente della DC. In un documento (numero di repertorio 122627) autenticato dal notaio Pietro Angozzi, di Oristano, si legge che il 2 marzo 1978 -cioè 14 giorni prima del rapimento dell'On. Moro e dell'uccisione della sua scorta- la X Divisione "S. B." (Stay Behind) della direzione del personale del Ministero della Marina, a firma del Capitano di Vascello, capo della divisione stessa, inviava l'agente G71 appartenente alla Gladio "Stay Behind" (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirouth, per consegnare documenti all'agente G 129, ivi dislocato, dipendente dal capocentro, colonnello Stefano Giovannone, affinchè prendesse contatti con i movimenti di liberazione nel vicino Oriente, perchè questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro».
Qui sorgono spontanee alcune domande: «Perchè la X Divisione non avvertì l'On. Moro e le forze dell'ordine il 2 marzo? Si poteva evitare la prigionia di Moro e la morte dei suoi agenti di scorta?»
Domande incredibili, quasi surreali, da non prendere in considerazione se non fosse per quel documento «a distruzione immediata» che, però, non venne distrutto dal latore, e che ora riemerge da un profondo abisso...
Un documento che non è «immaginario», ma riportato nel libro del "gladiatore" Arconte, nome in codice G -71, che portò quel documento a Beirouth.
Il nome del "gladiatore" G-71, Antonino Arconte, non figura nella lista dei 622 resa nota in Parlamento, lista risultata, comunque, del tutto inattendibile.
Emerge ancora una volta quella «amministrazione parallela del segreto», infiltrata capillarmente in tutta la pubblica amministrazione, che ha portato alla gestione abituale di una sorta di cortina fumogena che si stende su tutta la vita di questo Paese, in contrasto con ogni riforma e legge sulla trasparenza. Tutto viene gestito in maniera spesso discrezionale, insindacabile, discriminatoria, e senza uno straccio di fondamento giuridico.
Dell'esistenza del documento, è stato informato da Falco Accame il Procuratore Militare della Repubblica Intelisano.
Accame ha scritto al Procuratore: «Sta emergendo nei suoi contorni abbastanza precisi la Gladio Militare, la "Gladio delle Centurie", che operava all'estero con compiti interventistici (addestramento forze guerrigliere di liberazione) simili a quelli della CIA. Mentre la Gladio civile (quella dei cosiddetti 622) è venuta alla luce dopo 50 anni ed ora viene riabilitata, nulla è emerso circa la Gladio Militare». E aggiungeva «Resta anche da spiegare come, con molti giorni di anticipo rispetto alla operazione di rapimento dell'On. Moro venisse inviato a Beirouth un ufficiale italiano per una presa di contatti con movimenti medio-orientali per la liberazione dell'On. Moro. Ma questo aspetto, ovviamente, esula dal lato strettamente "militare" della vicenda».
Allora, cosa c'è oltre Gladio?
Siamo sempre nel campo delle notizie riservate, anzi riservatissime, documenti secretati, dei Segreti di Stato…
Quante volte abbiamo sentito queste parole cadere come una cortina di piombo, a chiudere l'accesso alle verità possibili, alle spiegazioni documentate, alle ricostruzioni reali di fatti, di tragedie, di morti. Il segreto di Stato... un segreto indefinito che comprende tutto e il contrario di tutto,
Dice "il gladiatore" Arconte: «Ho risposto ai Carabinieri del nucleo anti-eversione, (il 23 Novembre 2000), inviati dal PM Ionta di Roma, alle domande che interessano quell'inchiesta sulla morte dell'On. Moro… Ma la chiuderanno mai? Vogliono davvero la verità?… Ma, allora, perché non la trovano? Per quanti anni ancora continueranno a tirare la verità ognuno verso la sua convenienza politica?»
In una intervista al periodico "Polizia e democrazia", il Senatore Giovanni Pellegrino, ultimo Presidente di quella Commissione Stragi che ha chiuso i lavori con l'avvento del Governo Berlusconi, parla di alcuni inquietanti interrogativi sugli scenari che circondarono il rapimento e la morte di Aldo Moro.
