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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #131
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    AFGHANISTAN, IL RITORNO DEI TALIBAN


    Un pugno di dollari e una moto. Così i taliban arruolano combattenti in Pakistan per combattere la nuova jihad anti-Usa. Il racconto di Zahir, da recluta a reclutatore


    Quetta (Pakistan)

    3 dicembre 2003 - Abdul Zahir è un pachistano di trentatré anni, con un gran turbante arrotolato sulla testa e un occhio che non vede più. Dopo aver combattuto in Afghanistan nel 2001 contro gli americani nelle fila dei taliban, alla caduta di Kabul. Zahir ha fatto ritorno al suo villaggio natale di Qila Abdullah, nel Balucistan pachistano a pochi chilometri dal confine con l’Afghanistan. E’ tornato a curare il suo frutteto e a crescere i suoi sei figli. Ma non ha mai smesso di pensare alla jihad.



    Da allora ho tentato molte volte di tornare in Afghanistan a combattere, ma mi veniva detto che non era ancora il momento. Poi un giorno, lo scorso maggio, mentre potavo i miei alberi di mele, mi ha fatto visita un mio ex compagno d’armi, portandomi la notizia che aspettavo da tempo. ‘Adesso puoi venire con noi: la jihad è ricominciata!’ Dal mio villaggio siamo partiti in quindici. A ognuno di noi sono stati dati i soldi per pagare il biglietto della corriera che ci avrebbe portati in Afghanistan: 259 rupie, circa quattro dollari e mezzo. Alla frontiera di Chaman i soldati afgani e americani ci hanno fermati. Gli abbiamo raccontato una balla. Io ho detto che avevo venduto un bufalo e che dovevo andare a riscuotere il pagamento. Ci hanno lasciati passare senza problemi”.



    Superato il confine - continua Zahir – siamo arrivati a Qalat, nella provincia di Zabul. Da lì, a piedi, siamo saliti sulle montagne, fino a raggiungere un accampamento di taliban dove ci siamo uniti ad altri centoventi combattenti. A ogni nuovo arrivato è stato consegnato un kalashnikov, un po’ di munizioni e alcune bombe a mano. Ad alcuni è stato dato perfino un lanciarazzi. Purtroppo non abbiamo combattuto un granché: giusto qualche imboscata alle pattuglie dell’esercito afgano per procurarci armi, munizioni e mezzi. Un giorno, dopo una di queste azioni, sono intervenuti gli elicotteri americani. Ci siamo nascosti nei tunnel scavati nelle montagne. Siamo rimasti lì per vari giorni, senza viveri, mentre gli americani continuavano a pattugliare la zona. Alla fine, stanco e affamato, ho deciso di tornare a casa. Il comandante mi ha dato i soldi per il viaggio di ritorno dicendomi di fare reclutamento nel mio villaggio”.



    Zahir spiega che gli sono state date istruzioni ben precise: frequentare le scuole coraniche, le moschee, i matrimoni e fare opera di proselitismo. “Sono diventato un reclutatore: mi hanno detto di arruolare combattenti per periodi che vanno da due settimane fino a tre mesi, pagandoli in dollari e fornendogli una moto. Quando sono tornato quest’estate sono andato in giro dicendo semplicemente: ‘Le porte della jihad sono aperte, andiamo a combattere gli americani!’. In pochi giorni ho raccolto sei persone: quattro studenti coranici, un contadino e un informatico che parla inglese, tutti tra i 22 e i 30 anni. Qui odiamo tutti gli americani. Loro ci hanno tolto il diritto di vivere, ma noi abbiamo ancora il diritto di morire e di scegliere come farlo”.



    L’emblematica storia di Zahir, raccolta e recentemente pubblicata dal Washington Post, spiega meglio di ogni altra cosa il modo in cui la resistenza dei taliban si sta riorganizzando e rafforzando. Migliaia di giovani pashtun stanno affluendo nell’Afghanistan meridionale dal vicino Pakistan per combattere la nuova jihad contro gli americani. Grazie al sostegno dei servizi segreti di Islamabad (l’Isi, Inter-Service Intelligence) e ai partiti integralisti islamici che governano le regioni pachistane di confine abitate dalle tribù pashtun (raggruppati nell’alleanza Muttahida Majlis-i-Amal), i taliban stanno svolgendo una massiccia opera di arruolamento. La città pachistana di Quetta è la base di questa operazione. Una moto e qualche decina di dollari a testa è l’irresistibile soldo offerto alle nuove reclute. Nessuno sa quale sia la consistenza attuale delle loro forze. C’è chi dice non più di diecimila effettivi. L’unica cosa certa è che sono sempre di più, sempre meglio organizzati e meglio armati (vedi "La Spada dei Musulmani"), che la frequenza e la violenza delle loro azioni di guerriglia sta progressivamente aumentando e che alcune località sono ormai tornate sotto il loro pieno controllo.


    Enrico Piovesana

  2. #132
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    AFGHANISTAN, È TEMPO DI CRISI POLITICA



    L’Afghanistan non sembra più essere al centro dell’attenzione dei media internazionali . L’impressione generale è che la situazione si stia deteriorando, che il paese stia vivendo una fase di tumulto politico e militare ma le informazioni sono molto scarse. Peace Reporter ha cercato di capirne di più andando a intervistare i protagonisti. Incominciamo con Mohayuddin Mehdy, ex consigliere politico di Ahmad Shah Massoud ed ex ambasciatore afgano in Tajikistan, ora coordinatore della nuova formazione politica chiamata Afghanistan National Movement (Nawzat-i-Milli Afghanistan). Il tutto alla viglia della Loya Jirga, la tradizionale riunione dei leader tribali locali che il 10 dicembre (55° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo) saranno chiamati a discutere e approvare la nuova Costituzione afgana che farà da quadro legale alle prime elezioni libere nella storia di questo Paese, previste per il giugno del 2004.



    Dottor Mehdy, quali sono i suoi commenti sulla crisi politica che l'Afghanistan sta attraversando in questo cruciale momento della sua storia?
    Sì, stiamo vivendo una crisi politica e un duro scontro in Afghanistan. Un mese fa, un rapporto dell’Osservatorio sui diritti umani (Human Rights Watch) ha accusato i principali leader dei mujaheddin , Marshall Fahim, Ministro della Difesa, e Younus Qanouni, Ministro dell’Istruzione tra gli altri, di violazione dei diritti umani. Poco tempo dopo, Sima Samar, leader del Comitato Nazionale per i Diritti delle Donne in Afghanistan, se ne uscita con l’accusa infondata che Marshall Fahim aveva distribuito illegalmente la terra ai propri amici e ai membri del suo partito. Ciò è completamente falso. (si veda replica di Human Rights Watch) L’obiettivo di questa campagna era politico e la crisi è ulteriormente peggiorata quando anche il Presidente Karzaj ha limitato l’autorità e il potere del Vice Presidente Fahim.

    Qual è la strategia di Karzaj in Afghanistan?
    Vuole il potere, un potere illimitato e lo sta usando contro i mujaheddin. Un esempio? Stiamo discutendo la nuova Costituizione, Karzaj non vuole che il Parlamento vi abbia alcun ruolo, vuole semplicemente governare l’Afghanistan, come un monarca. Noi siamo in totale disaccordo con tutto questo!

    Dr. Mehdy, cosa intende esattamente con "noi"?
    Stiamo organizzando un nuovo partito, per presentarci alle prossime elezioni. Si chiama Afghanistan National Movement (Movimento Nazionale Afgano) e sarà un partito multietnico, in cui tutte le componenti della società afgana verranno rappresentate. Molti leader come lo stesso Marshall Fahim , Younus Qanouni, e il Ministro per i Rifugiati Inaiatullah Nazari sono già attivamente impegnati nelle fasi preparatorie di questo nuovo partito.

    Dopo quasi 25 anni, in Afghanistan sono ancora presenti degli stranieri armati. Ritiene possibile che l’Afghanistan raggiunga una vera indipendenza? E attraverso quali passaggi?
    La battaglia per il potere è in corso in Afghanistan. Karzaj e i suoi seguaci stanno cercando di espandere il loro potere tramite la negoziazione con i Talebani. Una delegazione di 30 rappresentanti talebani ha recentemente visitato Karzaj qui a Kabul ed egli ha promesso loro due ministeri nel prossimo gabinetto. Si tratta ovviamente di una "nuova generazione" di talebani, rasati, ben vestiti, educati, in modo da essere esternamente "presentabili", ma rimangono dei talbani. La nostra priorità ora è quella di sconfiggere Karzaj e dar vita a un vero governo afgano. Nello stesso tempo, siamo consapevoli del fatto che per il momento la presenza straniera è ancora necessaria in Afghanistan, per prevenire lo scoppio di una guerra civile provocata dalle fazioni più estremiste dei Talebani e di Al Qaeda.

