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    Predefinito Torture, «Dovevamo fargli vedere l'inferno»

    Sabrina Harman, incriminata, racconta al Washington Post
    La polizia penitenziaria prendeva ordini dalla Cia e dai civili, e doveva fiaccare la resistenza dei prigionieri iracheni
    WASHINGTON - «Far vedere ai detenuti l'inferno»: era questo il compito che era stato impartito a Sabrina D. Harman, una delle soldatesse statunitensi incriminate per le torture nel carcere di Abu Ghraib. La soldatessa lo ha dichiarato in un'intervista via e-mail al «Washington Post». Regole zero, preparazione ridotta, ma una missione chiara: fiaccare i detenuti per l’interrogatorio. «Ci portavano da uno a diversi prigionieri a volta già incappucciati e ammanettati», ha scritto al Washington Post. «Il lavoro della polizia militare era di tenerli svegli, rendergli la detenzione un inferno in modo così da farli parlare».



    La soldatessa Sabrina Harman sorride dietro ai prigionieri iracheni nudi (New Yorker)
    PRIVATI DI TUTTO - Sabrina Harman, riservista di 26 anni di Alexandria (Virginia), ha precisato che i membri della sua unità di polizia militare prendevano ordini dagli ufficiali dell’intelligence militare, dagli uomini della Cia e dai contractors civili che conducevano gli interrogatori. «La persona che ce li consegnava fissava gli standard, se essere o meno ’gentili’ - scrive Harman - Se il prigioniero cooperava, allora poteva tenere la sua tuta, il materasso, le sigarette o persino del cibo caldo. Ma se il prigioniero non forniva quello che volevano, venivano privati di tutto fino a quando lo decideva (l’intelligence militare).Sonno, cibo, vestiti, materassi, sigarette erano tutti privilegi e venivano dati in cambio di informazioni».
    Prigionieri torturati clicca su una foto

    NIENTE CORSI - «Nessuno di noi ricorda di aver mai partecipato a corsi sulla Convenzione di Ginevra - ha aggiunto l’agente - La prima volta che l’ho letta è stato due mesi dopo aver ricevuto l’incarico. L’ho letta tutta, sottolineando tutto quello che veniva violato in prigione. Un mucchio di cose». I prigionieri era denudati, perquisiti e «fatti stare in piedi o in ginocchio per ore», ha raccontato. «Qualche volta erano forzati a stare su scatole o a tenere con le braccia alzate scatole fino allo stremo». Il volto della giovane è diventato tristemente noto per le foto che la ritraggono dietro a un mucchio di prigionieri nudi.

    TESTIMONE IN GRAN BRETAGNA - Intanto, in Gran Bretagna, un altro soldato ha contattato il «Daily Mirror» per denunciare gli abusi fatti regolarmente subire ai detenuti iracheni e le fotografie dei pestaggi, considerate da chi le scattava veri e propri trofei. Il «soldato D.», così lo ha identificato il quotidiano che pubblica oggi la nuova testimonianza sulle torture, ha ammesso - dicendo ai suoi interlocutori di «non essere un angelo» - di aver preso parte ai maltrattamenti per paura di opporsi ai suoi commilitoni e sempre per paura non ha raccontato quanto accadeva alla polizia militare. Nel riferirne, il giornale pubblica una foto a piena pagina che sostiene di aver ricevuto dal 'soldato D' e che ritrae un commilitone che fotografa un prigioniero legato e sanguinante all'interno di un veicolo militare.
    8 maggio 2004 -
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Der Wehrwolf

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    Parla Sabrina Harman, in servizio nel carcere di Abu Ghraib
    "Ce li portavano già incappucciati, dovevamo farli parlare"
    Torture in Iraq, soldatessa rivela
    "L'ordine era tenerli all'inferno"



    ROMA - Un altro membro dell'esercito statunitense accusato di torture ai prigionieri iracheni parla di ordini arrivati dall'alto. Sabrina Harman, una delle soldatesse in servizio nel carcere iracheno di Abu Ghraib, ha dichiarato al quotidiano statunitense "Washington Post" che non agiva personalmente, ma che le era stato affidato il compito di "far vedere ai detenuti l'inferno" e di fiaccare la loro volontà di resistenza.

    Harman, attraverso un'intervista via email pubblicata sul sito Internet del giornale, ha spiegato che i detenuti venivano passati alla sua unità di polizia militare da agenti dell'Intelligence dell'esercito, da funzionari della Cia e da personale civile, che aveva avuto in appalto il compito di condurre gli interrogatori. "Li portavano a gruppi, già incappucciati e ammanettati - ha spiegato la giovane - e il compito della polizia militare era di tenerli svegli e di far loro vedere l'inferno in modo che parlassero".

