Da laPadania di oggi 28.04.04.


Enti locali, nel Centro-sud il personale costa di più: una tassa al clientelismo
Istat: il Mezzogiorno è anche meno indipendente finanziariamente

Gli Enti locali (Province e Comuni) del Mezzogiorno spendono in media più di quelli del Nord per il personale, togliendo quindi una parte delle risorse per l'acquisto di beni e servizi per i cittadini. In più, sempre in media, sono molto meno indipendenti economicamente, gravando quindi di più sui contributi erariali dello Stato. È quanto emerge dallo studio dell'Istituto nazionale di statistica sui bilanci 2001 e 2002 delle amministrazioni provinciali (escluse quelle autonome: Aosta, Trento e Bolzano) e comunali del nostro Paese.
LE PROVINCE INVESTONO DI PIÙ
Nel 2002 le amministrazioni provinciali, secondo i conti dell'Istat, hanno speso 13 miliardi e 90 milioni di euro, il 27,3% in più rispetto all'anno precedente. Il maggior incremento è stato per le spese in conto capitale (+45,4%).
La crescita delle spese è consistente per tutti i titoli di bilancio; tra questi le spese in conto capitale risultano le più dinamiche sia in termini percentuali (+45,4%) che in valore assoluto (+1.669 milioni di euro); incrementi inferiori, ma pur sempre consistenti, si registrano per le spese correnti (+15,9%) e per i rimborsi di prestiti (+39%).
Tenuto conto dei pagamenti in conto competenza, che sono pari a 6.240 milioni di euro, la capacità di spesa, misurata dal rapporto tra pagamenti di competenza ed impegni, è peggiorata di 1,8 punti percentuali tra il 2001 e il 2002, passando da 49,1 a 47,7 per cento.
Gli impegni di parte corrente raggiungono i 7.208 milioni di euro (il 55,1% di quelli complessivi); al loro interno l'andamento è crescente per tutte le categorie di spesa, ad eccezione degli impegni relativi agli interessi passivi, diminuiti dello 0,3%. L'aumento più sostenuto riguarda le spese relative all'acquisto di beni e servizi (+18,7%), seguite dalle spese per il personale (+16,8%) e da quelle per trasferimenti (+14,7%).
La capacità di spesa relativa alla parte corrente del bilancio diminuisce, passando dal 62,1 al 60,6%. Nel 2002 la dinamica delle spese in conto capitale è analoga a quella registrata per le spese correnti: tutte le categorie sono in crescita rispetto al 2001; le più dinamiche, sebbene modeste in valore assoluto, sono risultate le spese per concessioni di crediti (+264%) e quelle per partecipazioni e conferimenti (+104,7%), seguite da quelle per trasferimenti di capitali (+41,6%) e per investimenti diretti in opere (+36,2%). Le spese in conto capitale, con un valore di impegni pari a 5.344 milioni di euro, vedono aumentare la loro incidenza sul totale delle spese (dal 35,7 al 40,8%).
AL SUD MENO BENI E SERVIZI
Tra le spese delle amministrazioni provinciali, una quota consistente, pari al 43,1%, è destinata all'acquisto di beni e servizi, mentre le altre spese correnti e le spese per il personale si attestano su livelli più bassi (rispettivamente pari al 31,7 e al 25,2%). Nel 2002, a fronte di una sostanziale stabilità delle distribuzioni, la spesa per acquisto di beni e servizi aumenta, nel complesso, di un punto percentuale. Questa crescita è registrata in tutte le ripartizioni, ad esclusione come detto delle province del Mezzogiorno, per le quali la tendenza va nella direzione opposta (la quota percentuale si riduce dal 40,1% al 38,5%).
