Un'anticiapazione dal volume «Guerra» di Alberto Burgio pubblicato da DeriveApprodi. Appunti sulla «nuova grande trasformazione», dalla crisi della democrazia all'ideologia neoconservatrice della guerra preventiva, dalla costituzione europea alla cosiddetta «anomalia Berlusconi».
L'ipotesi della «balcanizzazione» dell'Europa descrive uno scenario inverosimile? Certo, si tratta di una eventualità remota, che va tenuta presente solo in quanto vagheggiata dalla fazione più radicale della destra americana. Sarebbe tuttavia sconsigliabile sbarazzarsene come di una semplice fantasia. Così come occorrerebbe essere più cauti nell'affidare soverchie speranze a un prossimo cambio della guardia alla Casa Bianca. La prospettiva della mancata rielezione di Bush, che i recenti sondaggi sembrano accreditare, appare a molti determinante, quasi fosse la garanzia di un radicale ripensamento strategico della superpotenza. Non è detto che sia così.

Indubbiamente ci sarebbe da tirare un grosso sospiro di sollievo se Bush fosse rispedito a casa dopo il suo primo, devastante mandato. I primi a potersene compiacere sarebbero proprio gli americani, i cui diritti civili e sociali sono stati sistematicamente falcidiati dall'attuale governo. Anche sul piano internazionale vi sarebbero motivi di ottimismo, legati alla prospettiva di un più o meno rapido abbandono dell'approccio unilateralista. Ma multilateralismo non significa pacifismo e il fatto di essere critici nei confronti della brutalità della politica estera dell'attuale amministrazione non significa automaticamente ripudiare l'uso della forza militare a scopi egemonici.

Vi sono diversi indizi del contrario. Lo sfidante democratico di Bush, il senatore John Kerry, non si è mai pronunciato contro l'attacco all'Iraq (peraltro deciso a larghissima maggioranza da un voto bipartisan del Congresso americano), ha mosso solo vaghe critiche ex post (diffondendo per di più l'incredibile versione secondo cui avrebbe sostenuto la guerra perché persuaso che Bush «avrebbe dato vita a una vera coalizione» anti-Saddam), e si è subito associato al coro dei critici della nuova dirigenza spagnola quando questa ha reso nota la decisione di lasciare l'Iraq nel caso in cui gli americani non dovessero cedere entro il 30 giugno il controllo del paese all'Onu. Questo per quanto riguarda il Medio Oriente. Segnali non migliori concernono l'America Latina. Kerry ha pensato bene di incalzare Bush «da destra», invocando una più forte «pressione internazionale» affinché il presidente venezuelano Hugo Chavez (che, a suo giudizio, avrebbe minato le istituzioni democratiche» del Venezuela e fatto del paese «un paradiso per i narco-terroristi», seminando «instabilità» in tutta la regione) sia costretto a convocare un referendum revocatorio del mandato presidenziale.Non va poi trascurato il fatto che in questi anni le tesi «neo-conservatrici» hanno fatto proseliti anche nelle file del partito democratico. L'idea che gli Stati Uniti debbano sempre tenere in pugno le armi se vogliono conservare la leadership mondiale non è appannaggio della destra repubblicana e i suoi numerosi sostenitori non sembrano inclini a rapide conversioni.(...)

C'è da sperare che l'eventuale presidenza Kerry promuova un diverso atteggiamento degli Stati Uniti rispetto alla questione israeliana, e li conduca rapidamente a revocare il pactum sceleris che, con Bush, li ha associati alla politica di un criminale di guerra del calibro di Ariel Sharon. Ma sulla faccenda del petrolio, del controllo del Golfo Persico e dei rapporti con l'insieme dei paesi della regione non si intravedono nuovi orientamenti. (....)

Ma al di là di queste considerazioni, è soprattutto il contesto strutturale in cui si sviluppa la politica internazionale statunitense degli ultimi tre decenni a fornire i più seri motivi di preoccupazione. Come si è cercato di mostrare, la guerra è ormai da tempo un architrave indispensabile della pericolante economia americana, minata alle fondamenta da una crisi dell'apparato produttivo che non mette a repentaglio aspetti marginali del sistema, ma la sua stessa tenuta complessiva. Ad essere messe in discussione da un'eventuale inversione di tendenza nella politica estera degli Stati Uniti sarebbero né più né meno che le basi materiali dell'american way of life, saldamente collocate in un sistema internazionale di scambi che permette a una popolazione di 280 milioni di persone (a cominciare ovviamente dalle classi più ricche, nelle quali si concentra la quasi totalità della tribù mondiale dei plurimiliardari) di mantenere un tenore di vita elevatissimo, sostenuto dal consumo di poco meno di un quarto della ricchezza mondiale.

