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    Predefinito Robin Cook :Iraq, tutte le colpe di Blair

    Iraq, tutte le colpe di Blair
    di Robin Cook,ex ministro degli esteri inglese

    Una caratteristica pericolosa delle paludi è che non ti accorgi di esserci finito dentro fino a quando non è troppo tardi per uscirne. Più ti sei addentrato nel pantano e più è grande la difficoltà di tirarsi fuori dai guai. Tuttavia il nostro Paese, la Gran Bretagna, viene trascinato sempre più dentro la fanghiglia irachena da un Primo Ministro che rifiuta testardamente di riconoscerne i pericoli. Chiunque abbia incontrato Tony Blair di recente, fosse amico o critico, si è reso conto, allarmato, di quanto poco il premier comprenda la gravità della nostra situazione in Iraq. Abbiamo un Primo Ministro che si limita a negare.
    La realtà è che la nostra posizione in Iraq è terribile. In tutto il Paese gli occidentali se ne stanno barricati dietro le loro fortificazioni di cemento e filo spinato, osando uscire solo in convogli blindati. Gli eserciti hanno perduto il controllo delle proprie vie di rifornimento, una delle necessità fondamentali per una forza militare.
    La scorsa settimana le truppe della coalizione a Bagdad si sono dovute servire delle razioni d’emergenza perché non era possibile far arrivare cibo fresco.
    La strategia che prevedeva il passaggio della responsabilità per la sicurezza alle forze irachene è crollata dopo che a Najaf e Falluja i soldati e la polizia locali hanno dimostrato di non avere alcuna intenzione di morire per gli Stati Uniti. Alcune compagnie, con in testa la BP, hanno già lasciato il paese, bloccando la ripresa delle industria del greggio con cui si intendeva finanziare i costi della ricostruzione. Downing Street continua a dare la colpa di tutti i problemi a qualche migliaio di terroristi, fondamentalisti ed estremisti: ma credere a ciò significa ingannarsi. È noto che i vari gruppi della resistenza irachena sono in contatto tra loro e che entro poche settimane potrebbero lanciare un attacco comune sotto la bandiera di un qualche fronte popolare per la liberazione dell'Iraq.
    Il problema fondamentale per i partner della coalizione non è la sicurezza ma la legittimazione. Giustificare l'occupazione dicendo che questa è stata necessaria per liberare l'Iraq è valido solo fintantoché la presenza delle truppe è gradita alla popolazione. Quando si resta in un paese contro il desiderio espresso dalla maggioranza della popolazione si perde ogni autorità morale come liberatori.
    A questo punto è sicuro che nell'opinione della popolazione abbiamo superato quel limite. I sondaggi dicono che gli iracheni non vogliono più gli occupanti. Continuare a rimanere contro la volontà della maggioranza dei locali non può far altro che cucirci addosso l'immagine di governanti neocolonialisti.
    Una parte del problema per il governo forse è dovuta all'età di Tony Blair e di tutti gli accoliti del New Labour dei quali ama circondarsi. Sono tutti troppo giovani per ricordarsi le terribili lezioni ricevute nell'ultima fase del periodo coloniale britannico. L'Iraq sta dando loro in tempo reale una lezione sulle dinamiche distruttive del colonialismo. Un'occupazione impopolare può essere imposta solo con la violenza. Ma la violenza mina ulteriormente ogni possibilità di legittimazione della presenza dell'esercito.
    Il massacro di Fallujah ha definitivamente distrutto ogni credibilità delle truppe Usa come liberatrici invece che occupanti. La peggiore strage nella storia dell'occupazione militare dell'India fu registrata ad Amritsar. Il numero dei morti fu ufficialmente fissato a 379 (bisogna riconoscere all'amministrazione britannica del tempo di aver contato le vittime, al contrario di ciò che fa adesso la coalizione). Il numero di vittime a Falluja è stato all'incirca doppio. In gran parte erano donne e bambini. Persino il numero di civili massacrati a My Lai durante la guerra del Vietnam è stato più basso. Nonostante ciò al Pentagono ci sono ancora figure di spicco che si dispiacciono perché sono stati fermati e non è stato loro permesso di "finire il lavoro" radendo al suolo la città.
    Le testimonianze grafiche rese dalle fotografie provenienti da Abu Ghraib sono abominevoli e disgustose. Ma non devono sorprendere. Le brutalità degli occupanti sugli occupati sono state una caratteristica del colonialismo.