    I prigionieri era denudati, perquisiti e "fatti stare in piedi o in ginocchio per ore", ha raccontato la donna. "Qualche volta erano forzati a stare su scatole o a tenere con le braccia alzate dei pesi, fino allo stremo", ha riferito ancora. Il volto della giovane, 26 anni, è diventato tristemente noto per le foto che la ritraggono dietro a cataste di prigionieri nudi.

    "Le persone che ce li portavano - ha raccontato inoltre la soldatessa - stabilivano il modo in cui trattarli. Se un prigioniero cooperava, allora poteva tenere i vestiti, il suo materasso, e gli era consentito avere sigarette e persino cibo caldo. Ma se non collaborava come Loro volevano, gli veniva tolto tutto. Sonno, cibo, vestiti, materasso, sigarette erano tutti privilegi ed erano concessi solo in base alle informazioni ricevute".
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    Harman ha anche detto che non c'erano degli standard nelle operazioni da seguire verso i ribelli detenuti, ma che l'esercito o gli uomini dei servizi "stabilivano di volta in volta le regole". Nessuno ha mai parlato a lei o ai suoi compagni della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.


    (8 maggio 2004)
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    Predefinito Il dossier sugli abusi accusa il Pentagono

    Intervista a una soldatessa incriminata sul Washington Post

    Il rapporto di Taguba svelerebbe il ruolo dei servizi segreti: creare nei detenuti le «condizioni migliori» per gli interrogatori
    WASHINGTON - I servizi segreti del Pentagono chiesero alla Polizia Militare di «cambiare le procedure» vigenti nel carcere di Abu Ghraib per ottenere dai detenuti «maggiore cooperazione» negli interrogatori. E' scritto in un rapporto dell'esercito Usa, firmato dal generale Antonio Taguba, e ancora coperto da segreto militare, riportato dall'agenzia France Presse, che ne ha ottenuto una copia poco dopo la testimonianza resa dal segretario alla Difesa Rumsfeld davanti alla commissione forze armate del senato Usa. Il rapporto descrive gli atti di brutalità che, secondo quanto ammesso dallo stesso Rumsfeld, sono testimoniate da migliaia di foto e da alcuni video, non ancora resi pubblici.

    LE PAROLE DI TAGUBA - «Ho potuto accertare che gli agenti dell'intelligence militare che dovevano condurre gli interrogatori e altri di altre agenzie governative hanno insistentemente chiesto che gli agenti della Polizia Militare creassero le condizioni fisiche e psicologiche migliori per favorire gli interrogatori», si legge nel rapporto di Taguba. «Ho potuto accertare che il personale della 372esima compagnia di Polizia militare, e dell'800esima brigata di Polizia Militare ha ricevuto l'ordine di cambiare le procedure del carcere per "creare le condizioni" per gli interrogatori da parte agenti dell'intelligence», conclude Taguba.

    ATROCITA' - Gli agenti statunitensi, a quanto si legge, avrebbero scattato fotografie non solo ai detenuti maschi nudi, ma anche alle donne. Alcuni iracheni sarebbero stati costretti a indossare biancheria intima femminile e a masturbarsi davanti alle macchine fotografiche e alle videocamere. Il detenuto incappucciato costretto a stare in piedi su una scatola di cartone, con elettrodi sulle mani e i piedi, che compare nella foto ormai tristemente famosa, avrebbe avuto fili elettrici attaccati anche al pene. Sempre secondo il rapporto, un agente della polizia militare avrebbe avuto rapporti sessuali con una detenuta. Cani senza museruola sarebbero stati utilizzati per intimidire i detenuti e un detenuto avrebbe ricevuto gravi ferite dall'animale.

    «VEDERE L'INFERNO» - Proprio oggi, in un'intervista rilasciata via e-mail e pubblicata sul «Washington Post», uno dei sette soldati statunitensi incriminati per le torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib ha accusato i servizi di intelligence. Sabrina D. Harman, agente della Polizia Militare nel carcere alle porte di Baghdad, ha afferma che i maltrattamenti sui prigionieri avvenivano in base a istruzioni fornite loro dagli ufficiali dei servizi, che volevano «ammorbidire» i detenuti prima degli interrogatori. «Far vedere ai detenuti l'inferno»: era questo il compito che era stato impartito alla Harman. Regole zero, preparazione ridotta, ma una missione chiara: fiaccare i detenuti per l’interrogatorio. «Ci portavano da uno a diversi prigionieri a volta già incappucciati e ammanettati», ha scritto al Washington Post. «Il lavoro della polizia militare era di tenerli svegli, rendergli la detenzione un inferno in modo così da farli parlare».