L'analisi delle spese correnti pro-capite pone in testa alla graduatoria le province localizzate nelle regioni del Nord-est con un valore medio di 151 euro; il valore pro-capite più basso, pari a 107 euro, è registrato tra le province del Mezzogiorno. La stessa graduatoria si riscontra anche all'interno delle singole categorie di spesa corrente, con l'eccezione della spesa di personale, per la quale sono le province del Centro ad occupare il primo posto con 35 euro pro-capite, seguite da quelle del Mezzogiorno con 33 euro pro-capite. Un'eccezione singolare è la Campania, che è la regione che spende meno, con solo 22 euro pro-capite
All'interno delle ripartizioni geografiche si riscontra una consistente variabilità tra regioni, che non permette di tracciare aggregazioni territoriali omogenee: ad esempio, in Basilicata il valore pro-capite di spesa corrente (198 euro) è relativamente molto elevato e vicino a quello dell'Umbria che occupa il primo posto tra le regioni con 208 euro. Molto elevati sono anche i valori di spesa corrente pro-capite in Piemonte (195 euro), Friuli-Venezia Giulia (179 euro) e Toscana (185 euro). Tra le regioni con i valori di spesa corrente pro-capite più bassi si ritrova la Lombardia (99 euro) insieme alla Puglia (90 euro) e alla Sicilia (82 euro).
Ad assorbire la quota più consistente degli impegni di spesa delle amministrazioni provinciali, pari al 26,3% per un importo di 3.297 milioni di euro, sono le spese per amministrazione, gestione e controllo. Queste spese hanno registrato nel 2002 un aumento del 28,7% rispetto al 2001. Diminuisce, e in misura anche più significativa, il peso delle spese per la gestione del territorio (da 22,0 a 13,4%), mentre aumenta quello delle spese per le altre funzioni: tutela ambientale (+0,5%), istruzione pubblica (+0,3%), trasporti (+2,9%), sviluppo economico (+3,7%), settore sociale (+1,4%).
LOMBARDIA LA PIÙ AUTOSUFFICIENTE
Il grado di autonomia impositiva, che misura il peso delle entrate tributarie sulle entrate correnti, scende a livello nazionale da 48,6 a 43,8%, con forti differenze tra le regioni settentrionali e quelle meridionali. Rispetto al 2001 l'indicatore diminuisce in misura maggiore nel Nord-ovest (-10,8 punti percentuali) e nel Centro (-4,9 punti percentuali) rispetto al Nord-est (-3 punti percentuali) e al Mezzogiorno (-0,8 punti percentuali).
La Lombardia, con un grado di autonomia impositiva di 64,1% si colloca al primo posto, superando il Lazio (63,6%). Il Molise e il Friuli-Venezia Giulia sono le regioni che mostrano l'indicatore più basso (rispettivamente 26,9 e 22,7%). Anche il grado di autonomia finanziaria, calcolato come rapporto tra la somma delle entrate tributarie ed extra-tributarie e le entrate correnti, diminuisce in misura consistente, passando a livello nazionale da 53,4 a 48,6 per cento, con differenze tra ripartizioni e tra regioni analoghe a quelle riscontrate per il grado di autonomia impositiva.
IL SUD DIPENDE DI PIU' DALLO STATO
Il grado di dipendenza erariale, che misura la quota di entrate correnti costituita dai trasferimenti ricevuti direttamente dallo Stato, presenta una notevole variabilità tra le regioni. In particolare, l'indicatore si mantiene basso nelle aree del Nord (in Friuli-Venezia Giulia si registra il valore minimo, pari all'1,1%, ma dipende soprattutto dal fatto che è una regione autonoma), mentre è più elevato al Centro (14,7%) e, soprattutto nel Mezzogiorno (37,1%, il doppio della media nazionale). Il primato tra le regioni del Sud spetta al Molise, con un indicatore pari a 53,9%.
