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  1. #1
    vicepres Destra cricetale
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    Predefinito ma perché gli irakeni ci odiano?

    Sul camion della Croce Rossa, tra quartieri distrutti
    e guerriglieri armati di kalashnikov
    Viaggio a Falluja
    la città dell'odio
    dal nostro inviato RENATO CAPRILE

    reportage da Falluja
    [I]
    FALLUJA - Il camion della Croce rossa italiana ha appena superato il check point americano. Siamo nascosti nel cassone su un tappeto di acqua, biscotti e scatolame. Cerchiamo di non fare troppo rumore, i marines sono ancora nei pressi. Poi finalmente il via libera ci fa tirare un sospiro di sollievo. Il grosso Iveco su cui viaggiamo è telonato: attraverso qualche fessura sfilano così davanti ai nostri occhi le prime immagini di Falluja, la tana della resistenza antiUsa, assediata e off-limit da oltre due settimane, forse sta qui il covo dove sono tenuti prigionieri i nostri tre ostaggi.

    E quel che vediamo è un immenso deserto urbano. Non un solo essere umano per chilometri. Solo cani randagi a rovistare in mezzo a mucchi di spazzatura. Macerie e silenzio, dunque. Un silenzio che mette paura. Siamo diretti da qualche parte in periferia dove Maurizio Scelli, il commissario straordinario della Croce rossa italiana, e i suoi uomini, devono scaricare il secondo stock di aiuti umanitari. Gli aiuti che ci avevano illuso avrebbero potuto far tornare a casa Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Umberto Cupertino. E invece non sembrano aver prodotto altro che un po' di temporaneo sollievo a una popolazione stremata.

    Cinque chilometri più avanti la scena cambia, qualcosa inizia a muoversi in lontananza. Gruppi di uomini armati ci si parano davanti. Fortuna vuole che nella jeep che ci precede ci sia lo sceicco Basher al Faidhi del Consiglio degli ulema sunniti. Anche se le facce di quegli uomini non promettono niente di buono, rispondono ugualmente al saluto dell'imam di Bagdad. È la moschea Saad Ben Abi Wkass il nostro capolinea. Smontiamo dal camion. Ci sono tonnellate di viveri ma nessuno sembra farci caso. Non un solo grazie si leva dalla piccola folla del comitato di accoglienza. Sanno che siamo italiani e ci guardano con diffidenza.
    Andiamo un po' in giro per constatare di persona i danni di due settimane di bombe su questa media città del nord dell'Iraq, giusto al centro del triangolo sunnita. La stessa che appena sette giorni dopo la caduta di Saddam iniziò ad infliggere le prime grosse perdite all'esercito della coalizione. "Siete liberi di farlo, anche se a vostro rischio e pericolo", mette subito le mani avanti Ahmed Jassin, una trentina d'anni, il rosario tra le mani e occhi pieni d'odio. "Venite italiani, in giro vi ci porto io".

    Non abbiamo molto tempo, è quasi già scuro e Jassin non è certo una presenza rassicurante. Ma è l'unico disponibile a farci da autista e a parlare un po' di inglese. Un giro breve, concordiamo, perché la Croce rossa non può certo aspettarci. "Voglio soltanto farvi vedere Al Jalon, il mio quartiere, e come lo hanno ridotto i vostri amici americani. Venti minuti al massimo e saremo di ritorno", promette.

    Partiamo su una vecchia, sgangheratissima Volkswagen Passat. Jassin guida come un pazzo per evitare le grosse buche scavate dalle bombe. Strada facendo incontriamo solo guerriglieri, kalashnikov e volti nascosti dalla kefia. Sembrano gli unici abitanti di questo posto che appena un mese fa ne contava quattrocentomila. Molti certo saranno fuggiti, venti, trentamila, ma tutti gli altri dove saranno? Niente fa pensare che dietro quelle finestre sbarrate ci sia un qualche segno di vita. Non c'è luce, non c'è acqua, non ci sono più bombole di gas. Al Jalon è a ridosso della ferrovia, nella parte ovest della città vecchia, con botteghe miserrime e palazzi diroccati. Quelli che ancora sono rimasti in piedi. Perché ad Al Jalon, e in questo Jassin ha ragione, gli americani hanno usato la mano pesante. Un edifico su due è ridotto a un mucchio di pietre.

    "La vedete quella? - Jassin indica una costruzione bassa che sembra una lattina accartocciata - Era la casa di Hamid. Sono morti tutti. Venticinque persone in un sol colpo. E molti erano donne e bambini. E poi vi chiedete perché odiamo tanto l'America e i suoi alleati. Quella gente non aveva fatto niente a nessuno eppure è stata uccisa".

    Da dietro quella che era la casa di Hamid spuntano quattro giovani armati. Fanno un segno a Jassin, che vorrebbe farci parlare con loro. Fatichiamo a convincerlo a tornare subito indietro. In cinque minuti siamo di ritorno alla moschea. Gli uomini della Croce rossa non sono ancora tornati dal deposito dove dovevano scaricare le loro casse di viveri. Siamo preoccupati. Ci invitano ad entrare in una stanza del compound della moschea, dove ci sono una decina di uomini. Tutti giovani. Ci offrono del tè. Vogliono parlare.

