Amara festa carioca Nato a Rio nel 1904, il club che lanciò Santos e Garrincha è tornato in serie A ma non riesce più a vincere.

Storia di un calcio che incantava il Maracanã

Infausto ritorno del Botafogo nella massima divisione brasiliana, dopo quasi un anno e mezzo di purgatorio in serie B. La festa è durata poco, infranta da due brucianti sconfitte: 1-4 a casa del Goiás al debutto di mercoledì scorso e secco 0-2 dal Santos domenica. La crisi è già implosa: il tecnico Levir Culpi (che col santista Leão, riscattato dal successo, era il più «longevo» della girandola sulle panchine brasiliane essendo in carica da un anno) si è dimesso a furor di torcida per trarre d'impaccio l'amico presidente Bebeto de Freitas, il quale aveva appena aperto ufficialmente le celebrazioni del centenario. Un mister che allarga le braccia per un organico inadeguato; un presidente che non sa da dove tirar fuori soldi che non ci sono; tifosi nostalgici di ben altro calcio, divertente e vincente, che non si rassegnano all'attuale miseria dei colori carioca in un torneo i cui pronosticati al titolo sono Cruzeiro e São Caetano. Il club fu fondato il 12 agosto 1904 grazie all'idea di uno scolaro per il compito in classe: dare vita a una squadra di football. Con l'incoraggiamento dell'insegnante, fu messo in piedi il team sul campo dei canottieri della baia di Guanabara, all'ombra del Pão de Açucar, circolo che poi incorporò nome e squadra.

A farne il mito che umilia l'attuale modestia, sono stati i suoi fuoriclasse piuttosto che i 17 titoli carioca in bacheca. La prima era di successi risale agli anni `30 con Carvalho Leite e Leonidas, il «diamante nero». Ma il monumento edificato sul suolo del club è Nilton Santos, nato a Rio nel `25; il terzino indossò sempre la maglia alvinegra per un record di 716 partite. Col soprannome di Enciclopedia do futebol, è venerato come un orixá: 4 titoli carioca e 2 iridati ('58 e `62) per 75 partite in nazionale e 4 mondiali dal `50. È il più amato della storia del Botafogo assieme a Garrincha, il calciatore impossibile dalle gambe storte, il meticcio afro-indigeno che incantò di magie il Maracanã. Garrincha iniziò la carriera nel club di via General Severiano trascinatovi da un amico. Narra la leggenda che alla prova d'accesso gli opponessero l'insuperabile Nilton Santos; e che lui se ne prese beffe infilandogli un tunnel, cosa mai vista. La folla di Rio si innamorò del suo calcio dionisiaco; dondolava e incantava quasi con le morbide e ipnotiche movenze della capoeira, l'arte marziale inventata dagli schiavi africani ma dissimulata in danza. Una volta proseguì a fondocampo, per puro diletto, le sue veroniche in duello con l'avversario. Garrincha immedesimava la sfida alla società e alla natura allegramente giocate sul prato. «Rappresentava l'essenza del brasiliano: povero, estroverso e di buon cuore. Un operaio tessile - ha ricordato João Pedro Stedile, leader del Movimento Sem Terra - che con la sua semplicità e il suo genio calcistico seppe regalarci momenti di gioia». Dal Botafogo, vola in nazionale fino a cingersi dell'alloro mondiale nel `58. Nella finale strappata alla Svezia per 5-2 il suo estro dilaga. Il commediografo Nelson Rodrigues ha detto che fu Garrincha a insegnare al pubblico del calcio a ridere. Quella nazionale portava il marchio Botafogo anche per Didi e Zagallo.

Con Didi, Garrincha e Quarentina - il suo capocannoniere di tutti i tempi - il club vinse i titoli carioca dal `58 al `60. Didi è l'inventore della «foglia morta»; la palla ha bisogno di esser corteggiata, accarezzata, è come animata: «L'ho sempre trattata con riguardo, se non lo fai non ti obbedisce; con lo stesso rispetto con cui trattavo mia moglie». Quarentina firmò 308 gol in 442 partite; ed è anche il goleador della nazionale con la media migliore di sempre: 17 reti in 17 incontri. Eppure il pubblico non lo amò perché non festeggiava le segnature: «Non ce n'è motivo - si schermiva - mi pagano per questo». I titoli statali del `61 e `62 furono conquistati grazie alla prima linea leggendaria di Garrincha, Didi, Amarildo con Zagallo tornante, ovvero la stessa (tranne Vavá) che dal Cile riportò in Brasile la Coppa Rimet.

A chiedere ai tifosi di quella generazione chi sia il brasiliano più bravo di sempre, rispondono ancora Garrincha. Forse anche perché la sua semplicità diventò l'ingenuità di firmare in bianco i contratti col Botafogo, ipotecando il futuro di indigenza nel quale finì. Giocava per divertirsi e amava divertirsi con le donne: la sua storia d'amore con la cantante e ballerina Elza Soares, che ne divenne la terza moglie, gli tirò addosso maldicenze e popolarità come vittima di un contorno opportunista. Almeno nel caso di Elza, non era vero.

L'aura controcorrente che emanava da queste figure favorì l'attribuzione negli anni della dittatura di un appassionato idillio tra i colori del Glorioso e gli intellettuali. E - chissà perché - i superstiziosi. Qualcosa di soprannaturale orla tutti gli aspetti dell'animo carioca come i fiori sull'acqua in omaggio alla dea Yemanjá: in ogni caso, il Botafogo è retrocesso un 17 novembre (2002) e ha passato 17 mesi in serie B.

Il club innervò anche la nazionale verdeoro degli anni `70, che tutti ricordano per la finale con l'Italia in Messico: Gerson e Carlos Alberto, Paulo Cesar e Jairzinho, cannoniere del mondiale con 7 gol. Paulo Cesar era sceso a cercar fortuna a Guanabara dalla soprastante favela della Cachoeira; Jairzinho aveva solo dovuto attraversare la strada perché abitava nella rua General Severiano.

Fra alti e bassi, gli anni `80/'90 sono di Bebeto e Mauro Galvão, nel progressivo declino del club, dovuto in gran parte al dissanguamento finanziario che ha azzoppato le società di Rio. Nel `95 la fiammata del primo e unico titolo nazionale; poi la retrocessione; e la risalita ai vertici del calcio brasiliano con formazione modesta e salari contingentati. Ma il Botafogo ha blasone e quest'anno festeggia i suoi primi 100: difficile far digerire al pubblico l'amara realtà odierna.

da: http://www.ilmanifesto.it