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  1. #1
    memoria storica di PoL
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    Predefinito La verità sulla guerra civile nel Biellese...

    Come già annunciato, a complemento ed integrazione di quanto scritto in altro spazio a proprosito dell'ergastolano Francesco Moranino, 'graziato' da prima dal Presidente della Repubblica e divenuto parlamentare del Pci poi, pubblichiamo qui una ricostruzione più completa di quella che fu il movimento partigiano nel Biellese, le azioni da esso compiute e, soprattutto, la fisionomia del tutto particolare che eso assunse nel contesto della guerra civile.
    Tale ricostruzione è tratta dallo scritto di Giorgio Pisanò Sangue chiama sangue [Ed. C.D.L.], opera fondamentale che fornisce incontrovertibile testimonianza delle verità più terrificanti della sulla guerra civile in Italia del periodo 1943-45. A riprova della 'attualità' di quest'opera è sufficiente dire che essa ha avuto sino ad ora ben 18 ristampe, la prima nel 1962, l'ultima nel 1994, un anno prima della scomparsa dell'autore.

    Sono convinto che quanto ora verrà scritto incontrerà l'interesse dei più e l'astio forse di qualcuno... difficle come ben si sa è pero accontentare tutti...

    buona lettura!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  2. #2
    memoria storica di PoL
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    Predefinito



    Francesco 'Gemisto' Moranino insieme al altri capi partigiani comunisti nel giorno della 'liberazione'

    PREMESSA

    C’è una zona nell’Italia del Nord, dove la ‘guerra privata’ condotta dai comunisti infuriò con particolare, bestiale violenza. Ci riferiamo al Biellese. A quel vasto territorio che comprende tutta la parte settentrionale della provincia di Vercelli e particolarmente le zone montuose. Ciò che è accaduto da quelle parti dopo l’8 settembre 1943 basterebbe per illustrare e documentare a profusione i sistemi e la tattica seguiti dai comunisti in Italia durante la guerra civile per porre le basi a quella che, nei loro piani, avrebbe dovuto diventare, non lo si dimentichi mai, la ‘Repubblica Sovietica Italiana’.
    Si tratta di una cronaca allucinante, che gli storici futuri dovranno analizzare attentamente se vorranno affrontare e valutare nei suoi aspetti più veri il vastissimo e terribile tema della guerra civile. Nel Biellese infatti non agirono bande più o meno raccogliticce agli ordini di sconosciuti e improvvisati capi, agirono molte tra le più agguerrite formazioni rosse. E queste formazioni erano comandate dal fior fiore della classe dirigente comunista, da uomini infatti che a guerra finita furono chiamati a ricoprire alte cariche non solo in seno all’apparato del Pci, ma anche nelle combinazioni governative che si succedettero nell’immediato dopoguerra. Due di questi capi per esempio, l’onorevole Francesco Moranino, detto ‘Gemisto’, e l’onorevole Silvio Ortona, detto ‘Lungo’, diventarono persino sottosegretari.
    Le indagini da noi condotte sulla guerra civile nel Biellese ebbero origine nel 1956, allorché si svolse a Firenze il processo contro Francesco Moranino accusato di aver ordinato l’assassinio di cinque partigiani non comunisti e delle giovani spose di due di questi. Durante il dibattimento, che si concluse con la condanna all’ergastolo del capo partigiano, emersero numerosi episodi, tutt’altro che edificanti, che ci spinsero a condurre una prima inchiesta su quanto era avvenuto nel Biellese dopo l’8 settembre 1943. Ne pubblicammo i risultati sul n. 21 del 1956 del settimanale Oggi [di cui era direttore allora Edilio Rusconi]. Il quell’articolo, tra l’altro, usammo per la prima volta l’espressione ‘guerra privata’ ad indicare l’attività del tutto particolare svolta dai comunisti durante la guerra civile. Sulla scorta delle informazioni raccolte in quella prima indagine, sviluppammo ulteriori ricerche nel 1960, quando ci dedicammo alla compilazione della storia fotografica della guerra civile. Le ricerche furono completate nel 1962, allorché scrivemmo per Gente la serie di puntate sulla Guerra privata dei comunisti. Avemmo perciò occasione, tra il 1956 e il 1962, di percorrere il Biellese in lungo e in largo, di visitare tutti i comuni , di interrogare protagonisti e testimoni.

    Abbiamo voluto specificare tutto questo perché, data la estrema gravità del quadro che è derivato dalle indagini, riteniamo indispensabile dare al lettore le più ampie assicurazioni circa la serietà, l’ampiezza, la scrupolosità con cui le ricerche sono state compiute. Precisiamo inoltre, che anche per quanto riguarda il Biellese , abbiamo seguito il sistema adottato a Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e così via: da uno studio accurato delle pubblicazioni che trattavano della guerra civile in quella determinata zona, siamo passati a un sistematico controllo sul posto degli avvenimenti e degli episodi descritti.
    Sulla guerra civile nel Biellese esistono solo pubblicazioni di fonte partigiana. Non si tratta comunque di una letteratura abbondante. Nelle opere di carattere generale sono dedicati all’argomento solo pochi e sbrigativi capitoli. Altrettanto esigua è la documentazione che riguarda in maniera particolare la zona. L’Unica pubblicazione dedicata esclusivamente ai partigiani biellesi è Il movimento di liberazione nel Biellese, edito nel 1957. Si tratta però di una breve raccolta di documenti circa l’attività delle brigate comuniste, che evita però di addentrarsi nella cronaca minuta di quel periodo. Esistono poi altre due pubblicazioni che riservano invece ampio spazio alla guerra civile nel Biellese. La prima, Guerra senza bandiera[Ed. Rizzoli, 1950] , è di Edgardo Sogno, medaglia d’oro. Il Sogno, che venne paracadutato al nord dagli angloamericani e comandò poi una formazione partigiana non comunista divenuta famosa , la ‘Franchi’, corse numerose avventure nel Biellese e seguì da vicino l’attività dei comunisti.
    La seconda, indubbiamente la più importante di tutte, è intitolata Il Monte Rosa è sceso a Milano: la resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola [Ed. Einaudi, 1958]. Ne sono autori Cino Moscatelli, capo riconosciuto di tutte le formazioni partigiane del Novarese e della Valsesia, e Pietro Secchia, uno dei principali dirigenti del Pci durante il periodo clandestino e divenuto poi vice-segretario del partito. In questo libro Moscatelli e Secchia hanno voluto ricostruire giorno per giorno la storia di quanto accadde nel Novarese e nel Vercellese dopo l’8 settembre. Si tratta di un volume zeppo di nomi e di episodi, che fa testo per quanto riguarda la lotta partigiana nelle due province piemontesi.
    Il libro di Secchia e Moscatelli costituì naturalmente anche per noi una preziosa fonte cui riferirci per una sistematica raccolta di notizie sulla guerra civile nel Biellese. Ci incombe però il dovere di dire subito che il controllo degli avvenimenti e degli episodi citati nel volume rivelò ben presto come l’opera dei due capi comunisti fosse, dal punto di vista della attendibilità, un autentico falso storico.

    Le nostre indagini ci hanno infatti permesso di appurare, come dimostreremo in queste pagine, che Secchia e Moscatelli hanno voluto dare una visione del tutto artefatta della guerra civile nel Biellese, deformando , snaturando o fabbricando i fatti per ricoprire così di leggendaria epopea una realtà che, nelle sue linee fondamentali e nei suoi aspetti concreti, costituì invece una delle pagine più atroci e vergognose di quel terribile periodo.
    Secondo quanto raccontato in Il Monte Rosa è sceso a Milano, durante la Rsi il Biellese avrebbe costituito, per volontà di popolo e grazie al valore degli eroici ‘garibaldini’ comunisti, una imprendibile roccaforte partigiana, una specie di ‘terra proibita’ per tedeschi e fascisti, costretti a una continua e logorante guerra difensiva. Nel libro infatti le cronache vittoriose si succedono a ritmo incalzante. Attacchi, imboscate, sabotaggi, colpi di mano, assalti a caserme, fulminee occupazioni di centri abitati tra l’entusiasmo delle popolazioni, sottrazione di vasti territori al governo fascista con relative costituzioni di ‘zone libere’, battaglie furibonde che si svolgevano secondo gli schemi della più moderna strategia della guerriglia con divisioni, brigate, battaglioni, partigiani che manovravano come se si fossero trovati su una piazza d’armi. I tedeschi e i fascisti, specie questi ultimi, debbono sempre subire l’iniziativa avversaria. Pochi, brutti e cattivi, quasi sempre avanzi di galera arruolati a suon di biglietti da mille, trovano che ogni occasione è buona per fuggire ma spesso sono raggiunti dalla inesorabile giustizia partigiana e pagano il fio dei loro delitti. Incomprensibilmente però, stando ancora al libro di Secchia e Moscatelli, questi partigiani che vincono in continuazione, sono sempre costretti a ‘ripiegare’ sotto l’urto dei rastrellamenti avversari. Nel qual caso i tedeschi e quei pochi sgherri fascisti che li servono divengono migliaia, anzi, come vedremo, anche ventimila.
    Tutto ciò è falso, e serve solo a nascondere l’atroce realtà della guerra civile nel Biellese. E la realtà è che il Biellese, per un complesso di cause che ora illustreremo, fu teatro del più spietato, feroce esperimento di ‘comunistizzazione’ che sia stato tentato dal Pci in Italia dopo l’armistizio. Un esperimento compiuto da una minoranza di uomini senza scrupoli che imposero la loro legge con la canna del mitra, seminando un terrore che ancora oggi sopravvive, a diciassette anni dalla fine della guerra, impedendo, tra l’altro, a tanti antifascisti non comunisti biellesi che pure la verità la conoscono bene, visto che ce l’hanno raccontata e documentata, di insorgere contro le spudorate menzogne propalate dagli ‘storici’ di marca bolscevica.
    Il Biellese non fu mai ‘terra proibita’ per i fascisti o per i tedeschi che presidiarono regolarmente la zona fino all’ultimo. In quanto alle ‘battaglie’ poi nessuno, nel Biellese, ricorda di averne viste combattere. Ci furono si agguati, imboscate, attentati, colpi di mano, sabotaggi. Ma si trattò di uno stillicidio sanguinoso, che non ebbe la minima ripercussione sulla condotta della guerra, non indebolì minimamente l’efficienza delle forze armate fasciste e tedesche, e ottenne il solo risultato di scatenare rappresaglie.
    Né deve trarre in inganno la suddivisione delle bande partigiane in ‘battaglioni’, ‘brigate’ e ‘divisioni’. I ‘battaglioni’ comprendevano circa trenta uomini, le ‘brigate’ un centinaio e le ‘divisioni’ tre o quattrocento. Le bande comuniste biellesi in definitiva raggiunsero una consistenza di cinquecento uomini solo nell’estate del 1944. Negli ultimi giorni di guerra ne contarono circa un migliaio. Per quanto riguarda i fascisti va specificato che la Rsi nel Biellese potè schierare, tra appartenenti alle forze armate e iscritti al partito, poco più di tremila uomini. Le forze di pronto impiego [Guardia Nazionale Repubblicana] non superarono mai i mille elementi. I tedeschi a loro volta potevano disporre di circa 350 uomini. Solo tre o quattro volte, in vista di rastrellamenti a vastissimo raggio, i comandi fascisti e tedeschi inviarono dei rinforzi nella zona. Mai tanti comunque da poter mettere insieme i cinquemila o ventimila ratrellatori di cui si favoleggia sovente nel libro dei due capi comunisti. Questo gonfiare a dismisura il numero degli avversari è una delle tante falsità sfornate dagli ‘storici’ Secchia e Moscatelli per giustificare le fughe e i disastrosi rovesci subiti dalle bande comuniste biellesi ogni volta che venivano attaccate.

    Sarebbe interessante a questo punto aprire una vasta parentesi e specificare quale fu l’effettiva consistenza di tutte le forze partigiane e di tutte le forze della Rsi. La propaganda resistenzialista tende infatti a sostenere che i partigiani furono moltissimi, più di 400.000, e i fascisti una esigua minoranza al servizio dei tedeschi. Questa tesi ha lo scopo di dimostrare che il movimento partigiano fu un ‘movimento di popolo’, sorto a contrastare la violenza di un pugno di sanguinosi oppressori [i fascisti]. La verità è invece profondamente diversa, ma l’argomento richiede spazio e dovizia di citazioni. Lo tratteremo quindi ampiamente nel secondo volume di questa ‘collana di documentazioni sulla guerra civile in Italia’. Per ora ci limiteremo a dire che alla Repubblica Sociale Italiana aderirono più di un milione e duecentomila italiani, ai quali bisogna aggiungere coloro che, fuori dal territorio della Rsi, restarono fedeli, dopo l’8 settembre, a Mussolini e all’alleanza con i tedeschi. I partigiani non superarono invece, anche nei momenti di maggiore sviluppo del movimento, le centomila unità. Poco meno di 2000 fino alla primavera del 1944, divennero circa 60000 nell’estate, si ridussero a non più di 10-15000 dopo i massicci rastrellamenti dell’autunno, superarono i 90000 nell’imminenza del 25 aprile 1945. L’ottanta per cento dei partigiani erano comunisti o inquadrati in bande comuniste. Il restante venti per cento apparteneva a formazioni ‘autonome’ o di altri partiti.
    Difficile quindi, considerate le cifre, parlare di ‘movimento di popolo’ per quanto riguarda il fenomeno partigiano. Anche nel Biellese infatti, dove la situazione geografica favorì l’attestarsi e il consolidarsi di alcune tra le più organizzate di tutte le bande partigiane comuniste, e dove la sproporzione numerica tra fascisti e partigiani fu eccezionalmente limitata, il movimento partigiano non nacque e non si affermò sotto la guida di una volontà popolare.

