"La falsa retorica del 25 aprile"

di Massimo Fini

Non mi ha mai convinto la festa del 25 aprile, la Festa della Liberazione, non tanto e non solo perché divide il Paese in "buoni e cattivi", causa ancor oggi, come tutti possono vedere, di catacombali risse fra antifascisti e
anticomunisti, ma perché ha ingenerato il pericoloso e non innocente equivoco che l'Italia si sia riscattata in libertà dalla dittatura e dall'occupazione nazista in virtù della Resistenza e della lotta partigiana e non grazie alle truppe angloamericane.
Storia deformata. Nell'ambito di quel grandioso e tragico evento che fu la seconda Guerra mondiale, la Resistenza fu un fatto marginale, che riscattò moralmente solo quelle poche migliaia di uomini e di donne che vi
presero parte. Non il popolo italiano che aveva aderito compatto al Fascismo, e anche all'abominio delle leggi razziali, che lo abbandonò quando cadde e che poi stette alla finestra per vedere chi vinceva la partita, salvo scatenarsi, dopo il 25 aprile, nel più bestiale dei modi con lo scempio di piazzale Loreto.
Il libretto. Questa è la verità della nostra Storia recente. La retorica, di cui abbiamo visto in questi giorni un gran dispiego, certo è un'altra cosa, ma la retorica, come avvertiva Alberto Savinio in un preveggente libretto del
943, Sorte dell'Europa, «è un male endemico del nostro paese, è il male che inquina la nostra vita, la nostra politica, la nostra letteratura, è una delle cause principali, se non addirittura la principale, delle nostre
sciagure».E in quel prezioso libretto, che dipendesse da me farei distribuire nelle scuole al posto di tanti manuali di retorica della Resistenza e dell'Antifascismo, Savinio scriveva anche: «Il nostro territorio non siamo stati noi a liberarcelo ma altri ce lo hanno liberato, la nostra libertà di opinioni non ce la siamo conquistata noi ma altri ce l'hanno data».
Doppia pietà. Io ho il massimo rispetto per i partigiani che si batterono e anche morirono per un'idea di libertà, ma ho altrettale rispetto per i ragazzi che, in nome di altri valori, l'onore e la lealtà, andarono a morire per Salò,
ingannati e traditi da Mussolini che, dopo tanta retorica sulla bella morte', fu pescato a fuggire travestito da soldato tedesco.
Le ritirate. Tutto secondo l'ignobile tradizione dell'armiamoci e partite' che è tutta interna alla storia di viltà della classe dirigente italiana, dalla borghesia che si squaglia nelle retrovie, maledicendo i fanti-contadini che a
Caporetto si erano stufati di immolarsi alla tattica omicida dell'attacco frontale' del generale Cadorna (si legga La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte), al Re e Badoglio che abbandonano Roma in balìa dei tedeschi, all'editore Gian Giacomo Feltrinelli, a Toni Negri, ad Aldo Moro che dalla sua prigione scrive le lettere che scrive, ad Adriano Sofri, a Bettino Craxi che scappa negando la legittimità delle istituzioni di un Paese di cui pur era stato Presidente del Consiglio e però pretendendo di essere considerato esule, martire ed eroe, fino al comportamento tenuto, in prigione e fuori, da quasi tutti i ladri eccellenti di Tangentopoli.Guerra perduta. La retorica non è mai innocente. Quella della Resistenza ha consentito agli italiani di far finta di aver vinto una guerra che invece avevano perso, e nel peggiore dei modi, e quindi di non fare i conti con se stessi fino in fondo, a differenza dei tedeschi e dei giapponesi.
Da questo voluto equivoco sono nati molti guai, molte sciagure' per dirla ancora con Savinio, che hanno successivamente funestato la storia del nostro Paese, compreso il terrorismo e quel suo ritorno di cui oggi tanto
si parla, con la consueta retorica.

(Il Giorno, 8 maggio 2001)