Ad un anno dalla seconda guerra del golfo e dall’abbattimento del regime nazionalsocialista arabo di Saddam la situazione negli Stati Uniti e nel mondo è tutt’altro che chiaramente delineata, anche se appaiono evidenti alcune grosse difficoltà, tanto di tipo politico che economico, oltre che militare.
La politica petrolifera dell’Amministrazione Bush jr. sta rivelando le prime grandi falle, il costo del greggio è salito alle stelle, vi è una sostanziale incertezza sull’entità delle riserve “strategiche” nazionali, che il governo si ostina testardamente a non utilizzare, e infine vi è una dipendenza dall’estero sempre più marcata, con, in prospettiva, un ruolo dell’area del golfo destinato a crescere nei prossimi lustri. In questo contesto lo sganciamento degli Stati Uniti dalla fonte arabo-saudita, in corso di notevole ridimensionamento, causata dalla valutazione politica sulla crescente inaffidabilità di quel regime e dalla collusione sostanziale di molti dei suoi più alti esponenti con l’estremismo islamista, rischia di produrre un effetto boomerang di cui gli Stati Uniti dovranno presto rendersi conto.
La bolletta energetica nazionale americana è sempre più cara, anzi non è mai stata così cara, e le prospettive non sono affatto rosee. La strategia dell’Amministrazione Bush e la politica tradizionalmente proposta dal candidato presidenziale democratico Kerry ( sostenuta da ben prima che questi assumesse questo ruolo) sono fra loro antitetiche, pur poggiandosi entrambe sulla comune percezione della correlazione fra questione dell’energia e sicurezza nazionale di quello che taluni definiscono “Impero Democratico”.
La cocciuta determinazione di Bush di non ricorrere alle “riserve strategiche” per dare ossigeno al sistema rischia, in ogni senso (reale e figurato) di togliere carburante alla ripresa economica americana in atto e di provocare, nei prossimi mesi, una crisi nel sistema di trasporti americano, con ricadute negative sull’apparato economico complessivo della superpotenza e …..sulle scelte degli elettori americani nelle elezioni presidenziali del prossimo novembre. A poco serve che l’amministrazione americana attuale abbia sostanzialmente cercato di aumentare il rifornimento petrolifero all’interno dell’area panamericana, attuando quella politica di differenziazione delle importazioni iniziata da tempo da parte degli Stati Uniti, per tentare di ridurre la potenziale fragilità del sistema consistente in primo luogo nella sua eccessiva dipendenza dai paesi arabi.
In questo contesto si situa il momento difficile per l’ala più “dura” del neoconservatorismo americano, quello più marcatamente “unilateralista” e “americanista”, che si trova innanzi ad una serie di dati di fatto che scompaginano gli scenari immaginati appena un anno fa dai più potenti ideologici della corrente. La distruzione del regime di Saddam in Iraq, se ha sicuramente eliminato un fattore di destabilizzazione dell’area di grande pericolo, non ha ancora e non si vede ancora quando potrà creare, un nodo di stabilità capace di costituire un modello per la regione. E riguardo alla bolletta energetica americana il contributo produttivo del nuovo Iraq, se potrà essere di un qualche sollievo, permettendo un ulteriore riduzione del peso dell’Arabia Saudita, è tutt’altro che decisivo (come invece immagina la solita propaganda “anti-imperialista” dei no-globalisti di tutto il mondo, e in primo luogo europei, assolutamente privi dei paradigmi interpretativi della realtà capaci di evitarne il corto circuito estremista).
Dure bordate alle “illusioni neoconservatrici” vengono soprattutto da intellettuali europei che non si sono affatto opposti alla necessità dell’intervento militare contro il regime arabo-nazistoide di Bagdad, ma che traggono un anno dopo le prime conclusioni da un’analisi della situazione irakena ed internazionale confrontata con le aspettative attribuite all’Amministrazione americana e, in parte, agli altri alleati della coalizione. Il britannico Inkeberry ha attaccato a fondo la strategia neoconservatrice invocando la sua rapida archiviazione, prima che essa “provochi danni peggiori”. D’altra parte nello stesso campo neo-conservatore non mancano dissidi e autocritiche, ne’ mancano richiami di taluni a valutazioni (tanto in positivo che in negativo) meno legate al contingente e di più ampio respiro. Spesso il punto di partenza delle analisi resta per molti l’undici settembre.