Il grado di dipendenza regionale, calcolato come rapporto tra trasferimenti dalla Regione e totale delle entrate correnti, ha un comportamento ben caratterizzato geograficamente rispetto all'indicatore riferito ai trasferimenti erariali. Il primo, infatti, si mantiene più alto rispetto al secondo nelle regioni settentrionali, specialmente del nord-est, mentre la differenza tra i due indicatori si attenua nelle regioni del Centro e torna a salire, con segno opposto, nelle regioni del Mezzogiorno, con l'eccezione della Basilicata. Il grado di rigidità strutturale delle amministrazioni provinciali presenta una distribuzione più omogenea intorno alla media nazionale (27,6%). Ciò - spiega l'Istituto di statistica - è da imputare alla struttura dell'indicatore, costituito dalla quota di entrate correnti assorbita dalle spese per il personale e per il rimborso di prestiti, difficilmente comprimibili nel breve e medio periodo. L'indicatore, che a livello nazionale aumenta di 0,5 punti percentuali rispetto al 2001, assume valori crescenti passando dalle province dell'Italia settentrionale a quelle del Mezzogiorno: dal 17,5% del Friuli-Venezia Giulia al 39,9% della Sardegna. L'aumento dell'indicatore è determinato soprattutto dalle spese per rimborso di prestiti, essendo diminuita a livello nazionale di 0,4 punti percentuali rispetto al 2001 l'incidenza delle spese di personale sulle entrate correnti.
ENTRATE: COMUNI PIÙ EFFICIENTI
Asieme ai dati sulle Province, sono stati pubblicati dall'Istat i dati sulle amministrazioni comunali. Nel 2002 è migliorata la capacità dei Comuni di accertamenti, ma soprattutto è migliorata la loro capacità di incassare: anche in questo caso, tuttavia, la figura migliore la fanno le regioni del Centro-nord.
Le entrate complessive accertate dai Comuni nel corso dell'esercizio 2002 sono stimate in 78 miliardi e mezzo, al netto delle entrate da servizi per conto di terzi. All'interno delle singoli voci, il peso maggiore e delle entrate correnti (61,8%), seguite da quelle in conto capitale (26,6%) e per l'11,7% dalle entrate derivanti da accensioni di prestiti. Rispetto al 2001, crescono del 3,1% gli accertamenti, ma ancora di più crescono le riscossioni (3,6%). In particolare, le riscossioni in conto competenza passano da 45 miliardi e mezzo nel 2001 a 48 miliardi e 800 milioni nel 2002 (+7,3%) e quelle in conto residui da 25.655 a 24.881 milioni di euro (-3,0%). Nel 2002, la capacità di riscossione è migliorata in modo sensibile, passando dal 62,1% al 59,7%. Analizzandone le singole voci, risultano in aumento rispetto al 2001 le entrate correnti (+2,5%), le entrate in conto capitale (+2%) e le accensioni di prestiti (+2,5%).
LA CRESCITA NEL CENTRO-NORD
Nel 2002, le entrate correnti accertate ammontano a 48.561 milioni di euro (+3,9% rispetto al 2001). Tale crescita è dovuta essenzialmente ai comuni del Piemonte, della Lombardia, dell'Emilia Romagna e del Lazio. Considerando le variazioni delle singole componenti di entrata corrente, è da sottolineare il consistente incremento di quelle tributarie (+25,7%) a scapito delle altre due componenti - contributi e trasferimenti ed entrate extra-tributarie - che diminuiscono rispetto al precedente esercizio rispettivamente del 13,2% e del 2,0%.
Anche per quanto concerne le riscossioni si riscontra una situazione analoga a quella degli accertamenti: le entrate correnti crescono complessivamente dell'1,2% a sintesi del netto aumento delle entrate tributarie (+21,0%) e della diminuzione dei contributi e trasferimenti (-14,6%) e delle entrate extra-tributarie (-1,5%).
La composizione delle entrate dei comuni si presenta piuttosto differenziata a livello territoriale. Nelle regioni settentrionali e centrali prevalgono le entrate tributarie e il loro peso percentuale rispetto al totale delle entrate correnti si colloca generalmente al di sopra del valore medio nazionale; fanno eccezione le regioni a statuto speciale.
Passando all'analisi dei valori pro-capite delle entrate correnti accertate, l'Istat riscontra un valore medio nazionale pari a 847,18 euro per abitante (+40 euro rispetto al 2001). I comuni delle regioni settentrionali e centrali registrano livelli pro-capite più elevati della media nazionale: uniche eccezioni il Veneto e le Marche. Tutti sotto la media nazionale i valori rilevati nel Mezzogiorno, con il minimo di 604,41 euro per abitante nei comuni pugliesi.