    La soldatessa Sabrina Harman sorride dietro ai prigionieri iracheni nudi (New Yorker)
    PRIVATI DI TUTTO - Sabrina Harman, riservista di 26 anni di Alexandria (Virginia), ha precisato che i membri della sua unità di polizia militare prendevano ordini dagli ufficiali dell’intelligence militare, dagli uomini della Cia e dai contractors civili che conducevano gli interrogatori. «La persona che ce li consegnava fissava gli standard, se essere o meno ’gentili’ - scrive Harman - Se il prigioniero cooperava, allora poteva tenere la sua tuta, il materasso, le sigarette o persino del cibo caldo. Ma se il prigioniero non forniva quello che volevano, venivano privati di tutto fino a quando lo decideva (l’intelligence militare).Sonno, cibo, vestiti, materassi, sigarette erano tutti privilegi e venivano dati in cambio di informazioni».
    Prigionieri torturati clicca su una foto

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    TESTIMONE IN GRAN BRETAGNA - Intanto, in Gran Bretagna, un altro soldato ha contattato il «Daily Mirror» per denunciare gli abusi fatti regolarmente subire ai detenuti iracheni e le fotografie dei pestaggi, considerate da chi le scattava veri e propri trofei. Il «soldato D.», così lo ha identificato il quotidiano che pubblica oggi la nuova testimonianza sulle torture, ha ammesso - dicendo ai suoi interlocutori di «non essere un angelo» - di aver preso parte ai maltrattamenti per paura di opporsi ai suoi commilitoni e sempre per paura non ha raccontato quanto accadeva alla polizia militare. Nel riferirne, il giornale pubblica una foto a piena pagina che sostiene di aver ricevuto dal 'soldato D' e che ritrae un commilitone che fotografa un prigioniero legato e sanguinante all'interno di un veicolo militare.

    UCCISO A COLPI DI KARATE - Altre rivelazioni sulle torture in Iraq, riportate dal sito Abc News, riguardano la base White Horse nei pressi di Nassiriya, dove un funzionario del partito baathista sarebbe stato colpito a calci di karate da un Marine degli Usa e lasciato morire in agonia nelle sue feci. Nedem Sadoon Hatab, morto a 52 anni lo scorso giugno dopo tre giorni di torture, sarebbe stato preso di mira dai militari Usa perché accusato di essere coinvolto nel rapimento di Jessica Lynch. Le accuse rivolte all’ufficiale sono state archiviate, ma in agosto due marines coinvolti nelle violenze dovrebbero comparire davanti a un tribunale militare. Il riservista Willam Scott Roy, oggi impiegato come vice sceriffo nella contea di Rensselaer, nello stato di New York, ha ammesso di aver colpito la vittima e si è offerto di testimoniare contro l’altro riservista, Gary Pittman, accusato di aver inferto i colpi di karate. Secondo il referto medico legale, la morte di Hatab è stata classificata come un omicidio causato da uno strangolamento provocato dalla frattura di un osso del collo. Il medico militare ha certificato che ci sono volute diverse ore prima che morisse. L’avvocato di uno dei marines messi sotto accusa, Don Rehkopf, ha dichiarato di voler allargare il cerchio della responsabilità per quanto è accaduto, puntando il dito contro il dipartimento della Difesa presieduto da Rumsfeld.
    8 maggio 2004 -
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    Der Wehrwolf

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    DOPO LO SCANDALO
    Il segretario alla difesa Usa contestato durante la sua deposizione
    Torture, Rumsfeld: mi assumo le responsabilità
    Scuse alle vittime e all'America e promesse di risarcimenti ai seviziati. Ma niente dimissioni, come chiedevano i giornali

    L'ulltimo Economist: Rumsfeld, dimettiti, dice in copertina
    WASHINGTON - Il caso delle torture ai prigionieri in Iraq diventa difficile da controllare. Si moltiplicano accuse, fotografie, testimonianze, rapporti. Anche la Croce Rossa fa sapere di aver avvertito le autorità statunitensi (e quelle degli altri Paesi della coalizione) un anno fa, delle torture ai detenuti iracheni.