Resta difficilmente controvertibile però che le linee profonde della politica estera degli Stati Uniti d’America, pur condizionate in modo pesantissimo, dall’attacco terroristico dell’undici di settembre 2001 vengano da più lontano, e abbiano coinvolto, ad esempio nell’individuazione dell’Irak come “bersaglio di primo livello” della politica di stabilizzazione americana per la regione, tanto ideologi neoconservatori che di altre scuole, compresa parte consistente del partito democratico, tra cui taluni esponenti che fanno ora parte della cerchia del candidato alla presidenza Kerry.
Come ha acutamente notato Michal Clough “ per molti aspetti la posizione degli internazionalisti progressisti [ della cerchia di Kerry] appare ambigua. Vogliono criticare l’amministrazione [Bush] per aver dichiarato guerra all’Iraq, ma vogliono anche assumersi il merito di aver concesso al presidente l’autorizzazione a scendere in guerra. Vogliono criticare l’unilateralismo militante dell’amministrazione, ma vogliono anche che l’elettorato li consideri disposti ad agire in modo unilaterale, se sarà necessario. Vogliono criticare l’amministrazione perché ha rinunciato al multilateralismo, ma sono riluttanti a dare alle istituzioni multilaterali l’autorità e le risorse necessarie per risolvere i problemi internazionali ”.
E’ pero’ indubitabile il fatto di quanto i neoconservatori abbiano saputo mettere in evidenza alcuni aspetti innegabili della trasformazione geo-politica del mondo e delle sue conseguenze per la sicurezza globale dopo la fine della terza guerra mondiale (fredda e/o strisciante). I fattori di destabilizzazione internazionale costituiti da alcuni regimi, lo sapeva anche l’amministrazione Clinton riguardo ai balcani ( per quanto riluttante ad intervenire e trascinata nella prudente avventura militare dalla “pacifica” Europa), non possono più essere confinati nei paesi e nelle aree di origine, in quanto hanno un effetto globale. Inoltre, con il terrorismo islamista, i cui legami con determinati regimi sono certo tattici e a geometria variabile (e il fatto è reciproco!) dimostrano che le contraddizioni che si andranno sempre più a porre all’interno degli Stati e delle aree geo-politiche del mondo globalizzato saranno crescentemente più importanti delle contraddizioni fra gli stati stessi.
Negli Stati Uniti, paese che ha oggettivamente una responsabilità globale e un’egemonia globale, questi dati di fatto non possono non essere presi in considerazione anche degli “internazionalisti-progressisti” (ad esclusione dei radicali e dei liberal utopisti) e dai multilateralisti, mentre nel resto del mondo occidentale, la ciarlataneria intellettualoide che mobilita le opinioni pubbliche con soporiferi richiami alla tranquillità della vita quotidiana messa a rischio dall’attivismo “imperialista” statunitense, e dalla testardaggine israeliana a voler difendere le vite dei suoi cittadini e la propria esistenza, diminuiscono le “difese immunitarie” nei confronti di coloro che tendono a portare attacchi mortali al cuore del sistema. Attacchi che avvengono indipendentemente dalle politiche concrete attuate dalle potenze occidentali, ma per il solo fatto che gli occidentali esistono e vivono…. all’occidentale, con le loro demoniache istituzioni liberali intrise di sacrileghe laicità e di libertà (si pensi a quelle per la donna) ritenute inconcepibili. E’ difficile fare capire a certi “intellettuali” europei che nel mondo ci sono pericoli ben maggiori della politica di sicurezza di Israele e dell’egemonia di una grande potenza liberale e democratica, che pur commette errori, talvolta seri. E’ difficile far capire a taluni neoconservatori che senza una contaminazione liberale del MedioOriente la mera esportazione di procedure “democratiche” di legittimazione dei governi non farà che favorire l’ascesa di gruppi dirigenti estremisti e antioccidentali, nella misura in cui questi riflettono l’attuale cocente frustrazione del mondo arabo-islamico e di larghi suoi strati sociali (non esattamente i più miseri!). Il punto di equilibrio però non può prescindere dal realismo e dalla pragmatica constatazione che “l’otium” (con le illusioni di un mondo kantiano) e’ l’inizio della fine delle Civiltà degli Imperi, di cui è però figlio, e che la fine delle Civiltà e dell’Impero Democratico sarebbe anche la fine anche delle illusioni utopiche di “un mondo migliore”, e un raggelante risveglio in un mondo da incubo, persino largamente peggiore di comunismo e nazismo, che pur furono creature degeneri figlie dell’Occidente con aspetti aberranti indimenticabili.
Saluti liberali




Rispondi Citando
) per cui molti han gridato all'inversione di tendenza, ma con il 2004 il calo di produzione industriale è ricominiciato .... Nella esportazione di beni fisici, 80.000.000 di tedeschi esportano più di quasi 300.000.000 di americani, e ciascuno può capire che non può durare.
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