di Giulietto Chiesa
L’Irak non è il Vietnam. Le analogie, in guerra e in politica, sono sempre ingannevoli; in questo caso lo sono più che mai. Che George Bush sia nei guai, insieme al suo amico Tony Blair, è evidente, ma l’analisi di questi guai va fatta nel merito. Non è un ricorso storico.
Il disastro iracheno è, in termini di morti americane, decisamente molto più contenuto di quello vietnamita. Laggiù, nelle paludi del Mekong, gli americani persero quasi 60 mila uomini e 8000 tra aerei e elicotteri. A Baghdad e dintorni, per ora, il bilancio dei morti americani , durante e dopo la “vittoria”, si aggira sulle 700 unità. Stando alle cifre ufficiali, sicuramente bugiarde, e inclusi i civili occidentali uccisi, si rimane comunque attorno ai mille.

E’ prevedibile che la carneficina assuma proporzioni “vientamite” nel corso dei prossimi mesi? Non sembra probabile. C’è una cosa essenziale che fa la differenza ed è la superiorità tecnologica statunitense sui nemici iracheni, ora decine e decine di volte superiore a quella di quarant’anni orsono sui nemici vietcong.
I soldati a stelle e strisce non sono più di leva, ma sono dei professionisti altamente addestrati e dotati di apparecchiature di sorveglianza e preavviso, di puntamento automatico, di elaborazione dati, talmente sofisticate da rendere estremamente costoso in termini di vite umane ogni tentativo di minacciarli. Infatti i morti iracheni sono molti di più, diciamo cinquanta, cento volte di più. In realtà non lo sappiamo, come non sapevamo e non sapemmo quanti erano i morti tra la popolazione vietnamita, del sud e del nord. Tutto questo è vero, eppure anche i morti americani aumentano. Il che significa che la resistenza della popolazione irachena è straordinariamente più forte di quanto si fosse pensato. Tanto più che le condizioni del terreno (niente alberi, niente montagne o colline nei cui anfratti nascondersi) sono decisamente più sfavorevoli per la guerriglia.

Che, infatti, in Irak, è possibile solo nelle città. In campo aperto la guerriglia non è possibile se non in termini di trappole esplosive lungo le strade di collegamento. E di agguati in luoghi molto specificamente individuati, perché poi i guerriglieri devono nascondersi, prima di essere colpiti dagli elicotteri. In ogni caso è evidente che il controllo del territorio da parte delle truppe occupanti è oltremodo difficile, poiché nessuno può fidarsi di nessuno e le zone occupate sono piene di gente che magari sorride, ma che poi spara. Come in Cecenia per i soldati russi. L’ambiente è ostile, il dialogo è impossibile, l’attacco può arrivare ad ogni istante. E’ una situazione di terrore permanente, dal quale le truppe occupanti non possono sperare di liberarsi.

Una circostanza specifica deve essere messa nel conto. Ai tempi vietnamiti l’opinione pubblica americana e quella occidentale furono meglio e costantemente informate: milioni e milioni di telespettatori videro morti e combattimenti, per mesi, per anni, stando seduti nelle loro case, di fronte alla tv. Era la prima volta. La guerra precedente, quella di Corea, era stata vissuta in modo del tutto diverso, lontana, invisibile. La Tv stessa stava imparando, era alle sue prime armi. Fu una sorpresa per tutti. Il governo e il Pentagono impararono anch’essi molto velocemente che quel mezzo andava sottoposto a un controllo e ad una gestione molto sofisticata. Da allora la tv non è più stata “quella del Vietnam”. Non che la guerra non si veda. Le ultime guerre si sono “viste” più di tutte le altre, ma in forme molto più “accettabili”, depurate, virtuali. Anche per corrispondere a opinioni pubbliche al tempo stesso più sensibili e più smaliziate, o perfino più abituate. <

In queste condizioni opinioni pubbliche già molto terrorizzate (come lo è quella statunitense) possono accettare anche massacri di larghe proporzioni, purchè non siano troppo “visibili”. Si può schiacciare la resistenza irachena, per esempio, purchè i quasi mille morti di Falluja non siano “visti”. Non si può radere al suolo un’intera città, perché resterebbe la testimonianza visiva di un evento inaccettabile per l’opinione pubblica. Bisogna che passi prima l’idea dei bombardamenti selettivi, delle bombe intellligenti. I russi l’hanno fatto a Groznij, ma le tv non sono state ammesse a riprendere le conseguenze. Per la verità anche ai tempi del Vietnam si videro i bombardamenti al napaln sulle foreste, ma nessuno vide quanti ne morirono sotto quegli alberi. Fu un orrore per ciò che s’immaginava, non per ciò che accadeva.

E poi ai tempi del Vietnam non c’era Al Jazeera, o le altre televisioni arabe che, per la prima volta nella storia, raccontano la guerra, mentre è in corso, dalla parte di coloro che la perdono. E, com’è evidente, è un’altra storia. E poiché, spesso, sono le loro telecamere a riprendere più immagini di tutte le altre (anche perché i corrispondenti occidentali vengono ormai colpiti e rapiti e uccisi dalla gente del luogo, per la quale perfino la parola “occidentale” equivale a una bestemmia), ecco che il pubblico dell’Occidente può vedere (non tutte) le immagini della tragedia che si dipana, delle guerre dei ricchi contro i poveri. Ecco perché non è escluso che gli Stati Uniti possano ri-vincere un’altra volta la guerra contro gli iracheni. Quella guerra che credevano di avere già vinto un anno fa. Possono anche calcolare che costerà loro una quantità di morti “sopportabile” politicamente. Ma devono preventivare, in ogni caso, un disastro d’immagine perfino più grande di quello che toccò loro quando dovettero ritirarsi dal Vietnam.

L’Irak non è un Vietnam. Forse il senatore Edward Kennedy ha torto quando paragona Baghdad a Saigon. Da Saigon gli americani furono costretti a fuggire, in rotta, sconfitti dai vietnamiti. Da Baghdad non fuggiranno. Forse anche riusciranno a rimanere. Ma asserragliati nei loro bunker, odiati. E sarà una vittoria peggiore di quella sconfitta di quarant’anni orsono.

Giulietto Chiesa
Fonte:La Stampa
29.04.04