    Non crede, invece, che la presenza di truppe straniere in Afghanistan possa essere essa stessa causa di una continua guerriglia nel paese?
    Sì, anche questo è vero, ed è una delle ragioni per cui la situazione politica è così tesa e difficile.

    Di fatto, se guardiamo la situazione dal punto di vista del normale cittadino afgano che vive a Kabul, la sicurezza non è migliorata rispetto al regime talebano.
    Sono d’accordo, la sicurezza a Kabul oggi è peggiore rispetto a tre anni fa. La città è più pericolosa, non solo più inquinata e più cara. Vi spiego il perché. Innanzitutto, non c’è alcuna cooperazione da parte di Karzaj. Invece di collaborare con i mujaheddin per migliorare la sicurezza della capitale, egli cerca di creare degli ostacoli, ponendo i suoi uomini nelle posizioni chiave. Karzaj sta utilizzando il proprio potere contro i mujaheddin negando loro ogni collaborazione presentandoli come nemici dei diritti umani. Vi è però anche una seconda ragione per la scarsa sicurezza a Kabul e in Afghanistan. Ancora una volta, è legata alla politica del Pakistan. Come in precedenza, il Pakistan sta cercando di assumere il controllo dell’Afghanistan. Da un lato, il Governo pakistano è un alleato degli USA nella "guerra al terrorismo", dall’altro, tramite ai loro servizi segreti, l’ISI, stanno aiutando la riorganizzazione dei Talebani, fornendo loro mano d’opera, armi e logistica, cercando così di destabilizzare la situazione.

    Prima lei ha affermato che vi sono dei negoziati in corso tra il Governo di Karzaj e Talebani. Questo significa che anche tra i leader talebani vi sono delle posizioni contrastanti?
    Le trattative non sono tra il Governo e i Talebani ma tra Karzaj e una parte dei Talebani. In altre parole, Karzaj sta cercando di consolidare la propria leadership tra i gruppi dell’etnia pastun. Egli sa di avere bisogno del loro supporto per le prossime elezioni e cerca di instaurare dei legami politici in questa direzione.

    Quindi Karzaj, portato al potere dagli Stati Uniti, sta ora trattando con i rappresentanti di quel regime che gli americani volevano abbattere?
    Esatto, Karzaj e molti altri della sua squadra sono ancora al servizio delle società petrolifere americane. Nello stesso tempo, egli ha anche una "agenda pastun", i suoi obblighi, derivanti dal fatto di essere un afgano, uniti alla necessità di creare un proprio partito lo portano a cercare di guadagnarsi un forte appoggio dalle potenti e influenti famiglie pastun.

    La situazione sembra molto complessa. Intravede una via d’uscita?
    Come ho detto in precedenza, credo che abbiamo bisogno dell’aiuto straniero. Di fatto, noi viviamo e lottiamo fra di noi, senza la possibilità di dar voce a bisogni, problemi e opinioni. Per l’Afghanistan, sarebbe veramente utile restare a stretto contatto con il resto del mondo. Abbiamo bisogno di trovare interlocutori che vogliano aiutarci nel processo democratico, a partire dall’Unione Europea.


    a cura di Enrico Piovesana

  3. #133
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    CRESCE SENZA FRENI LA PRODUZIONE DI OPPIO

    PRIMA PARTE



    In Afghanistan ben 80.000 ettari sono dedicati alle piantagioni di papavero. Le aree produttive sono distribuite su tutto il territorio, tanto è vero che 28 province su 32 risultano interessate, tuttavia l’intensità delle colture è variabile e raggiunge livelli elevati soprattutto a nord-est e a sud. La provincia di Nangarhar copre il 23% della produzione dell’intero paese; nell’Helmand, sebbene la terra sia più fertile e ci siano valide strutture di irrigazione, la quantità di oppio coltivata si è quasi dimezzata rispetto all’anno passato, fino a raggiungere il 19% del totale; al contrario, la produzione del Badakshar, al confine con il Tajikistan, ha subito un forte incremento che l’ha portata, con 11 punti percentuali, al terzo posto della classifica delle province produttrici di oppio.

    Su un totale di 24 milioni di abitanti, 1,7 milioni sono coinvolti nella coltivazione di oppio. La diffusione delle piantagioni di papavero nasce e viene alimentata da due ordini di fattori: da una parte lo stato di povertà e di precarietà in cui verte la maggior parte della popolazione afgana, dall’altra le vantaggiose caratteristiche che ha l’oppio.

    L’oppio infatti è una coltura che richiede più lavoro rispetto alle altre, ma, poiché necessita molte cure una volta seminata, si presta bene all’impiego di manodopera a basso costo, fornita da donne, bambini o ex-rifugiati. Questi ultimi costituiscono una categoria sociale sui generis, ma allo stesso tempo diffusa: si tratta di cittadini afgani che durante l’occupazione sovietica hanno cercato asilo in Pakistan o in Iran e che ora, attratti dal guadagno che l’oppio permette di ottenere, fanno ritorno al loro paese di origine. È facile intuire come la coltivazione dell’oppio sia molto conveniente per tutti gli attori coinvolti e anche, soprattutto, per coloro che si occupano del commercio sia del prodotto grezzo sia di quello lavorato. Sebbene gli interessi, i ruoli e i rapporti tra i protagonisti di questo articolato apparato economico siano diversi da regione a regione e tendano a confondersi persino all’interno di ogni singola realtà, è possibile presentare un panorama di ciò che sta accadendo sulla scena afgana. Per molti contadini afgani coltivare oppio significa avere accesso alla terra e quindi poter coltivare, oltre ai papaveri, anche i prodotti necessari per la sopravvivenza; i proprietari terrieri affidano gli appezzamenti di terra per lunghi periodi ai lavoratori, chiedendo in cambio parte del raccolto, secondo un modello simile a quello mezzadrile funzionante in Italia fino al secolo scorso. Questo sistema facilita la diffusione dell’oppio che in mano ai leader delle tribù si trasforma in una fonte di profitto per il finanziamento dell’attrezzatura militare necessaria a mantenere il controllo sul proprio territorio.

    Oltre alla terra, occorrono altri fattori per poter coltivare l’oppio: sono necessarie le sementi e la conoscenza dei metodi di coltivazione. I semi vengono forniti dai commercianti di oppio prima del periodo della semina, che va da maggio ad agosto a seconda del clima della regione. Dunque il debito inizialmente contratto viene estinto solo dopo il raccolto, non attraverso una transazione monetaria, ma ancora una volta in natura, e comporta altresì il pagamento di alti tassi di interesse. La conoscenza tecnica, a differenza di quello che si potrebbe pensare, ha un costo molto basso, poiché viene fornita da squadre itineranti di lavoratori specializzati che offrono i propri servizi laddove se ne presenti il bisogno, contribuendo in questo modo all’espansione dell’attività. Anche nei casi in cui i contadini non possono permettersi i costi delle sementi e della manodopera specializzata, la coltivazione dell’oppio rimane vantaggiosa, perché rappresenta comunque un’occasione per offrire la propria forza lavoro, che molte volte è l’unica risorsa di cui dispongono. Il pagamento, sempre in oppio, varia a seconda delle regioni e del numero di lavoratori disponibili. Per esempio nel sud il raccolto viene diviso a metà tra il proprietario della terra e i braccianti, mentre ad est, dove i lavoratori sono di più e i proprietari si possono permettere di abbassare i “salari”, la divisione è di 2/3 e 1/3.


    Dunque l’oppio rappresenta, oltre che un prodotto agricolo da commercializzare, anche una moneta di scambio e come il denaro infatti può essere “risparmiato”, cioè immagazzinato e conservato per periodi anche relativamente lunghi. Il rapporto tra contadini e commercianti può nascere anche sulla base del sistema del salaam, [B][Color=red]il quale prevede che i primi vendano l’oppio ai secondi prima che questo venga raccolto, a un prezzo equivalente a metà di quello corrente. Nel 1997/8 si ottenne un raccolto scarso, che impedì ai contadini di fornire ai commercianti tutto l’oppio che questi avevano pagato, costringendoli a piantare oppio anche l’anno successivo, al fine di poter estinguere il debito. Inevitabilmente i coltivatori diventano i “clienti” dei commercianti ed entrano in una rete di legami di [tipo feudale da cui è difficile, spesso impossibile, liberarsi.

