Risultati da 1 a 9 di 9
  1. #1
    Dalla parte del torto!
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    Predefinito GENTILE non é il nostro filosofo

    Non occorre essere anti-idealisti per essere antigentiliani (e anticrociani). Si può dire che è soltanto per ignoranza o per un provincialismo intellettuale che, da noi, cotesti «filosofi» hanno potuto esser presi sul serio e possono essere stati ammirati. Bisogna non aver studiato direttamente (come noi l'abbiamo fatto) i grandi sistemi dell'idealismo trascendentale tedesco, bisogna non averne conosciuto i problemi immanenti che condussero, ad esempio, di là da Hegel, al "secondo" Fichte e al "secondo" Schelling, a Schopenhauer e allo stesso von Hartmann, per non rendersi conto che Croce e Gentile non sono che due sparuti epigoni, il cui unico merito è di aver condotto all'assurdo le posizioni dell'idealismo assoluto, fino ad un vero e proprio collasso speculativo.
    In altra sede, di ciò abbiamo data una esauriente dimostrazione. Qui basterà indicare sommariamente il punto centrale, dal quale si può vedere come un gentilianesimo coerente sbocca in una filosofia ignava della rinuncia interiore o del fatto compiuto.
    Il punto di partenza dell'idealismo lo ha costituito la cosiddetta "teoria criticistica della conoscenza", riassumibile nell'abbastanza lapalissiano "esse est percipi" del Berkeley, cioè: concretamente, possiamo parlare solo della realtà di quel che percepisco, o penso, o imagino o, comunque, mi rappresento. Così come punto centrale di riferimento per ogni certezza viene posto il soggetto conoscente o pensante. Quesro soggetto in Kant diviene l'"io penso" in universale, in Fichte diviene l'Io trascendentale e, infine, nel Gentile diviene il "Logo" o "autoconcetto" o "atto puro".
    Ma qui interviene una vera mistificazione: dall'idea abbastanza banale, che ci si trova chiusi nel cerchio di ciò che, in un modo o nell'altro, io penso, sperimento o suppongo, ecco che si passa all'idea che l'Io, quasi come un Dio, è il libero, volontario creatore di ogni contenuto di una tale esperienza.
    È evidente, e stupefacente, qui, la confusione fra l'Io come semplice soggetto conoscente, e l'Io come libertà e volontà.
    Io posso anche dire che il percepito o il rappresentato non esiste fuori dall'atto del mio percepirlo o rappresentarmelo ("il mondo è la mia rappresentazione"), ma quanto a dire (fuor che nei ristrettissimi limiti di certi domini mentali e culturali, e solo in parte sociali e storici) che quel che percepisco l'ho anche "posto", liberamente e volontariamente - ciò è evidentemente tutta un'altra cosa. Il gentilianesimo qui se la cava con la teoria della "volontà concreta" o della "storicità dello spirito", la quale è una autentica mistificazione. Vi è una infinità di cose che accadono, ma che io non voglio né desidero per nulla. E allora? Allora il Gentile vi viene a dire che voi non le volete che in quanto "soggetto empirico" e "volontà astratta" invece le volete perfettamente in quanto Io-atto-puro, nella cui "volontà concreta" e nella cui "storicità" il reale e il voluto, l'atto e il fatto fanno tutt'uno. Ad un tale Io fantasticato, io quale soggetto empirico (ossia quello che veramente sono) dovrei adeguarmi.
    Il risultato è questo: che per poter "immanentizzare" e riportare ad un ipotetico Io trascendentale tutto ciò che esiste, sono condannato a riconoscere come "mio" e come "voluto da me" anche ciò che meno voglio e che semplicemente subisco.
    L'unica etica deducibile logicamente da tale filosofia, è dunque quella pronta a sanzionare ogni capitolazione interiore, ogni conformismo, ogni imbelle accettazione del fatto compiuto - con ugual prontezza, però, ad accordare lo stesso riconoscimento al fatto compiuto opposto di domani, quando esso riuscisse a scavalcare quello di oggi.
    Prendiamo un esempio drastico dal dominio più banale: il gentiliano messo alla tortura dovrebbe riconoscere che la sua "volontà concreta" è quella di chi lo tormenta, mentre la sua volontà che si ribella e patisce sarebbe solo del suo io empirico e "astratto", solo per il quale la realtà può esser diversa dalla volontà. Al più, quel gentiliano potrebbe consolarsi pensando che si tratta di un "momento negativo" posto dallo stesso spirito (senza consultare menomamente l'interessato) per un "superamento dialettico".
    E se il "soggetto empirico" in tale circostanza dovesse lasciarci la sua vita, parimenti "empirica", l'ultima sua consolazione sarebbe quella immortalità che, per il Gentile, si riduce al sussistere nel pensiero di altri, in una "società trascendentale" che è semplicemente quella terrena degli uomini mortali.
    Inutile, poi, dire, che conseguenze deleterie possono derivare da questa dilettantesca filosofia da prestidigitatori quando si passa nel dominio sociale e politico...
    Sinistra Nazionale!

