Un nuovo saggio di Alfio Caruso ricostruisce i retroscena dell’operazione militare che portò alla caduta di Mussolini


Sicilia 1943, nello sbarco lo zampino della Piovra


La scena del racconto si apre agli inizi degli Anni Trenta all’Hotel Drake di Chicago, dove è in corso la convention per la nomina del candidato democratico alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti: attorno ai protagonisti, i rivali Albert Smith e Franklin Delano Roosevelt, si aggirano tanti comprimari e una serie di supporter, figure di secondo piano, che sembrano stare lì soltanto per fare numero. Tra questi, due personaggi di origine italiana, un tale Charlie Lucky Luciano, all’anagrafe Salvatore Lucania, e Frank Costello, nome vero Francesco Castiglia. No, non è l’inizio di uno dei tanti film sulla mafia italo-americana, ma una delle scene da cui parte Alfio Caruso, giornalista che negli ultimi anni è diventato uno dei migliori divulgatori italiani di storia, per raccontare lo sbarco in Sicilia. Il libro, che esce oggi da Longanesi con il titolo Arrivano i nostri , è un’occasione per conoscere non soltanto la vicenda militare, ma gli intrighi diplomatici, i compromessi con la malavita, il ruolo della massoneria, del Vaticano, in quella che non è soltanto una delle più importanti pagine di storia della Seconda guerra mondiale, ma la svolta decisiva che porterà alla caduta del fascismo e, per il modo in cui fu condotta, avrà lunghi strascichi nell’Italia repubblicana.
Già autore di Italiani dove morire , sull’eccidio di Cefalonia, e di Tutti i vivi all’assalto , sulla ritirata di Russia, Caruso mette in questo nuovo saggio la passione del siciliano che conosce profondamente la sua terra d’origine e una sapienza da giallista che abbiamo già conosciuto in romanzi come Tutto a posto o Il gioco grande .
La trama è appassionante, ma i fatti sono tutti veri. Ecco, per esempio, come la malavita organizzata riesce a entrare e ad avere un ruolo importante nel grande gioco della guerra. La mattina del 9 febbraio 1942 il grande transatlantico Lafayette , che doveva essere adibito al trasporto di truppe in Europa, sta bruciando nel porto di New York. L’ombra del sabotaggio tedesco minaccia da vicino gli Stati Uniti. I moli dai quali partono le navi in soccorso dell’Inghilterra sono insicuri. Bisogna rendere il porto più sicuro e, nell’attesa di riorganizzare il servizio segreto, ecco che entrano in campo i padrini di Cosa nostra, anche se il boss dei boss, Luciano, è in galera, dove sconta una condanna per sfruttamento della prostituzione. Non importava, i funzionari del terzo distretto del Naval Intelligence, da cui dipendevano gli Stati di New York, del New Jersey e del Connecticut, in particolare il capitano Haffenden, si convinsero che senza Cosa nostra nessuno sarebbe riuscito a garantire la sicurezza nei porti. La coincidenza tra il patto con gli uomini d’onore e la cattura di otto sabotatori nazisti convinse gli agenti segreti che avevano visto giusto. Così, quando vennero riorganizzati i servizi segreti americani, l’Oss, alcuni uomini, come Earl Brennan, tenevano i contatti con la nobile e sparuta schiera del fuoriuscitismo italiano, Salvemini, Sforza, Pacciardi, Cianca, Sturzo, tanto per fare alcuni nomi, altri più spregiudicati trattavano con i fuoriusciti di rango minore o, addirittura, innominabili. Ma per quelle minute informazioni sul territorio, utili allo sbarco, questi personaggi umili, a volte fuorilegge, si rivelarono preziosi.
Il racconto di Caruso, come nei gialli che si rispettano, salta dall’America all’Europa, dalla Sicilia al Vaticano, dove, come ha raccontato Ennio Caretto su questo giornale, gli Stati Uniti potevano contare su un amico di altissimo rango, il discreto e acuto monsignor Montini, futuro Paolo VI. Naturalmente c’è anche la storia militare, fatta delle ombre sul comportamento degli alti ranghi della nostra Marina, degli eroismi dei nostri soldati, che nei giorni in cui già si respirava un clima da «tutti a casa» morirono per difendere le coste siciliane e dei «diavoli rossi» britannici, che planarono sull’isola a bordo di alianti trainati da aerei. Ci sono le rivalità fra le prime donne del comando alleato, Alexander, Patton, Montgomery, l’opportunismo dei tedeschi, che decisero di abbandonare il campo, la confusione in cui si trovava Mussolini. E c’è la descrizione della giornata decisiva.
«Nel caos generalizzato - scrive Caruso - un tam tam ossessivo si propagò lungo l’isola: 10 luglio, 10 luglio, 10 luglio». Quasi tutti in Sicilia sapevano che quel giorno del 1943 sarebbe stato determinante. In effetti il comando alleato aveva scelto quella data per sferrare l’attacco con una flotta imponente: 2590 navi da trasporto di tutti i tipi, 1800 mezzi da sbarco, 280 navi da guerra. Ai 160 mila uomini pronti allo sbarco era stato fornito un libretto, Soldier’s guide to Sicily , che comprendeva varie informazioni, tra cui un vocabolarietto con frasi comuni. Così, nell’assalto a un ridotto presidiato da italiani, un commando americano aggiunse allo spavento un’atmosfera surreale, con la frase reiterata all’esasperazione: «Unni sunu li cannuni».
In un mare che arrivò fino a forza 7, lo sconfinato naviglio, per la verità non coordinato alla perfezione, raggiunse finalmente le coste. E in Italia con le armi arrivò anche la meravigliosa tecnologia americana. A cominciare dagli agili mezzi da sbarco che non si erano mai visti prima, i landing craft messi a punto dalla fantasia di Andrew Higgins, un commerciante che si era reso conto che il fondale poco profondo del Mississippi ostacolava il trasporto di tronchi. Così, per battere la concorrenza, aveva inventato imbarcazioni in grado di non incagliarsi. Accanto alle chiatte di Higgins, c’erano gli anfibi veri e propri, i Duck, chiatte semoventi in grado di sbarcare le truppe su qualsiasi spiaggia e trasformarsi in camion a sei ruote. Era l’America che, dopo il sangue della battaglia, avremmo conosciuto e apprezzato.



Il libro di Alfio Caruso «Arrivano i nostri» (Longanesi, pagine 350, 17) è in libreria da oggi