    In questo caso il ruolo del commerciante si sovrappone e si confonde con quello dell’usuraio, che è una figura basilare nel sistema economico afgano, poiché supplisce alla mancanza di una solida struttura finanziaria destinata al credito, procurando agli agricoltori la percezione di stabilità e affidabilità che il sistema economico ufficiale non è in grado di garantire loro. Il valore dell’oppio lavorato aumenta man mano che il commercio si sposta verso i confini, poiché il rischio di incorrere in controlli da parte delle autorità si fa sempre più elevato. Il prezzo di un chilo di oppio è più basso nei bazar locali piuttosto che nelle zone di confine ed aumenta in maniera estremamente sensibile una volta valicati i confini dell’Afghanistan.

    Il decentramento dei mercati dell’oppio non è l’unico metro di misura del suo valore, infatti esistono differenze di prezzo anche tra paesi diversi: per esempio l’oppio venduto nei mercati di Teheran ha un valore sei volte maggiore di quello commerciato a Quetta, poiché le frontiere con l’Iran sono più sorvegliate di quelle con il Pakistan. Anche la lunghezza del tratto di strada percorsa per giungere al mercato può comportare una variazione di prezzo, come succede a Karachi, sulla costa meridionale del Pakistan, dove l’oppio costa 1/3 in più che a Quetta, nell’entroterra. I rapporti dell’UNODC stimano che del guadagno lordo procurato dalla vendita dell’oppio, solo l’1% vada agli agricoltori, mentre il 2.5% sia destinato agli intermediari locali e il 5% rimanga all’interno dei paesi di transito. Considerando che quanti più paesi sono attraversati dalle rotte tanto più si moltiplica quel 5%, il resto del guadagno finisce nelle mani dei trafficanti di droga europei e statunitensi, che quindi incassano la maggior parte del guadagno. Il ricavo lordo ottenuto dagli agricoltori nel 2003 ammonta a 1,02 miliardi di dollari che, considerando anche i profitti degli intermediari locali salgono a 2,3 miliardi, pari al 50% del PIL nazionale.



    I prezzi dell’oppio grezzo variano da regione a regione in base alla struttura del mercato in cui viene commercializzato. Nel sud del paese sussiste un sistema concorrenziale, poiché l’estensione delle terre coltivate a oppio è maggiore che in altre province e di conseguenza la concentrazione delle piantagioni è minore. Ne consegue una situazione estremamente frammentata in cui ogni comunità di agricoltori non è ”consorziata” con le altre ed è costretta a mantenere i prezzi a livelli relativamente bassi. A est invece è presente una struttura oligopolistica, infatti l’area su cui crescono i papaveri è più ridotta e i lavoratori essendo a stretto contatto tra di loro, sono agevolati ad accordarsi al fine d’innalzare il prezzo dell’oppio. Attualmente un chilo di oppio in Afghanistan vale in media 283 dollari, mentre in Europa un grammo viene venduto a circa 400 dollari. Il commercio e le rotte i legami con l’esterno sono assicurati da un sistema di relazioni etniche e tribali, che non si conforma ai confini degli stati, ma li travalica, creando un dedalo di corridoi che collegano l’Afghanistan ai paesi vicini. In particolare gli scambi commerciali tra Afghanistan e Pakistan sono controllati dai Pashtun a nord-est e dai Baluchi a sud; questi ultimi sono presenti ed attivi anche in Iran. I Baluchi sono noti per la loro abilità nel trafficare merci illecite e nei rapporti tra Afghanistan e Pakistan stanno sostituendosi nell’esercizio di gran parte del potere e nell’adempimento delle funzioni fino ad ora svolte dall’etnia pashtun.

    Le frontiere con il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Tajikistan sono rese permeabili dalle etnie di origine semi nomade e residenti in aree non coincidenti con i relativi paesi di appartenenza. La già complessa realtà che esiste lungo i confini dell’Afghanistan va al di là della semplice divisione tra gruppi etnici ed è resa ancora più articolata dalla molteplicità degli interessi e delle attività che percorrono trasversalmente le aggregazioni tribali. Per i famigerati signori della guerra i proventi derivanti dal commercio di oppio sono fondamentali per finanziare le attività militari, comprendenti l’acquisto di armi e munizioni e il vitto per i combattenti, molti dei quali non chiedono più di un pasto al giorno per la loro prestazione. Anche se una buona parte dei finanziamenti arrivano dai vicini enti statali e non statali, la tassazione imposta sul traffico di droga, rappresenta una risorsa irrinunciabile che comunque si aggiunge a saccheggi e sequestri resi possibili dal controllo di aree strategiche per il passaggio delle risorse economiche. Il potere coercitivo di cui questi personaggi dispongono comporta anche rilevanti conseguenze nella scena politica afgana: diventa difficile, nonostante la presidenza di Karzai, condurre un processo decisionale senza tenere conto della loro presenza ed influenza. Tutto ciò si inserisce in un circolo vizioso, per cui diventa inevitabile per i cittadini afgani, privati dei loro averi, porsi sotto la protezione dei signori locali e dedicarsi alla coltivazione di oppio o alla vita militare. Gli interessi di coloro che controllano materialmente il territorio si sovrappongono a quelli dei profittatori che mirano ad arricchirsi con il mercato nero, il quale spesso si alimenta delle realtà frammentate e precarie create dalle guerriglie. Dunque i legami tra le due categorie sono frequenti, cosicché il potere politico dei combattenti si trasferisce e si estende anche ai trafficanti di droga che sono particolarmente influenti lungo il tratto di confine tra Peshawar e Quetta. A seconda di dove la presenza dei profittatori si faccia più o meno intensa, i mercati scompaiono o fioriscono e le rotte mutano.


    Per esempio, negli ultimi anni il Badakshan ha sacrificato l’allevamento e la produzione di ortaggi e il relativo commercio con Kabul a favore delle piantagioni di oppio, grazie al quale è fiorito un attivissimo mercato con il Turkmenistan. Non bisogna dimenticare l’eventuale presenza, in questo contesto, delle “guide”, generalmente abitanti del luogo esperti della geografia del territorio, potenzialmente appartenenti a qualsiasi gruppo; esse si rivelano indispensabili qualora gli affaristi non conoscano i passi delle montagne o la dislocazione delle mine lungo i percorsi transitabili.

    Un’ulteriore figura di rilevante importanza nel quadro dei traffici è il cambiavalute (sarafi), che rappresenta il punto di connessione di tutti gli attori del mercato dell’oppio e non solo: anche gli aiuti umanitari riescono ad essere intercettati e convertiti in oppio o armi. L’economia dell’Afghanistan e dei paesi confinanti, essendo la struttura tribale della società preponderante, è ancora largamente basata sul baratto e a ciò si aggiunge il fatto che l’oppio viene quasi sempre utilizzato come moneta di scambio: ne risulta un’estrema facilitazione del ruolo del sarafi e un elevato grado di fluidità nei rapporti tra lavoratori, intermediari locali, mafia delle frontiere e signori della guerra. Il frequente e diffuso ricorso al cambiavalute deriva, in parte, anche dalle condizioni di inefficienza in cui verte il sistema finanziario dei paesi dell’Asia centrale; in particolare i meno abbienti, considerati clienti ad alto rischio, trovano nel sarafi una disponibilità che invece le banche non offrono.