«Anche nel venticinquesimo anno dall'agguato di Via Fani -ha detto Pellegrino al periodico di polizia- sul caso Moro si sono evidenziate due scuole di pensiero: da un lato quelli che sembrano dire che è già tutto chiaro, e che, se restano zone d'ombra, si tratta di particolari; dall'altro quelli che, con diverse sfumature, sostengono che no, è necessario ancora interrogarsi». E continua, schierandosi decisamente nella seconda scuola di pensiero «Io pongo questa domanda: perché i brigatisti dicono la palese bugia secondo cui Moro non fu informato dell'esecuzione? È evidente che, in quegli ultimi giorni della prigionia di Moro, c'è qualcosa di molto poco chiaro. Un ulteriore problema sono i contenuto che a lungo si è ritenuto costituire l'ultima pagina del memoriale e che, invece, secondo me, esprimono un vero documento separato… Quel documento rinvia chiaramente ad una trattativa avanzata. Quelle sono le pagine in cui Moro parla quasi al passato della sua prigionia con le BR. Moro ringrazia le BR per avergli concesso la libertà e poi assume una serie di impegni che, chiaramente, ripeto CHIARAMENTE, non potevano avere come destinatari le BR …» e conclude «è chiaro che quell'assicurazione che Moro fa, di neutralizzarsi politicamente, sembra quasi l'interfaccia del Piano Victor, che esisteva ed era stato elaborato da uomini delle istituzioni …»
Perché la Procura della Repubblica non accerta, una volta per tutte, l'attendibilità delle affermazioni di Nino Arconte?
Sul silenzio della Procura si è interrogato anche il Senatore Pellegrino: «Francamente mi sorprende -dice l'ex presidente della Commissione Stragi- che a tutto questo non si sia dato seguito da parte di un ufficio giudiziario che, per anni e anni, si è interrogato per dare l'identità dei due giovanotti che sopraggiungono a Via Fani, a cavallo di una moto Honda, mettendosi a «sparacchiare» come cow boys, tanto da essere gli unici a rischiare di uccidere un passante che non c'entra niente. Se era così importante sapere chi fossero i due della Honda, che certamente non erano i veri protagonisti dell'agguato (che in quel contesto hanno invece dimostrato un elevato grado di professionalità) mi appare ancor più importante indagare sulla casa di Firenze dove si riuniva il comitato esecutivo delle BR durante il sequestro Moro" e prosegue «La mia impressione è che siamo andati a toccare un sfera di indicibilità, qualche cosa che il nostro paese vuole rimuovere, e, in particolare, quelle che erano le contiguità e le interrelazioni fra le BR e il resto della società italiana».
L'On. Accame, già Presidente della Commissione Difesa della Camera, ha più volte sostenuto che sia stata data insufficiente importanza ai vari preavvertimenti sull'agguato di Via Fani.
Gran parte della materia che riguarda soffiate e preavvisi è agli atti della Commissione Stragi. Di particolare interesse in proposito il "Memorandum Ravasio" che fu portato in Commissione Stragi dall'On. Cipriani di Democrazia Proletaria. Negli atti presso la Commissione Stragi si legge, in proposito, che 15 giorni prima del rapimento i dirigenti del PSI sarebbero stati informati da Renzo Rossellini, l'animatore di Radio Città Futura. Lo stesso Rossellini sarebbe stato convocato da Craxi solo dopo il 16 marzo.
Si legge inoltre che lo stesso Rossellini «incontra De Michelis prima del rapimento Moro per esporgli la teoria sui paesi dell'Est come fautori del terrorismo in Italia». Si legge anche che «il 16 febbraio 1978, dal carcere di Matera, Salvatore Senatore fa arrivare al SISMI una soffiata secondo la quale si stava preparando il rapimento di Aldo Moro».
Quanto a Renzo Rossellini, alle 8 del mattino del 16 marzo, su Radio Città Futura, venne da lui data notizia di un'azione terroristica ai danni dell'On. Moro. Ravasio parla anche della presenza del Colonnello Camillo Guglielmi a Via Fani, la mattina dell'attentato. Guglielmi faceva parte dell'Ufficio Centrale di Sicurezza del SISMI. La mattina del 16 marzo Guglielmi avrebbe ricevuto una telefonata di Musumeci: «Corri a Via Fani a vedere cosa sta succedendo. Un informatore mi ha detto che le BR vogliono rapire Moro». Il 15 marzo 1978, un giorno prima del rapimento Moro, il sistema di emergenza della SIP fu messo in stato di allerta. È possibile che ciò sia avvenuto in relazione all'azione del giorno seguente.
Nella zona di Via Fani, subito dopo il rapimento dell'On. Moro, si verificò un black-out delle comunicazioni. Fu spiegato come sovraffollamento della linea. Ma la SIP non ha spiegato mai perchè alle 16.45 del 15 marzo nell'azienda era scattato l'allarme e si era costituita la «cellula di risposta», un Comitato di sicurezza con compiti a metà fra il militare e i servizi segreti.
Maria Lina Veca
Nota: Documentazione gentilmente fornita dall'On. Falco Accame, già Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati.




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