    I comunisti imposero la loro presenza alla popolazione del Biellese usando l’arma del terrore. Lo provano, senza possibilità di equivoco o di smentita, le milleduecento tombe di Italiani da loro uccisi, sparse i tutti i cimiteri della zona. E non si tratta di tombe di fascisti caduti in combattimento contro le bande comuniste, ma, in assoluta maggioranza, di uomini e donne massacrati solo perché la loro morte servisse a cementare l’indispensabile piattaforma di terrore sulla quale procedere alla ‘comunistizzazione’ del Biellese. I fascisti caduti in combattimento o uccisi in imboscate furono circa duecento. Gli altri mille biellesi trucidati non erano fascisti. Tra questi anzi, come vedremo, si contano oltre centocinquanta donne assassinate a ‘scopo dimostrativo’ o per motivi molto più abbietti. E decine e decine di partigiani non comunisti che si erano arruolati nelle bande rosse illudendosi di trovare degli amici, e che furono invece ‘fatti fuori’, spesso nel modo più feroce, dai loro ‘fedeli alleati’.
    Riteniamo però necessario specificare che non tutti i partigiani comunisti in azione nella zona furono responsabili alla stessa maniera di quanto accadde. Molti di loro si batterono obbedendo ciecamente agli ordini ricevuti e senza domandarsi se uccidere tizio o caio fosse giusto o ingiusto. Molti di loro, oltre centodieci, caddero sotto il fuoco dei fascisti e dei tedeschi nella convinzione di servire una causa giusta. Le responsabilità di tutto il sangue versato nel Biellese , dei massacri, degli assassinii, delle ruberie, dei ricatti, ricade quasi esclusivamente sui capi che sapevano perfettamente che cosa volevano, e non esitarono a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di trasformare una delle più ricche, tranquille e ridenti contrade del Nord in una base comunista.

    Ed ecco la storia della guerra civile nel Biellese. Data la verità e la complessità dell’argomento e il numero altissimo di episodi di cui siamo venuti a conoscenza, abbiamo preferito dividere la materia in quattro parti. Nella prima rievocheremo lo svolgimento della lotta fratricida nella successione dei suoi avvenimenti principali. Nella seconda racconteremo le tragiche vicende delle centocinquanta donne vittime del terrore rosso. La terza sarà dedicata al massacro dei partigiani non comunisti e l’ultima tratterà di uno degli aspetti più ignorati della guerra civile nel Biellese: il finanziamento delle bande partigiane comuniste.

  3. #3
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    Toglimi una curiosità: edizioni C.D.L. significa forse Casa delle Libertà? Non mi stupirei.
    Vedi, caro il mio Carletto (consentimi di diventare tuo intimo visto che anche tu mi chiami GiGi) raccontare dei fatti, veri indubbiamente nessuno lo nega, isolandoli dal contesto, senza indagare sugli anni precedenti, senza far motto su quelle che furono le cause scatenanti di quei massacri, è un operazione furbetta che forse servirà ad incantare gli allocchi e ad attirare per un attimo l' attenzione di qualche distratto passante su questo forum, ma nulla più.
    La tua è stata una fatica sprecata, una mediocre opera di revisionismo storico, di bassa lega per giunta, che non ti porterà alcun riconoscimento.
    Nessuno ti proporrà di tenere conferenze sui fatti che hai raccontato, nessuno ti chiederà di rilasciare interviste, la portinaia del tuo stabile non ti chiederà l' autografo.

    Perché sia tu che il camerata Giorgio Pisanò, per tanti anni direttore del Borghese, vi siete ben guardati dal chiedervi e dal chiedere ai vostri lettori: responsabili di quei fatti specifici furono dei comunisti d' accordo, ma quali furono le cause scatenanti di quella follia? di chi fu la colpa iniziale, originaria?
    Ti do qualche indizio che ti aiuterà a trovare il colpevole:
    la colpa fu di chi incendiò senza ragione alcuna le case del popolo nel 1920/21,
    di chi ordinò spedizioni punitive contro borghi e città che si ribellavano alla nascente dittatura,
    di chi stipendiò, nella Bassa Padana, gli arditi della guerra 15/18 per manganellare i contadini che chiedevano semplicemente pane e lavoro,
    di chi aboli la libertà di stampa, i sindacati e i partiti politici,
    di chi uccise o incarcerò i propri avversari politici,
    di chi varò le leggi sulla purezza della razza,
    di chi s' alleò con i nazisti causando lutti e rovine alla Patria, di chi mandò i nostri fanti in Russia con le scarpe di cartone,
    di chi aggredi l' Etiopa per costruire un Impero di cartapesta sperperando milioni (di allora), mentre nel nostro Sud si pativa la fame e si moriva di malaria.

    Ecco caro Carletto, ora tu applicati, studia, fai ricerche, sappi trovare il nome del responsabile di tutte le malefatte che ho elencato sopra e cosi saprai anche chi fu a commettere il peccato originale che scatenò i massacri nel biellese.

    Auguri di buon lavoro.

    Gianni Guelfi

  4. #4
    memoria storica di PoL
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    Predefinito caro amico, perchè non leggi con un poco di attenzione?...

    caro il mio bel gigino
    per dimostrare le scemenze colossali che dici, mi è sufficiente riportare le due seguenti righe, di cui forse non hai colto molto bene il significato:

    '... i comunisti imposero la loro presenza alla popolazione del Biellese usando l’arma del terrore. Lo provano, senza possibilità di equivoco o di smentita, le milleduecento tombe di Italiani da loro uccisi, sparse i tutti i cimiteri della zona. E non si tratta di tombe di fascisti caduti in combattimento contro le bande comuniste, ma, in assoluta maggioranza, di uomini e donne massacrati solo perché la loro morte servisse a cementare l’indispensabile piattaforma di terrore sulla quale procedere alla ‘comunistizzazione’ del Biellese. I fascisti caduti in combattimento o uccisi in imboscate furono circa duecento. Gli altri mille biellesi trucidati non erano fascisti. Tra questi anzi, come vedremo, si contano oltre centocinquanta donne assassinate a ‘scopo dimostrativo’ o per motivi molto più abbietti. E decine e decine di partigiani non comunisti che si erano arruolati nelle bande rosse illudendosi di trovare degli amici, e che furono invece ‘fatti fuori’, spesso nel modo più feroce, dai loro ‘fedeli alleati’...

    Nel caso non lo avessi ben capito, la stragrande maggioranza delle perosne masacrate dai comunisti nel Biellese non furono i 'fascisti', bensì civili innocenti [molti dei quali donne] e altri partigiani colpevoli solamente di non essre a loro volta comunisti... e questo caro mio bel gigino, anche se sarebbe più che sufficiente per qualificarti un emerito ********* , ancora non è niente perchè il bello deve ancora arrivare...

    stammi bene!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  5. #5
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    E dimmi un po', mio bel ufficialone, quanto scrivi è tutta farina del sacco del camerata Pisanò, che tu ti limiti a ricopiare, oppure ti azzardi ad inserire qualche virgola qua e là anche tu?
    Comunque vi debbo fare i miei complimenti a te e al ragioniere.
    E' una vera e propria operazione-nostalgia quella che state imbastendo.
    Nessuno rimpiange lo stalinismo tanto quanto voi due, di la verità.
    Vi manca un nemico, ne avete nostalgia. Eh, quelli si che erano tempi!
    Quando si era o di qua o di là, non come quegli inciucisti di oggi.
    Prima ce le davamo di santa ragione tra di noi rossi e neri, eppoi tutti assieme a fottere al casino.
    Noi si che eravamo uomini, non come quegli smidollati di oggi.
    Però ti prego, la prossima volta prima di lanciare un operazione nostalgia in grande stile avvertimi che preparo i fazzoletti.
    Sai che sono un sentimentale e tutti quei paroloni quali: bande rosse, partigiani, comunisti ecc m' hanno fatto salire le lacrime agli occhi.
    Pensa che stanotte, dopo tanto tempo, l' ho persino sognato.
    Lui.
    Non il Figlio del fabbro, sciocchino. Quello lo sogni tu.
    Ho sognato Josip Vissarionovic. Il nostro grande batiuska, quello che per primo è arrivato al Reichstag.
    Fatti dire dal ragioniere chi era.

    A proposito Carletto: mi chiamo Gianni non Luigi. Perciò ti prego di chiamarmi Giuàn non Gigino.
    Sa troppo di fighetto forzaitaliota Gigino.
    Sai quelli che hanno sempre l' alito fresco e le mani asciutte come vuole il Capo

    Gianni Guelfi

  6. #6
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    A margine delle tue considerazioni vorrei aggiungere che i partigiani massacrati nel biellese, in Valsesia, dai fascisti fucilatori di Salò sono stati molti.
    Per anni passando in quelle strade, da bambina e poi da ragazza, ho visto una quantità di lapidi, alcune corredate da foto, che ricordavano eccidi di giovani uomini che si erano arruolati nelle fila partigiane . Molte erano le famiglie che avevano i loro giovani tra i partigiani. Molte ragazze poi facevano le staffette.
    Anche nella mia sono morti cugini dei miei genitori, ed una cugina nubile aveva fatto la staffetta. Ma non amava parlare di quei tempi. So che era stata un'esperienza drammatica e per molti versi dolorosa.

    Ebbene, in quelle regioni, nella Valsesia, nel biellese, per anni e anni, in quei laboriosi paesi, il PCI è sempre stato il primo partito alle politiche e conseguiva maggioranze assolute nelle varie amministrazioni comunali.

    Tutti assassini gli elettori e complici di assassini?
    Io credo che , se Fecia di Cossato ci racconta quali erano i risultati delle elezioni politiche e amministrative, a Cossato, Coggiola, Crevacuore, Serravalle , Romagnano, Gattinara, Ghemme...., ci fornisce la dimostrazione più evidente di quanto sostiene Gianni.
    Nessuno rimpiange lo stalinismo, tranne i sedicenti anticomunisti della CdL che ne hanno mutuato le peggiori strategie e difetti, compreso quello di manipolare la storia nel tentativo di attenuare le responsabilità storiche che i nonni di Fini e Gasparri coi Savoia in testa hanno avuto nel confronto degli italiani.

    Fascismo e comunismo sono stati i totalitarismi del secolo breve.
    L'Italia ha avuto milioni di vittime del fascismo e nazismo morte nei campi di concentramento, nelle prigioni, sotto tortura, nei rastrellamenti, in guerra. E poi c'è stata una guerra civile. Con carnefici e vittime di tutti i colori politici.
    mr

  7. #7
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    Col pressuposto che : L'italia non fosse stata sotto il fascismo, che in qugli anni l'italia fosse state un paese fuori dai ranghi,un paese tipo la svizzera ,fuori da tutte le beghe del tempo,per buttate il rè a mare la funzione l'avvrebbero svolta le forze stalliniane che erano a bussare alla porta del retro.
    Avremmo dovuto avere poi i partigiani col fazzoletto nero anzichè rosso .
    BISOGNA AMMETTERE CHE LE IDEOLOGIE ESTREME PURTROPPO NON SI ANULLANO A VICENDA ,E SE LO FANNO SONO DOLORI
    CHI LE PROVA SLLA SUA PELLE POI SOFFRE

  8. #8
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    Predefinito amici, andiamo per gradi...

    Il motivo per cui ho tardato un paio di giorni per portare avanti questo lavoro lo capirete fra poco... il secondo 'capitolo' della storia, che rievoca le fasi più salienti della campagna di 'terrore rosso' scatenata dai partigiani comunisti nel Biellese, ha richiesto infatti un poco di tempo a causa della sua lunghezza.

    Ho visto che più di uno già ha messo le 'mani avanti' prima ancora di leggere... di tutti l'unica persona a cui può valere la pena di rispondere è MariaRita, in specie quando rievoca il fatto che, essendo stata nel dopoguerra il Biellese a maggioranza comunista, non è necessario neppure leggere quello che Fecia scriverà, dato che evidentemente scriverà il falso.