  4. #134
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    CRESCE SENZA FRENI LA PRODUZIONE DI OPPIO

    SECONDA PARTE


    In conclusione, è importante sottolineare come la cosiddetta economia informale si renda perniciosa per quella formale, poiché ne assorbe le risorse umane e territoriali. Nei paesi dell’Asia centrale l’incentivo a costruire industrie e infrastrutture è sempre minore: nessuno infatti ha interesse ad impegnare i propri capitali in investimenti a lungo termine, perché la produzione e il commercio dell’oppio permettono di avere profitti in un arco di tempo molto più ristretto. Dall’Afghanistan, grazie agli intricati rapporti che continuamente vengono tessuti attraverso le frontiere, il traffico dell’oppio si propaga nell’area geografica circostante, fino a raggiungere con i suoi tentacoli l’Europa e gli Stati Uniti a occidente e la Cina a oriente. È necessario tenere in considerazione il fatto che gli attori della sfera internazionale sono diversi da quelli che agiscono all’interno dell’Afghanistan o nella regione ovest-asiatica: i trafficanti afgani non si allontanano mai dal proprio paese, non oltre il Golfo Persico, e a vendere l’oppio in occidente sono i trafficanti europei. Le rotte variano continuamente e si adattano con estrema facilità ai cambiamenti politici degli stati attraverso cui passano o in cui giungono. Il Pakistan ha legami etnici molto forti con l’Afghanistan e anche i confini che li delimitano corrono per lungo tratto congiunti, è quindi comprensibile come fino a poco tempo fa la rotta prediletta dell’oppio afgano fosse proprio quella diretta verso questo paese. Tuttavia a partire dalla fine del 2001 parte del traffico prima indirizzato al Pakistan viene dirottato verso altre direzioni, in particolare in Europa.




    La ragione di questo mutamento può essere riscontrata nella caduta del regime dei Talebani, strettamente connessi al Pakistan per la comunanza etnica; i Talebani infatti sono prevalentemente pashtun, come la popolazione che vive nel nord-ovest del Pakistan, e questo ha favorito in maniera determinante gli scambi transfrontalieri, che vengono garantiti dalle tribù che controllano le zone di frontiera. Anche se i traffici illeciti tra questi due paesi restano tuttora intensi, una parte di essi ha trovato sbocco nelle rotte verso l’Europa. Un primo itinerario si dirige a ovest e attraversa l’Iran e la Turchia, per poi diramarsi da una parte verso l’Italia, dove l’oppio arriva per mezzo della mafia albanese e dei gruppi criminali dei Balcani, dall’altra verso l’Austria, transitando per i paesi dell’Europa dell’est. Verso nord invece si avvia una rotta che, passando per i paesi dell’Asia centrale e per la Russia, raggiunge prima la Polonia, poi la Germania e da lì tutta l’Europa del nord. Il risultato è che circa il 90% dell’eroina consumata in Europa occidentale è di provenienza afgana. In Gran Bretagna il consumo di stupefacenti afgani corrisponde all’85% del totale; il commercio di prodotti oppiacei in questo paese è facilitato dalla presenza di immigrati afgani, risalente al tempo in cui l’Afghanistan ha svolto la funzione di “stato cuscinetto” per separare i domini coloniali britannici dalla Russia. Una piccola percentuale di oppio afgano arriva direttamente negli Stati Unti, il cui maggior rifornimento di sostanze stupefacenti proviene comunque dall’America Centrale e Meridionale, dal Messico e, anche se in misura minore, dal sud-est asiatico. Osservando il commercio dell’oppio secondo un’ottica macrogeografica, che riguardi i confini dell’Afghanistan nel suo insieme e non solo quelli con i singoli paesi, è possibile affermare che la direzione verso cui si è proiettato negli ultimi anni è certamente quella dell’Asia centrale. Il paese dove per eccellenza si concentrano i traffici è il Tajikistan.

    È qui che si è avuto il più sensibile incremento di sequestri e di consumo di droghe pesanti in stretta correlazione alla produzione e al commercio di oppio. Le forze che controllano il confine sono numerose e spesso indistinte: a sud il ruolo svolto dalla mafia locale si sovrappone a quello dei membri dell’etnia Tajika, mentre a nord diventa preponderante la connivenza delle guardie di frontiera russe che, paradossalmente, avrebbero proprio il compito di arginare il traffico diretto nel loro paese. Talvolta tuttavia non è esatto parlare di connivenza, poiché le guardie vengono brutalmente minacciate di morte dai trafficanti e si trovano costrette a lasciar passare i carichi di droga. Allo stesso modo in Tajikistan agiscono anche i signori della guerra afgani che applicano in questi territori i medesimi metodi di depredazione con cui devastano il loro paese: la IWPR (Institute for War and Peace Reporting) riporta che nel 2002 un centinaio di Tajiki, tra cui anche alcune guardie di frontiera, sono stati presi come ostaggi e rilasciati solo dopo il pagamento di un consistente riscatto. Con simili modalità, in Kirgizistan il commercio dell’oppio viene sostenuto dal gruppo islamico Hizb ut-Tahrir che, come altre organizzazioni di stampo terroristico, ne ricava il guadagno necessario per finanziare le attività di lotta armata. Analoghe realtà possono essere riscontrate negli altri stati dell’Asia centrale.

    In Turkmenistan, ad esempio, oltre all’influenza del Movimento Islamico, si aggiunge anche quella dell’etnia turkmena che, estendendosi oltre i confini, rende porosa la frontiera tra i due paesi; in Uzbekistan, invece, è attivo l’IMU, il Movimento Islamico Uzbeko, che agisce in comunione con i membri dell’etnia uzbeka, anch’essa presente in Afghanistan. Il viaggio dell’oppio prosegue, attraverso il Kazakistan, alla volta della Russia, dove trova la tutela di una solida mafia che provvede a procurare uno sbocco nei mercati locali o a indirizzarlo verso gli altri paesi d’Europa. A dimostrazione di ciò, la Commissione statale russa per il controllo dell’uso di stupefacenti, ha rilevato che i crimini legati al traffico di droga sono 80 volte più numerosi di quelli di un decennio fa. Un’altra importante destinazione è la Cina, raggiungibile direttamente dall’Afghanistan, attraverso il breve tratto di confine nell’estremo nord-est. La regione occidentale è occupata dagli Uighuri, una popolazione di origini turche con velleità separatiste che trae grande vantaggio dal traffico dell’oppio. Negli ultimi anni il rapporto tra l’Afghanistan e la Cina è andato diversificandosi, nel senso che ha perso il carattere dell’unilateralità per diventare di tipo scambievole: infatti, mentre prima la Cina importava oppio afgano e, lavorandolo, lo trasformava in droghe pesanti, attualmente essa, nonostante continui ad essere meta dei traffici di oppio, esporta in Afghanistan quantità ingenti di anidride acetica, necessaria per la produzione di eroina; non è un caso che recentemente all’interno dei confini afgani siano sorti un gran numero di laboratori. Verso la Cina si dirigono anche le rotte che provengono dal Triangolo d’oro (Myanmar, Thailandia e Laos) o dal Vietnam; essa infatti rappresenta la tappa intermedia di un intricato percorso e opera principalmente per la conversione dell’oppio in eroina; la destinazione finale è l’Australia, che può essere raggiunta attraverso la penisola indocinese oppure passando per la Corea del Nord.


    A volte questi due grandi anelli (est-asiatico e sudovest-asiatico) si aprono e si congiungono, come è emerso dal recente arresto nel Maryland di 11 criminali appartenenti ad un’organizzazione dedita a traffici illeciti con diramazioni in Pakistan e in Tailandia fino a raggiungere gli Stati Uniti ed il Canada. Le politiche dell’Afghanistan e della comunità internazionale L’immenso apparato creato dalla produzione e dal commercio di oppio sembra aver assunto i connotati di un cancro: la sua espansione è in continua crescita e, nonostante le politiche attuate dalle Nazioni Unite in accordo con il governo transitorio, non accenna a fermarsi. Il 17 gennaio 2002 il presidente Karzai ha formalmente proibito la coltivazione, la vendita e il consumo di oppio. Perché il bando potesse portare a risultati concreti, però, era ormai troppo tardi: la semina era stata fatta nell’autunno dell’anno precedente, poco prima dell’attacco americano. Dunque, il governo è stato costretto a fare ricorso a una misura alterativa per indebolire la produzione di oppio e il 3 aprile dello stesso anno ha offerto una ricompensa di 1250 dollari per ogni ettaro di coltivazione che fosse stata estirpata. Dal momento che il guadagno dei contadini per un ettaro di terreno varia tra gli 8500 e i 17500 dollari, l’offerta di Karzai è apparsa come una beffa. Inoltre a peggiorare le cose ha contribuito la sensazione di incertezza originata dal bando di gennaio: secondo il tradizionale sistema del salaam, gli agricoltori avevano ricevuto il pagamento anticipato del raccolto, fondamentale per sopravvivere tutto l’anno, e si erano indebitati; qualora non fossero riusciti a produrre l’oppio per cui erano già stati retribuiti, sarebbero stati costretti a sacrifici insostenibili per estinguere il debito contratto. In aprile questo contrasto è sfociato in una rivolta e si sono persino verificati casi di scontri armati, il più grave dei quali nella provincia dell’Helmand dove sono stati uccisi 8 contadini e altri 35 sono rimasti feriti.