    LE SCUSE DI RUMSFELD - La Casa Bianca corre ai ripari come può. «Mi assumo la responsabilità di quanto accaduto e mi sento malissimo perche è accaduto», ha detto il segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, durante la sua deposizione alla commissione difesa del Senato. A un certo punto la deposizione si è interrotta perché Rumsfeld è stato apertamente e rumorosamente contestato da alcuni giovani: si sono levati in piedi e hanno scandito, per circa un minuto, slogan contro il segretario alla difesa e contro la guerra («La guerra è criminale»). Sulla maglietta di una ragazza si leggeva: «Licenziate Rumsfeld». I giovani sono poi stati allontanati dall'aula. Il segretario alla difesa è rimasto in silenzio durante la protesta. Poi si è «profondamente scusato», con il Congresso, con il presidente, con gli americani, con le vittime e i loro familiari, per le sevizie inflitte da militari americani a detenuti iracheni. Ma in ogni caso ha chiartio: «Non voglio rassegnare le mie dimissioni solo perché qualcuno vuole strumentalizzare politicamente la vicenda». Rumsfeld inoltre ha assicurato che i detenuti iracheni vittime di sevizie riceveranno «compensi» adeguati agli abusi che sono stati costretti a subire. Ha poi preannunciato inoltre l'apertura di un'inchiesta complessiva sull'accaduto, sottolineando che una valutazione delle responsabilitá degli abusi sará completata entro 45 giorni.

    CIVILI TORTURATI - Ad avere subito torture per mano di militari americani non sarebbero stati solo prigionieri di guerra, ma anche civili iracheni. A rivelarlo è stato Les Brownlee, sottosegretario all'Esercito facente funzioni, durante l'audizione alla Difesa del Senato dopo il segretario Donald Rumsfeld. Il Comando per le indagini penali dell'esercito sta indagando non solo su 35 casi di abusi su detenuti, ma anche «su 42 presunti casi di violazioni nei confronti di civili».

    POLEMICHE - Ora bisognerà vedere se le parole di Rumsfeld riusciranno a smorzaer le polemiche sul modo in cuiha gestito l’intera vicenda. Ieri, pur continuando ufficialmente a difendere il suo operato, il presidente Bush ha anche preso con una certa chiarezza le distanze sottolineando che il segretario alla Difesa avrebbe dovuto avvertirlo prima del caso. Dopo aver incontrato il re di Giordania Abdallah nel Giardino delle rose alla Casa Bianca, Bush ha chiesto pubblicamente «scusa» a nome degli Stati Uniti per gli abusi e sottolineato: «Ho detto a Rumsfeld che avrebbe dovuto avvertirmi di quelle immagini e di quel rapporto». la presa di distanze non equivale tuttavia ancora ad una sconfessione dell’operato del ministro e Bush ha anche ricordato che Rumsfeld ha «servito molto bene il suo paese. Lui è una parte importante del mio governo e resterà tale».

    KERRY: «RESPONSABILITA' DELL'INTERA AMMINISTRAZIONE»- Venerdì era stato lo stesso candidato democratico alle elezioni presidenziali Usa John Kerry a chiedere la «testa» di Rumsfeld. «Penso che dovrebbe dimettersi - ha detto Kerry - e penso che dovrebbe farlo adesso». Sabato Kerry ha alzato ancora il tiro: «La catena di comando arriva fino all’Ufficio Ovale» ha detto, precisando che è l’intera Amministrazione con George W. Bush in testa a dover ammettere le proprie responsabilità. Kerry ha sottolineato come quello che serve al Paese sia un Presidente che
    "capisca la differenza tra la forza e la testardaggine".



    Una delle foto, ormai tristemente celebri, sulle torture dei soldati Usa ai prigionieri iracheni (Ansa)
    LA STAMPA - «Donald Rumsfeld should go». Rumsfeld deve andarsene. Dopo l'«Economist», in edicola oggi, con in copertina l’ormai famigerata immagine del prigioniero iracheno incappucciato e attaccato a una serie di fili elettrici con un titolo secco e inequivoco: «Resign, Rumsfeld», anche il «New York Times» dedica il suo editoriale al caso delle torture nel carcere di Abu Ghraib e attacca frontalmente il ministro della Difesa Rumsfeld: deve dimettersi. Se «circa un anno fa», scrive il NYT, Rumsfeld sembrava «un tattico brillante» quei tempi ormai sono passati. Adesso «è ora che Mr. Rumsfeld lasci il suo incarico, e non solo perché è lui ad avere la responsabilità personale dello scandalo di Abu Ghraib anche se già questo sarebbe di per sé sufficiente». Gli abusi commessi ad Abu Ghraib, argomenta il «New York Times», «non sono un fatto isolato, come veniamo adesso a sapere e come Rumsfeld dovrebbe aver saputo considerato l’autentico diluvio di lagnanze, denunce e rapporti inviati al suo ufficio dall’anno scorso». Le dimissioni di Rumsfeld, a questo punto, sono improrogabili, prosegue il giornale. «Il mondo sta aspettando dal presidente Bush un segnale che dimostri che lui ha capito quanto è grave e serio quanto è accaduto».