    Non aver paura, cara MariaRita, sarò ben felice di ribattere alle tue ridicole argomentazioni non appena però avrete letto, tu e gli altri, il prossimo mio postato...

    a risentirci!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  9. #9
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    Mosso Santa Maria, 18 febbraio 1944. Le salme di dodici ostaggi, tra i quali cinque donne, prelevati a Cossato, Strona e Lessona, nel Biellese, e fucilati dai partigiani comunisti 'per dare un esempio'. Questa fotografia venne fatta recapitare, piegata in due in una busta, a tutti i famigliari dei dodici assassinati

    IL TERRORE ROSSO

    Il Biellese comprende una vasto territorio sul quale sorgono un centinaio di comuni. Nel settembre 1943 contava circa 200000 abitanti. Confina ad occidente con i colli canavesani e valdostani, a settentrione con le Alpi svizzere, da settentrione verso oriente con la Valsesia, a sud con la provincia di Torino e le risaie vercellesi. Quali furono le cause che, dopo l’8 settembre 1943, consentirono ai comunisti di attestarsi nella zona con una certa facilità?
    Subito dopo l’8 settembre, alcuni gruppi di sbandati si rifugiarono sulle montagne biellesi, specialmente intorno al Santuario di Oropa. Erano composti quasi totalmente di elementi non comunisti, in gran parte ufficiali e soldati del disciolto esercito italiano. In tutto una settantina di uomini. Anche nel comitato antifascista riunitosi a Biella i comunisti si trovavano in minoranza.
    La situazione era quindi favorevole ad una rapido sviluppo di bande partigiane non comuniste, anche perché i tedeschi si tenevano al largo del Biellese, zona per loro strategicamente di nessuna importanza. Ma i partiti antifascisti non comunisti si manifestarono ben presto incapaci di organizzare una qualsiasi forma di resistenza, sia politicamente sia militarmente. Antagonismi, beghe personali, incertezze e dissensi profondi sulle iniziative da prendere provocarono il rapido sfaldamento del fronte clandestino biellese. Le bande, prive di direttive, si dispersero ben presto. Si verificarono anche degli incidenti sanguinosi. Il 25 settembre 1943 per esempio venne condannato a morte dai capi di una formazione badogliana e fucilato con l’accusa di tradimento un ufficiale degli alpini, Pietro Strobino, 32 anni, figlio di un notissimo industriale di Cossato. In verità Pietro Strobino non aveva mai tradito nessuno. Alla data della sua morte, tra l’altro, i tedeschi non erano ancora giunti nel Biellese. Valoroso combattente in Africa Orientale, in Grecia e in Russia, lo Strobino aveva raggiunto la zona del Santuario di Oropa subito dopo l’8 settembre per sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi. Per sua sfortuna tra i capi di una brigata badogliana che si era attestata poco lontano, presso il Lago Mucrone, c’era un ex-ufficiale della milizia fascista con il quale anni prima egli aveva avuto un clamoroso incidente che per poco non lo aveva portato davanti al Tribunale Speciale con l’accusa di antifascismo. Questo ex-ufficiale della milizia, desideroso di rifarsi una verginità politica e temendo soprattutto qualche rappresaglia da parte di Strobino, volle disfarsi di lui. Approfittando di una breve assenza dell’ufficiale ‘creò’ la prova del ‘tradimento’: quando Strobino la sera del 24 settembre tornò ad Oropa da Biella, si vide processare e condannare a morte da un improvvisato tribunale senza alcuna possibilità di difesa. Lo fucilarono poche ore dopo. L’ex-uffciale della milizia passò poi ai comunisti e venne ucciso dai tedeschi verso la fine del 1944.
    L’uccisione di Strobino e l’arrivo in zona dei primi reparti tedeschi diedero il colpo di grazia alle già barcollanti formazioni non comuniste. I partigiani, moltissimi dei quali erano saliti in montagna nella convinzione che la guerra sarebbe finita da lì a pochi giorni, cominciarono a disertare le bande. I comunisti, che avevano seguito attentamente ma senza mai intervenire, seppero cogliere il momento opportuno. Quando le formazioni si sbandarono, essi piombarono sui superstiti, li disarmarono e si impossessarono dei depositi di viveri e munizioni. Alla fine di settembre 1943 in tutto il Biellese esistevano solo formazioni partigiane comuniste, esigue ma ben armate e soprattutto guidate da uomini già addestrati alla guerriglia e assolutamente privi di scrupoli e di umanità. Da quel momento i rossi mantennero il controllo totale dello schieramento partigiano biellese sino alla fine della guerra civile. Unica eccezione una piccola formazione di ‘Giustizia e Libertà’, del partito d’Azione, che si costituì nella Serra biellese agli ordini del torinese Felice Mautino, noto con il nome di battaglia ‘Monti’.
    I motivi che favorirono l’attestarsi di bande comuniste nel Biellese non furono però limitati alla incapacità e alla inefficienza delle altre organizzazioni antifasciste. Ve ne furono altri. Quello fondamentale venne dato dalla situazione geografica della zona. Il Biellese infatti, ricco di vallate che si dipartono dalla catena delle Alpi per sfociare in una pingue pianura e tagliato fuori da ogni importante linea di comunicazione, costituì nello stesso tempo un territorio ottimo come base per nuclei partigiani e di nessun interesse militare per i comandi italo-tedeschi, che vi mantennero di conseguenza solo esigue forze di presidio.
    Lo stesso Moscatelli [op. cit. pag. 189], illustrando le caratteristiche di tutte le zone montane dal Biellese al Lago Maggiore, ammette a un certo punto: ‘… poste ai piedi della catena alpina, presentavano ai partigiani la possibilità di avere le spalle relativamente sicure, ed una via di ritirata in caso di necessità [l’autore si riferisce alla Confederazione Elvetica, dove i partigiani potevano sconfinare in caso di rastrellamenti avversari...]. Inoltre queste regioni non erano attraversate da linee di comunicazione essenziali dal punto di vista bellico per cui il nemico fosse costretto a ‘tenerle ad ogni costo’, sia per fare affluire truppe e materiali, sia per consentire una eventuale ritirata…’.
    Il secondo motivo, quello che fece del Biellese una sorta di ‘terra promessa’ per i comunisti, fu la ricchezza industriale della zona. E’ noto che nel Biellese è concentrata quasi tutta la produzione nazionale laniera. Si tratta di un numero altissimo di aziende che in tempo di guerra non cessarono mai di lavorare e che, anche allora, occupavano più di 50000 operai. Tutte queste aziende significavano soprattutto una cosa: tanti industriali da taglieggiare, ricattare, tassare. Il Biellese rappresentò quindi una delle casseforti meglio fornite cui i comunisti poterono attingere, come documenteremo più oltre, durante tutto il periodo della guerra civile.
    Il terzo motivo va ricercato nella presenza nel Biellese, dopo l’8 settembre 1943, di alcuni tra i più decisi e addestrati capi del Pci, nativi del luogo: da Pietro Secchia a Franco Moranino, da Quinto Antonietti a Guido Sola Tiretto. Perfetti conoscitori della zona, della mentalità degli abitanti e delle diverse risorse su cui potevano contare, questi esponenti del Pci si misero ben presto al lavoro per trasformare il territorio in una delle loro basi più potenti. Secchia però, chiamato a far parte della direzione centrale del Pci, lasciò ben presto il Biellese. A dare man forte ai suoi amici, con il compito soprattutto di organizzare e scatenare la guerriglia, il partito inviò un ‘tecnico’ del mestiere: Piero Paietta, detto ‘Nedo’, ‘che aveva fatto le sue esperienze nelle brigate internazionali in Spagna’, come racconta il Moscatelli [op.cit. ] ‘e dove aveva perso un braccio’. Piero Paietta, nonostante l’omonimia e la comunanza di idee, non era imparentato con i fratelli Giuliano e Giancarlo Paietta, divenuti poi a guerra finita deputati del Pci.
    Sulla tecnica seguita dai comunisti per scatenare la guerra civile nel Biellese [come nelle altre zone della montagna vercellese e novarese] ci sarebbe da scrivere un intero trattato. Vedremo di riassumere gli aspetti più interessanti. Come abbiamo detto, nelle settimane che seguirono l’8 settembre il Biellese venne pressoché ignorato dai comandi tedeschi e fascisti. Nelle ampie vallate le uniche forze armate presenti erano costituite dai carabinieri, suddivisi in cinque o sei stazioni, ognuna delle quali comprendeva in media dieci militari dell’Arma.
    Per prima cosa [ottobre-novembre 1943] i comunisti tentarono di sollevare la popolazione. A questo scopo indissero comizi, cercarono di provocare scioperi e incidenti tra i cittadini e i carabinieri. Questa manovra però non diede i frutti sperati. Gli scioperi ci furono, ma di incidenti nemmeno uno, soprattutto perché i Biellesi e i carabinieri non avevano alcun motivo per spararsi addosso. Oltre a tutto la propaganda dei comunisti suonava alle orecchie di molti un po’ ridicola. I comunisti infatti gridavano che bisognava lottare contro i tedeschi e i fascisti. Ma questi nelle vallate e in molte località di pianura continuavano a non farsi vedere né i rossi andavano ad attaccarli nelle loro basi.
    I rossi passarono allora ad una seconda fase di provocazioni, non solo nella speranza di farci scappare il morto, ma anche per diminuire il prestigio dell’Arma nella zona e sostituirsi così all’unica autorità ancora efficiente. Lo confermarono del resto gli stessi Secchia e Moscatelli [op. cit. pag. 189]:’… sparse nei villaggi della Valsesia, dell’Ossola, del Biellese vi sono le caserme dei carabinieri. Contro di esse vengono diretti i primi attacchi dei partigiani. Queste azioni, doppiamente utili, procurano armi e addestrano i giovani all’azione, demoralizzano il nemico e creano entusiasmo tra la popolazione. La caserma dei carabinieri cessa di rappresentare l’autorità dello stato intoccabile e invulnerabile…’. Per la verità si trattò di azioni estremamente facili. I carabinieri infatti, disorientati, senza ordini, precisi e decisi soprattutto a non prestarsi al gioco, molto chiaro, dei comunisti, cedettero sempre le armi senza opporre resistenza. Che questo poi sia avvenuto tra l’entusiasmo della popolazione è falso. Gli unici ad essere entusiasti della cosa, a parte i comunisti che perseguivano un fine politico ben preciso, furono alcuni loro seguaci dalla fedina penale non molto pulita, cui non parve vero di poter umiliare i carabinieri.
    Visti gli scarsi risultati conseguiti anche con questa seconda fase di provocazioni, i rossi passarono ben presto al terrorismo. Cominciarono gli agguati, le imboscate, le uccisioni di militari isolati. Nelle pagine del libro di Moscatelli tutto ciò viene descritto in termini di epopea. Una serie di modeste azioni individuali compiute da alcuni garibaldini tra il 20 e il 27 dicembre nella zona di Pralungo-Tollegno-Pollone, a una decina di chilometri da Biella, si trasforma nella prosa del capo comunista in una spettacolosa calata a valle di ingenti forze partigiane [vedremo invece tra poco quanti erano vera,mente i partigiani rossi biellesi in quel periodo]. Rievocando gli avvenimenti di quei giorni , il Moscatelli arriva anche a scrivere: ‘… alcune squadre al comando di Silvio Ortona proseguono nella marcia e, tra l’entusiasmo della popolazione, entrano in Biella città…’. Ebbene, ciò è frutto di esagerazione. La notizia dell’occupazione di Biella poi è inventata di sana pianta, come del resto testimoniano gli stessi Biellesi.
    Le imboscate compiute in quei giorni nel Biellese ottennero quale unico risultato la morte di due tedeschi nella zona di Tollegno e l’uccisione del milite stradale Celestino Baragiotta. Questi si trovava in servizio presso Pray, quando gli accadde di fermare due giovanotti in motocicletta. Chiesti loro i documenti, i giovani estrassero fulmineamente le loro rivoltelle e lo freddarono. Queste spietate uccisioni provocarono un’altrettanto spietata rappresaglia. Il 23 sera, nella piazza di San Giovanni Bosco, a Biella, i tedeschi fucilarono sette ostaggi. Cinque di questi erano civili innocenti rastrellati nei luoghi delle imboscate. Il sangue cominciava a chiamare il sangue anche nel Biellese.
    Quelle prime azioni dimostrarono comunque ai capi comunisti che la zona si prestava ottimamente come base per le loro bande. Tra l’altro si stavano già sviluppando i primi ‘contatti’ tra i comandanti comunisti e gli industriali del luogo, e il Pci aveva grande interesse a potenziare ulteriormente le bande, non fosse altro per terrorizzare maggiormente i già terrorizzati proprietari delle fabbriche e impinguarsi il più possibile alla greppia del capitalismo biellese.
    A questo scopo la direzione del Pci inviò nella zona uno degli esponenti più in vista del partito, Francesco Scotti. Questi convocò i capi delle bande biellesi per il 16 gennaio 1944 in una isolata località della montagna: l’Alpe Pratetto in Val d’Adorno. Venne così costituita la II brigata d’assalto ‘Garibaldi’ . Vale la pena di soffermarsi un momento su questo episodio, che rivela alcuni dati di fatto nettamente in contrasto con tutte le affermazioni sbandierate dalla propaganda esistenzialista, e comunista in particolare, circa l’immediato consolidarsi, dopo l’8 settembre, della ‘rivolta popolare antifascista’ in una potente ‘armata partigiana’.
    Si faccia caso prima di tutto alla data: siamo al 16 gennaio 1944, vale a dire ad oltre quattro mesi dall’armistizio. A quell’epoca, stando a certa letteratura antifascista, le montagne dovevano pullulare di partigiani. Lo stesso Moscatelli, rievocando l’episodio nel suo libro, tenta di darne l’impressione quando afferma che attorno allo Scotti [cui attribuisce l’altisonante qualifica di ‘ispettore generale delle brigate d’assalto Garibaldi’] si riuniscono ‘tutti i comandanti e commissari delle formazioni e il comitato militare di zona’. Ma appena una riga sotto la verità fa ugualmente capolino, là dove il Moscatelli incautamente scrive: ‘… la brigata che prende il nome di ‘Biella’ è la seconda brigata garibaldina che si costituisce in Italia e si chiama appunto II brigata ‘Garibaldi’…’. Il altre parole al 16 gennaio 1944 esiste in Italia una sola brigata [100 uomini] partigiana comunista [l’unica tra l’altro di cui lo Scotti possa essere ‘ispettore generale’] , è solo a quella data che le brigate diventano due. Conclusione: a quattro mesi dall’armistizio, in un’epoca in cui la Rsi ha già consolidato la propria organizzazione e più di un milione di Italiani si stringono in armi intorno a Mussolini, i partigiani sono in tutto qualche centinaio. Il che conferma la infondatezza della tesi esistenzialista che si ostina a voler presentare il fenomeno partigiano come un movimento popolare.
    La stessa consistenza della brigata ‘Biella’ ne è la chiara dimostrazione. Il Moscatelli sostiene che questa brigata, articolata i sei ‘distaccamenti’ contava complessivamente al 16 gennaio 280 uomini. Sarebbero già pochi, ma in realtà erano molto meno. I controlli da noi eseguiti ci hanno portato alla conclusione che nel gennaio del 1944 i partigiani nel Biellese non superavano il centinaio. Era su questa base numerica che del resto, i comunisti costituivano una ‘brigata’. Con 280-300 uomini davano vita ad una ‘divisione’. E’ lo stesso Moscatelli infine a smentire la cifra da lui data. Parlando di un rastrellamento avvenuto due mesi dopo, il convegno dell’Alpe Pratetto egli racconta che i tedeschi vennero affrontati dagli uomini di quattro dei sei distaccamenti che componevano la brigata e dichiara che si trattava di centoventi partigiani. Considerato che numericamente i distaccamenti si equivalevano, è evidente che nemmeno aggiungendo alla somma i partigiani delle altre bande [da 60 a 120] si può arrivare ai 280 elementi. A malapena se ne mettono insieme 180. E’ chiaro quindi che se nel marzo 1944 i partigiani biellesi erano 180 [e vogliamo dare per buona questa cifra] mai avrebbero potuto essere 280 due mesi prima.
    Da sottolineare infine l’accortezza con la quale i rossi cercarono di mimetizzarsi. Nessuna delle bande assunse infatti denominazioni di ispirazione comunista. La brigata, come già detto, venne chiamata ‘II brigata Garibaldi-Biella’. Dei sei distaccamenti, uno fu intitolato al deputato socialista Giacomo Matteotti, gli altri ebbero nomi di chiara intonazione patriottica: ‘Bixio’, ‘Fratelli Bandiera’, ‘Goffredo Mameli’, ‘Piave’ e ‘Pisacane’. Ed ecco i nomi dei comandanti:

