TRA RAZZISMI VECCHI E NUOVI L'EVOLUZIONE DELLA LEGA NORD
L’INQUIETANTE CONTIGUITA’ CON LE SOTTOCULTURE DELLA DESTRA RADICALE
SAVERIO FERRARI - Osservatorio Democratico - 28/04/2004
“Gli immigrati? Peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto”. Questa la dichiarazione a Treviso del senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, riportata dai giornali locali. Solo poche settimane prima era iniziato a Verona il processo, per “istigazione all’odio razziale”, a sei esponenti leghisti, tra cui Flavio Tosi, consigliere comunale e regionale, impegnatisi in una violenta campagna per cacciare gli zingari dalla città. “Il nuovo campo per i nomadi deve essere di mille metri quadrati, il minimo prescritto dalla legge. Se qualcuno sgarra, tutto il gruppo va espulso, fino all’estinzione degli zingari. Il tutto recintato, magari con l’alta tensione”. Così si esprimeva invece in febbraio Luigi Borrelli, il presidente leghista della circoscrizione B-Est di Treviso. Sono questi solo alcuni degli episodi più recenti, a sfondo razzista, che hanno avuto l’onore delle cronache, protagonisti dirigenti locali e nazionali della Lega Nord. Se vogliamo nulla di nuovo. L’europarlamentare Mario Borghezio, prima di organizzare, solo un anno e mezzo fa, manifestazioni unitarie con Forza Nuova, e più recentemente “ronde padane” a caccia di “clandestini”, si era già distinto nel 1999, sul treno intercity Torino-Milano, “disinfettando” con uno spruzzatore in mano lucciole nigeriane. Ancora nel 2003, consiglieri provinciali in Trentino proponevano vagoni ferroviari per soli immigrati o classi separate per i bambini nomadi. Ma oggi è senz’altro il caso di domandarsi quale sia l’evoluzione della Lega, a maggior ragione dopo l’uscita di scena, forse non solo temporanea, di Umberto Bossi. Presto questo partito sarà infatti posto di fronte a scelte di identità. Nel mentre, evidenti i passaggi e le tappe che hanno portato sempre più all’assunzione acritica di stereotipi e linguaggi propri delle sottoculture della destra radicale, oltre che delle stesse simbologie, segnando con forza non semplicemente l’immaginario estetico del movimento. Un fatto inquietante, nonché uno dei lati meno conosciuti e indagati di questo partito, per molti ancora semplice contenitore di variegate e confuse pulsioni populiste, ricondotte ad unità dall’inesistente mito della “Padania”. Procediamo con ordine.
L’ULTIMO CONGRESSO
Il nostro viaggio inizia nel marzo del 2002, ad Assago, da quando, al quarto congresso, la Lega Nord assunse ufficialmente la linea della difesa della “purezza della razza padana” contro “la società multirazziale”. Un salto di qualità motivato con la necessità di difendersi dall’“invasione extracomunitaria” in corso, portatrice di contaminazioni di ogni genere, malattie comprese. Dal palco anche la denuncia di un non meglio identificato complotto internazionale, “ordito da circoli finanziari, massoni e comunisti”, volto ad intaccare “tradizioni culturali e religiose” allo scopo di favorire un indistinto cosmopolitismo. Diversi osservatori politici denunciavano nel contempo come nei diversi stand gestiti per l’occasione dalle associazioni collegate al partito, si propagandassero i testi di Julius Evola (il principale teorico neonazista italiano) e di Franco Freda, editi dalle “Edizioni di AR” (“ar” sta per radice di “ariano”), oltre che gadget, in vendita al pubblico, riproducenti vari tipi di svastica. Una di esse, il cosiddetto ”Triskel”, emblema a livello internazionale di diversi gruppi neonazisti, da tempo era stato anche adottato dal Movimento Giovani padani e dai “Volontari verdi” di Milano, guidate da tale Max Bastoni, già candidato per il consiglio regionale della Lombardia e per il Comune di Milano, noto per l’inqualificabile slogan razzista coniato per sé: “Bastoni agli immigrati”.
Di fronte alle inevitabili polemiche i dirigenti leghisti giustificavano il tutto con l’innocente recupero di simboli propri di antiche culture. Vuole il caso, ma soprattutto la storia del secolo scorso, che alcuni di questi stessi segni comparissero nel secondo conflitto mondiale, sui baveri delle divisioni delle Waffen-SS. Un’inquietante coincidenza, come la comparsa, nel successivo maggio, sulle bancarelle a Pontida, durante uno dei consueti raduni, di alcuni storici testi antisemiti come “I protocolli dei Savi anziani di Sion” o “I segreti della dottrina rabbinica”.