    Soprattutto Sabah al Kalifa, che ha una storia da raccontare. Quella di suo figlio Ali. Aveva una grave infezione intestinale. Era ricoverato all'ospedale, situato oltre il famigerato ponte su cui vennero trucidati i quattro americani. Il padre lo aveva portato lì prima che iniziassero a piovere bombe. Ma quando è scoppiato l'inferno glielo hanno consegnato che aveva ancora la flebo attaccata al braccio. Due giorni dopo Ali è morto. Aveva soltanto un anno. Morto come almeno altre settecento persone, 300 dei quali erano donne e bambini. I feriti poi sarebbero un numero incalcolabile.

    Sotto le macerie ci sarebbero mucchi di cadaveri. Impossibile recuperarli, si correrebbe il rischio - ci dicono - di finire sotto i colpi di un qualche cecchino. Lo stadio sarebbe diventato un'enorme fossa comune. La tregua non reggerebbe. L'accordo tra le parti un documento senza valore. Nessuno o quasi dei profughi sarebbe tornato e di consegnare le armi pesanti, i nostri interlocutori non ne vogliono nemmeno sentire parlare. "Abbiamo solo qualche kalashnikov e con quelli riusciamo a dare scacco al più forte esercito del mondo. Dio è con noi, altrimenti ci avrebbero già ammazzati tutti".

    Il discorso si sposta lentamente sugli ostaggi italiani. Omar prima dice "non ne sappiamo niente", poi si lancia in un rosario di invettive contro il nostro paese. "Siete nostri nemici, venuti dopo gli americani con i quali avevamo già un conto aperto, ma siete come loro. Assassini. I morti di Nassiriya, quelli di questa città e di tutti l'Iraq pesano anche sulla vostra coscienza. Andatevene e forse dimenticheremo, ma se vi ostinate a restare, allora saranno guai". Il gesto di pace, il fatto che la Croce rossa sia riuscita a riaprire il corridoio umanitario per Omar e i suoi amici non significa niente. "E' come se io prima ti accoltellassi e poi mandassi mio fratello a curarti. Ma chi volete prendere in giro?".

    La sensazione di essere anche noi ostaggi in quella stanza si fa sempre più pesante, chi parla ormai lo fa urlando. Un tonfo sordo, un ordigno esploso da qualche parte distrae i nostri interlocutori. È caduto a un centinaio di metri in linea d'aria da dove siamo. Omar beffardamente ci invita a seguirlo per andare a vedere che danni ha fatto. Ormai è notte. E in questa città senza luci è una notte che mette i brividi.

    Come mettono i brividi questi soldati della nuova resistenza di Falluja. Gli stessi che hanno sconfessato ieri a Bagdad sia il Consiglio degli ulema, sia il partito islamico. La "Resistenza irachena di Falluja" ha diffuso un documento in cui si criticano i due gruppi che hanno contribuito a negoziare una tregua con le forze Usa e che partecipano alle trattative per il rilascio degli ostaggi, compresi i tre italiani. Un documento a forma di opuscoletto, distribuito davanti alla moschea Ibn Taymiya di Bagdad, nel quale si legge che "il Partito islamico iracheno, promuovendo la tregua, ha provocato la disorganizzazione tra i mujaehddin e consentito al nemico di riorganizzarsi".

    "Gli ulema - dice Omar - piangono sugli ostaggi stranieri sapendo benissimo che si tratta di gente venuta in Iraq per saccheggiare le nostre ricchezze. In che modo il rilascio di costoro ci può tornare utile, mentre le galere della Coalizione sono pieni di uomini, donne e vecchi iracheni? Non sarebbe stato meglio concentrare gli sforzi su uno scambio tra ostaggi e detenuti nelle prigioni del nemico?". Parole che trasudano odio e ci fanno capire come la liberazione dei tre sequestrati italiani sia ancora lontana.

    Questa gente non scherza. È organizzata e decisa a tutto. Le armi non le consegneranno mai, piuttosto sono disposti a morire e a infiammare tutto l'Iraq. "Se attaccheranno Falluja, esploderà l'intero paese", ripete Omar facendo sue le parole che proprio ieri lo sceicco sunnita Samarrai ha pronunciato nella capitale, a sessanta chilometri di distanza da qui. E' ormai buio pesto quando il nostro camion lascia mestamente Falluja nell'indifferenza di chi ci ha accolti.

    (24 aprile 2004)


    da repubblica

  2. #2
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    Odiare? Gli iracheni ci amano perché li abbiamo liberati...

    Soltanto una scarna minoranza di terroristi nostalgici si oppone al progresso della civiltà...

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da Tomás de Torquemada
    Odiare? Gli iracheni ci amano perché li abbiamo liberati...

    Soltanto una scarna minoranza di terroristi nostalgici si oppone al progresso della civiltà...
    Hai dimenticato di dire che "i pochi terroristi" , ovviamente, "vengono da fuori".

  4. #4
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    Predefinito Sondaggio

    Camerati partecipate al sondaggio del sito web de La Repubblica sul ritiro delle nostre truppe dall'Irak:

    http://www.repubblica.it/speciale/poll/restare.html

 

 

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