    comando di brigata – comandante: Pietro Paletta [‘Nedo’], vicecomandante: Nello Poma [‘Italo’], commissario politico: Adriano Rossetti, intendente: Luigi Viana, servizio informazioni: Lorenzo Bianchetto

    primo distaccamento ‘Bixio’ [Valle dell’Elvo] – comandante: Bruno Salsa [‘Mastrilli’], vicecomandante: Enzo Pezzati [‘Ferrero’], commissario politico: Annibale Caneparo

    secondo distaccamento ‘Fratelli Bandiera’ [bassa Valle del Cervo] – comandante: Quinto Antonietti [‘Quinto’], vicecomandante: Silvio Ortona [‘Lungo’], commissario politico: Nario Mancini

    terzo distaccamento ‘Goffredo Mameli’ [alta Valle del Cervo] – comandante- commissario: Remo Pella

    quarto distaccamento Piave’ [Cossato-Valle Mosso] – comandante Piero Maffei [‘Boni Piemonte’], vicecomandante: Giuseppe Maroino, commissario politico: Ermanno Angiolo, vicecommissario: Edis Valle

    [i]Quinto distaccamento ‘Matteotti’ : si ignorano i nomi dei capi. Moscatelli nel suo libro scrive che questa banda ‘non ebbe vita lunga perché minata dalla disgregazione interna compiuta da elementi legati allo spionaggio e ai grossi industriali di Coggiola’

    sesto distaccamento ‘Pisacane’ [Valsessera] – comandante: Franco Moranino [‘Gemisto’]. vicecomandante: Argante Bocchio, commissario politico: Dolcino Colombo

    La costituzione della brigata ‘Garibaldi–Biella’ non poteva che preludere ad un intensificarsi delle azioni partigiane. La situazione infatti era tutt’altro che favorevole ai piani comunisti. Alle soglie della primavera, di fronte alla necessità di allargare il loro raggio di azione, i capi rossi avevano dovuto constatare che le popolazioni del Biellese non dimostravano un soverchio attaccamento alla causa partigiana. In realtà gli abitanti della zona chiedevano solo di poter vivere in pace, anche perché i tedeschi avevano ordinato grandi quantitativi di manufatti e tutte le industrie lavoravano a pieno ritmo. Era quindi evidente che le azioni terroristiche compiute nei mesi invernali non avevano conseguito i risultati sperati e non c’era molto da contare sulla omertà e sulla solidarietà della popolazione.
    I comunisti decisero così di impartire una spietata ‘lezione’ che servisse d’ammonimento, specie ai pavidi e agli agnostici. La notte del 17 febbraio alcune pattuglie comuniste appartenenti al distaccamento ‘Piave’ scesero dai monti e penetrarono in Cossato, Strona e Lessona, tre paesi ad est di Biella. Ogni squadra aveva il compito di prelevare un certo numero di persone, scelte tra le più in vista della zona. In un paio d’ore i comunisti, che erano agli ordini di Pietro Maffei, comandante della ‘Piave’, Ermanno Angioino ed Edis Valle, riuscirono indisturbati a prelevare dodici persone. Una tredicesima venne assassinata nella propria abitazione: il signor Enrico Carta di Cossato. I partigiani comunisti bussarono alla sua porta e quando venne ad aprire, ignaro di tutto e con il più piccolo dei suoi bambini in braccio, gli scaricarono addosso i mitra. Il Carta morì sul colpo. Il bambino di salvò miracolosamente. Dei prelevati cinque erano donne.
    Verso la mezzanotte, messi in allarme da alcune segnalazioni, squadre di tedeschi e di fascisti si misero a perlustrare la zona. Ad un certo punto, alla periferia di Cossato, sulla strada che porta a Gattinara, una pattuglia tedesca si scontrò con i comandanti della formazione comunista che stava per effettuare un altro prelevamento. Lo scontro che ne seguì fu violento e brevissimo: Piero Maffei, Ermanno Angiolo ed Edis Valle restarono uccisi. Un quarto partigiano riuscì invece a fuggire e dare l’allarme. Nelle tasche di un caduto venne trovato l’elenco completo delle persone che dovevano essere prelevate quella notte: trenta, tra le quali molti dei più noti industriali della zona. Nella versione che il Moscatelli da dell’avvenimento, tutto ciò viene gratuitamente definito come ‘un’azione contro le spie’.
    Il fallimento parziale dell’impresa e la morte dei tre comandanti spinsero i capi rossi a non perdere tempo e a procedere subito alla seconda parte del ‘programma’: la fucilazione dei dodici prigionieri a titolo di ‘esempio’. L’esecuzione di massa venne eseguita alle 12 del 18 febbraio, presso il cimitero di Mosso Santa Maria. Sotto il fuoco dei comunisti caddero senza alcun processo e senza poter ricevere i Sacramenti: il signor Carlo Botta, cinquantanovenne, e le sue figliole, Duilia di 23 anni e Gemma di 21, l’agricoltore Francesco Repole, di 61 anni, l’impiegato Raffaele Veronese , di 42 anni, l’operaia Giuseppina Goi, di 49 anni, il negoziante Ernesto Ottina, di 46 anni, e sua moglie Teda di 45, il commerciante Leo Negro, di 46 anni, l’agricoltore Giovanni Maffei, di 39 anni, il commerciante Sandro Tallia, di 25 anni, e un’altra donna di 57 anni, Palmira Graziola. Nessuno dei condannati militava nelle file della Rsi, l’Ottina anzi aveva a più riprese fornito mezzi ai partigiani, e a Cossato si afferma anzi che i comunisti, dovendo ‘dare l’esempio’, l’abbiano compreso nel numero in quanto il poveretto aveva avuto l’impudenza di pretendere il pagamento della merce consegnata.
    Ma la tragedia non era ancora terminata. Il giorno dopo, alle 20 e 30, travolto dal dolore di non aver potuto impedire il massacro, il comandante della stazione dei carabinieri di Mosso Santa Maria, maresciallo Alfonso Taverna, di 39 anni, si uccideva con una pallottola alla tempia.
    La reazione fascista non si fece attendere, Il 19 sera alcune centinaia di militi attaccarono Mosso Santa Maria. Il grosso delle formazioni partigiane riuscì però a fuggire all’accerchiamento. I comunisti lasciarono sul terreno due morti. Altri sette partigiani furono catturati, di questi due erano prigionieri di guerra. Il 21 febbraio i sette partigiani furono fucilati per rappresaglia contro, il tragico muro del cimitero di Mosso. Eccone i nomi: Antonio Gavazzo, di 18 anni, Palmiro Carmelo, di 18 anni, Corrado Lanza, di 18 anni, Roberto Arrigoni, di 18 anni, Francesco Crestati, di 21 anni, e infine il neozelandese Frank Bowers e l’australiano Aerneth Osborne.
    Vale la pena di osservare che nel citato libro di Moscatelli non si parla assolutamente della strage di Mosso Santa Maria, mentre una lunga descrizione è dedicata al rastrellamento che ne seguì e che viene presentato come un glorioso fatto d’arme al quale avrebbe partecipato ‘un contingente valutato da quattro a cinquemila tedeschi e fascisti’. In proposito però esiste anche un’altra testimonianza, molto più serena e obiettiva, quella della medaglia d’oro Edgardo Sogno [op. cit. pag. 189]. Sogno, che si trovava tra le formazioni comuniste quando si scatenò il rastrellamento, ne ha lasciato una fedele descrizione. Risulta chiaro che tutto si risolse in una breve serie di scaramucce tra forze rastrellanti e partigiani in rapida ritirata attraverso le montagne.