Se questo è vero, c'è da domandarsi quanto sia probabile che un presidente assuma decisioni che, al punto in cui siamo, non minaccerebbero solo il sistema di poteri e interessi che - chiunque egli sia - l'avrà portato alla Casa Bianca, ma l'intero edificio della «prosperità americana». Porsi questa domanda equivale a chiedersi quanto ampi siano oggi i margini di manovra entro i quali la leadership della superpotenza mondiale matura le proprie scelte strategiche. Il problema coinvolge un nodo cruciale della teoria democratica e non è dunque in alcun modo banalizzabile nei termini del presunto primato dell'economico sul politico. In questione è quanto sia probabile che regimi democratici (paesi, cioè, nei quali un corpo elettorale rappresentativo della totalità della popolazione disponga della facoltà di scegliere periodicamente chi lo governa) prendano decisioni indiscutibilmente impopolari. All'indomani delle ultime elezioni politiche spagnole si è detto e scritto con soddisfazione che la cacciata di Aznar - puntualmente bollata dai neo-cons e dai loro emuli italiani come una «vittoria del terrorismo» - è stata la punizione inflitta alla destra per le bugie diffuse dal governo a proposito degli attentati di Madrid. Considerati i sondaggi della vigilia, favorevoli al Partito popolare (che pure aveva deciso, contro la stragrande maggioranza della popolazione, di partecipare all'avventura irachena), è plausibile che le cose siano andate così.

L'indignazione suscitata dal tentativo, compiuto dal governo, di «gestire» la strage in modo da ridurne al minimo i probabili contraccolpi elettorali ha spinto milioni di spagnoli ad andare a votare (la vittoria di Zapatero è stata in primo luogo il risultato di un forte calo dell'astensionismo) e a far pagare ad Aznar la decisione di appoggiare la guerra americana contro il volere della stragrande maggioranza della popolazione e senza nemmeno consultare il parlamento. Ciò fa sperare che la stessa sorte tocchi agli altri grandi bugiardi della politica europea, a cominciare da Tony Blair e Berlusconi. Ma la questione della «menzogna» e della «verità» è diversa da quella - ben più corposa - del rapporto tra la politica e gli interessi materiali della popolazione (tanto più che la difesa di questi ultimi è di norma efficacemente nobilitata dal riferimento ad elevati valori morali come - nel caso della guerra contro l'Iraq - l'esigenza di liberare il mondo da un feroce tiranno e dalle sue presunte armi di sterminio).

Giudicare severamente chi mente, provare sdegno e riprovazione nei suoi confronti soprattutto quando ci sono di mezzo la vita e la morte di centinaia o migliaia di persone, è facile. Lo è altrettanto optare per politiche che minacciano di incidere pesantemente sui propri livelli di vita e che, per sovrappiù, smaschererebbero tutta la costruzione ideologica con la quale ci si è raccontata, sino a poco prima, la favola dell'Occidente civilizzatore e alfiere di democrazia? Quando a mentire sono gli altri, è dolce combattere la menzogna: lo è anche quando «dire la verità» significherebbe sbugiardare se stessi e rassegnarsi a un più modesto tenore di vita (se non anche dover restituire il maltolto)?

È vero, John Kerry sembra in vantaggio su Bush e di ciò non si può non compiacersi. Ma è bene anche rammentare che lo scorso gennaio, quando già la popolarità del presidente manifestava segni di crisi, ben il 68% degli americani ne approvava la conduzione della «guerra al terrorismo» (contro il 28% dei contrari). Un mese prima, l'esibizione del volto di Saddam Hussein appena catturato aveva determinato un aumento di tre punti nella percentuale degli americani favorevoli alla guerra in Iraq.

Alberto Burgio
Fonte:Il Manifesto 4.05.04