mitico
con lui ho preso uno dei mie due 30
dal Sole24ore
Ripartire dal mercato
di Marco Ponti
In questa "cronaca di una morte annunciata", come si configura la vicenda Alitalia, si contrappongono posizioni di salvataggio a ogni costo a più realistiche prospettive di liquidare la compagnia. I possibili interventi di salvataggio rischiano di essere molto simili a pannicelli caldi di tipo politico, capaci di prolungare artificialmente la vita della compagnia per un po' di tempo, ma facendo perdere un importante occasione di ristrutturazione reale del settore. Questi interventi avrebbero sicuramente una forte connotazione protezionistica, quando invece il processo di liberalizzazione è appena iniziato.
Non sono liberalizzati né i voli intercontinentali, né il controllo degli slot, cioè delle rotte più redditizie. Che in questo contesto la compagnia di bandiera riesca ancora a perdere soldi la dice lunga sui suoi livelli di efficienza. Quindi, da interventi deboli non c'è da attendersi che pesanti danni all'utenza e soluzioni probabilmente illusorie. Tipica è la proposta di spostamenti forzosi, cioè contro il mercato, dei voli tra Linate e Malpensa. Ma vediamo un po' più da vicino il paventato scenario del fallimento, già sperimentato dalla Svizzera e dal Belgio con le rispettive, decotte, compagnie di bandiera. Se l'Alitalia producesse gli aerei, vi sarebbe certo una perdita secca di know-how industriale. Produce invece servizi di trasporto: il know-how relativo, semplificando, si può ridurre a efficienza e qualità dei servizi (da cui i valori di immagine).
Sull'efficienza non sembra ci sia proprio nulla da perdere, come dimostrano i numeri. Alitalia non è Ryanair... Sulla qualità dei servizi, Alitalia è celebre per ritardi, aerei vecchi e alte tariffe. Un immagine nazionale sicuramente molto logorata. Anche qui poco da perdere. Vediamo per una volta anche il punto di vista degli utenti sempre ignorati nel dibattito attuale. L'estensione dei servizi low cost, che sarebbe certamente una conseguenza della scomparsa delle protezioni della compagnia di bandiera, li rallegrerebbe molto: non sono particolarmente interessati ai colori sulla coda dell'aereo. Rimane il problema della tutela degli addetti: sacrosanta l'estensione della cassa integrazione e anche, se è il caso, la costituzione di un "volano sociale" sotto forma di bad company. Destano però qualche perplessità la drammatizzazione della difesa di una categoria che è sempre stata politicamente iperprotetta, come serbatoio di voti: perché altre categorie esposte alla concorrenza meritano meno attenzione?
Il fallimento può ancora essere l'avvio di una traiettoria virtuosa, sviluppata a partire da una nuova collocazione di una best company che parta con standard competitivi: innanzitutto, una nuova struttura low cost farà crescere rapidamente la domanda, risolvendo in parte i problemi di occupazione; in secondo luogo, si potrà accelerare il processo di privatizzazione, altrimenti poco verosimile; si potrà infine determinare una politica aeroportuale innovativa e orientata all'efficienza complessiva del sistema, e non legata alla difesa a oltranza di un vettore inefficiente. Il mercato sta evolvendo rapidamente e si è ancora in tempo per partire con il piede giusto. Ma potrebbe essere davvero l'ultima volta: le protezioni non insegnano a competere, e alla fine risultano un "bacio della morte".
6 maggio 2004






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