    La strage di Mosso Santa Maria permise comunque ai comunisti di raggiungere gli obiettivi fissati. Da quel momento nel Biellese imperò la legge della giungla e del terrore.
    Nei giorni seguenti tutto il Biellese e la Valsesia, dove operava Moscatelli con qualche decina di uomini, furono investiti da un’azione di rastrellamento. Fascisti e tedeschi bloccarono lo sbocco delle valli, misero dei presidi nei principali centri della montagna, pattugliarono sistematicamente tutte le vie di comunicazione. L’organizzazione partigiana entrò ben presto in crisi, anche perché il 24 febbraio morì Pietro Paietta [‘Nedo’], il comandante della brigata ‘Biella’. Si disse che era caduto in uno scontro con una pattuglia tedesca.
    Il posto di ‘Nedo’ venne preso da Nello Poma, già vicecomandante della brigata. Premuti da ogni parte i partigiani dovettero ripiegare verso la Valsesia nella speranza di fare blocco con gli uomini di Moscatelli che operavano in quella zona. Le truppe fasciste e tedesche però sbaragliarono da prima le bande di Moscatelli e poi rivolsero la loro attenzione ai superstiti partigiani biellesi [poche decine] che si erano concentrati nell’abitato di Rassa. Ne seguì uno scontro che la prosa di Moscatelli ha trasformato in una nuova edizione della battaglia del Grappa. Ne diamo un saggio: ‘…nella valle il silenzio è assoluto, i garibaldini nelle loro buche tra la neve si apprestano a sostenere l’impari lotta, le forze attaccanti sono un migliaio di uomini armatissimi di mortai e mitragliatrici pesanti e leggere, oltre alle armi individuali. Le dita sono tese sui grilletti. Duecento tedeschi che costituiscono l’avanguardia giungono sino a poco più di cento metri dalle postazioni partigiane. A questo punto i garibaldini aprono il fuoco, il nemico investito in pieno dalle due parti è scompaginato e si ritira precipitosamente lasciando sul terreno numerosi morti. Ripresosi poco dopo, piazza le sue mitragliatrici e i pezzi da montagna , senza scoprirsi apre un fuoco violento che batte le posizioni garibaldine per varie ore. Ritorna poi all’attacco, è nuovamente respinto. I partigiani resistono fino all’esaurimento delle munizioni, poi iniziano in modo ordinato il ripiegamento, appoggiati dal fuoco intenso del distaccamento ‘Pisacane’ che protegge la ritirata…’.
    Ci siamo recati a Rassa per controllare questo racconto. Siamo costretti a smentire Moscatelli. Nessuno degli abitanti del paese ricorda di avere assistito a una battaglia di simili proporzioni. Ci furono s’ degli scontri, raffiche di mitragliatrici e colpi di mortaio risuonarono con una certa insistenza tra le montagne. Ma le bande si scompaginarono ben presto sotto l’urto dell’avversario le cui forze, sarà bene precisarlo, erano di molto inferiori ai mille uomini di cui parla Moscatelli. Il rastrellamento di Rassa si concluse con lievissime perdite da parte italo-tedesca. I partigiani lasciarono sul terreno otto caduti. Dieci garibaldini, rimasti prigionieri, furono fucilati il giorno dopo, 14 marzo, nel cimitero di Rassa. Tra questi una ragazza: Nella Pastoretto.
    Dispersi dal rastrellamento i partigiani, divisi in piccoli gruppi, cercarono scampo ai rigori dell’inverno tra le montagne e si spostarono verso le colline boschive in vista della pianura. Questa loro marcia fu contrassegnata da violenze di ogni sorta. Ne fecero le spese i civili, costretti sotto la minaccia delle armi spianate ad ospitare e rifocillare gli sbandati. Non solo, per seminare nuovamente terrore tra la popolazione che non ne voleva sapere di loro i comunisti si macchiarono di atroci delitti. Il più spaventoso, un vero eccidio, venne compiuto la notte del 22 marzo 1944 a Tollegno, presso Andorno. Eccone la terribile storia.

    Quella notte, verso l’una, i militi fascisti di sentinella al presidio della Guardia Nazionale Repubblicana di Andorno avvertirono, nitidissimo anche se da lontano, il fragore di lunghe raffiche di mitra. Venne dato l’allarme e poco dopo numerose pattuglie uscirono in perlustrazione. I militi cercarono a lungo, ma la calma e il silenzio più assoluti erano tornati a regnare ovunque. ‘Allargammo allora il cerchio delle indagini’, ci ha raccontato uno dei militi che partecipò al pattugliamento, ‘e ci spingemmo fimo alle frazioni limitrofe. Perlustrammo così anche l’abitato di Tollegno, a un chilometro da Andorno sulla strada per Biella. Lì ad un certo momento dalle imposte di una casa apparentemente immersa nel sonno una voce ci sussurrò: ‘… andate a casa di Caterina Tiboldo, andate là, fate presto!…’. Solo allora ci rendemmo conto che tutti gli abitanti di Tollegno erano svegli, in ansiosa attesa, dietro le finestre e le porte sbarrate. Era chiaro che in quella frazione doveva essere accaduto qualcosa di molto grave. Cautamente, con le armi spianate, circondammo la casa di Caterina Tiboldo. Chiamammo la donna. Nessuno rispose. La porta d’ingresso era spalancata. Entrammo. L’abitazione era deserta. Caterina era scomparsa e con lei tutti i suoi numerosi figli. Le stanze erano in un disordine indescrivibile. Sedie e tavoli rovesciati, cassetti aperti. Era evidente che la casa era stata saccheggiata e che i suoi occupanti avevano lottato per non essere costretti a seguire i rapitori. Ma dove li avevano portati?… Ben presto tutte le pattuglie vennero fatte convergere su Tollegno e venne iniziato un vasto rastrellamento. Ma nessuno di noi poteva immaginare in quel momento il terribile spettacolo che, di lì a poco, ci si sarebbe presentato davanti…’.
    Caterina Tiboldo era una operaia di quarantasei anni. Sposata con un suo compaesano, Giuseppe Perino, aveva avuto tre figlie, Lucia, Mariuccia e Carmen. Rimasta vedova, era passata a seconde nozze con Alfredo Pialorsi. Questi, vedovo a sua volta, era già padre di tre ragazzi. Le due famiglie si erano fuse. Ben presto però Lucia e due dei figli di Pialorsi si erano sposati e si erano accasati altrove. Dalle seconde nozze di Caterina Tiboldo e Alfredo Pialorsi erano poi nati un maschietto, Italo, e una femminuccia, Mirella. Nessuno dei componenti della numerosa famiglia era dichiaratamente fascista. Si trattava di povera gente che cercava solo del lavoro perché, con i tempi difficili che correvano, sfamare tante bocche rappresentava davvero un problema quotidiano. Alfredo Pialorsi aveva trovato un’occupazione a Biella. Caterina e le ragazze più grandi lavoravano nelle fabbriche del luogo e nei ritagli di tempo facevano le sarte. Tra i loro clienti ebbero così anche alcuni militi fascisti del presidio di Andorno. Questa fu la loro colpa. Per questo vennero assassinate.
    Quella tragica sera del 22 marzo nella modesta abitazione di Tollegno erano presenti oltre a Caterina Tiboldo le figlie Mariuccia, di 18 anni, e Carmen, di 16 anni, frutto del suo primo matrimonio con Giuseppe Perino, Italo, di 4 anni, e Mirella, di 3 anni, nati dalle seconde nozze con il Pialorsi, e la figliastra Angiolina, di 20 anni, figlia di primo letto del Pialorsi. Questi invece era assente già da alcuni giorni per motivi di lavoro. Non si è mai potuto sapere con certezza che cosa sia veramente accaduto nella casa di Caterina Tiboldo allorché i comunisti vi fecero irruzione. Furono udite delle urla, delle invocazioni di aiuto che nessuno potè o volle raccogliere. I comunisti non ci misero molto così ad avere ragione di una donna, tre ragazze e due bambini indifesi.
    ‘Esplorammo a lungo tra le case del paese’, ci ha raccontato un abitante di Andorno che partecipò alle ricerche. ‘Speravamo ancora che i comunisti si fossero limitati a spaventare le povere donne, anche se non riuscivamo a capire per quali motivi si fossero così accaniti contro Caterina e le sue figliole. Finalmente qualcuno del paese si decise a raccontare qualcosa. Sapemmo così che le donne e i bambini erano stati sicuramente trascinati attraverso il paese, giù verso il ponte che scavalca il torrente Cervo. Lungo tutto il percorso Caterina e le figlie avevano continuato a urlare e a implorare pietà. In paese tutti le avevano udite. Poi le urla si erano affievolite in distanza e poco dopo le raffiche di mitra avevano squarciato il silenzio’.
    ‘Un pensiero atroce ci corse tutti, di là del ponte infatti c’era il cimitero di Tollegno. Ci dirigemmo in quella direzione. Superato il ponte, ci pervenne chiaramente, non più soffocato dal fragore delle acque del Cervo, il pianto disperato di due bambini. Li trovammo Italo e Mirella, pazzi di terrore, abbracciati ai cadaveri di Caterina, Angiolina, Mariuccia e Carmen’.
    La strage, assolutamente ingiustificata, suscitò un’eco enorme in tutto il Biellese. Ai funerali delle quattro donne, che si celebrarono in Andorno, intervenne tutta la popolazione della valle del Cervo. Intervennero anche, esasperati da questo nuovo massacro che andava ad aggiungersi agli altri, altrettanto feroci, già compiuti dai comunisti nella zona, numerosissimi fascisti, decisi a vendicare in qualsiasi maniera Caterina Tiboldo e le sue figlie. Poche ore prima che si svolgessero i funerali, nella mattina del 24 marzo, i fascisti prelevarono dalla caserma della Guardia Nazionale Repubblicana cinque partigiani che nei giorni precedenti erano stati catturati durante le azioni di rastrellamento e li fucilarono nello stesso punto dove, la notte del 22, erano state trucidate le quattro donne. Oggi sul muro del cimitero di Tollegno c’è una lapide che ricorda la fucilazione dei cinque partigiani. Non una croce invece né una parola per le donne che vennero lì assurdamente massacrate.
    Questa è la verità dell’eccidio di Tollegno, ma i comunisti non hanno esitato e deformare spudoratamente la realtà dei fatti, pur di colorare di epopea questo atroce episodio della loro ‘guerra privata’. Ecco che cosa si legge alle pagine 194 e 195 del libro scritto da Moscatelli in collaborazione con Pietro Secchia, un libro, lo ripetiamo, che sia per l’autorità e la rinomanza di cui hanno goduto e godono gli autori, sia perché rievoca tutta l’attività compiuta dai partigiani comunisti nel Vercellese e nel Novarese, ha valore di documento ufficiale: ‘… la riorganizzazione delle unità partigiane duramente provate dai violenti rastrellamenti del Tessera e del Rassa viene attuata rapidamente… nel frattempo il comando di brigata decide di compiere alcune azioni aventi soprattutto carattere dimostrativo. Lo scopo è duplice: far sentire alla popolazione, disorientata e atterrita dal formidabile spiegamento delle forze nemiche e dalle notizie allarmistiche fatte circolare dai fascisti, che i partigiani non sono affatto dispersi… infondere fiducia ai giovani minacciati da nuove chiamate alle armi e indicare loro il posto dove possono servire la Patria con onore… Una di queste azioni viene compiuta dalla pattuglia comandata da Isidoro Zanchi [‘Gaio’], dislocata nella zona di Tollegno-Andorno. Essa si trova in perlustrazione, quando viene a conoscenza che alcuni militi e ufficiali repubblichini si trovano a gozzovigliare in una casa. Li sorprendono , li prelevano e li fucilano nel vicino cimitero di Tollegno… Il comando tedesco di Biella e i fascisti, sorpresi dalla inaspettata, fulminea apparizione offensiva dei garibaldini, reagiscono ferocemente. Nelle loro mani non ci sono partigiani combattenti, ma ad ogni costo vogliono soddisfare la loro sete di vendetta. Prelevano cinque prigionieri nel presidio di Adorno e li fucilano il 24 marzo nel luogo stesso dove erano stati giustiziati i tre repubblichini. Le vittime sono cinque antifascisti di Miagliano e di Adorno: Ernaldo Gili, Marco Ferrarone, Felice Loiodice, Raffaele Loiodice e William Furino, attivi militanti dell’antifascismo biellese, degni della qualifica di partigiani che venne loro riconosciuta. Ancora una volta non potendo sfogarsi contro i partigiani la ferocia nazista e fascista esplodeva contro i cittadini inermi…’.
    Basterebbero queste poche righe a dimostrare quale concetto abbiano i comunisti della ‘verità’. Ma per quanto possa sembrare incredibile è proprio così: l’epopea delle brigate partigiane è stata creata anche trasformando quattro povere donne assassinate in tre fascisti ‘catturati mentre gozzovigliavano’.