    Le stime degli esiti del programma di estirpazione dei papaveri sono discordanti: secondo l’UNODC nel 2002 è stato distrutto 1/3 delle piantagioni, mentre gli osservatori più critici sostengono che solo il 10% delle coltivazioni è stata eliminata. Quale che fosse la realtà della situazione, è rilevante il fatto che in molti casi la ricompensa non sia mai giunta nelle mani dei lavoratori, ma sia stata intercettata dagli avidi signori della guerra o dai funzionari locali; in altri casi invece sono stati i contadini che hanno abusato del piano governativo, estirpando solo parte delle piantagioni, ma riscuotendo l’intera remunerazione. Nell’ottobre del 2002 sono state raccolte 3400 tonnellate di oppio, una quantità davvero cospicua se si considera che l’anno precedente, a seguito del bando del Mullah Omar, la produzione è stata di 185 tonnellate. La situazione attualmente non è affatto migliorata, tanto che il raccolto dell’ottobre 2003 è salito a 3600 tonnellate, subendo un aumento del 6%. I funzionari dell’UNODC, nel corso della loro esperienza in Afghanistan, hanno elaborato una serie di possibili politiche contro l’espansione delle coltivazioni di oppio:

  5. #135
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    CRESCE SENZA FRENI LA PRODUZIONE DI OPPIO

    TERZA PARTE


    • è stata ritenuta indispensabile la fornitura di colture alternative e, insieme ad esse, i fertilizzanti e l’attrezzatura necessari ai contadini per svolgere l’attività agricola;
    • fondamentale risulta anche la creazione di nuove occupazioni, che siano in grado di procurare profitti “puliti”;
    • occorre inoltre diffondere e rendere accessibile a tutti i giovani l’istruzione scolastica e fornire alle donne un’educazione professionale, per evitare che, attratti dai facili e consistenti guadagni, rimangano invischiati nel giro di affari legati all’oppio. Altre misure che sono sembrate importanti riguardano:
    • la realizzazione di mercati dove si possano acquistare i prodotti di uso quotidiano ma che allo stesso tempo siano esenti dalla vendita dell’oppio;
    • la creazione di un sistema finanziario informale di micro-credito, in modo da sottrarre “clienti” ai narco-trafficanti;
    • il rafforzamento delle misure legali già in vigore contro la produzione e il commercio dell’oppio.

    A riguardo di quest’ultimo aspetto, il 13 ottobre scorso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha decretato la necessità di estendere il mandato dell’ISAF, la Forza di Assistenza per la Sicurezza Internazionale, sulla capitale Kabul: questa decisione può essere di grande supporto per la lotta contro il traffico di oppio, ma i provvedimenti giuridici non sono stati efficaci poiché fino ad ora la collaborazione internazionale non è stata sufficiente. Da questo punto di vista la politica degli Stati Uniti non ha contribuito a risolvere il problema. Concentrata esclusivamente sulle problematiche della sicurezza internazionale, la maggiore potenza del mondo si ostina a perpetrare in Afghanistan e nei paesi limitrofi una politica che si rivela deleteria per i piani delle Nazioni Unite contro la produzione di oppio. Un primo errore è stato quello di avere sottratto alla forza anti-narcotici pakistana il sussidio di 73 milioni di dollari che inizialmente le era stato fornito e di averlo trasferito all’esercito pakistano, affinché possa combattere contro il terrorismo. Contemporaneamente le truppe americane e le forze di pace della NATO, preposte alla tutela della sicurezza, alla distribuzione degli aiuti umanitari e alla ricostruzione del paese hanno rifiutato di gravarsi del compito di adottare misure contro il traffico dell’oppio: il risultato è che i 13 miliardi di dollari che quest’anno l’amministrazione Bush ha intenzione di stanziare a favore dell’Afghanistan sono in gran parte impiegati per la guerra contro il terrorismo. Gli Stati Uniti hanno inoltre il demerito di appoggiare, rifornendoli di armi, i signori della guerra, con lo scopo di sedare i focolai di rivolta della resistenza afgana contro il governo transitorio. Così facendo, essi incentivano il traffico di droga che, come ormai sappiamo, è controllato e garantito dai leader locali e finanziano coloro che maggiormente contribuiscono all’instabilità del paese con atti terroristici. Questo comportamento è controproducente anche rispetto all’obiettivo che Washington si propone di raggiungere, infatti la proliferazione dei signori della guerra nel sud e nel sud-est del paese sta ostacolando il rafforzamento del governo di Kabul.

    L’economia dell’oppio sotto i Talebani Per comprendere la dinamica degli avvenimenti compresi tra il 1996 e il 2001 occorre innanzitutto sottolineare che i Talebani, come la maggior parte dei gruppi fondamentalisti islamici che agiscono nell’area centro-asiatica, sovvenzionavano la loro struttura militare con i proventi derivanti dalla coltivazione e dal traffico dell’oppio. Nello specifico, essi imponevano su queste attività due tasse di ispirazione coranica: la prima, usher, era applicata sui prodotti agricoli ed equivaleva alla decima dell’Antico Testamento, infatti corrispondeva circa al 10% del ricavo dei contadini, quota che veniva successivamente ridistribuita per metà ai poveri e per l’altra metà ai mullah e tra i talebani stessi. La seconda, zakat, era obbligatoria per ogni musulmano e procurava un introito pari a circa il 2,5% del guadagno dei commercianti che veniva poi ripartito tra gli ufficiali del regime e i combattenti della jihad. Considerando che il governo di Kabul controllava il 90% del territorio afgano, dove era concentrato il 96% delle terre coltivate a oppio, è possibile intuire quanto significativo fosse il profitto che ne derivava. In secondo luogo, è necessario tentare di ricostruire la rete di rapporti di cui i Talebani si avvalevano per procurare all’oppio reti commerciali stabili. Tra il 1996 e il 2001 il paese che, per molteplici ragioni, intrattiene con l’Afghanistan i rapporti più stretti è il Pakistan. Il gruppo dirigente afgano è prevalentemente di etnia pashtun, come una larga parte della popolazione pakistana: ciò ha ampiamente favorito gli scambi transfrontalieri che, nella maggioranza delle situazioni, avvengono sotto il controllo dei capi tribù. Una conseguenza di questa comunanza etnica e, contemporaneamente, un’ulteriore motivo di contatto tra i due paesi è il fatto che i Talebani hanno ricevuto in Pakistan la loro rigida educazione religiosa e militare. Infine è importante ricordare che Islamabad, in storico attrito con l’India, cercava di rafforzare gli scambi commerciali con l’Asia centrale nei confronti della quale l’Afghanistan poteva costituire un essenziale punto di raccordo.

    Conformemente a questa politica tra l’altro lo Stato aveva partecipato alla costruzione di oleodotti che tuttora, attraversando l’Afghanistan, lo riforniscono del petrolio proveniente da quelle regioni. Sempre sul versante del confine pakistano, ma questa volta non in diretto riferimento all’apparato statale di questo paese, era determinante l’appoggio della mafia che garantiva gli scambi transfrontalieri. Tali organizzazioni criminali traevano vantaggio nell’offrire la propria connivenza ai Talebani, i quali avevano contribuito a stabilizzare la caotica situazione generata dai gruppi indipendenti che prima imperversavano nel territorio e ostacolavano lo svolgimento delle attività mafiose. Oltre ai rapporti dettati da meri interessi di potere, il governo talebano aveva stretto anche legami ispirati dall’incontro tra comuni principi religiosi di gruppi diversi. Ciò tuttavia non comporta l’estraneità di questo contesto da attività illecite, concernenti il traffico di droga o di armi. Tra le principali organizzazioni a cui Kabul faceva riferimento ricordiamo Al Quaeda, l’IMU, i separatisti del Kashmir, la resistenza cecena e gli Uighuri cinesi. Escludendo il picco di 3.400 tonnellate raggiunto nel 1994, la produzione dell’oppio sotto il regime dei Talebani è aumentata rispetto al periodo precedente, raggiungendo una media di 2.500 tonnellate all’anno. Questo livello si è conservato, senza eccessive variazioni, per tre anni, fino a che, nel 1999, è stata raccolta una quantità di 4.600 tonnellate di oppio. La conseguenza di tale sovrapproduzione è stata una brusca diminuzione dei prezzi che, mentre prima si aggiravano intorno ai 50/60 dollari al chilo, quel anno erano scesi a soli 30 dollari. La reazione del governo è stata immediata, infatti nell’agosto dello stesso anno il Mullah Omar ha emanato un bando con cui veniva proibita la coltivazione dell’oppio. Sfortunatamente questa misura non ha sortito alcun effetto. Il raccolto del 2000 è ammontato a 3.300 tonnellate, motivo per cui il 27 luglio 2000 il bando è stato reiterato, questa volta con risultati eclatanti.

