Un prigioniero, con indosso solo una specie di poncho, costretto a stare in equilibrio su una cassetta di legno con le braccia collegate a fili elettrici, a cui viene intimato di non cadere, pena una scarica che lo può uccidere. Un altro, nudo e in piedi, ha accanto una ragazza che veste abiti militari e che, davanti all'obiettivo di una macchina fotografica, alza sorridente il pollice, nel gesto universale di chi vuole affermare che tutto va bene.
L'America ieri ha visto le immagini di un Iraq che non conosceva, quello dei suoi «ragazzi» che, andati in Medio Oriente per portare pace e democrazia, si sono accaniti contro prigionieri, maltrattandoli, deridendoli, umiliandoli. Le fotografie sono state trasmesse da '60 minuti II', una trasmissione di approfondimento giornalistico tra i più seguiti, nonostante l'informazione un pò paludata.
'60 minuti II' non ha mandato le fotografie in onda così come le sono arrivate. Ha infatti coperto i genitali dei prigionieri, bene in mostra nelle immagini originali, con i «retini», un accorgimento tecnico che viene usato per censurare, ma che ha non evitato l'orrore. Le immagini restano, infatti, violente, più che per le sofferenze inferte ai prigionieri (alcuni addirittura nudi e «accatastati» l'uno sull'altro), per i sorrisi che mostrano i soldati, sullo sfondo di una cella spoglia del carcere di Abu Ghraib. È il reclusorio alla periferia di Baghdad che incuteva terrore ai prigionieri di Saddam Hussein e che anche oggi fa paura a chi vi entra, anche perchè, appena qualche giorno fa, è stato cannoneggiato dai ribelli che hanno così fatto strage di detenuti.
Le fotografie trasmesse da '60 minuti II' hanno già fatto cadere le prime teste. La più importante è quella di un generale, Janis Karpinski, una donna, responsabile dei centri di detenzione in Iraq, che era già stata sospesa dalle sue funzioni in gennaio, dopo che sei soldati americani erano stati formalmente accusati di maltrattare prigionieri.
Con il generale Karpinski altri sei ufficiali statunitensi, impiegati nel settore della gestione delle carceri in Iraq, sono sotto inchiesta amministrativa.
Intervistato via satellite da Dan Rather (uno dei più famosi ed autorevoli giornalisti televisivi americani), il generale Mark Kimmit, portavoce della coalizione militare in Iraq, non s'è nascosto dietro scuse o tentativi di minimizzare l' accaduto. L'alto ufficiale ha detto di essere rimasto atterrito dalla vicenda, aggiungendo: «Questi sono i nostri compagni d'armi, sono persone con cui lavoriamo ogni giorno, che ci rappresentano, che portano la stessa divisa....».
Stretto nella sua uniforme da campo, il generale ha mostrato amarezza per quanto è accaduto e forse anche il timore per ciò che potrà accadere: «Noi ci aspettiamo che i nostri soldati vengano trattati bene dall'avversario, dal nemico. Se non siamo in grado di dare un esempio di come utilizzare dignità e rispetto con i prigionieri - ha proseguito il generale - non possiamo pretendere che altri Paesi lo facciano».
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