    Non sono solo i prigionieri ad essere umiliati. Ciò che più colpisce nelle immagini sono i ghigni felici ed esultanti dei torturatori mentre prestano la loro opera di violenza. Questi soldati sentivano già di impersonare la "superiorità" dei colonialisti e di poter esprimere il disprezzo verso gli indigeni sottomessi che ad essa si accompagna.
    Questo è uno dei pericoli insiti nel colonialismo. Esso rende brutali gli uomini degli eserciti occupanti che non riescono a concepire come le persone da loro sottomesse con la forza possano essere considerate umane al pari di loro.
    C'è comunque una grande differenza con le precedenti ere coloniali. Nell'era digitale l'elettorato è stato subito messo faccia a faccia con immagini vivide di quell'oppressione inevitabilmente legata all'occupazione armata. Gli scatti presi in quelle prigioni hanno distrutto ogni legittimazione della nostra presenza in Iraq. E non solo tra le popolazioni del paese, ma anche tra gli abitanti della Gran Bretagna.
    Fu la rivelazione di un rapporto della Croce Rossa sulle torture ad Algeri a far recedere la marea del supporto popolare alla guerra di occupazione francese in Algeria. Furono i resoconti del pestaggio fatale al campo Hola che fecero crollare l'appoggio alla guerra coloniale inglese in Kenya. L'occupazione in Iraq finirà inevitabilmente allo stesso modo. Nessun governo, nemmeno con la maggioranza record raccolta da Tony Blair, può mantenere un'occupazione militare in Irak contro la resistenza locale e senza l'appoggio dell'opinione pubblica a casa.
    Incredibilmente Tony Blair, invece di cercare una via d'uscita, sta lavorando per allargare la porzione di territorio iracheno sotto il controllo delle sue truppe. Mentre state leggendo quest'articolo alcuni reggimenti britannici attendono di partire per l'Iraq entro le prossime 24 ore.
    Se questo fosse il risultato della richiesta di più soldati fatta a Tony Blair dai "Chiefs of Staff", i responsabili dell'esercito, per migliorare la sicurezza nel settore britannico, nessuno avrebbe niente da obiettare. Ma in realtà l'invio dei soldati è conseguenza di una richiesta fatta da George W. Bush. Il presidente americano ha infatti chiesto 5000 soldati britannici per sostituire truppe Usa a Najaf. Prima di poter condividere anche l'accoglimento della richiesta di Bush, ci piacerebbe avere risposta ad alcune domande fondamentali.
    Primo, i nostri attuali problemi non sono conseguenza dell'aver voluto dare ascolto a Bush quando ci ha chiesto di unirci a lui nella sua guerra? E poi, quando mai lui ha dato risposta positiva a qualcosa di richiesto da noi? Niente darebbe sollievo ai deputati del Labour quanto il vedere che Tony Blair è in grado di mostrare un minimo di indipendenza da un presidente americano tanto impopolare in Gran Bretagna.
    Quali saranno i rischi per le nostre truppe nelle nuove zone di operazione? La resistenza armata a Najaf è già stata radicalizzata dalle maniere pesanti utilizzate dai soldati Usa. Di sicuro essa non diminuirà la propria ostilità solo perché le forze che adesso si trova davanti portano la divisa britannica. Le pattuglie a Najaf saranno armate pesantemente e seriamente minacciate. Qui sorge una nuova domanda. Le forze britanniche a Najaf possono operare equipaggiate per un ambiente ostile, senza che i nostri soldati attorno a Bassora siano costretti ad abbandonare la tecnica di pattugliamento sinora adottata, cioè muoversi a piedi senza troppe protezioni? Se i combattenti della resistenza a Najaf si trovassero davanti soldati britannici troppo protetti, non esisterebbe il rischio che decidessero di scendere a Bassora dove ci sono bersagli più morbidi appartenenti allo stesso esercito? E' passato più di un anno da quando il Parlamento ha votato per concedere le truppe per l'invasione dell'Iraq. Da allora ogni giustificazione possibile per la guerra è crollata: a partire dal fallimento nel rintracciare qualunque tipo di armi di distruzione (o "sparizione") di massa; per finire con la pretesa, proprio di recente sgretolatasi, di portare nella regione irachena democrazia e rispetto dei diritti umani. Il coinvolgimento di nuove truppe non dovrebbe essere permesso senza un nuovo mandato parlamentare. E alla luce di ciò che i deputati sono venuti a sapere da quando hanno votato l'ultima volta, il Parlamento dovrebbe dire No.

    Robin Cook, già ministro degli Esteri inglese, si è dimesso lo scorso anno dall’incarico di ministro per i Rapporti col Parlamento perché contrario all’intervento in Iraq senza l’egida dell’Onu
    Traduzione di Gabriele Dini
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    lo avevo già postato io

 

 

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