  6. #136
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    CRESCE SENZA FRENI LA PRODUZIONE DI OPPIO


    QUARTA PARTE


    In un anno la produzione di oppio è drasticamente scesa a 185 tonnellate e i prezzi si sono gonfiati fino a raggiungere la cifra di 300 dollari al chilo. Strettamente correlata al bisogno di far fronte all’abbassamento dei prezzi era la necessità di vendere l’oppio che era stato immagazzinato; ciò risultava del tutto congruente con il bando, che infatti dichiarava illecita la coltivazione, non il commercio dell’oppio. Inoltre questa mossa politica poteva rappresentare, a livello internazionale, un efficace incentivo al riconoscimento da parte dell’opinione pubblica, che invece già da tempo esprimeva giudizi assai negativi sui Talebani, dei tentativi di apertura alle richieste occidentali. Non sono da escludere, infine, motivi di carattere religioso, che abbiano spinto i più estremisti del regime ad avversare l’uso dei narcotici tra la popolazione. Gli avvenimenti immediatamente precedenti e successivi all’11 settembre sono stati alquanto instabili. [I prezzi dell’oppio sono saliti vertiginosamente sia prima del crollo delle Torri Gemelle sia alla vigilia dell’intervento americano, raggiungendo l’apice di 700 dollari al chilo, mentre hanno subito una drastica riduzione nelle settimane che hanno seguito entrambi questi eventi. Una regione dell’Afghanistan che va considerata a parte è quella, situata nell’estremo nord del paese, [B]che prende il nome di Badakshan e che, nel periodo in cui i Talebani erano al potere, è rimasta sotto il controllo del Fronte Nazionale Islamico Unito per la Salvezza dell’Afghanistan, meglio conosciuto come Alleanza del Nord. Nel Badakshan la produzione dell’oppio è stata profondamente influenzata sia dall’atteggiamento tollerante dei capi locali, sia dalla vicinanza al Tajikistan, e svolgeva un ruolo regolatore per prezzi e raccolto. Per quanto riguarda la posizione che l’Alleanza del Nord aveva assunto nei confronti dell’oppio, è importante ricordare che, così come i Talebani, anche questa coalizione ne ha stimolato indirettamente la produzione imponendo, secondo quanto dettato dai principi islamici, l’usher e la zakat rispettivamente ai contadini e ai mercanti.


    La destinazione dei ricavi generati dall’imposizione fiscale era, anche in questo caso, l’attività militare, perpetrata con lo scopo di mantenere il controllo sul territorio, facendo fronte alle minacce interne ed esterne. A facilitare l’intensificazione delle piantagioni di oppio nel Badakshan [B]ha contribuito in maniera determinante la posizione geografica, limitrofa al Tajikistan, dove il transito per le rotte che si dirigono verso l’Asia centrale e la Russia è obbligato. La crescente richiesta di oppio in queste aree, insieme all’alta qualità del prodotto, dovuta alla contenuta estensione delle terre coltivate, hanno consentito ai prezzi di crescere e di stabilizzarsi a un livello mediamente maggiore di quelli delle altre regioni. Il periodo d’oro del Badakshan ha coinciso con l’imposizione del divieto di coltivare oppio nel resto del paese. A dimostrazione di ciò, il raccolto ottenuto nel nord nel 2001 è aumentato del 150% rispetto a quello dell’anno precedente e ha rappresentato ben l’83% del prodotto dell’intero Afghanistan. L’economia dell’oppio dagli anni ’70 al 1996 Innumerevoli sono le rotte che hanno attraversato l’Asia in epoche lontane, tuttavia, volendosi concentrare sugli ultimi decenni di storia, è possibile individuare una data in cui i traffici illegali hanno ricevuto un sostanziale stimolo. Ciò è accaduto quando, negli anni ’70 del secolo scorso, Kabul ha firmato con il Pakistan un accordo che rendeva il primo esente dal pagamento di dazi doganali per l’importazione di beni. Le tribù Pashtun, che già da allora controllavano la frontiera, hanno subito trovato il modo di speculare sul commercio: esse fecero in modo di aprire un corridoio attraverso il quale le merci provenienti dall’estero, prive di tassazione doganale, venivano rivendute nei mercati pakistani ad un prezzo decisamente concorrenziale.

    A facilitare ulteriormente gli affari hanno concorso anche i sussidi forniti dalla Repubblica Federale Tedesca (BRD) sia per la costruzione di nuove strade sia per il potenziamento di quelle già esistenti al fine di facilitare il passaggio di tir pesanti. Sempre in questo periodo, quello che allora era il maggior produttore di oppio, il Triangolo D’oro del sud-est asiatico, si avviava verso il declino, permettendo all’Afghanistan di sostituirlo nella soddisfazione della domanda mondiale. Durante l’occupazione sovietica è stato determinante, per l’espansione dell’economia dell’oppio, l’equilibrio di forze che si venne a creare tra gli attori che agivano sulla scena afgana. Crebbe infatti il peso dei Mujahiddin, i quali, grazie al sistema di scambi che permetteva di barattare all’esterno del paese l’oppio con le armi, conducevano una strenua resistenza contro il regime sovietico, ricevendo persino l’appoggio dei servizi segreti americani e pakistani. Dopo il crollo del governo fantoccio creato dall’Unione Sovietica, il potere, già difficilmente gestibile da un organismo centrale, si è definitivamente frammentato, cadendo nelle mani dei signori della guerra, i quali hanno dato inizio ad un conflitto civile durato quattro anni in cui i traffici di oppio con i paesi esterni hanno raggiunto livelli notevolmente elevati.

    Giulia Cinelli per Equilibri

  7. #137
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    PASHTUNISTAN



    La "resurrezione" dei taliban è un fenomeno che ha origine nelle regioni abitate dalle tribù pashtun a cavallo tra Afghanistan e Pakistan, il cosiddetto Pashtunistan, e dietro al quale ci sono i servizi segreti e i partiti integralisti pachistani.


    Il popolo pashtun, che vive nel cosiddetto Pashtunistan (regione a cavallo tra l’Afghanistan e il Pakistan artificialmente separata da un confine tracciato oltre un secolo fa dai colonizzatori inglesi, la Linea Durand), costituisce la base sociale del movimento politico dei taliban sorto a metà degli anni ‘90 nelle scuole coraniche del Pakistan con il sostegno dei servizi segreti di quel Paese e con lo scopo di prendere il potere a Kabul. Il suo leader era un mullah afgano di nome Mohammed Omar.


    I pachistani hanno sempre considerato l’Afghanistan come il proprio “cortile di casa”, come un’area strategica da controllare per motivi economici: esso rappresenta un vitale corridoio commerciale dove far passare strade, oleodotti e gasdotti diretti verso i nuovi mercati dell’Asia centrale. Nel 1996 Kabul era in mano ai mujaheddin afgani tagiki, uzbeki e hazara sostenuti dai nemici storici del Pakistan: India, Russia e Iran. Una situazione che Islamabad non poteva tollerare e che infatti capovolse a suo vantaggio instaurando in Afghanistan un “governo amico” funzionale ai propri interessi e sostenuto dai pashtun afgani e pachistani.