  2. #2
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    Francamente trovo che non ci sia vezzo più provinciale e deteriore del disprezzo del proprio da parte degli italiani. Ma, si badi, di un'Italia decaduta e degenerata, perché i Romani non disprezzavano sé stessi, se non nei periodi di piena decadenza.
    Su Gentile ci sarebbe molto da dire, in filosofia ognuno fa le sue scelte, per carità. Dire che sarebbe una versione provinciale e banalizzata di Fichte e di Hegel però, consentimelo, è una sciocchezza.
    Ad ogni modo se come fascisti non ci richiamiamo all'idealismo, tu in alternativa che proponi? Le fumosità para-mitologiche e spesso deliranti di Evola?

  3. #3
    Paul Atreides
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    Resta il fatto che quel brano è ripreso proprio da un articolo di Evola uscito su ''Ordine Nuovo''

  4. #4
    suum cuique
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    Non lo avevo mai letto ma ho riconosciuto subito lo stile

    mi pare ci siano considerazioni simili ne "Il Cammino del Cinabro"

    ciao ciao

  5. #5
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    In origine postato da Paul Atreides
    Resta il fatto che quel brano è ripreso proprio da un articolo di Evola uscito su ''Ordine Nuovo''
    Aaaaaaaaah, adesso si spiega tutto! Io pensavo fosse farina del sacco di Rodolfo.

  6. #6
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    Aggiungo che l'idealismo gnoseologico di Kant è ben altro dall'idealismo hegeliano.

    Basti pensare alla "Sittlichkeit" in kant sinonimo di "Moralitat", che Hegel stroncò nella sua nota differenziazione.
    Ad ogni modo l'"osservazioi sul sentimento del bello e del sublime" di Kant è opra che mi ha affascinato, sebbene, minimamente paragonabile all'Estetica di Croce e Schelling.

  7. #7
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    In origine postato da Drieu
    Aggiungo che l'idealismo gnoseologico di Kant è ben altro dall'idealismo hegeliano.

    Basti pensare alla "Sittlichkeit" in kant sinonimo di "Moralitat", che Hegel stroncò nella sua nota differenziazione.
    Ad ogni modo l'"osservazioi sul sentimento del bello e del sublime" di Kant è opra che mi ha affascinato, sebbene, minimamente paragonabile all'Estetica di Croce e Schelling.

    L'idealismo si potrebbe addirittura dire che capovolge Kant e l'impostazione illuministica e razionalista della filosofia moderna. Tutta la filosofia di Kant si basa di fatto su distinzioni non componibili, mentre l'hegelismo è, quasi per definizione, la composizione di ogni opposizione e distinzione in una sintesi superiore. Composizione che però vive e affronta la distinzione e l'opposizione come un momento ineludibile e, direi, traumatico.

  8. #8
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    In origine postato da Peucezio
    Aaaaaaaaah, adesso si spiega tutto! Io pensavo fosse farina del sacco di Rodolfo.
    Beh mi pareva che lo stile evoliano fosse riconoscibile

    E comunque continuo a preferire le "fumosità" evoliane pur non mitizzandole ed idealizzandole.
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  9. #9
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    rudy ho aperto #patria

 

 

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