NELLA REDAZIONE DI VIA BELLERIO
Solo pochi mesi dopo, nel luglio, veniva contemporaneamente pubblicato sulle pagine di “Liberazione” e de “La Stampa” un servizio fotografico realizzato negli uffici del quotidiano “La Padania”, la mattina presto, prima che arrivassero i redattori. Sui muri fotografie di Adolf Hitler e della tomba di un soldato tedesco con rune un tempo adottate dal Terzo Reich, sugli armadi adesivi della Gestapo, riprodotti con poche modifiche. In bella mostra anche l’effige giovanile, con tanto di elmetto, di Pio Filippani Ronconi, ex-aiutante maggiore del generale Pietro Mannelli, comandante della 29° Divisione delle Waffen-SS esclusivamente composta da volontari italiani. Che non fosse uno scherzo o la goliardica personalizzazione del proprio luogo di lavoro, il fatto che simili “arredi” troneggiassero notoriamente da tempo, nello stesso stabile, in Via Bellerio a Milano, dove è ufficialmente ubicata la sede nazionale della Lega.
CONTRO IL CONCILIO VATICANO II° E IL RISORGIMENTO
Se qualche scalpore avevano, tempo fa, suscitato le critiche di Umberto Bossi per alcune espressioni in romanesco del Papa, gli attacchi alle gerarchie cattoliche e alla Chiesa “modernista che difende l’immigrazione selvaggia” si sono in questi ultimi anni sprecati. Sotto tiro in particolare il Concilio Vaticano II°. In sintonia con le peggiori espressioni integraliste si sono anche recentemente sostenute le tesi di Mons. Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità di San Pio X, la congregazione religiosa fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, autore in febbraio di un pamphlet inviato a Roma a tutti i cardinali contro l’ecumenismo e la “cosiddetta libertà religiosa”. Partorite secondo i lefebriani, come ”inaudite novità”, dal Concilio Vaticano II°.
Unitamente alla Chiesa “conciliare”, strali sistematici sono stati indirizzati, proprio da Bossi, anche all’Illuminismo e al Risorgimento. In una battuta alla rivoluzione francese con il suo portato di diritti formali di uguaglianza. Una visione, in conclusione, nostalgica delle epoche antecedenti alle conquiste della democrazia borghese.
LE RADICI FASCISTE
Lungo questo percorso, un ultimo capitolo lo vogliamo dedicare alla campagna de “La Padania” in preparazione della manifestazione nazionale a Milano dello scorso 25 gennaio. Fin dal mese di dicembre si è cominciato a pubblicare articoli di Leo Siegel, braccio destro di Giorgio Pisanò ai tempi del settimanale “Il Candido” (divenuto nei primi anni ’70 cassa di risonanza della Maggioranza Silenziosa), per “una rivolta contro il ‘compagno’ Fini”, traditore degli ideali missini, dopo il viaggio, in veste di vice-premier, a Gerusalemme dove definì il fascismo “male assoluto”. In questo ambito, sulle pagine del quotidiano della Lega Nord, si è così data la parola, con interviste mirate, al fratello dello stesso Pisanò, a Davide Beretta (sospettato di contiguità con le SAM, le Squadre d’Azione Mussolini), ad Antonio Cioci (ideatore in provincia di Mantova di un museo-sacrario dedicato ai reparti fascisti volontari che combatterono in Africa), a Don Giulio Tam, prete lefebriano, attualmente guida spirituale di Forza Nuova.
Il messaggio finale era il seguente: “nella Lega si possono conservare, senza abiure, le proprie radici fasciste”. Un messaggio ai vecchi militanti della “fiamma”, attuali elettori di AN. A coloro che la conquista della democrazia hanno sempre vissuto come una sconfitta, la Liberazione come un giorno di lutto.
RITORNO AL PASSATO
In questo contenitore, quale comunque continua ad essere la Lega, molteplici sono gli apporti xenofobi. Alcuni appaiono certamente privi di pretese teoriche, immediati e poco “colti”. Ma accanto a loro altri razzismi, di più lunga data, con teorie e simboli tristemente famosi, crescono e si sviluppano. Un mix destinato ad evolversi. Sempre nel 2002, l’anno dell’ultimo congresso, venivano pubblicate a tutta pagina, su “La Padania”, foto di “bimbi nordici” da contrapporre alle brutture delle confusioni migratorie. Qualcuno avrà anche sorriso, ma forse non era il caso. Qualcosa di simile era già comparso in Italia, con il titolo “Individuazione e difesa dei caratteri razziali”. L’anno era il 1939. Le pagine erano quelle della rivista diretta da Telesio Interlandi, segretario di redazione Giorgio Almirante. Il suo titolo: “La Difesa della Razza”.
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