    Oggi la storia sembra ripetersi. In Afghanistan, dopo il crollo del regime dei taliban, sono tornati al potere quegli stessi mujaheddin e i pashtun afgani sono stati marginalizzati. Una situazione che molti in Pakistan vorrebbero risolvere allo stesso modo di sette anni fa. Dopo l’intervento armato statunitense in Afghanistan del 2001, il mullah Omar e tutti i gerarchi e comandanti taliban si sono rifugiati nelle cosiddette “aree tribali”, le regioni pachistane di confine abitate dai pashtun. La loro scomoda presenza è stata tollerata dalle autorità pachistane. Il presidente Musharraf si è trovato tra l’incudine dei suoi alleati americani e il martello dei servizi segreti, dell’esercito e dei partiti integralisti islamici filo-taliban che, dopo la guerra, hanno guadagnato un notevole peso politico. Così per due anni nulla si è mosso. La resistenza dei taliban in Afghanistan contro le truppe americane è rimasta debole e disorganizzata, quasi trascurabile.


    [Poi, alla fine del 2002, le cose sono cambiate.
    Sull’onda dell’odio anti-occidentale, nelle regioni di confine abitate dai pashtun sono andati al potere proprio quei partiti integralisti islamici che non fanno segreto delle proprie simpatie per i taliban. Una nuova primavera per la resistenza anti-americana in Afghanistan. Fin dai primi mesi del 2003 le scuole coraniche pachistane sono entrate in fermento. E’ stata avviata una massiccia opera di reclutamento, raccolta fondi e riarmo. Il ruolo di coordinamento dei servizi segreti pachistani, o quantomeno dei loro settori più estremisti, è stato fondamentale. Dai Paesi arabi sono tornati ad affluire, anche attraverso la rete di Al-Qaeda, volontari per la nuova jihad, finanziamenti e armi.


    Questa “resurrezione” dei taliban è stata ufficializzata nel giugno 2003 dallo stesso mullah Omar che, uscendo da un lungo silenzio, ha diffuso un messaggio audio registrato in cui ha chiesto ai taliban di “sacrificarsi per espellere gli americani e i loro alleati dall'Afghanistan” e di “lottare contro il regime fantoccio di Hamid Garzai”, annunciando la formazione di una “Rahbari Shura”, ovvero un consiglio direttivo formato da dieci membri col compito di organizzare la nuova jihad sotto le insegne di un nuovo movimento di lotta armata: il Saiful Muslameen, cioè la “Spada dei Musulmani.

    Enrico Piovesana

  8. #138
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    AFGHANISTAN, PAGANO I BAMBINI



    Mentre gli abitanti di Hutala seppelliscono i nove bimbi uccisi sabato in un raid aereo americano, gli Usa lanciano la più grande offensiva anti-taliban dalla fine della guerra del 2001, l’operazione “Valanga




    Kabul (Afghanistan), 9 dicembre 2003I loro vestiti insanguinati, le loro scarpette impolverate e i loro piccoli cappelli tondi sono stati deposti sui cumuli di terra che coprono le tombe dei nove bambini afgani uccisi sabato mattina, 6 dicembre, durante un bombardamento americano. Erano tutti seduti sotto uno dei pochi alberi del villaggio di Hutala, nella provincia meridionale di Ghazni. Due aerei A-10 Thunderbolt sono arrivati e li hanno mitragliati con una pioggia di proiettili esplosivi larghi tre centimetri, quelli inventati per perforare le corazze blindate dei carri armati.


    I top gun americani pensavano di sparare contro un conciliabolo di miliziani taliban. Il loro obiettivo era un comandante traliban di secondo piano, il mullah Wazir. Ma la sua abitazione, dicono con rabbia gli abitanti del villaggio, non è stata sfiorata dal raid, e poi tutti sapevano che lui se ne era andato via da là almeno dieci giorni prima.



    Il colonnello Bryan Hilferty, portavoce delle forze Usa in Afghanistan, si è scusato per il tragico errore, ma ha affermato che non è detto che l’obiettivo sia stato mancato. Nel raid infatti è rimasto ucciso anche un ragazzo di 25 anni: secondo i militari americani, che ora stanno analizzando il Dna del cadavere, potrebbe essere proprio il mullah. Ma gli abitanti di Hutala non hanno dubbi: quello era solo un ragazzo di nome Abdul Hamid. Era appena tornato dall’Iran dov’era fuggito durante la guerra.


    Quelle tombe oggi sono state sorvolate a bassa quota da uno stormo di grandi elicotteri americani che trasportavano nella vicina provincia di Khost centinaia di soldati del 501esimo reggimento paracadutisti. Soldati impiegati non in un’operazione qualsiasi, ma nella prima missione di combattimento della più grande offensiva anti-taliban sferrata dagli americani dalla fine della guerra del 2001. Si chiama operazione “Valanga” e impiega duemila soldati sulle montagne nelle province afgane sud-orientali al confine col Pakistan. “Scopo di questa offensiva – spiega il colonnello Hilferty – è distruggere le roccaforti della resistenza taliban prima che arrivi l’inverno e con esso l’impossibilità di combattere”.




    C’è molta preoccupazione in questi giorni per l’intensificarsi di attacchi e attentati da parte dei taliban. Lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha lanciato un’allarme sul progressivo deterioramento della situazione della sicurezza in Afghanistan alla vigilia della Loya Jirga, la tradizionale riunione dei capi locali che a partire da sabato 13 dicembre dovrà discutere e approvare la nuova costituzione afgana. La Cia ha segnalato la concreta possibilità che i taliban del mullah Omar, assieme alle milizie integraliste del suon alleato Gulbuddin Hekmatyar, stiano preparando azioni contro questa assemblea che, almeno nei programmi di Washington, dovrebbe sancire la normalizzazione e la pacificazione democratica dell’Afghanistan. Purtroppo la situazione nel Paese sembra andare nella situazione opposta. Le nove tombe dei bambini di Hutala sono lì a dimostrarlo.


    Enrico Piovesana

  9. #139
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    TUTTI CONTRO TUTTI


    In Afghanistan, i signori della guerra consegnano le armi, mentre gli arsenali delle famiglie si rinnovano. La situazione sfugge di mano a Karzai e agli statunitensi. E sotto le bombe continuano a morire civili innocenti.


    Kabul (Afghanistan), 9 dicembre 2003 - È grande la soddisfazione del presidente Karzai e del suo governo alla notizia che alcuni dei più importanti signori della guerra afgani hanno deciso di sospendere i combattimenti per il controllo delle diverse province del paese e hanno iniziato la consegna delle proprie armi al nuovo esercito nazionale afgano.
    Carri armati, mortai, pezzi di artiglieria pesante, fino a poche settimane fa utilizzati per mantenere o estendere il controllo sul territorio, terrorizzando interi villaggi, passano ora nelle mani del ministero della difesa, stoccate in luoghi sicuri e sorvegliati. Nel nord del paese sono due comandanti “storici”, generale Dostum e Mohammed Atta, a cedere alle richieste delle Nazioni Unite e a disarmare, a poche settimane dai combattimenti di ottobre che hanno lasciato sul terreno decine di morti.
    Ma mentre al nord è calma apparente, a sud di Kabul la situazione si deteriora di giorno in giorno, di ora in ora: Ghazni e Kandahar le province più turbolente.
    A Kandahar, (ex)-roccaforte talebana, mercoledì è esplosa una granata nel centro della città, al passaggio di un’auto con a bordo due soldati americani e un soldato afgano, secondo alcune fonti tutti morti nell’esplosione.
    E venerdì, una nuova bomba, nel cuore commerciale della città, in una zona solitamente frequentata da stranieri. Diciotto feriti, tutti afgani, di cui cinque in gravi condizioni.
    E sabato nella provincia di Ghazni, nel corso dell’ennesimo raid antiterroristico americano, hanno trovato la morte nove bambini afgani, colpevoli – ancora una volta – di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ovvero nel luogo che secondo fonti di intelligence statunitensi ospitava un sospetto terrorista. “Non eravamo al corrente della presenza di bambini in quella località” – si difendono gli alti comandi di enduring freedom...