    Dopo i rovinosi rastrellamenti subiti in Valsesia e a Rassa, i capi comunisti, facendo tesoro dell’esperienza, pensarono di frazionare le bande in squadre di pochi uomini, mobiliss9ime, dislocandole lungo la fascia collinosa che gravita sulla pianura. Il momento inoltre era diventato propizio al movimento partigiano. Gli angloamericani stavano per occupare Roma. Tutti ormai prevedevano che la prossima avanzata alleata si sarebbe fermata solo al Brennero. All’euforia dei partigiani faceva eco il desiderio di molti civili, fino a quel momento rimasti prudentemente in attesa, di ingraziarsi il movimento clandestini. Aumentarono così gli aiuti, gli appoggi, le sovvenzioni alle bande. La conseguenza di questa situazione fu quella che attorno ai nuclei superstiti del rastrellamento di marzo, si costituirono ben presto nuove formazioni. Il numero dei partigiani andò gradatamente aumentando. Giunsero nel Biellese elementi inviati nella zona anche da altre provincie. Tra la fine di marzo e l’agosto del 1944 le bande partigiane raggiunsero una forza complessiva di cinquecento uomini.
    Il quel periodo la lotta fratricida esplose con centuplicata violenza. I partigiani infittirono gli agguati, le uccisioni. Accanto ai fascisti e ai tedeschi che cadevano nelle imboscate si allinearono, molto più numerose, le salme di uomini e donne assassinati quotidianamente dai terroristi rossi. Il ritmo delle uccisioni divenne talmente ossessionante in tutto il Piemonte, che nel giorno di Pasqua del 1944 il Cardinale di Torino e i Vescovi della regione sottoscrissero una lettera pastorale che non lasciava dubbi circa l’identità dei destinatari. La lettera diceva tra l’altro: ’…e se la nostra voce può arrivare a tanti sconsigliati che ricorrono alla violenza e all’invidia contro le autorità locali e le truppe di occupazione, vogliamo ricordare ad essi che tali atti terroristici contrari ad ogni diritto divino e umano ottengono un’unica conseguenza sicura: pene inenarrabili contro gli innocenti indifesi’.
    I fascisti infatti, ma più sovente i tedeschi, reagivano alla attività dei partigiani con dure rappresaglie contro i civili. Bisogna dire però che per quanto riguarda il Biellese solo raramente la rappresaglia si scatenò contro ostaggi indifesi. Il fatto è che i comandi italo-tedeschi della zona, non essendo pressati da impellenti esigenze di carattere militare data la nessuna importanza strategica del territorio, e ben sapendo che anche la popolazione era vittima del terrore comunista, evitarono sempre di abbandonarsi a vendette indiscriminate. La reazione italo-tedesca si abbattè contro i partigiani. Nel maggio del 1944 per esempio, dopo una serie di imboscate che erano costate la vita a tre tedeschi a Zubiena, di alcuni militi fascisti a Mezzana Mortigliano e di altri due tedeschi a Salussola, i fascisti riuscirono a catturare venti partigiani in un cascinale presso Mottalciata. La sera del 17 maggio i venti partigiani furono passati per le armi. Un’altra dura ritorsione venne provocata da un attentato compiuto dai partigiani contro un camion tedesco sulla provinciale Biella-Ivrea, all’altezza del bivio di Torrazzo. Per vendicare i sei soldati tedeschi caduti nell’imboscata il comando germanico fece eseguire un vasto rastrellamento nella zona riuscendo a circondare una grossa formazione comunista. Durante la notte però i partigiani sgusciarono tra le maglie dell’accerchiamento. Nella trappola restarono soltanto ventun partigiani. Trasportati a Biella i ventuno vennero fucilati il 4 giugno in piazza Quintino Sella.

    Alle dure perdite subite a Mottalciata e a Biella i comunisti reagirono accentuando il terrorismo contro i civili. Ogni notte cittadini innocenti venivano prelevati con i pretesti più strani ed assurdi e trucidati senza alcuna parvenza di processo. In più di una occasione ci fu anche chi morì solo per essersi imbattuto in qualche partigiano. Questa per esempio è la tragica sorte che toccò l’8 giugno 1944 ai componenti di una famiglia di Sandigliano, un piccolo centro della pianura biellese, sulla strada per Cavaglia e Vercelli.
    Lì vivevano il signor Gregorio Candeloro, di 46 anni, sua moglie dina, di 31, e i suoi figlioletti Gianfranco, di 4 anni, e Anna Maria, di 2. I Candeloro abitavano a Torino, dove possedevano un’officina, ma già da alcuni mesi erano sfollati nel borgo biellese, ospiti del padre della signora Dina, Giuseppe Piccioni, capostazione di Sandigliano.
    I Candeloro e i Piccioni non si interessavano di politica. In paese erano ben visti e le alterne, crudeli vicende della lotta fratricida non li avevano direttamente coinvolti. Potevano in definitiva circolare tranquillamente nella zona, sicuri di non essere molestati da alcuno. Condizione di privilegio questa che dati i tempi era oramai riservata a pochi. Ma giunse l’8 giugno 1944. Quel pomeriggio, vista la splendida giornata, Gregorio Candeloro propose a sua moglie di compiere una passeggiata fino ai boschi che si estendono tra Sandigliano e Verrone alla ricerca di un tipo di funghi che spunta proprio in quella stagione. La signora dina accettò con entusiasmo e decise di portare anche il piccolo Gianfranco. Affidarono Anna Maria ai nonni e si avviarono verso il bosco.
    Trascorsero le ore, giunse il tramonto, i Candeloro non rientravano. Sulle prime in casa Piccioni non si preoccuparono molto. Pensarono che i due coniugi si fossero fermati presso qualche famiglia amica, forse per far riposare Gianfranco. Quando però si fece notte la preoccupazione si trasformò in allarme. Sfidando il coprifuoco i famigliari dei tre scomparsi cominciarono a condurre le ricerche. Ebbero così la conferma che Gregorio Candeloro, la moglie e il figlio si erano diretti verso il bosco. Nessuno però li aveva ospitati, sia pure per poco. Nessuno inoltre li Aveva più visti dopo il tramonto. Le ricerche, ostacolate dal buio e dal grande pericolo di brutti incontri, ripresero con maggior intensità all’alba del 9.
    Li ritrovarono tutti e tre nel fitto della macchia. Gregorio Candeloro e la moglie erano ormai cadaveri, il piccolo Gianfranco agonizzante con il polmone destra attraversato da una pallottola. Tutte le cure per salvare il bambino furono vane e poche ore dopo anche Gianfranco Candeloro spirò senza riprendere conoscenza. Chi aveva sterminato la famiglia?… E perché?… Sul momento, e per tutta la durata della guerra civile, nessuno osò dare una risposta a questi due interrogativi. Solo più tardi, attraverso parziali confidenze e timorose ammissioni, fu possibile dare corpo al sospetto che fin da subito era sorto nell’animo di tutti gli abitanti di Sandigliano, resi muti dal terrore. Si seppe così che i tre sventurati erano stati massacrati perché avevano avuto la sventura di imbattersi in una pattuglia di partigiani comunisti che si aggirava nel bosco. Non si sono mai conosciuti i particolari dell’incredibile, mostruoso episodio. E’ certo comunque che i Candeloro furono invitati bruscamente ad abbandonare la zona ma , fatti pochi passi, vennero raggiunti dalle raffiche di mitra. Tutti e tre, anche il bambino di quattro anni che non venne colpito, per sbaglio ma deliberatamente. I famigliari dei Candeloro tentarono invano di trascinare in giudizio gli assassini, i cui nomi tra l’altro sono ben noti a Sandigliano e nei paesi vicini. Ma grazie alla legge fatta approvare nell’immediato dopoguerra da Togliatti, divenuto ministro della giustizia, anche l’eccidio di quei tre innocenti venne considerato ‘azione di guerra’ e i responsabili non poterono essere incriminati.

    Di ‘azioni di guerra’ del genere i comunisti biellesi ne compirono a centinaia. Rievocarle tutte è praticamente impossibile. Il fatto è che i comunisti uccidevano con estrema facilità senza rendere conto a nessuno del sangue che versavano. Tutto quello che è stato raccontato nel dopoguerra dai partigiani rossi a proposito della ‘giustizia partigiana’ nelle zone da loro controllate, dei ‘processi’, delle ‘sentenze emesse dopo regolare dibattimento’, delle ‘accurate indagini svolte svolte per appurare le responsabilità degli imputati’ è frutto quasi sempre di spudorate invenzioni.
    I comunisti uccidevano e basta. Poi, e solo in qualche occasione, compilavano u7na specie di verbale dal quale risultava che il ‘giustiziato’ era stato eliminato perché ‘spia nazifascista’. La realtà è invece ben diversa, e per quanto riguarda il Biellese la documentano i mille innocenti, di cui centocinquanta donne, trucidati senza tante ‘indagini’, senza ‘processi’, senza ‘elaborate sentenze’. Vale la pena, a conferma di quanto stiamo scrivendo, di riportare le dichiarazioni che un noto partigiano biellese, Giorgio Perricone, detto ‘Beduino’, già capo della ‘sezione informazioni’ della ‘12-ma divisione’ comunista, sottoscrisse durante l’istruttoria condotta contro il suo comandante, Francesco Modanino, accusato dell’eccidio della ‘missione Strasserra’ di cui parleremo più avanti. ‘A quel tempo’, disse il Perticone, ‘queste cose [cioè le uccisioni arbitrarie] erano abbastanza comuni, in maniera che nessuno ci faceva più caso e meno ancora si indugiava a indagarne le cause, in quanto il ficcarvi il naso sarebbe stato oltremodo pericoloso’.
    Nessuno andò mai infatti a ‘ficcare il naso’ tra le pieghe sanguinose della ‘guerra privata’ comunista. Ci siamo andati noi dopo tanti anni e abbiamo scoperto che non c’è comune nel Biellese che non allinei i suoi morti, assassinati dai comunisti, non c’è frazione che non pianga un innocente massacrato. Potremmo citare centinaia di episodi, ma non ci è possibile. Ricorderemo allora, a titolo di esempio, che cosa accadde in due paesi della zona scelti a caso, Graglia e Muzzano, che videro al lavoro una delle più feroci bande rosse, quella comandata da Bruno Salza, detto ‘Mastrilli’. Solo in quei due piccoli centri il terrore rosso falciò undici esistenze. Ecco i nomi delle vittime:

    signorina Maria Garzena: sgozzata nella sua villa perché iscritta al Partito Fascista Repubblicano [proprietaria della villa è oggi la moglie di un notissimo ex-capo partigiano biellese]

    signor Pietro Peraldo: mutilato della prima guerra mondiale, agente della Cassa di Risparmio di Biella, attirato con un tranello fuori della sua abitazione e assassinato perché non simpatizzava per i partigiani

    signor Luigi Dondanà: podestà di Muzzano. Costretto dai partigiani ad invitare il signor Peraldo a uscire di casa e pure lui raggiunto dalle raffiche omicide

    signorina Maria Ramella: giovane sartina torinese sfollata a Muzzano, assassinata perché fidanzata ad un milite fascista

    signor Giuseppe Biffi: portalettere di Muzzano, trucidato perché, al fine di arrotondare le sue entrate si recava ogni tanto a spaccare la legna presso il locale presidio della G.N.R.

    signor Gastone Gastaldetti: commissario prefettizio di Muzzano, assassinato per i contatti che per dovere d’ufficio manteneva con le autorità fasciste di Biella, contatti con i quali tra l’altro era riuscito ad ottenere la liberazione di alcuni abitanti del paese arrestati perché sospettati di connivenza con i partigiani

    signor Secondo Lunardon: sposato con figli non aveva voluto aderire al movimento partigiano. I comunisti lo catturarono, lo accusarono di aver commesso dei reati spacciandosi per partigiano e lo ammazzarono

    signor Giovanni Rubin: anche lui non aveva voluto entrare nelle bande partigiane. Fece la stessa fine di Lunardon, con la medesima messa in scena

    un giovane barbiere di Graglia di cui non siamo però riusciti a precisare il nome la solo il soprannome, ‘Millo del violin’: assassinato perché si recava a tagliare i capelli ai militi del presidio fascista

    un povero calzolaio di Graglia del quale non siamo riusciti ad accertare le esatte generalità: accusato falsamente di essere un ‘informatore fascista’ fu ucciso tra tormenti bestiali

    Da notare che i comunisti non osarono mai attaccare decisamente il presidio della G.N.R. di cui abbiamo parlato prima, composto di soli trenta uomini, di stanza a Villa Reda.
    Ma a Graglia furono massacrate altre persone, prelevate in altri centri e portate lì dai partigiani rossi. Tre di queste appartenevano alla stessa famiglia, il signor Dario Bolla, sua moglie Bianca e sua figlia Franca, che abitavano a Occhieppo Superiore, a pochi chilometri da Biella. Il signor Bolla, di 46 anni, lavorava per una industria meccanica milanese e si assentava spesso da casa. Dopo l’8 settembre non aveva nascosto i suoi sentimenti fascisti. Nel giugno del ’44, mentre si trovava a Milano, i partigiani di ‘Mastrilli’ calarono a Occhieppo e gli prelevarono la moglie, di 40 anni, e la figlia, di 16 anni. Subito avvisato dell’accaduto, Dario Bolla tornò ad Occhieppo e cercò di mettersi in contatto con i partigiani per ottenere la liberazione delle due donne. Invitato ad un incontro venne anche lui prelevato. Dopo alcuni giorni di prigionia i tre Bolla vennero massacrati e sepolti tra i monti che sovrastano Graglia, I loro corpi furono trovati solo a guerra finita. Per poter conoscere la località di sepoltura , un fratello del Bolla dovette sborsare a due partigiani parecchi biglietti da mille. Un ultimo particolare: l’abitazione del Bolla venne saccheggiata dai comunisti prima ancora che i tre venissero trucidati. Tra le cose rubate vi furono anche 400000 lire [circa 28 milioni del 1962] che il Bolla aveva avuto in consegna dalla sua ditta per pagare dei macchinari. Da testimonianze precise risulta che la famiglia Bolla venne sterminata per via di quella cifra ormai stabilmente passata nelle tasche di qualche partigiano rosso.