    SEGNALE - E ovviamente il segnale dato dalle dimissioni, o dalla cacciata, di Rumsfeld, sarebbe chiarissimo. Ma il «New York Times» aggiunge anche che, destituito Rumsfeld, non tutte le sostituzioni sarebbero all’altezza della situazione. «Certamente non sarebbe accettabile mettere al posto di Rumsfeld il suo vice Paul Wolfowitz, perché lui è stato uno dei principali ideatori e architetti della strategia dell’invasione» e dei suoi fallimenti. Non c’è solo lo scandalo delle torture, per il NYT il problema è più vasto: «E' da molto tempo - conclude l’editoriale - che c’è bisogno di una nuova squadra e di un nuovo modo di pensare al dipartimento della Difesa».

    SOLDATI INGLESI - Intanto, dopo aver messo in subbuglio l'establishment con la pubblicazione di foto che testimonierebbero i maltrattamenti inflitti dai soldati britannici ai detenuti iracheni, oggi il «Sunday Mirror» ha riportato la testimonianza di un riservista che sembra suffragare le precedenti rivelazioni, considerate inattendibili dall'esercito. Secondo il popolare quotidiano britannico, l'anonimo militare ha raccontato di aver visto di persona in quattro occasioni i soldati del Queen's Lancashire Regiment mentre prendevano a calci e a pugni dei detenuti iracheni e ha precisato che ha denunciato gli episodi alla polizia militare. Un portavoce della difesa ha puntualizzato che la testimonianza «non ha nulla a che vedere con la storia delle foto della scorsa settimana».

    SERVIZI DI INFORMAZIONE - Un altro giornale, il «Guardian», ha riportato le dichiarazioni di un ex componente dei servizi di informazione militari statunitensi, Torin Nelson, che ha prestato servizio nella famigerata prigione di Abu Ghraib. Secondo lui, gran parte delle migliaia di persone rinchiuse nel grande centro di detenzione che sorge fuori Bagdad sono state arrestate ingiustamente. In alcuni casi, ha affermato, i militari americani hanno fermato i vicini. L'innocenza si ritorcerebbe contro coloro che sono stati arrestati senza motivo perché alimenterebbe l'aggressività dei carcerieri che vorrebbero delle ammissioni di colpa.
    8 maggio 2004 -
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    Trattamento brutale dei prigionieri. Sette morti»
    Torture, il rapporto choc della Croce rossa

    «Informati da un anno gli Usa e i partner della coalizione»

    DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

    WASHINGTON - Aumentano i dossier sullo scandalo iracheno. L'ultimo è della Croce rossa internazionale, risale allo scorso febbraio ed era destinato, dichiara Chris Girod, il suo rappresentante a Washington - che tuttavia non sa se sia arrivato anche all'Italia - «agli Usa e ai partner della coalizione». E' un compendio di 24 pagine di casi di torture segnalati in precedenza tra maggio e novembre del 2003, e pertanto noti all'amministrazione Bush da un anno. Un «j'accuse» bruciante, dove si denuncia «un trattamento brutale sistematico dei prigionieri, una prassi tollerata dai comandi». Il rapporto parla di numerosi morti, di cui sette nel corso di una rivolta nelle famigerate carceri di Abu Ghraib, già luogo di tortura sotto Saddam Hussein. E critica oltre agli Usa anche la Gran Bretagna, che avrebbe almeno un cadavere sulla coscienza, oltre a vari feriti.

    Pubblicato dal Wall Street Journal, un giornale che appoggia il presidente Bush, il rapporto viene avallato da Pierre Krähenbühl, il direttore operativo della Croce rossa. A Ginevra, dove risiede, il funzionario spiega che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna «furono informati ripetutamente, in incontri e con lettere, degli atti disumani e degradanti inflitti ai detenuti». Li equipara a tutti gli effetti a torture, precisa che «non si trattò di azioni individuali ma di un tipo diffuso di comportamento». Lamenta che «solo in alcuni casi siano stati presi provvedimenti».