    Ma è così, fra attentati e attacchi alleati contro obiettivi militari - che troppo spesso si rivelano stragi di civili innocenti – che il risentimento verso le truppe straniere cresce in tutto l’Afghanistan, giorno dopo giorno. Un clima di insicurezza sempre più diffuso anche nella capitale, Kabul, a pochi giorni dall’inizio della Loya Jirga costituzionale - ovvero della grande assemblea che sta chiamando a raccolta i rappresentanti di tutte le province del paese per esprimersi sulla nuova bozza di costituzione.
    L’atmosfera a Kabul si fa sempre più pesante, l’equilibrio ("pace armata", o "non-guerra", dicono gli afgani) sempre più fragile. Aumentano i controlli militari, sale la tensione.
    Pochi giorni fa un razzo ha sfiorato l’ambasciata Americana, esplodendo nelle sue vicinanze senza causare vittime. Ma è forte il sospetto che possa essersi trattato di un ‘fintò incidente, organizzato appositamente per gettare benzina sul fuoco dei timori e dei sospetti.
    Il momento politico, del resto, è cruciale. La lotta per il controllo delle leve del potere si fa sempre più serrata. Bisogna decidere quale costituzione dare al paese, se accettare l’attuale bozza che prevede uno sbilanciamento dei poteri in senso fortemente presidenzialista, e poi lanciare in primavera la campagna presidenziale per decidere chi sarà il successore di Karzai, se non lo stesso Karzai.
    In apparenza gli afgani sono tutti d’accordo: l’attuale presidente è una pedina nelle mani degli americani – sostengono - e deve essere sostituito da chi possa agire nell’interesse del paese senza sottostare a diktat e interferenze esterne.
    Al momento però, un’alternativa concreta non esiste ed è forte il sospetto, e il timore, che al timone del paese possa essere confermata l’attuale leadership.
    Chiunque altro dovesse essere eletto presidente – dice una fonte confidenziale – non sarebbe mai in grado di mettere tutti i signori della guerra d’accordo, e sarebbe un dead man walking, un morto che cammina!”. La sua sorte, insomma, sarebbe inesorabilmente segnata.
    È questo il paradosso: tutti uniti nel non volere più l’attuale presidente, ma – forse – tutti pronti ad accettare un rinnovo del suo mandato pur di non vedere uno degli acerrimi nemici sullo scranno più importante. Tutti contro tutti, sul nome e sul ruolo del nuovo presidente.
    Ma prima, ancora più importante, quali saranno i poteri che gli verranno assegnati dalla nuova carta costituzionale?
    Intorno a questo quesito ruota il presente e il futuro dell’Afghanistan.


    Questa volta, però, tutti d’accordo nel ritenere inaccettabile la bozza di costituzione che la più importante Loya Jirga degli ultimi anni è tenuta ad approvare, modificare o respingere nelle prossime due settimane, a partire da sabato 13 dicembre.
    È contrario Pir Mohammad, delegato del distretto di Tagab alla Loya Jirga: “Come possiamo accettare un sistema presidenziale se vogliamo che l’Afghanistan sia un paese democratico? La bozza di costituzione prevede l’attribuzione del 100% dei poteri al presidente. È inaccettabile”.
    È contrario Mohammad Asghar, rappresentante del distretto di Sheikh Ali, dalla provincia di Parwan: “La forma di governo presidenziale è impensabile nell’attuale Afghanistan. Le forze armate non possono essere sotto la sua diretta guida, è troppo pericoloso per il futuro del paese”.
    Ci si domanda chi davvero abbia preparato la bozza che verrà discussa alla Loya Jirga. “È stata preparata dai rappresentanti del popolo afgano? O dale potenze straniere?” – si domanda Jamil Sadiq, delegato alla Loya Jirga per la provincia di Parwan – “e non parliamo solo del presidente. Altre questioni sono molto importanti per il futuro del popolo afgano. L’educazione, ad esempio. Secondo questa bozza, per la prima volta nella storia del nostro paese l’istruzione superiore diverrà a pagamento. E chi potrà permettersela, quando un impiegato statale ha un salario che a stento raggiunge i 30 dollari al mese?”.


    Il presidente non è tenuto a rispondere di fronte al parlamento, di fronte quindi ai legittimi rappresentanti del popolo, dei suoi atti e delle sue decisioni – questa l’accusa più frequente. Non è tenuto a presentare annualmente i piani e le politiche di sviluppo del paese, ne le previsioni finanziarie, come avviene, ad esempio, nel modello costituzionale americano, già caratterizzato da un forte presidenzialismo...
    E chi garantirà l’applicazione e l’esecuzione dei dettami costituzionali?
    Critiche cui cerca di dare una risposta il vicepresidente della Commissione Costituzionale, l’organismo responsabile della stesura della bozza in discussione, Abul Salam Azeemi. “Il presidente è tenuto a monitorare l’applicazione della carta costituzionale…”.
    Ma monitorare non significa garantirne l’esecuzione. “Allora se ne occuperà la Corte Suprema. O il presidente insieme al parlamento…”.
    Risposte poco convincenti, risposte confuse che non placano polemiche e proteste e contribuiscono a creare un clima di incertezza e insicurezza che preoccupa e spaventa il popolo afgano e la comunità internazionale.
    Nell’attesa, le famiglie, la gente comune, si prepara, senza sapere esattamente per che cosa. Tre-quattrocento dollari è il costo di un kalashnikov al bazaar. Esattamente quanto le Nazioni Unite pagano a chi consegna quello vecchio, nell’ambito dei programmi di disarmo. E i piccoli arsenali di famiglia si rinnovano a costo zero...

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    AFGHANISTAN, ALTRI SEI BAMBINI UCCISI IN RAID USA



    L’operazione "Valanga" delle forze armate Usa fa ancora strage di piccoli innocenti. Dopo i nove uccisi sabato durante un raid aereo sul villaggio di Hutala, altri sei piccoli cadaveri sono stati trovati sotto le macerie di un palazzo bombardato nei pressi della città di Gardez




    10 dicembre – L’operazione "Valanga", lanciata nel fine settimana dalle forze armate statunitensi contro la resistenza taliban nelle province orientali dell’Afghanistan, si sta trasformando in una carneficina di bambini. Dopo i nove uccisi sabato durante un raid aereo sul villaggio di Hutala, nella provincia di Ghazni, altri sei piccoli cadaveri sono stati trovati sotto le macerie di un palazzo bombardato dai caccia Usa nei pressi della città di Gardez, nella vicina provincia di Paktia.

    Il bombardamento, il cui obiettivo era il mullah Jilani, un comandante taliban che però tanto per cambiare non si trovava lì, risale alla notte di venerdì scorso, 5 dicembre. Solo stamane però il colonnello Bryan Hilferty, portavoce del contingente Usa in Afghanistan, ha reso noto che i soldati hanno trovato i corpi dei sei bambini, assieme a quelli di altri due civili adulti, sabato mattina durante la perlustrazione sul luogo del bombardamento, nel distretto di Sayed Karim, 35 chilometri a sud-est di Gardez.

    L’azione di venerdì notte è stata condotta dagli statunitensi in rappresaglia a un attacco subito in zona subito prima. "Venerdì sera le nostre truppe – ha detto il colonnello Hilferty – erano state prese di mira da un fitto fuoco di mitragliatori mentre perlustravano il quartiere alla ricerca del mullah Jilani. Non avevamo nessun elemento per pensare che nell’edificio da cui provenivano gli spari si trovassero anche dei civili, quindi la reazione è scattata immediatamente con un attacco terrestre e aereo contro il palazzo. Nove militanti anti-coalizione sono stati catturati".

    La zona in cui è successo questo ennesimo incidente è la roccaforte di Pacha Khan Zadran, detto “il nonno di ferro”: questo ottantasettenne è il più potente signore della guerra dell’Afghanistan sud-orientale. Nonostante le sue origini pashtun non è mai stato un alleato dei taliban, ma forse oggi le cose sono cambiate. In Afghanistan le alleanze mutano molto facilmente. Un giornale pachistano ha riferito lunedì che Zadran era stato fermato lo scorso mese dai militari pachistani mentre si recava nelle aree tribali, roccaforte di retrovia della resistenza taliban.

    Nel fine settimana il comando militare statunitense ha dato il via nell’Afghanistan orientale all’offensiva militare più massiccia dalla fine della guerra del 2001. L’operazione "Avalanche" (valanga) impiega duemila soldati ed è volta a eliminare la resistenza dei taliban prima dell’arrivo dell’inverno, quando non sarà più possibile effettuare operazioni militari su vasta scala a causa del mal tempo e della neve. Finora però le vittime di questa nuova fase della guerra non sono stati i taliban, sempre scampati agli attacchi, ma solo bambini innocenti, quindici in due soli giorni. Queste azioni esasperano l’ostilità e il risentimento della popolazione civile nei confronti delle forze di occupazione Usa in una regione in cui l’influenza dei taliban e dei loro alleati, i miliziani integralisti di Gulbuddin Hekmatyar, è già molto forte.

    Enrico Piovesana

 

 
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