    L’estate del 1944 trascorse così in una atmosfera da incubo, in un continuo stillicidio di uccisioni senza però che i partigiani si azzardassero ad attaccare i presidi italo-tedeschi. Le cronache partigiane di quei mesi sono piene delle mirabolanti imprese ‘garibaldine’ ma, coma al solito, i controlli da noi effettuati ci hanno portato a concludere che ben poco di tutto ciò è vero. A leggere quelle cronache i comunisti erano presenti ovunque, attaccavano senza posa e riguadagnavano sempre vittoriosi le loro basi dopo aver seminato di morti nemici la pianura e le montagne biellesi. Abbiamo voluto fare una rapida somma delle perdite che, secondo quanto risulta dal citato libro di Moscatelli, i fascisti e i tedeschi avrebbero subito dai partigiani nella zona. Ne è risultata una cifra sbalorditiva: più di un migliaio di morti e un numero altissimo di feriti. Sulla scorta degli atti di morte registrati negli uffici parrocchiali e delle liste dei caduti in possesso dell’Associazione Famiglie dei Caduti e Dispersi della R.S.I. siamo in grado di smentire recisamente anche questa invenzione. Come abbiamo già detto, gli appartenenti alle forze armate della R.S.I. caduti nel Biellese furono meno di 200. Di questi poi solo una sessantina caddero in combattimento, tutti gli altri furono uccisi in azioni terroristiche. I tedeschi a loro volta ebbero si e no una trentina di morti.
    Il fatto è che, finita la guerra, gli ‘storici’ comunisti, ben sapendo che la grande maggioranza delle persone uccise dai partigiani rossi fosse composta da uomini e donne innocenti, hanno tentato di contrabbandare questi poveretti per altrettanti fascisti o tedeschi, ‘regolarmente’ uccisi in combattimento. La ‘ricostruzione’ del terribile episodio di Andorno fatta dal Moscatelli ne è la conferma lampante.

    Ma ben altre sono le prove della disinvoltura, chiamiamola così, con cui gli ‘storici’ del Pci hanno affrontato il tema della guerra civile nel Biellese, Sempre ne Il Monte Rosa è sceso a Milano per esempio è descritta con dovizia di particolari un’impresa partigiana che viene definita enfaticamente ‘la liberazione del Santuario di Oropa’. Ne riportiamo integralmente il testo:’…il 26 giugno il battaglione ‘Bixio’, eliminati i presidi fascisti, libera il Santuario di Oropa. All’entusiasmo della popolazione si accompagna una certa apprensione tra le gerarchie ecclesiastiche preoccupate della sorte del Santuario. Il Vescovo di Biella si decide perciò a far conoscenza con i garibaldini. Dopo un incontro con il rappresentante del comando della brigata, Quinto Antonietti, segue uno scambio epistolare della curia con il comando stesso, ed il Vescovo monsignor Rossi da atto della correttezza e della comprensione dimostrata dai garibaldini. Il comando di brigata, su richiesta del Vescovo, si impegna a non dare battaglia all’interno di Oropa. I tedeschi e i fascisti non potevano accettare che i garibaldini occupassero Oropa per cui, infischiandosene delle conseguenze che avrebbe potuto avere, specialmente per il patrimonio artistico, un combattimento all’interno del Santuario, mossero all’attacco delle posizioni partigiane il mattino del 29 giugno. I garibaldini oppongono una prima resistenza fuori dell’abitato, quindi si ritirano sui fianchi dello stesso e si portano sulle posizioni in precedenza organizzate al rifugio Savoia sul lago Mucrone. I tedeschi entrano così nell’abitato senza incontrare resistenza, poiché i garibaldini hanno mantenuto l’impegno di rispettare il Santuario e di non condurre combattimenti nel suo interno’.
    E’ impossibile per chi legge una prosa del genere ignorando la realtà dei fatti e, soprattutto, non conoscendo il teatro di simile impresa, non subirne la suggestione. Sembra infatti di vederli, i ‘garibaldini’, calare dai monti, assalire audacemente le caserme fasciste, espugnarle, piantare il vessillo sulla cupola del Santuario tra le acclamazioni della popolazione. Sembra ancora di vederli, pensosi e preoccupati per la sorte che potrebbe toccare ai tesori artistici del Santuario nel caso di un contrattacco fascista, decidere nobilmente di ritirarsi sulle ‘posizioni in precedenza organizzate’.
    Ebbene tutto ciò, più ancora che spudoratamente falso, è addirittura umoristico. Il Santuario di Oropa sorge, isolatissimo ed incassato tra le montagne, a circa dieci chilometri a nord di Biella. La sua ‘popolazione’ era composta allora solo da un certo numero di sacerdoti e [volendo essere di manica larga] da una ventina di civili. I partigiani comunisti vi penetrarono senza colpo ferire e proclamarono quindi averlo ‘liberato’. Da chi?… sarebbe interessante saperlo poiché nel Santuario non avevano sede presidi fascisti o tedeschi., il che ovviamente esclude una ‘eliminazione’ degli stessi. Quanto allo ‘scambio epistolare’ tra il comandante partigiano e il Vescovo di Biella va precisato che il prelato si limitò ad inviare una lettera nella quale, in termini molto diplomatici, invitava i comunisti a sgomberare per evitare che l’imminente reazione fascista e tedesca dovesse costare la vita di qualche innocente. Ma i ‘garibaldini’ non avevano alcuna intenzione di affrontare il rastrellamento, tanto è vero che, all’apparire delle prime pattuglie di militi, abbandonarono con estrema sollecitudine il Santuario senza tentare la minima resistenza e si ritirarono sulle ‘posizioni in precedenza organizzate’ del rifugio Savoia. Un’ultima precisazione meritano queste ‘posizioni in precedenza organizzate’. Qualcuno potrebbe pensare che il rifugio Savoia sorga a non molta distanza dal Santuario e che lì i partigiani si siano trincerati per attendere a piè fermo l’avversario. Il rifugio Savoia è situato invece a duemila metri d’altezza , in una posizione inaccessibile. Per arrivarci occorre usare un’ardita teleferica . Superfluo dire che nessuno dal Santuario può manovrare la teleferica se dalla stazione di arrivo si voglia impedirne l’uso. Secondo il Moscatelli però, il trasferirsi dalla base di una montagna alla cima della stessa usando una teleferica significa ‘portarsi su posizioni in precedenza organizzate’, espressione che, se non andiamo errati, vorrebbe sostenere il permanere di un certo contatto balistico tra due gruppi avversari.
    Questa è la verità sulla ‘liberazione’ di Oropa, una pagina quasi umoristica nell’implacabile succedersi di mille altre pagine tutte spaventosamente tragiche. Ma sull’argomento ‘terre liberate’ è necessario essere ulteriormente chiari. Ne Il Monte Rosa è sceso a Milano si parla sovente della ‘liberazione’ di vari territori del Biellese, specie delle descrizioni del periodo che va dall’agosto del ’44 alla fine della guerra. In realtà se per ‘liberazione’ di una zona si intende la conquista di un determinato territorio e il suo mantenimento nonostante gli sforzi del nemico per riconquistarlo, va subito detto che nulla di tutto ciò accadde nel Biellese. Il fatto è che, nell’estate del ’44, le bande comuniste, notevolmente irrobustitesi, allargarono il perimetro delle loro basi sistemandosi anche in alcuni piccoli centri della montagna. L’occupazione avvenne però tranquillamente, perché i comandi tedeschi e fascisti che, lo ripetiamo, non avevano alcuna intenzione di disperdere uomini e materiale per ‘tenere’ una zona di nessuna importanza strategica o politica, non intervennero.

    A consolidare questa situazione questa situazione non furono estranei degli accordi che in quel periodo vennero stretti tra i comandi partigiani e quelli tedeschi. In altre parole i tedeschi si impegnarono a non attaccare le basi dei comunisti a patto che questi ultimi cessassero le imboscate contro elementi germanici e dirigessero le loro azioni contro i fascisti e i ‘presunti tali’. Gli accordi restarono operativi per diverse settimane. A testimonianza di ciò si possono citare parecchi casi. Valga per tutti l’episodio che accadde a Valdengo nell’agosto 1944., episodio emerso durante il processo celebrato contro Modanino nel 1956. Un giorno una pattuglia della II brigata comunista fermò un automezzo tedesco carico di pezze di stoffa destinate al comando tedesco di Biella. L’autista esibì ai partigiani un ‘lasciapassare’ firmato da Moranino ma i partigiani, ben ricordando come anche pochi giorni prima durante una riunione il loro comandante si fosse scagliato con la massima intransigenza contro coloro che erano disposti ad accordi anche parziali col nemico, trattennero il camion e l’autista, ritenendo falso il documento. Il giorno dopo però il comandante partigiano che aveva ordinato il ‘fermo’ dell’automezzo fu convocato al comando di ‘divisione’ dove, accanto a ‘Gemisto’, ebbe la sorpresa di vedere il capitano tedesco Tun, del comando piazza di Biella, che gli chiese ragione del sequestro. La conclusione fu che i tedeschi si ripresero il mezzo e il carico di stoffa e i partigiani della II brigata vennero diffidati dal dubitare per l’avvenire dei ‘lasciapassare’ rilasciati da ‘Gemisto’. La verità, come del resto stiamo dimostrando in queste pagine, è che ai comunisti non importava assolutamente nulla della ‘guerra di liberazione’ così come era intesa dagli altri antifascisti. A loro interessava solo potenziare la loro organizzazione in vista del momento in cui, a guerra finita, avrebbero scatenato anche in Italia la rivoluzione bolscevica e per raggiungere questo scopo non esitarono mai a prendere anche accordi con l’’odiato invasore’.
    La tregua con i tedeschi diede tra l’altro la possibilità ai comunisti di disporre di alcune settimane tranquille durante le quali i capi delle formazioni provvidero a migliorare l’assetto organizzativo delle bande. Alla fine di settembre infatti le formazioni comuniste biellesi risultavano raggruppate in due ‘divisioni’: la 12-ma [che operava , grosso modo, nella zona orientale del Biellese e nella Valsessera] e la 5-a che agiva invece nel settore occidentale. Comandante della 12-ma divenne Franco Modanino , ‘Gemisto’, con Argante Bocchio vicecomandante, Carlo Bertoglio commissario politico, Rino Radice vicecommissario e Domenico Manchisio capo di stato maggiore. A capo della 5-a vene messo dapprima Quinto Antonietti. Poi, divenuto questi comandante generale di tutte le bande biellesi, la ‘divisione’ venne affidata a Bruno Salza, detto ‘Mastrilli’, con Enzo Pezzato vicecomandante, Remo Bianchetto commissario politico, Rico Casolaro vicecommissario. Le due ‘divisioni’ contavano complessivamente non più di 600 uomini.
    Con al fine di settembre inizia la seconda fase della ‘guerra privata’ comunista nel Biellese, quella che si concluderà con la fine del conflitto. In questa fase i rossi diedero prova di aver tratto molti insegnamenti dalle esperienze maturate nei precedenti mesi di guerriglia. Le bande del Biellese furono, infatti tra le pochissime che meno risentirono della grande ondata di rastrellamenti scatenata il tutto il Nord dalle truppe fasciste e tedesche durante l’inverno 1944-45.
    Ma procediamo con ordine. L’azione terroristica delle bande rosse non ebbe sosta durante tutta l’estate. Le squadre, spesso in divisa fascista o tedesca, penetravano nottetempo nei centri abitati, uccidevano soldati isolati, prelevavano civili e rientravano nelle loro basi in montagna. Tutti i trucchi furono escogitati per rendere il terrorismo sempre più feroce. Molti giovani fascisti attirati in convegni amorosi furono poi rinvenuti cadaveri nei giorni seguenti con gli organi genitali infilati in bocca.
    In quelle settimane inoltre i capi comunisti perfezionarono la tecnica della guerriglia, specie per quanto riguardava il sistema da adottare in caso di rastrellamento, e stabilirono che al primo urto le formazioni si dovevano disperdere in tante piccole squadre, ognuna delle quali doveva raggiungere un posto prestabilito in vallate molto lontane. A questo scopo furono preparate nei luoghi più inaccessibili delle profonde buche, bene occulte e sempre rifornite di viveri per molti giorni. Con questo sistema, passata l’ondata rastrellatrice, le bande si sarebbero ricostituite senza subire perdite e dando al nemico l’avvilente sensazione dell’inutilità dei suoi sforzi.
    Va detto che nel Biellese questa tecnica venne applicata con molta abilità e le bande, negli ultimi mesi di guerriglia, riuscirono così a evitare sempre l’annientamento. A loro favore inoltre giocò il fatto che i comandi fascisti e tedeschi non si resero mai conto di avere a che fare con degli autentici ‘maestri’ della guerriglia, e si ostinarono ad affrontare le bande con il solito sistema dei rastrellamenti. Quei pochi che compresero la tecnica applicata dai comandanti comunisti e suggerirono i mezzi per combatterla furono costretti al silenzio perché i sistemi da loro proposti erano ‘illegali’.
    In altre parole ci fu chi si rese conto che per scardinare l’organizzazione partigiana e sgominare le bande l’unico sistema da applicare era quello della ‘controbanda’. Pochi uomini travestiti da partigiani avrebbero dovuto aggirarsi per le montagne uccidendo a vista tutti i ‘garibaldini’ che incontravano. ‘Era veramente il solo mezzo per metterci in difficoltà’, ci ha detto un ex-capo partigiano comunista biellese uscito dal partito del dopoguerra. ‘Un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana di Biella organizzò infatti alcune squadre ‘controbanda’ e le inviò nella nostra zona. L’azione di queste ‘controbande’ ebbe il potere di paralizzarci per alcuni giorni. Noi eravamo abituati ed individuare il nemico da lontano, a sorvegliarlo, a colpirlo quando ci faceva più comodo. Questa volta invece il nemico era tra noi, vestito come noi, nei nostri stessi boschi. Ci rendemmo conto che se il numero delle ‘controbande’ fosse aumentato, tutta la nostra organizzazione sarebbe entrata in crisi. Fortuna volle che il prefetto fascista di Vercelli Morsero richiamò all’ordine quell’ufficiale e gli ingiunse di ritirare le ‘controbande’ poiché la lotta ai ‘fuorilegge’ doveva essere condotta con normale e legali azioni di polizia, vale a dire i rastrellamenti. Noi venimmo a sapere tutto ciò e tirammo un respiro di sollievo. Ritenemmo comunque che quell’ufficiale doveva essere un uomo davvero in gamba e cercammo di avvicinarlo per convincerlo a passare dalla nostra parte. Ci fece rispondere che alla prima occasione ci avrebbe sotterrati tutti quanti. Allora pensammo bene di eliminarlo. Una squadra di ‘gappisti’ si incaricò dell’esecuzione’.