    A Londra «il soldato C», l'informatore del Daily Mirror, il giornale che pubblicò le foto di prigionieri iracheni seviziati da soldati di Sua Maestà, conferma i pestaggi «che riducevano il volto dei prigionieri in poltiglia» da parte delle truppe britanniche.
    E' un quadro raccapricciante, che suscita interrogativi sul silenzio degli altri membri della coalizione, Italia inclusa. Raffigura uomini costretti a indossare indumenti intimi femminili; o completamente nudi chiusi per giorni e giorni in una cella senza luce e senza acqua; o legati, incappucciati e seviziati. Parla di percosse col calcio del fucile, di calci alla testa e ai reni, di finte esecuzioni. Cita una rivolta ad Abu Ghraib stroncata con una sparatoria che fece sette morti e 20 feriti «quando sarebbero bastati maggiori sicurezza e rispetto della vita dei detenuti». E cita l'uccisione di Daud Salim di 28 anni a Bassora, città sotto controllo inglese, poi attribuita a un infarto. A gennaio, il rapporto sarebbe pervenuto anche al governatore americano a Bagdad Paul Bremer.

    L'intervento della Croce rossa internazionale ha indotto due associazioni, Amnesty International e Human Rights Watch, a scrivere al presidente Bush chiedendo di potere partecipare a un'inchiesta indipendente «sui crimini di guerra» della coalizione.
    «L’amministrazione - protesta Amnesty International - ha creato un clima in cui i suoi soldati si sentono liberi di agire impunemente. Ha mostrato un palese disprezzo della convenzione di Ginevra e dei principi fondamentali del diritto». Una condanna condivisa dal New York Times , che ieri ha pubblicato la foto di un detenuto ucciso, senza nome, con un numero, 153399, in una sacca di plastica trasparente, sollevando implicitamente il problema di eventuali desaparecidos in Iraq.

    Ennio Caretto
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    La rivelazione del senatore repubblicano Steve Buyer
    "Dovevo andare in Iraq ma saltò tutto, fu una scelta politica"
    Il Pentagono bloccò il supervisore
    nel carcere di Abu Ghraib


    Una immagine delle torture

    NEW YORK - Lo scorso anno, funzionari del Pentagono, bocciarono un piano dell'Esercito americano che prevedeva l'invio in Iraq di un avvocato per la supervisione dell'attività della 800esima brigata di polizia militare operativa nel carcere di Abu Ghraib.

    Il legale che avrebbe dovuto svolgere il ruolo di controllore della prigione - come riportato dai media americani, Associated Press e Cnn in testa - è il parlamentare repubblicano dell'Indiana, Steve Buyer il quale, sin dal marzo del 2003 aveva chiesto di essere inviato in Iraq.

    Tenente colonnello nella Riserva dell'Esercito, Buyer era già stato in Iraq ai tempi della prima Guerra del Golfo quando svolse il ruolo di avvocato in un campo di prigionia gestito dalla 800esima brigata, occupandosi dei rapporti con la Commissione internazionale della Croce Rossa; di far rispettare le norme internazionali come la Convenzione di Ginevra e dell'interrogatorio di diversi militari iracheni.

    Allora - osserva l'esponente repubblicano - "non c'erano stati segni di comportamenti irregolari e maltrattamenti di prigionieri. Non accadde mai". Gli uomini della 800esima btigata - conclude - "mantennero una gestione eccellente".

    Intervenuto in diretta sulla rete televisiva Cnn, Buyer, ha osservato come la bocciatura dell'idea di inviarlo in Iraq abbia una matrice principalmente politica e non militare.

    L'Esercito - ha spiegato - "era d'accordo" con una mia presenza in terra irachena. Quella di bloccare il mio invio - ha aggiunto - "è stata una decisione della componente civile e politica" presente all'interno dell'Esercito stesso.
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    Secondo quanto riferito dall'Esercito alla Cnn il blocco del piano risponderebbe a due motivazioni di natura pratica. La prima relativa alla presenza in Iraq di personale adeguatamente preparato e qualificato; la seconda al fatto che Buyer è un esponente parlamentare e, pertanto, esposto a rischi maggiori connessi al suo ruolo politico.


    (9 maggio 2004)
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