di Marco Hamam (da aljazira.it)
«La rivalità tra sciiti e sunniti iracheni è un’invenzione». Ad affermarlo, senza mezzi termini, è l’esimio Prof. Bashshir Musa Nafi’, iracheno, docente di storia contemporanea, intervistato da noi a proposito delle ultime manifestazioni che hanno unito sciiti e sunniti contro l’occupazione. Ciò che appariva chiaro era, sicuramente, il sostegno sunnita alla causa di Sadr. Ma perché proprio ora insieme sunniti e sciiti? Al Prof. Nafi’ abbiamo chiesto come spiega questa alleanza storica.

D: Prof Nafi’ come spiega questa alleanza tra sunniti e sciiti? Secondo lei è una svolta strategica o è qualcosa d'altro?
R: La questione deve essere prima inquadrata nei suoi termini reali. La rivalità tra sunniti e sciiti è, come viene proposta ora dalla stampa, in particolare da quella occidentale, del tutto inventata. I responsabili di questa falsificazione sono storici, giornalisti e commentatori, soprattutto americani, allo scopo di giustificare l’ideologia che sottende all’occupazione angloamericani dell’Iraq. E’ un modo per trovare sostegno al proprio progetto. Come dire, ancora una ragione in più per intervenire perché c’è una parte lesa, che nella loro visione è rappresentata dagli sciiti che, dicono, sono stati maltrattati dall’ex raìs iracheno. Ma questa è una motivazione, se possibile, ancora più menzognera di quella delle armi di distruzione di massa.

D: Come dobbiamo allora interpretare la sollevazione sciita del ’91 che, in qualche modo, approfittava del regime barcollante per far sentire la propria voce? Non è stata forse repressa nel sangue da Saddam? E, per considerare un evento recente, come bisogna leggere gli attentati di al-Kadhemiyye e di Kerbela’ durante la 'Ashura' che hanno preso di mira gli sciiti? Non è l’indice di un odio poco celato che divide sunniti e sciiti? D’altronde ad aver rivendicato quest’ultimo attentato è stato un gruppo che si fa chiamare “Ansar as-Sunna”, cioè “I difensore del Sunnismo”.
R: Forse non tutti sanno che all’epoca della sollevazione delle regioni meridionali del ‘91 il primo ministro in carica, Muhammad Hamza al-Zubaydi, che mise in atto l’ordine di Saddam, era uno sciita. Questo è un elemento molto interessante che dà l’idea del fatto che a Saddam, come alla sua stretta cerchia di collaboratori, nulla importasse delle appartenenze religiose: a contare era la differenza tra chi appoggiava il regime e chi lo osteggiava o mirava ad abbatterlo. Se di regime laico si trattava, infatti, perché considerare le appartenenze religiose? Semmai ad importare, in una qualche misura, a Saddam Hussein erano le connessioni tribali.

D: Dunque perché Saddam era particolarmente avverso agli sciiti? E’ innegabile che questi ultimi non vivessero particolarmente bene.
R: Gli sciiti sono stati bersaglio di Saddam perché rappresentavano la minaccia più diretta alla sopravvivenza del regime. Ciò è dimostrato dal fatto che l’ex raìs di Baghdad, quando ha sentito minacciata la propria permanenza, non le ha risparmiate a nessuno: né ai curdi, né agli arabi, sunniti e sciiti che essi fossero. Per la stampa i martoriati sono solo curdi e sciiti tralasciando il fatto che in realtà, chiunque minacciasse l’ordine vigente, era preso di mira. Falluja, notoriamente nel triangolo sunnita, ad esempio ne fu vittima nel tentativo di reprimere un complotto organizzato di arabi sunniti. D’altronde ciò è del tutto comprensibile. Non è forse vero che anche Bremer, ora, si oppone all’ayatollah al-Sadr, descrivendolo come la “minaccia all’ordine in Iraq”, dopo aver sperato in un forte sostegno sciita che non è mai arrivato? Dunque, durante i trent’anni di potere, Saddam distinse solo tra fedeli e ribelli e per questo motivo puramente politico punì gli sciiti.
Per quanto riguarda gli attentati spettacolari e tremendi dell’ 'Ashura', noi basiamo le nostre affermazioni su pure congetture. E’ una pura congettura dire che i responsabili siano stati gli “Ansar as-Sunna”. Si fanno castelli senza uno straccio di prove. Gli americani non danno le prove a nessuno. Qualcuno sa a cosa stiano portando le indagini sull’assassinio di al-Hakim? Perché gli angloamericani non presentano le prove e ci mettono al corrente delle indagini? La vera divisione, ora, ad un anno dall’occupazione dell’Iraq è tra sunniti e sciiti pro-Usa e sunniti e sciiti anti-Usa. Da questo punto bisogna partire.

D: Quali sono le prospettive di questo paese? Se dovesse fare una premonizione, cosa si sentirebbe di dire in questo delicato momento storico?
R: Nessuno lo sa come va a finire, nemmeno loro [loro, sono gli americani, n.d.t.].

D: Intende dire che gli angloamericani sono andati in Iraq senza un progetto?
R: Sì, sono andati alla ventura. Hanno basato la loro strategia sulle affermazioni di un’opposizione che viveva beata in Europa e in America e che aveva perso i contatti con l’Iraq. E poi non è un segreto che gli americani non ne hanno mai capito nulla dell’Iraq, così come del Medioriente. A loro importano i loro interessi diretti poi il resto, democrazia, diritti umani e libertà, sono solo dei contorni di un bel piatto succulento che mangiano solo loro.

D: Dunque lei cosa prevede per il “dopo il 30 giugno”?
R: Prima di tutto bisogna capire se non posteciperanno all’infinito la consegna dei poteri. Poi, a chi consegneranno il potere? Mica a quel comico Consiglio di Governo? E poi di che finto potere si tratterà? Nessuno sa cosa succederà dopo questa data. Neanche Bremer stesso lo sa. Il vero problema è un altro. Gli americani non ce la fanno a restare. Finirà che o se ne andranno loro o li cacceranno. A quel punto, con un Iraq di nuovo in mano degli iracheni ci saranno due possibilità, a mio avviso: o gli iracheni si accorderanno su come rimettere in piedi il paese economicamente, politicamente, socialmente e culturalmente o, se dimostreranno di non essere un popolo maturo, è probabile che si dia al via alla guerra civile. E sarà come in Libano.

domenica, 02 maggio 2004

Fonte: www.aljazira.it