    La cura messa dai Pci nell’addestrare le bande biellesi, il fior fiore delle truppe ‘garibaldine’, diede i suoi frutti positivi allorché l’avanzata angloamericana si arenò lungo la ‘linea gotica’ e fu chiaro che un secondo, durissimo inverno si sarebbe preparato per i partigiani. Una volta certi che gli angloamericani sarebbero rimasti fermi fino a primavera sulle posizioni appenniniche, i comandi italo-tedeschi ritennero necessario infliggere un colpo mortale alle bande partigiane per evitare così di averle tra i piedi alla ripresa dell’offensiva alleata. Una serie di massicci rastrellamenti si rovesciò sulle bande che vennero annientate ovunque. Ma i partigiani biellesi furono fortunati anche in questa occasione. Le formazioni fasciste e tedesche rivolsero la loro attenzione prima di tutto alle zone di importanza militare, a quelle percorse dalle vie di comunicazione , alle retrovie del fronte,. Poi anche ai territori, diciamo così, di seconda e terza linea. Andò a finire che il Biellese venne investito solo nel gennaio 1945, quando cioè i capi comunisti locali avevano già preso tutte le precauzioni necessarie per fronteggiare la crisi.
    Sta di fatto che quando le truppe fasciste e tedesche penetrarono nelle vallate biellesi si trovarono ad affrontare solo alcune ‘formazioni-civetta’. Il grosso si era già occultato, anche in località della pianura. Interessante comunque leggere il resoconto che fa il Moscatelli di questo episodio, traspare ad ogni riga lo sforzo di trasformare una serie di brevi scaramucce nella solita epica battaglia. Vi si parla di ben ventimila tra fascisti e tedeschi che avanzano a tenaglia per schiacciare le ‘divisioni garibaldine’. Vi si descrivono attacchi, contrattacchi, bombardamenti e così via. Ma alla fine la verità viene a galla ugualmente quando, fatto il controllo delle perdite partigiane elencate dallo stesso Moscatelli, si scopre che i caduti in una così furibonda battaglia furono soltanto tre.
    La deformazione sostanziale dei fatti si nota in tutte le altre descrizioni che il Moscatelli da circa gli ultimi rastrellamenti compiuti nel Biellese dai fascisti e dai tedeschi. Si legge di una ‘battaglia’ combattuta a Sala [1 febbraio] nella quale i partigiani avrebbero avuto un ferito contro bentrecentocinquanta tra morti e feriti fascisti e tedeschi, di una ‘battaglia’ ad Andorno [28 febbraio] che si sarebbe conclusa con ventisei perdite partigiane [morti e feriti] e centoventotto italo-tedesche, di una ‘battaglia’ a Garella [25 marzo] con due feriti partigiani e trenta morti e cinquanta feriti da parte tedesca e fascista.
    Siamo andati a controllare località per località la storia di queste tre ‘battaglie’ e abbiamo riscontrato solo testimoni che ci hanno concordemente risposto: ‘… battaglie?… ma lei ha voglia di scherzare. Sì, ci sono stati degli scontri, degli scambi di fucilate e di raffiche di mitraglia. Ma nulla in definitiva di eccezionale…’. Temendo che gli anni trascorsi avessero affievolito le facoltà mnemoniche degli abitanti di Sala, Andorno e Garella, abbiamo compiuto allora ricerche nei registri parrocchiali, nei cimiteri e negli archivi degli ospedali alla ricerca di notizie dei [i]cinquecentocinquantotto[i] soldati tedeschi e fascisti che, secondo il Moscatelli, dovevano essere rimasti uccisi o feriti nei tre citati episodi tra il febbraio e il marzo del ’45. Le conclusioni delle nostre ricerche sono state completamente negative. Le perdite delle truppe italo-tedesche nel Biellese in quel periodo ammontano a poco più di quindici morti e altrettanti feriti. Sfogliando i registri delle parrocchie e quelli dei cimiteri abbiamo invece raccolto decine di altri nominativi, quelli di uomini e donne prelevati e trucidati in quello stesso periodo dalle squadre terroristiche del Pci.
    Il motivo di questa grossolana falsificazione della realtà va identificato nella necessità da parte del Pci di fare figurare come combattute e vinte, ad esclusivo beneficio della propaganda del partito, quelle ‘battaglie’ che le bande rosse in realtà non affrontarono mai, nemmeno per difendersi, in quanto coma abbiamo visto prima, la tecnica della guerriglia prevedeva , e giustamente, che i ‘garibaldini’ facessero il vuoto di fronte ai rastrellatori per ricostituire così in altre zone le formazioni. Basta considerare del resto che, dal settembre del 1944 al 25 aprile 1945 le bande partigiane biellesi non ebbero più di una trentina di caduti [in combattimento o fucilati] per rendersi conto che le apocalittiche battaglie di cui si parla nel libro Il Monte Rosa è sceso a Milano sono frutto di molta fantasia.
    Ma la falsificazione è stata dettata anche da altre necessità . La prima è quella di tenere celata la mostruosa realtà del terrore rosso, l’unica vera realtà che abbia insanguinato il Biellese fino all’ultimo giorno di guerra e anche dopo. La seconda quella di far credere che il Biellese sia stato ‘liberato’ grazie al valore dei partigiani rossi, il che è perlomeno inesatto. Negli ultimi giorni anzi fascisti e i tedeschi sferrarono dei terribili rastrellamenti in tutta la zona costringendo le bande comuniste a disperdersi per l’ennesima volta. Gli attacchi continuarono implacabili fino alla sera del 23 aprile, allorché le formazioni fasciste e tedesche ripiegarono indisturbate da tutte le località fino a quel momento presidiate, e anche da Biella, per congiungersi alle altre truppe della R.S.I. secondo il piano, poi non attuato per il precipitare degli eventi, che prevedeva il concentramento delle forze fasciste in Valtellina, Solo allora i partigiani scesero a valle e poterono entrare nei grossi centri del Biellese e in biella città.

    Questa è la cruda realtà dei fatti. Vale quindi la pena di rilevare con quali complicati giochi di parole gli ‘storici’ comunisti abbiano cercato di occultarla per accreditare invece la leggenda di una marcia vittoriosa di partigiani sul Biellese, invano contrastata dall’avversario ormai in rotta. ‘… l’attacco dei partigiani nella notte del 18 aprile a tutti i posti fascisti-tedeschi di Biella città coincide quasi con l’inizio dell’offensiva di diversione fascista…’, così si legge nel libro Il Monte rosa è sceso a Milano. E ancora: ‘… a Mongrando il combattimento si protrae per tutta la giornata con fuoco intenso da ambo le parti. I fascisti vogliono occupare le posizioni tenute dal ‘Leslye’ e dal ‘Crucchi’ [due bande partigiane] e si ostinano in ripetuti attacchi malgrado le forti perdite che subiscono : centoventi tra morti e feriti [altra cifra destituita da ogni fondamento]. Soltanto a sera riescono a metter piede in Borgo San Michele… gli attacchi infruttuosi dei nazifascisti sono gli ultimi sussulti della belva colpita a morte… all’alba del 23 i nazifascisti attaccano nella zona di Vallemosso…’.
    E più oltre: ‘… alle nove del mattino si combatte furiosamente su tutta la linea del fronte… verso mezzogiorno nonostante la valorosa difesa il distaccamento ‘Talpa’ è costretto a ripiegare lentamente su Comandona… anche il battaglione ‘Pse-Pse’ ha dovuto ripiegare su Mosso Santa Maria e oltre… verso le sedici i reparti garibaldini sono riusciti a sganciarsi… il battaglione ‘Pse-Pse’ da Mosso Santa Maria la ripiegato nella zona di Mezzana… il combattimento durato l’intera giornata è stato nel complesso un successo notevole per i garibaldininello stesso giorno i comandi nazifascisti di Vercelli e di Novara impartiscono ai loro reparti e presidi dislocati nella parte alta delle due provincie l’ordine di ritirata generale verso i comandi dei rispettivi capoluoghicon l’inizio dei primi movimenti tedeschi il comando biellese ordina l’applicazione del ‘piano 27’, il ‘piano della liberazione’nella notte gli ultimi reparti fascisti abbandonano la città [Biella] dirigendosi verso Vercelli… il 24 tutta Biella è per la strada a salutare la liberazione e a infiorare i partigiani della II brigata che fanno il loro ingresso in città… la liberazione della città è avvenuta senza che sia stato necessario combattere…’.

    Ma la ‘guerra privata’ dei comunisti nel Biellese non terminò con questa vittoria ‘duramente conquistata mettendo in fuga il nemico’. Il ‘terrore rosso’ continuò infatti ad imperversare in tutto il territorio: ventisei massacrati a Graglia, trentadue a Biella, dodici a Coggiola, quarantasette a Bozzolo, diciassette a Rovasenda, un altro centinaio negli altri comuni della zona, suggellando in una mostruosa orgia di sangue lo spietato esperimento di ‘comunistizzazione’ compiuto dai rossi nel Biellese.

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    Predefinito Re: amici, andiamo per gradi...

    Originally posted by Fecia di Cossato
    Il motivo per cui ho tardato un paio di giorni per portare avanti questo lavoro lo capirete fra poco... il secondo 'capitolo' della storia, che rievoca le fasi più salienti della campagna di 'terrore rosso' scatenata dai partigiani comunisti nel Biellese, ha richiesto infatti un poco di tempo a causa della sua lunghezza.

    Ho visto che più di uno già ha messo le 'mani avanti' prima ancora di leggere... di tutti l'unica persona a cui può valere la pena di rispondere è MariaRita, in specie quando rievoca il fatto che, essendo stata nel dopoguerra il Biellese a maggioranza comunista, non è necessario neppure leggere quello che Fecia scriverà, dato che evidentemente scriverà il falso.

    Non aver paura, cara MariaRita, sarò ben felice di ribattere alle tue ridicole argomentazioni non appena però avrete letto, tu e gli altri, il prossimo mio postato...

    a risentirci!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

    Ti avevo risposto poco fa, molto gentilmente, ribattendo alle tue argomentazioni.
    Ma il sistema non mi ha permesso di inviarti il messaggio e non ostante fossi connessa me lo ha cancellato dicendomi che non avevo titolo a partecipare alla discussione.
    Come mai succedono queste cose sul forum della CdL?
    Proverò, se il sistema me lo consente ,più tardi.
    mr

 

 
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